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la citta futura

Venezuela, le cavallette dell'imperialismo

di Geraldina Colotti

Nessuna Weltanschauung è innocente, nessuna visione del mondo è neutrale, nessuna informazione è “imparziale”. I media di guerra sono la fanteria leggera del capitalismo. Nel sud globale, dove la lotta di classe è più difficile da occultare, funzionano da cavallette dell'imperialismo

cd57e341984c5ea5152726b8f2e89570 XLA proposito del Venezuela e del fallito attentato contro Maduro, torna la riflessione di Lukacs nel volume La distruzione della ragione. Il filosofo ungherese accusa Schopenhauer di aver offerto agli ufficiali prussiani il proprio binocolo da teatro per meglio sparare sugli insorti del 1848. Fatte le debite proporzioni storiche, filosofiche e culturali, si potrebbe usare la stessa frase nei confronti di quel giornalismo che, nell'avanzare della “modernità liquida” a scapito di un pensiero forte sul mondo e nell'assenza di un “intellettuale collettivo”, ha assunto sempre più peso nella formazione della “opinione pubblica” e di una determinata egemonia culturale.

La concentrazione monopolistica dei grandi gruppi editoriali ha reso anche l'informazione una merce al servizio del capitale e moltiplicato l'influenza dei grandi media nel sistema-mondo: uno scenario in cui si evidenzia la crescente spinta alla guerra imperialista come unica uscita dalla crisi strutturale in cui si dibatte il capitalismo.

Come abbiamo visto in questi anni, il ruolo dei media è stato quello di preparare, accompagnare e consolidare le aggressioni a paesi ricchi di risorse, fondamentali per ridefinire a favore del capitale lo sfruttamento del lavoro a livello globale. Ci hanno “raccontato” di guerre “umanitarie”, di “democrazia” da esportare con le bombe, sostituendo alla lotta di classe il paradigma della “vittima meritevole”: sia nella forma del carnefice eternamente impune (Israele), sia in quella del “caso umano” che deve mendicare ascolto in diretta anziché lottare con forza per i propri diritti (operai, migranti eccetera). Quella della “fine delle ideologie” risulta così la peggiore delle ideologie, nel senso proprio della falsa coscienza, assunta da una mandria acefala convinta della propria “unicità”.

Invece, nessuna Weltanschauung è innocente, nessuna visione del mondo è neutrale, nessuna informazione è “imparziale”. Nello scontro di interessi in corso, ognuno fa il suo mestiere. I media di guerra, ben posizionati con il loro “binocolo da teatro” nelle “società complesse” sono la fanteria leggera del capitalismo. Nel sud globale, dove la lotta di classe è più difficile da occultare, funzionano da cavallette dell'imperialismo, arrivando a mettersi in gioco in prima persona. Lo si è visto durante il golpe contro Chavez nel 2002, lo si vede anche ora nel fallito attentato contro Maduro, che avrebbe decapitato gran parte del socialismo bolivariano.

Una strage mancata, si sarebbe titolato in Europa per molto di meno. Invece, per il Venezuela bolivariano, la parola attentato si mette fra virgolette. Nel “racconto” mediatico, chi insorge con le armi contro una democrazia borghese, è “terrorista”, chi attenta contro la democrazia partecipata e contro un governo legittimo, riconfermato tre volte dalle urne in pochi mesi, è un “combattente per la libertà”.

D'altro canto, da dove arrivano le potenti corporazioni internazionali della stampa, sempre pronte a protestare per l'assenza di “libertà” da una parte sola, ma rimasta vergognosamente in silenzio adesso? Vengono, come le grandi multinazionali dell'”umanitario” dal periodo della Guerra Fredda e della lotta al comunismo. È il caso della Sociedad Interamericana de Prensa (SIP), che ha come comun denominatore l'anticomunismo, e lavora in stretto contatto con i servizi di intelligence Usa. È stata creata durante gli anni della Guerra Fredda, come parte della lotta senza quartiere tra le forze rivoluzionarie e quelle che volevano tenere il mondo al servizio dei propri interessi imperialisti. Gli anni del Piano Condor, che si rinnova nel Terzo Millennio in forma economica mediatica, finanziaria, ma non disdegna quella tradizionale: l'eliminazione fisica di chi non si sottomette.

È un copione già visto, ma perché funziona? Quando al bilancio della storia viene sostituito quello dei tribunali, quando il complotto e la dissociazione dipingono una notte in cui tutti i gatti sono bigi, si perde la bussola per capire da dove arriva la tormenta che può spazzarti via.

Anche questo è un copione già visto, sebbene si fatichi a trarne le debite conseguenze, persino in quelle aree che, in Italia, ancora sostengono la bandiera del comunismo. Se l'attentato contro Maduro fosse andato a segno, ci sarebbe stata una guerra civile. Si sarebbe creata la situazione adatta a un intervento militare esterno, chiesto a gran voce da una pletora di figuri con il sostegno dei parlamenti europei. Ora che è fallito, la versione è comunque già pronta: si è trattato di una montatura del “regime” per distogliere l'attenzione dalla “crisi umanitaria” e per scatenare una caccia alle streghe nei confronti della “pacifica opposizione”.

