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La "rimozione" di Massimo Recalcati

Sebastiano Isaia

Le categorie e i concetti elaborati dal pensiero psicoanalitico vanno maneggiati con estrema cura, alla stregua di materiale esplosivo ad alto potenziale distruttivo. Questa regola appare tanto più sensata, quando quei concetti e quelle categorie vengono usati come griglie concettuali attraverso cui leggere la realtà sociale in generale, e la sfera del Politico in particolare. Facilmente lo psicoanalista si muove in questi ambiti come il metaforico elefante che, sognando di avere acquisito le fattezze di una splendida libellula, decide di danzare in una stanza piena di preziosi cristalli. Il disastro e pressoché inevitabile.

Insomma, sto parlando di Massimo Recalcati, noto psicoanalista «di scuola lacaniana» e uno dei massimi teorici dell’antiberlusconismo militante. Nell’articolo pubblicato ieri da Repubblica, Recalcati ha preso di mira la strategia del PDL tesa ad accreditare «Berlusconi come statista ponderato», una strategia che secondo il nostro si fonda «su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”».

«Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale».

La conclusione del “sottile” ragionamento appare fin troppo ovvia:

«Come accade alla povera madre delirante raccontata da Freud si vorrebbe trasformare la bimba morta e perduta per sempre in una bimba viva e sorridente. Ma un pezzo di legno non fa una bambina, così come Berlusconi non fa uno statista. La pacificazione rischia allora di essere una pura falsificazione. È questo, in fondo, il suo peccato originale» (Rimozione e pacificazione).

Ma «delirante» per Recalcati non è soltanto l’assurdo (irrazionale, folle) tentativo, messo in piedi soprattutto dal Presidente Napolitano, di trasformare una sentina umana come Berlusconi in uno statista, o quantomeno in un leader politico «normale» (secondo i canonici etici stabiliti dal progressismo, si capisce); «delirante» è anche il pensiero che decide di «forcludere», per mutuare impropriamente il gergo lacaniano, dal dibattito politico l’irriducibile diversità che esisterebbe tra «destra» e «sinistra». E qui il bravo psicoanalista prestato alla politica se la prende anche con il movimento pentastellato:


«La realtà è che in Italia destra e sinistra non possono governare insieme non perché, come ritiene un’altra forma di rimozione della realtà qual è il catarismo grillino, sono uguali ma perché sono profondamente diverse».


Il mio «catarismo», che si fonda su un’analisi del profondo del corpo sociale che attinge dal pozzo di Treviri (ho scritto pozzo, e forse avrei potuto anche scrivere pazzo), mi dice che «destra» e «sinistra» sono radicalmente (in radice) uguali sul piano della prassi del dominio, perché entrambe le posizioni politico-ideologiche difendono, sebbene in modo diverso (ma non sempre né necessariamente) l’una dall’altra, lo stesso regime sociale: quello capitalistico basato sullo sfruttamento scientifico di uomini e cose.  Ma da un uomo che confida nella venuta del Tempo di Renzi, e che ancora recrimina sulla «scelta scellerata del Pd di non candidare Matteo Renzi» alle ultime elezioni politiche, non ci si può aspettare alcuna analisi del profondo.

«Per generare cambiamento autentico, nella vita individuale come in quella collettiva, è necessaria innanzitutto la memoria della nostra provenienza. Non è un caso che tutti i tiranni tendano a cancellare il rapporto con la memoria e a falsificare i libri di storia».


E sapete a quale «memoria storica» allude il nostro amico? È presto detto:

«Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio).


Verrebbe da dire: giù le mani da Freud (e da Lacan)!

Nel 2011 commentavo la sparata etica di Recalcati nei termini che seguono:

«Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante» (Rivoluzione etica*).


Scriveva Recalcati su Repubblica del 5 maggio 2013 (Se fallisce il nostro Io): «Di fronte ad una cultura che sembra rigettare il valore formativo dell’esperienza del fallimento e che insegue i miraggi del Nuovo e del Successo» (insomma, del berlusconismo), si tratta di «sopportare quella che Freud considerava una “frustrazione narcisistica” necessaria per riconoscersi appartenenti ad una Comunità umana». Ecco il miserabile (apologetico) linguaggio di una “psicoanalisi” mobilitata al servizio di una società che annichilisce, necessariamente, ogni possibilità di autentica umanità.

Con il «soggettivismo etico», scrive Giuseppe De Rita, trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità. Con Berlusconi il ’68 che teorizzava la libertà di tutti da tutto è andato al potere.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi:


«L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (M. Recalcati, Cosa resta del Padre?).


Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi» non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive:

«Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo».

A giudicare dall’elogio della cosiddetta Prima Repubblica di Recalcati, mi sembra che la mia critica colga perfettamente il bersaglio. Beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Massimo Recalcati (Rivoluzione etica…, 16 novembre 2011).
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