In Memoriam: Romano Luperini (1940-2026)
di Erminia Passannanti
Ho conosciuto Romano Luperini nel 1990, in occasione della rassegna “Poesia ’90”, organizzata dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dove allora ero studentessa del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. In quell’occasione, Romano mi fu presentato da Federico Sanguineti, figlio del professore dantista e poeta Edoardo Sanguineti, con cui eravamo di recente diventati amici e il quale all’epoca era un giovane ricercatore. A quell’evento erano presenti anche Gregory Lucente, Robert Dombrowski, Piero Cataldi e Amelia Rosselli.
Con Romano si instaurò immediatamente un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Ricordo quando mi scriveva da Toronto, dove era Adjunct Professor, e la neve e la malinconia erano il tema principale delle sue osservazioni.
Fu un’amicizia preziosa quella che mi offriva: non soltanto un dialogo, con me, che ero ancora in una fase iniziale della mia formazione intellettuale, ma anche l’apertura a un circuito di amicizie internazionali, con suoi colleghi stranieri con i quali si parlava tanto in italiano quanto in inglese di argomenti che significavano l’esordio della mia passione letteraria. In particolare, con Robert Dombrowski mantenni fino alla sua dipartita dal mondo un forte legame di simpatia reciproca. Robert e Romano erano stretti da un’amicizia fraterna, corroborata negli anni dalla riflessione critica sull’opera di Carlo Emilio Gadda. La tragica fine di Robert in un ospedale di Parigi, per una acuta endocardite che non seppero curare, mentre aspettavo che venisse come mio ospite alla mia casa di Oxford, segnò traumaticamente Romano, che, accorso da Siena ad assisterlo, lo vide morire tra le sue braccia.
Il nostro rapporto fu inizialmente intenso e costante, sostenuto da uno scambio epistolare fitto e per molti anni ininterrotto. Conservo ancora tutte le lettere e cartoline che Romano mi mandava da Siena, caratterizzate dalla sua grafia minuta, irregolare e da una scrittura fitta: mi scriveva come se la nostra conversazione non dovesse mai finire.
Ci incontrammo più volte: a Salerno, a Roma, a Napoli e in diverse occasioni anche nella sua Siena quando mi ci recai avendo accettato un incarico come docente di inglese. Ogni incontro era accompagnato dalla promessa di rivederci ancora, appunto perché il nostro dialogo sembrava non esaurirsi. Nel 1995 gli avevo anche dedicato una poesia, confluita nella raccolta Macchina.
La sua voce era gentile, il suo atteggiamento rispettoso, gli occhi neri penetranti, all’improvviso sfuggenti, volti altrove, come a rincorrere una riflessione oltre la contingenza, ma era al tempo stesso talvolta provocatorio: una provocazione mai gratuita, piuttosto un invito a non rinunciare alla comprensione reciproca, evento che, ironizzando, vedevo quanto mai improbabile.
Con Romano non si parlava soltanto di critica letteraria. Si discorreva soprattutto della vita: mi raccontava delle sue passate esperienze, ed era colpito dal modo con cui affrontavo le mie, con un entusiasmo e una vitalità oltre le difficoltà, che lo lasciavano più divertito che perplesso. Io, di Salerno, mi ero trasferita ad Oxford e questo movimento lo vedeva allineato con la mia personalità. Quanto a me, consideravo Romano un uomo fondamentalmente saldo, anche quando mi raccontava delle sue sofferenze.
Pietro Cataldi ha ricordato Luperini con un commento emblematico della sua attitudine verso studenti, amici e colleghi: “Forse avrebbe preferito che a essere messo in luce fosse il suo carattere al tempo stesso schivo e puntuto, che ne faceva il destinatario ideale e temuto di chi fa critica e, molto di più, il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini. (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026)
Romano mostrava una sincera attenzione per ciò che scrivevo. Una mia poesia lo colpì a tal punto da spingerlo a farla pubblicare nel 1993 sulla rivista L’Immaginazione, edita a Lecce da Manni Editore. Fu per me un esordio importante agevolato da Romano come mio mentore: da quel momento iniziarono altre pubblicazioni, fino a quando fu lui a sollecitarmi a partecipare al Premio “Laura Nobile”, che vinsi nell’edizione 1995, con la pubblicazione presso Manni Editore delle mie poesie, nella collana “La scrittura e la Storia”, diretta da Luperini.
