
Venezuela e oltre siamo al dunque
di Algamica*
Premessa
Il più delle volte nell’affrontare una questione si pensa all’interlocutore cui ci si rivolge e quasi sempre la risposta è: non lo so. Si tratta di una questione seria e complicata perché non trovi sempre il modo di spiegare quello che intendi chiarire su un problema cogente. Parliamo del sequestro Maduro avvenuto qualche giorno fa da parte del banditismo americotrumpiano.
Trump avrebbe violato il diritto internazionale? Ma di che parliamo? Ma con quale faccia tosta il liberalismo democratico, cioè l’Occidente, che si è costruito sulla rapina mondiale, per oltre 500 anni, ai danni di tanti popoli del sud del mondo oggi invoca il diritto internazionale?
C’è un unico diritto ed è costituito dalla forza: se ce l’hai la usi, se non ce l’hai non la puoi usare e cerchi di arrangiarti come puoi.
Trump ha fatto quello che uno Stato imperialista in crisi è stato obbligato a fare: cercare a tutti i costi, pensando di avere la forza sufficiente e necessitata, di mettere le mani sulla maggiore materia prima del momento storico, il petrolio, e in modo particolare nei confronti di un paese, quale il Venezuela è il maggior produttore del miglior greggio.
Il punto in questione che dobbiamo perciò affrontare non è se ha violato o meno il diritto internazionale, figurarsi, ma perché è stato costretto a farlo e lo sta potendo fare in questo preciso contesto storico. La storia è fatta di tempi e mai un tempo successivo è uguale a uno precedente.
Siamo chiari: fallito il tentativo di costituire una nuova Israele in Ucraina, per smembrare e smantellare la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse, causa la dura e obbligata – e finalmente – reazione, agli Usa, rimaneva la necessità di mettere le mani altrove, in conto proprio e contro altri paesi occidentali, cioè gli europei, per intenderci.
Esclusa la Russia rimanevano due poli da neutralizzare e governare: uno in Medio Oriente, l’altro in America Latina. In Medio Oriente dove si aspettava la pistola fumante per radere al suolo Gaza, annientare la popolazione palestinese e indurre a miti consigli i paesi dell’area, l’altro polo l’America Latina.
Sicché abbiamo tre scenari di crisi esistenziali: a) l’Occidente col calo dell’accumulazione e calo demografico; b) la Cina col calo dei tassi di sviluppo, calo demografico e nuovi mercati in Africa e America Latina, e c) la Federazione russa che di fronte alla possibilità di essere annientata come unità nazionale ha dovuto reagire come causa di forza maggiore.
Il liberalismo trumpiano è la risposta più logica, più coerente, più conseguente dal punto vista capitalistico: di fronte alla caduta verticale della produzione di valore e di accumulazione, rimane un’unica strada: padroneggiare le materie prime, indurre le altre economie a sottostare alle proprie condizioni, oggi prima che sia troppo tardi. Dunque la campana suonava sì per il Venezuela, ma era diretta alla Cina tanto per il sud America, quanto per l’Iran dove la nuova via della Seta aveva sviluppato una nuova rivoluzione copernicana attraverso la via terra per il trasporto delle merci per arrivare in Africa e in Europa, come abbiamo scritto in un nostro precedente articolo.
Erano mesi che la propaganda si orientava contro il povero “narcotrafficante” Maduro, ed era ovvio che insieme alla propaganda si lavorava attraverso i servizi segreti per arrivare a un’operazione “indolore”. Ed era altrettanto ovvio che un governo di una popolazione di 28 milioni di persone deve tener conto di mille problematiche e innanzitutto sottostare alle volontà delle maggiori compagnie petrolifere, che seppur nazionalizzate devono rispondere alle leggi del mercato. Dunque un governo Maduro prigioniero, già prima di essere arrestato dalla polizia yankee, dalle leggi dell’economia di un sistema infame. Sicché aveva mani e piedi legati, e la testa che batteva continuamente contro il muro sul da farsi.
Di fronte a tutto questo ci sono sempre i soliti imbecilli ideologizzati pronti a fornire suggerimenti da lontano e fuori dal pantano cui si dibatteva Maduro, che il suo arresto, per quanto strano e paradossale possa sembrare, sia divenuto una liberazione! Si, avete letto bene: un individuo in balia di venti avversi e di onde di un mare tempestoso, gli Usa mettono in galera, lo accusano dei reati più ignobili e lo condannano. Non era successo con Saddam Hussein?