Invece, da Miami a Bogotà, passando per l'Europa dove trovano asilo e supporto i golpisti venezuelani, le cavallette dell'imperialismo sapevano. Dagli Usa e dalla Colombia, si diceva a voce alta: “Maduro ha i giorni contati”. La prima a leggere il comunicato di rivendicazione dei Soldados de Franelas (il gruppo di cui faceva parte l'ex poliziotto Oscar Pérez, che ha lanciato bombe da un elicottero militare) è stata Patricia Poleo nel suo programma Agárrate, trasmesso da Miami.

La signora è una golpista venezuelana di lungo corso, figlia di Rafael Poleo, giornalista di opposizione. Durante il colpo di Stato contro Chavez, nel 2002, dirigeva il quotidiano El Nuevo Pais, di proprietà del padre. A organizzare il golpe a guida Cia furono i grandi media privati, la Confindustria locale (che mise a capo del breve governo il suo presidente Carmona Estanga) e le gerarchie ecclesiastiche. Anche allora, le grandi istituzioni internazionali hanno negato la natura eversiva del colpo di Stato, facendo credere che Chavez se ne fosse andato spontaneamente.

Quando il popolo ha riportato in sella il proprio presidente, sono cominciate le indagini sui massacri compiuti allora dai golpisti. Il giudice Danilo Anderson indagava sui morti di Puente Llaguno. Allora, franchi tiratori manovrati dalla Cia spararono su due opposte manifestazioni attribuendo la responsabilità “alla repressione di Chavez”. Una verità da occultare. Il giudice venne fatto saltare in aria da una potente carica di esplosivo collocato nella sua auto: il C4, lo stesso trasportato dai due droni diretti contro Maduro. Patricia Poleo è accusata di essere tra i mandanti intellettuali di quell'omicidio.

C'è anche chi si è vantato di aver partecipato all'organizzazione diretta della tentata strage del 4 agosto 2018. Uno di questi è il signor Jayme Bayly, apparente giornalista peruviano, vero agente della Cia. Il video in cui Bayly racconta della riunione a cui ha assistito e conferma la confessione di uno degli arrestati, l'ex sergente della Guardia Nazionale Bolivariana, Juan Carlos Monasterio, è visionabile su youtube.

Monasterio ha spiegato la dinamica dell'attacco, programmato già per i mesi precedenti, ma rinviato perché i droni non erano arrivati in tempo. Ha ricostruito tutti i contatti, i reclutamenti e i finanziamenti, dallo Stato Carabobo, alla Colombia, agli Usa. L'ex sergente era stato anche arrestato l'anno scorso per l'assalto al Fuerte Paramacay, sempre nello Stato di Carabobo. Attentato rivendicato con un video da militari della “resistencia” incappucciati.

Uno dei finanziatori di quell'assalto e di questo, fuggito negli Usa, si chiama José Riva. Risulta proprietario di cliniche private, aziende, imprese fantasma. Un attore della guerra economica che, unitamente alle sanzioni Usa e Ue, cerca di portare al crollo il socialismo bolivariano. Di recente, Monasterio era tornato libero grazie all'amnistia concessa dal “dittatore” Maduro.

In quale paese “democratico” si può assaltare una caserma e tornare fuori dal carcere come per un furto di caramelle? Dovrebbero rifletterci quei fautori dell'emergenza infinita in un paese come l'Italia in cui i prigionieri politici hanno fatto più galera di Mandela mentre le stragi fasciste rimangono tutt'ora impunite.

Nella sua confessione, Monasterio ha chiamato in causa due dirigenti di opposizione, Julio Borges, di Primero Justicia, in fuga a Bogotà, e il deputato Juan Requesens, ai quali l'Assemblea Nazionale Costituente – organo plenipotenziario votato l'anno scorso da oltre 8 milioni di cittadini – ha tolto l'immunità parlamentare: nonostante le proteste dell'Assemblea Nazionale, il Parlamento governato dalle destre e considerato “in ribellione”. Un'altra rivendicazione è arrivata alla Reuters da Salvatore Lucchese, italiano di nascita, ex direttore della polizia di San Diego, nello Stato venezuelano di Carabobo. L'ex funzionario ha dichiarato di aver partecipato direttamente all'attentato, confermando in questo modo la confessione di Monasterio. Lucchese fa parte dell'estrema destra venezuelana e, per sua stessa ammissione, si sente “molto vicino” alle posizioni dell'ex presidente colombiano Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, dentro e fuori il suo paese.