La raccolta Macchina nacque da quel riconoscimento. Romano ne scrisse una lunga presentazione, un’analisi testuale dettagliata condotta con la precisione del filologo. È un’introduzione che, ancora oggi, considero, per quello che mi riguarda come autrice, un piccolo capolavoro critico per finezza analitica. Fu sempre lui a presentarmi a Guido Guglielmi, che a sua volta mi dedicò un’introduzione alla plaquette In Jugoslavia con i piedi a terra. Mi considero, in questo senso, profondamente debitrice a Romano per il modo in cui ha saputo orientare e ampliare il mio percorso.
Una delle volte che ci rivedemmo fu a Siena. Era forse nel settembre del 1992. Mi portò in auto fino ad un piccolo paese dove restammo a osservare la luna ed il cielo stellato: mi disse più volte, successivamente, che fu un momento indimenticabile.
Anni dopo, nel 2002, mi inviò a Oxford il suo romanzo I salici sono piante acquatiche, il cui titolo, per me inizialmente enigmatico, introduce una riflessione sulla progressiva rarefazione dell’esperienza del vivere. Il tempo vi è concepito come costruzione della memoria secondo un processo discontinuo e selettivo. I salici figurano una risposta adattiva al fluire del tempo, sottoposta da Romano a esame critico. Sul piano della tesi, l’atto di nominare il reale, affidato a un linguaggio instabile, tenta di cogliere un mondo immerso nel tempo, ma restituisce soltanto frammenti e approssimazioni, nel venir meno di assetti ideologici consolidati e nella difficoltà di elaborare nuovi orizzonti di senso. Lessi allora l’opera riconoscendone una componente autobiografica e intervenni con una lettera, proponendo una concezione del tempo come immobile e invitando Romano a non interpretarne il trascorrere come perdita. La voce nel testo, invece, registra l’avanzare del tempo in nuclei di memoria irregolari, nei quali anche i dettagli minimi devono assumere valore interpretativo. La scrittura diviene così il luogo in cui il soggetto verifica fino a che punto la vita possa essere restituita e pensata, mentre la realtà emerge come campo che richiede un’interpretazione continua. Come è evidente, si tratta di un romanzo metacritico, in cui si aprono squarci imprevisti di sensualità ed erotismo.
Romano era un amico che non volevo perdere, ma le diverse fasi delle nostre vite fatalmente ci distanziarono. Continuammo a corrispondere in modo sporadico attraverso il suo blog, La Letteratura e Noi, senza però riuscire a incontrarci di persona. L’amico che vi appariva rendeva finalmente manifesta e accessibile oltre l’accademia la sua vocazione al dialogo intergenerazionale, gestito con vigilanza cognitiva, che gettava un ponte tra l’attualità degli altri e la sua prospettiva teorica.
Fu, lo sappiamo, un grande intellettuale, con una rete complessa di rapporti, talvolta difficili, come quello con Franco Fortini. Ed è proprio attraverso Romano che ebbi modo di avvicinarmi, indirettamente, a quella figura, tanto da ottenere una borsa di studio per seguire le lezioni di Fortini a Napoli, esperienza che avrebbe poi dato origine al mio dottorato all’University College London, focalizzandomi sui vari aspetti della sua opera, dalla poesia, alla scrittura saggistica, attraverso la traduzione.
A dieci anni dalla morte di Fortini, nel 2004, Romano mi fece invitare dal Centro Studi per presentare un mio saggio sulla Poesia delle Rose, che venne pubblicato ne L’Ospite Ingrato nel numero monografico curato da Luca Lenzini, “Dieci Inverni senza Fortini”. Quella non fu l’ultima volta che ci incontrammo perché riuscii a fare invitare Romano a Oxford per una lecture alla Tayloriana Institute. Nel fargli una domanda a fine evento, visto che nessuno degli studenti presenti apriva bocca, mi rivolsi a lui, dandogli del Lei, e Romano mi rispose, dinanzi a tutta la platea: “Ma Erminia, perché mi dai del “lei”, se siamo amici e ci conosciamo da una vita!?”