E il popolo venezuelano? Come si comporta un popolo che all’immediato avverte il peso di un destino tragico?
Da questo punto in poi comincia un nostro ragionamento che necessariamente si rivolge a chi testardamente non è in grado di capire e non ha voglia di capire.
Il punto in questione è semplice: si è chiusa definitivamente una fase, quella estensiva del modo di produzione capitalistico, dove ogni nazione cercava di sviluppare un’accumulazione in modo autoctono e di sottrarsi alle spire imperialiste. Una legge, questa, che è valsa per tutto il mondo. Sicché quello che chiamiamo bolivarismo, leninismo, maoismo, castrismo, chevarismo, benbellaismo, hociminismo, nasserismo, khomeinismo, husseinsmo, e via di questo passo rispondeva a quelle necessità. Necessità che in modo combinato e diseguale si sono grossomodo realizzate anche se provocando nuovi drammi marginalizzando oltremodo immense sacche di povertà e obbligando centinaia di milioni di esseri umani a cercare una sopravvivenza verso le coste occidentali.
Il punto in questione che tentiamo di evidenziare è che quelle rivoluzioni – ripetiamo che cercavano di integrarsi in un modo di produzione mondiale con un proprio sviluppo autoctono – hanno esaurito il loro compito, ed è venuta meno perciò una condizione di spinta propulsiva, un concetto che espresse con estrema chiarezza l’Enrico Berlinguer, che giustificava così il distacco dalla Russia e l’adesione alla Nato e alla liberaldemocrazia.
Dunque non c’è più, caso mai ci fosse stato, un mondo unificabile di paesi del sud del mondo contro l’imperialismo, come pensava in qualche modo il vecchio Mao. Una ipotesi a somma zero.
Venendo meno, perciò, due ipotesi come la rivoluzione per l’indipendenza e un fronte di paesi antimperialistici, si è aperta la voragine della spietata concorrenza non solo tra paesi imperialistici ma anche fra i paesi di recente sviluppo capitalistico in un bellum omnium contra omnes (una guerra di tutti contro tutti). Trump altro non è che il volto di un processo oggettivo di una cascata dei più potenti. Di che meravigliarsi?
Che fare?
Il buon Lenin, un cervello fine come pochi, e odiato dal mondo occidentale nonché dai cosiddetti critici democratici occidentalisti, perché si pose al servizio della rivoluzione, copiando un opuscolo di Kautsky cercava di stimolare alla necessità del fare, ovvero di alimentare fra le masse una coscienza rivoluzionaria, in modo particolare fra la classe operaia, secondo il principio del Manifesto del 1848 di Marx ed Engels, una classe deputata alla rivoluzione comunista. Con lui, più maturo di alcuni anni si era schierato Plechanov, che intuendo il moto rivoluzionario della fase, che avrebbe coinvolto anche la Russia, chiedeva agli intellettuali di schierarsi e di non stare alla finestra.
Entrambi avevano ragione e torto: perché era vero che la rivoluzione incubava ma non sarebbe scoppiata per presa di coscienza da parte della classe operaia come pensava Kautsky e con lui Lenin; e allo stesso modo Plechanov aveva ragione e torto perché era vero che la rivoluzione era in marcia, ma non sarebbe scoppiata in modo meccanico, ovvero per accumulo di forze. Una controversia filosofica, teorica e politica che non intendiamo sbrogliare in queste note.
Mentre intendiamo sottolineare uno dei maggiori lavori di Engels, l’Anti-Duhring, un capolavoro polemico contro l’idealismo per affermare la forza delle leggi impersonali del capitale, ovvero del modo di produzione capitalistico. Infine ci corre l’obbligo di citare un altro grande studioso che la storia ha posto in evidenza: quel Nikolaj I. Bucharin, che con troppa superficialità ideologica è stato trattato come non meritava. Anche lui aveva ragione e torto nell’esaminare lo sviluppo della rivoluzione russa: aveva ragione affermando che senza lo sviluppo meccanico della campagna, dunque senza l’arricchimento dei contadini la rivoluzione non avrebbe avuto vita facile. Ma aveva torto, perché o il bolscevismo avrebbe stimolato l’arricchimento di una classe contadina, oppure avrebbe dovuto dare priorità allo sviluppo della difesa, visto l’accerchiamento continuo che le potenze europee operavano. Col senno di poi dobbiamo dire che il bolscevismo, come sostiene anche Jeffrey Sachs, in un suo brillante saggio, La russofobia europea e il rifiuto della pace da parte dell’Europa: un fallimento lungo due secoli, furono obbligati a dare priorità storica allo sviluppo della difesa.