Nel 2014, durante le violenze di piazza organizzate dalle destre per far cadere il governo Maduro (le guarimbas), Lucchese venne condannato a 10 mesi di carcere: si era rifiutato di eseguire l'ordine del Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) che intimava alle autorità locali di agevolare la libera circolazione delle persone, impedita dai “guarimberos” armati. Con lui, e per lo stesso reato, venne spedito nel carcere di Ramo Verde un altro italiano, Enzo Scarano, sindaco di San Diego.

Allora, Lucchese venne espulso dalla polizia e poco dopo anche dal partito Voluntad Popular (il partito di Leopoldo Lopez, uno dei leader delle guarimbas): “per divergenze con la direzione nazionale”, ha detto alla stampa Juan Guaido, di VP. Uscito dal carcere nel 2015, Lucchese è rimasto attivo nelle sfere golpiste. Vedendo arrivare un altro ordine di cattura, è fuggito in Colombia, dove ha continuato a tessere trame fra Miami e Bogotà.

Nell'intervista alla Reuters, ha precisato di aver organizzato l'attacco insieme a militari antigovernativi e membri della “resistenza contro Maduro”, che – ha avvertito – non si fermerà. La forte presenza dell'immigrazione italiana nelle file dell'estrema destra venezuelana non è un mistero. Durante il linciaggio di Orlando Figuera, il giovane afro-venezuelano bruciato vivo dai “guarimberos”, era visibile la targa di una motocicletta, proprietà di un italiano presente. Solo l'ipocrisia di una certa “sinistra” italiana – che oggi si guarda bene dal condannare la tentata strage – ha potuto presentare questi figuri come “pacifici manifestanti contro la dittatura” e invitarli persino in Parlamento, a spese dei contribuenti.

La posta in gioco, in Venezuela, è altissima. Riguarda un paese traboccante di risorse strategiche per il capitalismo. Riguarda la possibilità concreta che il socialismo indichi un'alternativa anche in questo secolo. A smentire il mantra dei “critici-critici” del “Maduro non è Chavez” (come se di Chavez non avessero detto peste e corna, a suo tempo), c'è il dibattito del IV congresso del PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela, il più grande dell'America Latina. Le plenarie si sono concluse a fine luglio, ma la discussione continuerà almeno per un mese: per accompagnare la svolta economica che prenderà forma con la riforma monetaria il 20 di agosto.

Un congresso di svolta in cui, al Libretto rosso del partito è stato affiancato il Libro Viola delle femministe, che propone una roadmap per approfondire la rivoluzione dal punto di vista di genere. L'economia e l'organizzazione del partito sono stati i due punti centrali del dibattito, sui complessivi 7 discussi in base a quattro documenti presentati dai presidenti delle commissioni. La relazione di Maduro ha tracciato il quadro generale, entrando nel merito di alcuni punti dolenti su cui il paese discute: dalla corruzione all'inflazione, dalla burocrazia al rapporto con i partiti alleati.

Da quale parte voglia andare il gruppo dirigente lo ha indicato Maduro ricevendo la marcia dei contadini, arrivata in quei giorni a Caracas per denunciare che, nonostante i passi compiuti, la lotta contro il latifondo e per la costruzione dello “stato delle comunas” sia ancora una sfida aperta. Approfondire la rivoluzione cercando di depotenziare dall'interno i meccanismi dello Stato borghese è un cammino tutto in salita.

Partito di massa o partito di quadri? Entrambe le cose, dice il Libro Rojo, che dettaglia 24 principi fondativi: anticapitalista, antimperialista, marxista, bolivariano, difensore dell'uguaglianza e dell'equità di genere, difensore della Madre Terra... Il dibattito si è riproposto in modo non ozioso per un partito che muove le speranze di milioni di persone: le speranze di quei settori che, in Italia, marciano dietro le false bandiere della xenofobia.

Il PSUV punta a liberarsi delle scorie accumulate in quasi vent'anni di governo, ma rivendicando con più forza le proprie radici. Nella struttura del partito si formerà una commissione permanente per la difesa e la trasmissione della storia della rivoluzione bolivariana. Maduro ne ha ripercorso gli antecedenti e le principali tappe, inquadrandole nella storia del Grande Novecento, il secolo delle rivoluzioni.

Insieme al vicepresidente del PSUV, Diosdado Cabello e agli altri relatori, ha reso onore ai guerriglieri che, durante la IV Repubblica hanno combattuto a più riprese le “democrazie camuffate” nate dal Patto di Puntofijo, da cui vennero esclusi i comunisti. Una generazione di quadri che ha pagato un duro prezzo, cercando di conquistare con le armi quel che poi riuscirà a raggiungere con il voto, sotto la direzione di Hugo Chavez. La rivendicazione di quella lotta e dei principi del socialismo, rinnovati nel presente, restano un punto di forza per un partito che ha saputo vincere senza tagliarsi le radici, e che fa del bilancio un elemento forte di ricostruzione.

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