Non sono stata studentessa di Luperini, ma ho seguito tutte le sue pubblicazioni con intenso interesse, come uno dei più rilevanti critici del secondo Novecento, leggendo con attenzione sistematica i suoi testi, fino a interiorizzarne paragrafi, sezioni, capitoli, dai quali ho tratto i fondamenti della mia formazione in critica filologica. La sua ricerca comprendeva due versanti: da un lato la produzione critica e storico-letteraria più ampia, informata dalle sue prospettive marxiste e dal materialismo storico, che costituisce la parte più influente del suo lavoro accademico come professore di Filologia e Critica Letteraria alla Facoltà di Lettere dell’Ateneo senese. Romano era entrato a Unisi nel 1971 insieme a Fortini. Successivamente vinse la cattedra all’Università di Lecce, dove insegnò dal 1980 al 1983, anno in cui ritornò a Siena dove tuttavia non aveva mai smesso di tenere dei corsi; dall’altro la scrittura narrativa, con romanzi pubblicati soprattutto in età matura.
Sul versante critico, l’opera di riferimento come docente è La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, uscita per la prima volta nel 1996 e curata con Pietro Cataldi, che presenta la sua impostazione metodologica, fondata su una critica di matrice storicistica e materialista, aggiornata alle trasformazioni del canone moderno.
Successivi volumi, come L’allegoria del moderno e Tramonto e resistenza della critica, intervengono sullo statuto epistemologico della critica letteraria contemporanea, mettendo in evidenza la crisi delle categorie interpretative tradizionali e la necessità di una ridefinizione del loro uso storico. Rientrano nello stesso orizzonte anche gli studi monografici di Romano su autori italiani come Verga e Pirandello, insieme ai numerosi saggi su Svevo, Montale e la tradizione del realismo europeo, nei quali la lettura dei singoli autori viene sempre ricondotta a una teoria più generale della modernità letteraria.
Lessi anche Breviario di critica, del 2002, che raccoglieva e rielaborava riflessioni teoriche sulla funzione della critica letteraria, sul rapporto tra testo e contesto storico e sulle trasformazioni dell’interpretazione nel secondo Novecento.
Ho conosciuto quasi simultaneamente la sua produzione narrativa, perché me ne inviava copia, quasi a dire: “Sono anch’io umano, con una vita emotiva”. Forse nutriva il timore che, essendo una figura pubblica di autorevolezza e riconoscimento, non gli venisse attribuita una normale sensibilità privata, che invece viveva in modo profondo: da cui il confessionalismo della sua scrittura romanzata.
Ho inoltre letto L’età estrema (2008) e La rancura (2016), in cui Romano riflette sulla vecchiaia e sulla sedimentazione storica dell’esperienza individuale, con una scrittura che conserva una forte impronta analitica, personalissima, ma sempre attenta agli accadimenti storici. Questa linea narrativa restituisce l’intimità mentale di Romano, che scrisse in tal senso anche della fase della vecchiaia del suo maestro Franco Fortini, La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini, pubblicato nel 1986, quattro anni prima che ci conoscessimo. Quando iniziai il mio dottorato di ricerca (Ph.D.) in Italianistica all’University College London, ci tenne a inviarmi questo volumetto, che citai ampiamente nel capitolo dedicato alla mia analisi della poesia di Fortini.
Sono certa che futuri dottorandi dedicheranno studi all’opera critico-teorica di Romano Luperini e anche ai suoi romanzi, partendo da un testo come L’allegoria del moderno, in cui la riflessione teorica sulla letteratura si intreccia con una profonda indagine storico-ermeneutica, da Benjamin alla semantica e all’interpretazione, fino alla grande tradizione del Novecento italiano: Marinetti, Tozzi, Saba, Pirandello, D’Annunzio, Gadda, Montale, Volponi.