Sia chiaro: per come ribolle la situazione generale molti sono tentati a voler fare e si chiedono cosa fare, senza riuscire a fornire risposte convincenti. Poi ci sono certi gruppi di poveri scellerati che si inventano partiti alternativi, tendenze rivoluzionarie alternative, sindacati alternativi e via di questo passo. Fa parte delle velleità umane, non possono essere colpevolizzati anche perché non fanno nessun danno, si beano allo specchio e vivono felici.
Da parte nostra intendiamo porre all’attenzione di quanti si interrogano seriamente sulla fase di dove è diretto il movimento storico del modo di produzione capitalistico le cause profonde della sua crisi che non permettono in alcun modo una ripresa dell’accumulazione su larga scala in nessuna parte del mondo. Sicché ci troveremo di fronte continuamente a ondate di sommosse improvvise proprio perché la storia non è lineare ma procede in modo ondulatorio e sussultorio.
Ciò detto, comprendiamo benissimo il sentimento di chi innalza la foto di Maduro in Venezuela o in qualsiasi altra parte del mondo, per denunciare l’atto piratesco dell’imperialismo occidentale per mano di Trump, ma avendo la consapevolezza che sul piano politico non abbiamo da proporre un modello, proprio perché è l’insieme del sistema che sta implodendo e non può in alcun modo essere salvato dai Xi Jining, dai Putin e meno che mai dai vari Maduro. È questa la questione che cerchiamo di porre con forza, ben sapendo che la prima domanda che si pensa è: cosa fare, allora?
Rispondiamo senza alcuna esitazione: serve a poco o niente la critica valoriale al capitalismo o la denuncia di un Trump che disprezza il diritto internazionale. Dare del brigante a un rapinatore vuol dire rendergli onore. Perché chi si adopera tanto su questo terreno tiene in serbo il desiderio di un capitalismo diverso, privo di eccessi liberisti, e magari occhieggiando al “socialismo” cinese, vero Pino Arlacchi? Vero professor Zhok? E questo lo diciamo solo per rimuovere una illusione tremenda da non alimentare verso le nuove generazioni.
Altissima vetta o è un effetto dell’ombra che si allunga?
L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela risulta una scelta obbligata e per certi aspetti un atto mosso dalla disperazione di una nazione in balia di una lunga crisi della accumulazione che non trova soluzione. Di questa aggressione, che assume i connotati di un vero e proprio atto di pirateria navale, non va considerato solamente il bombardamento di Caracas e il vigliacco rapimento del presidente Maduro e di Cilia Flores, ma il blocco navale nel suo complesso, che tutt’ora prosegue in maniera asfissiante davanti alle coste del paese. L’aggressione non ha come fine ultimo un regime change. Una iniziativa cominciata mesi fa, nella quale i singoli obiettivi sono risultati casuali, piuttosto che essere frutto di una unica strategia di lungo respiro pianificata.
Trump nella conferenza stampa dalla residenza di Mar a Lago ha espresso due semplici concetti: abbiamo l’esercito più forte del mondo e le più grandi compagnie e imprese del mondo; abbiamo interessi vitali nell’emisfero occidentale, che sono le riserve petrolifere e i territori geografici dove transitano le merci – il canale di Panama e la rotta artica della Groenlandia. Su di essi rivendichiamo il controllo, l’amministrazione e il governo. Una dichiarazione di intenti che segue i fatti. La stampa dell’establishment liberale riassume i concetti trumpiani come la fine delle regole del “diritto internazionale” e delle norme del commercio mondiale tutelate secondo WTO, GAT, eccetera.
Sia detto per inciso che il diritto internazionale è il risultato dello sviluppo del processo storico che frantumò l’insieme degli accordi bilaterali commerciali del periodo di fine ottocento e inizio novecento, disintegrando così il precedente assetto del mercato in segmenti doganali coloniali. Da lì, attraverso due guerre mondiali, emerse una nuova forma del mercato mondiale più interdipendente e interconnesso con le sue norme e leggi internazionali più o meno condivise. Tali norme sono divenute poi regole di diritto “universali” di leale competizione, ma di fatto pertinenti solo nelle relazioni tra le grandi potenze. Viceversa, nel rapporto di queste verso i paesi del cosiddetto Sud Globale è sempre stato fatto l’uso del diritto della forza militare quando la forza economica era insufficiente allo scopo. Infatti dal punto di vista del Sud del Mondo e dei paesi in via di sviluppo il diritto internazionale è sempre stata la legge uguale tra diseguali esercitata dalla forza dell’imperialismo. Il messaggio inviato dall’America e da Trump è chiaro: è finito il tempo della leale concorrenza tra noi grandi potenze nelle relazioni economiche e commerciali con il resto del mondo, dove vince il più produttivo e competitivo nell’imporre relazioni di scambio combinate e diseguali con i paesi produttori di materie prime. Ora, gli accordi commerciali con i paesi da sfruttare si vincono con l’uso della forza.
Dietro la facciata pubblica di grande potenza c’è, però, il declino dell’America, il cui orizzonte è quello verso una nuova guerra civile come gli avvenimenti in corso proprio in queste ore nel Minnesota e a Minneapolis fanno ulteriormente presagire. L’avventura in Venezuela è l’azione necessitata dalla crisi di una nazione nella competizione con l’Asia e in particolare con la Cina, che pezzo dopo pezzo sta rosicchiando il mercato delle materie prime in intere aree del mercato mondiale. Delinea il tentativo di frenare la penetrazione dei capitali cinesi proprio in quei paesi con potenzialità di sviluppo e obbligati ad aprirsi a investimenti di capitale stranieri. Da un lato c’è la capacità della Cina, in virtù del balzo produttivo degli ultimi 40 anni, di esportare capitali finanziari e investimenti di capitale produttivo, ovvero la capacità di esportare macchinari moderni, a prezzi competitivi, da riconnettere nella catena del valore dell’immensa officina asiatica e della sua domanda di merci.
Dall’altro c’è uno sbiadito dollaro e petrodollaro, il cui valore nominale non corrisponde più alla capacità di accumulazione nella produzione delle materie prime e nella produzione dei macchinari moderni, senza che queste vadano a pagare dei dazi reali a causa della dipendenza produttiva e industriale con l’Asia e con la stessa Cina. A ciò si aggiunge che gli Stati Uniti e gran parte dell’Occidente sono sprovvisti proprio di quei minerali rari e di quelle materie prime necessarie per fabbricare i componenti delle moderne tecnologie che concorrono a produrre beni di consumo e macchinari in autonomia.
Se Pete Hegseth, Ministro della Guerra USA, mesi fa in estate dichiarava pubblicamente che l’obiettivo degli Stati Uniti fosse quello di rendere l’industria militare americana indipendente e autonoma dalla produzione cinese, ciò la diceva lunga circa la perdita di capacità di autonomia e di competitività degli Stati Uniti sull’insieme decisivo della nuova industria.
I gap di competitività con la Cina si fanno via via preoccupanti in tutti i settori della produzione e dei servizi, mentre la centralità del dollaro come misura generale e universale del valore sugli scambi mondiali non compensa più la sovrapproduzione ma si traduce solo nel suo aspetto negativo che la valuta universale comporta: dalla montagna di dollari stampata, non corrispondendo più una capacità produttiva equivalente, sgorga solo il fiume del debito pubblico USA che si ingrossa in modo incontrollato. Un debito che si estende al settore privato delle aziende e delle famiglie. Come ridare valore reale a una valuta=debito e sostenere la ripresa di produttività, se non appunto accumulando manu militare suolo e risorse dei paesi in via di sviluppo?