Stasera, nell’apprendere, qui ad Oxford, dall’amico Ennio Abate, la notizia della scomparsa di Romano, ho subito cercato tra i miei libri e ho immediatamente ritrovato e preso tra le mani per rileggerlo il suo volume L’allegoria del moderno (1990), che Romano mi aveva inviato in dono, come faceva sempre con i suoi libri appena pubblicati.
Non ho mai chiesto a Romano la sua età. Non era un’informazione che mi interessasse conoscere. Ma l’ho compresa dal suo romanzo L’uso della vita, uscito nel 2013. Ciò che rimane dei miei ricordi, oggi, è innanzitutto la densità di un incontro che ha attraversato anni, presenza e distanza, libri e messaggi con un uomo dolce ma, talvolta, anche intransigente dinanzi alla generale superficialità dell’era postmoderna e del mondo globalizzato.
Il giovane Romano che sarebbe andato a ritirarsi da vecchio in campagna, nel 1990 già notava: “Certo, la pace della campagna è nell’uomo, non nella natura; e nondimeno proviene da essa, che infatti si presenta come il luogo dell’assenza di senso, ove le creature vivono per vivere e senza saper di vivere. […] La natura non è più il luogo del significato e del valore, ma della loro mancanza” (R. Luperini, L’allegoria del moderno, “Tematiche del mondo di Pirandello”, p. 251) “La natura (ovvero la sua vita), svuotata di senso, finisce per acquistarne uno nuovo ed esemplare e riempirsi di esso.” (Ibid.)
Non mi sono meravigliata che Romano avesse iniziato a scrivere dell’approssimarsi della morte; per un materialista storico, la morte accade di necessità. Ma per una persona come lui che aveva in sé un potenziale mentale immenso ed inesauribile, tutto da esprimere, la vecchiaia si presentava come una montagna reale, da scalare, fatta di tappe e di macigni che di volta in volta doveva sollevare, come Sisifo.
La notizia della sua morte si misura nella persistenza della sua voce critica e nella sua unicità caratteriale, che continua a risuonare nei testi, nei ricordi e in quella forma singolare di amicizia che ha saputo costruire nel tempo, in innumerevoli lettere che conservo tutte in un cassetto.
Oxford 12 aprile 2026.
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———– Le Profezie di Romano Luperini ————
“Condizione di impotenza e stato di minorità”
9 Giugno 2015
“Fra un mese o fra un anno ci troveremo in una università cambiata secondo i criteri della “buona scuola” e la maggior parte degli intellettuali accademici continuerà ad adeguarsi e a cercare di gestire i cambiamenti a proprio vantaggio. Fra un anno o fra dieci o venti, la nostra Costituzione sarà cambiata in senso autoritario in modo da rafforzare la governabilità e da lasciar ancor più mano libera alle forze economiche e finanziare, e noi assisteremo tranquilli e impotenti. Fra un anno o fra venti le vittime della fame, della sete e della povertà provocate dal sistema di vita occidentale avranno invaso l’Europa, proprio mentre il nostro sistema economico-politico potrebbe collassarsi, e le guerre di religione insanguineranno il pianeta, con il loro corteo di attentati nelle città europee e americane. E noi (noi intellettuali, e ormai da tempo uomini comuni, “gente”), noi, forti dell’alibi fornitoci dalla crisi delle utopie storiche, continueremo a stare a guardare accontentandoci della formula pacificante stato di impotenza, dunque adattamento?
Qui non è in questione il punto di vista di una generazione o di un’altra, ma il buon senso, la logica umana comune, e persino la logica della sopravvivenza della specie. Magari verrà prima o poi anche il momento di Spartaco invocato da Tricomi, ma intanto basterebbe la semplice capacità di ogni cittadino di ragionare e di operare all’interno delle contraddizioni esistenti. Anche se non sappiamo più in assoluto dove stiano il Bene e il Male, non possiamo far finta di non sapere, intanto, in ogni situazione concreta, dove stia il meglio. E poi, fortunatamente, la storia è sempre più imprevedibile dei suoi interpreti.










































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