Una volta che questi si sono liberati dal vecchio colonialismo formale e posto le premesse per una accumulazione autoctona, i paesi dell’America Latina, Africa e Asia si trovano obbligati a inserirsi nella catena del mercato e ad aprirsi ai capitali stranieri. La Cina ha la capacità di offrire capitali di investimento produttivo a condizioni più competitive, corrispondendo allo sviluppo delle forze produttive e ai bisogni di quei paesi. Da anni, viceversa, gli USA e l’Occidente non hanno avuto altro da offrire all’Africa e all’America Latina che i prestiti da strozzino e le tagliole del FMI. E’ il risultato inesorabile della legge del valore, che pone gli Stati Uniti con le spalle al muro alla fine di un tempo storico di un modo di produzione non più in grado di riprodurre i fattori del suo movimento storico.
Mesi fa Ibrahim Traorè – personalità che emerge da un processo rivoluzionario che coinvolge il Sahel e il Burkina Faso – faceva una semplice considerazione alla platea di giovani studenti burkinabè: perché intraprendere degli accordi di prestito finanziario con i paesi dell’Occidente, se poi quello che ci serve in termini di tecnologie e macchinari per sviluppare l’agricoltura e la manifattura sono prodotti a prezzi più vantaggiosi in Cina? Questa è la realtà materialistica dei fatti e se ciò vale per il Burkina Faso, a maggior ragione vale per tutta una serie di paesi che in virtù delle immense risorse di materie prime, e dunque di potenzialità di sviluppo, richiamano per necessità capitali stranieri e attirano i capitali produttivi cinesi. L’establishment occidentale e la stampa prezzolata può frignare quanto vuole che la Cina è cattiva e illiberale, ma la democrazia, cari signori, la democrazia occidentale non ha mai dato da mangiare ai popoli sfruttati e oppressi. Soprattutto in questo momento in cui siete impegnati a sostenere Israele nel compimento del genocidio del popolo palestinese.
Scrivemmo su questo blog che la ritirata dall’Afghanistan era il film della ritirata del dollaro davanti alla avanzata dello yuan cinese nella regione e in Asia occidentale. Da quella ritirata, ben peggiore di quella che gli USA subirono a Saigon il 30 aprile 1975, il domino della crisi sarebbe stato inesorabile e accelerato. Da lì in poi per gli Stati Uniti e l’Occidente è divenuto vitale e imprescindibile usare il concentrato materiale di violenza accumulata nel corso di cinque secoli per contendere all’Asia e alla Cina il mercato mondiale sulle materie prime.
Potrà stupire, ma è la capacità di accumulare (o sovrapprodurre) materie prime e la trasformazione di queste in macchinari, dunque la capacità produttiva, che dà valore alla valuta e non il contrario.
Figlia, perciò, del medesimo declino è stato il tentativo di piegare la Russia attraverso l’Ucraina per ricondurla al mero ruolo di nazione produttrice di materie prime. Così è l’aggressione all’Iran e il sostegno incondizionato di Israele nel genocidio dei palestinesi. Così è figlia della stessa crisi e di contrasto alla Cina il bombardamento in Nigeria, e oggi il Venezuela.
In sostanza stiamo assistendo a una guerra per pezzi che è sì contro i paesi aggrediti per far razzia delle risorse di materie prime, ma è rivolta contro la Cina, nei confronti della quale gli Stati Uniti e il seguito dei paesi occidentali non possono confrontarla direttamente sul piano della competizione economica e diviene controproducente farlo frontalmente sul piano militare.
L’aggressione al Venezuela è una questione di petrolio, dunque? Sì, ma non solo di quello!
Certamente, gli Stati Uniti si trovano in perenne difficoltà per quanto riguarda il fabbisogno energetico e la dipendenza dall’import di petrolio e gas. Gli attuali siti di produzione di Shale Oil sono in via di esaurimento, si ipotizza verso il 2027. A quel punto sarà necessaria una nuova mole di investimenti, che richiederanno un prezzo del petrolio stabile e non inferiore a una certa soglia. Altrimenti le compagnie USA potrebbero trovarsi costrette a esportare lo scisto a prezzi quasi sottocosto, oppure a costi di ammortamento lunghi perché in tal caso obbligati a ridurre i cicli di produzione. Sicché controllare il volume della produzione generale di petrolio conquistando le riserve altrui, piuttosto che semplicemente produrlo ed esportarlo, è sicuramente una parte del problema che agita l’America e gli strati sociale dei ceti medi e dei piccoli produttori.
Il Venezuela, come lo stesso Trump ci dice (ma già lo sapevamo), possiede le più grandi riserve petrolifere al mondo. Ma non solo petrolio anche naturali generali. Nonostante questo la produzione di greggio giornaliera paragonata a quella degli altri paesi OPEC è davvero una inezia: meno della metà di quella dell’Iran e della Nigeria, dieci volte inferiore di quella dell’Arabia Saudita, 8 volte inferiore di quella della Russia e degli Stati Uniti e 6 volte meno della produzione giornaliera dell’Iraq. Ciò è dovuto a una serie di fattori. Il controllo esclusivo dell’imperialismo USA dagli anni ’30 fino agli anni ’70 che pianificava i cicli secondo la convenienza delle produzioni in patria. L’inefficienza e speculazione delle classi borghesi liberiste al potere, che attraverso la PDVSA (Petroleos de Venezuela SA) istituita nel 1976 a seguito della nazionalizzazione dell’industria petrolifera del 1973, erano interessati solo alla rendita e poco a re-investire. Successivamente, l’embargo e le sanzioni degli Stati Uniti volti a scoraggiare l’acquisto di petrolio venezuelano.
Ma soprattutto è stato a causa dei rapporti di mercato combinati e diseguali che hanno impedito di sviluppare i volumi della produzione, questo per il passato. Mentre la crisi generale dell’accumulazione mondiale rende impossibile per il Venezuela aumentare i volumi oltre una certa soglia senza far precipitare l’intera catena in uno shock petrolifero generale, questa la causa del presente. Eccolo qui il vero nodo gordiano delle leggi impersonali di un modo di produzione generale, che sottrae la terra da sotto ai piedi alla alleanza sociale di quelle classi lavoratrici e popolari unitesi nel progetto politico economico della rivoluzione bolivariana.
Non si può trattenere per decreto una spinta oggettiva delle forze produttive a produrre valore, perché la merce, come l’acqua, trova sempre la via del mare attirando quei capitali che sono alla ricerca disperata di nuove opportunità per realizzare plusvalore. Così come non vi era e tuttora non vi è, proprio per queste ragioni, alcuna volontà politica del governo bolivariano di chiudere le porte al capitale e agli USA, l’aggressione al Venezuela non avviene perché l’accesso per lo sfruttamento delle riserve petrolifero gli viene negato o per riprendersi il “maltolto” subito dalla Exxon Mobil più di due decenni fa. Sono 102 anni che la Chevron opera ininterrottamente nel paese, lavorando un quarto del petrolio venezuelano. Maduro il 1 gennaio si era perfino dichiarato disponibile a fornire ulteriori concessioni ai capitali nord americani dichiarando alla stampa internazionale che « se vogliono il petrolio del Venezuela, il Venezuela è pronto ad accettare investimenti statunitensi come quelli della Chevron, quando, dove e come vogliono farli ».
Un “tradimento” nei confronti di un movimento sociale che voleva sviluppare il paese sostenendo una causa “anti-imperialista”? Vogliamo semplicemente porre alla attenzione il fatto che ogni paese che riesce o è riuscito a tagliare le grinfie imperialiste, poi però per svilupparsi, anche quando è orientato dal punto di vista delle masse povere e lavoratrici, come era nelle intenzioni del bolivarismo chavista, non può sfuggire alle leggi e alle forze impersonali del mercato. Viceversa, quella dichiarazione riflette lo stato d’animo reale della classe operaia dell’industria petrolifera, che da anni mugugna contro la stagnazione della produzione che non decolla e conseguentemente per la stagnazione dei salari.
Ma se così stavano le cose, se Maduro aveva dato ampi cenni di disponibilità, allora perché gli Stati Uniti hanno proseguito nella loro banditesca aggressione? Che cosa che la povera Machado, troppo impopolare è in disparte, o la destra liberista potrebbero offrire in più circa il petrolio e lo sfruttamento delle altre risorse mineriarie, che Maduro e l’attuale governo “madurista senza Maduro” della vice presidente Rodriguez non potrebbero concedere?
La questione risiede appunto che i capitali di investimento cinesi sono più competitivi, dunque batterebbero nella concorrenza quelli USA per mettere a valore lo sfruttamento delle materie prime, dal petrolio ai metalli rari, dall’agricoltura ai progetti di modernizzazione delle infrastrutture di trasporto e telecomunicazioni.
Indipendentemente dalla volontà dei governi di destra liberisti e di quelli di sinistra la legge del valore è inesorabile, e non c’è dubbio alcuno che anche una Machado o una destra neo liberista al potere in Venezuela, più aggressiva nella privatizzazione dell’economia che lo stesso PSUV ha avviato a partire dal 2020, alla fine finirebbe per concludere accordi commerciali e di prestiti finanziari con la Cina. Anche il governo Milei non riesce a evitare che la cooperazione finanziaria tra Cina e Argentina sia stabile e in crescita [vedi qui] nonostante le lamentele statunitensi.
La penetrazione dei capitali di investimento cinesi in Sud America e in Centro America è un dato di fatto, mentre lo sviluppo della regione integrata nel mercato mondiale ridetermina le classi sociali del vecchio e defunto cortile di casa. Evocare la dottrina Monroe oggi equivale ad ammettere che l’America Latina è radicalmente mutata e non è più il cortile di casa degli Stati Uniti. Pertanto la può solo menzionare, ma tornare al tempo della dottrina Monroe è impossibile. I paesi dell’America Latina non sono più la città in tumultuoso sviluppo all’ombra dell’accumulazione mondiale in fase ascendente e una massa sterminata di campesinos poverissimi e senza terra. In molti paesi la popolazione che vive nei centri urbani ha raggiunto l’80% della popolazione, le campagne si spopolano nei processi di emigrazione e di urbanizzazione. Le classi sociali da macro blocchi coesi e una vastità di contadini senza terra poverissimi, oggi vanno ad articolare dei corpi sociali fluidi all’interno della catena mondiale del valore, che inesorabilmente porta i produttori piccoli e medi a guardare verso l’oriente asiatico e alla Cina.
L’epoca degli squadroni della morte e della CIA, che potevano destabilizzare i paesi dell’America Latina con facili e improvvisi colpi di stato si è conclusa per sempre. Certamente la CIA continua a operare nella regione, continuerà a essere prodiga di tessere le peggiori efferatezze contro gli sfruttati, le masse lavoratrici, sono ancora centinaia gli omicidi mirati di rappresentanti politici e sindacali dei lavoratori e dei contadini senza terra da parte delle cricche locali delle classi ricche con l’agevolazione di agenti stranieri. Ma da qui a realizzare dei golpe militari come si faceva una volta è divenuto vieppiù complicato. Non sarebbero mai potuti avvenire senza la formazione di un consenso silenzioso ma diffuso da parte di certi strati sociali del ceto medio produttivo e di lavoratori privilegiati che si sviluppavano nell’indotto degli investimenti USA e di cui proprio l’ordine dittatoriale militare faceva da garante.
Quanto è appena accaduto in Venezuela è la prova tangibile che quelle possibilità sono definitivamente alle spalle, è stato necessario un intervento militare diretto senza che esso abbia realizzato il rovesciamento delle forze politiche di governo.
Più che make america great again è un susseguirsi di risvegli dopo sogni inquietanti. I dazi si sono rivelati un flop, non hanno né ridotto il debito USA, che è continuato a crescere incontrollato, né a ridare slancio in termini di produttività e competitività alle aziende USA. Il risultato è una serie di tentativi obbligati, dettati dalla disperazione e senza un piano strategico in assenza dei fattori materiali che contano: il tumultuoso ciclo espansivo dell’accumulazione mondiale del passato, nel quale gli Stati Uniti dominavano per la propria capacità produttiva, il commercio mondiale di merci, macchinari e capitali.
Per catturare Maduro e la moglie, Cilia Flores, con la compiacenza e la collaborazione trasversale di apparati statali e parastatali, gli Stati Uniti hanno dovuto dislocare una flotta navale di dimensioni pari a quella che Bush schierò nel marzo del 2003 nel Golfo Persico. Una sproporzione di forze impiegate circa l’obiettivo dichiarato ai media mondiali: portare Maduro in manette negli Stati Uniti per una accusa di narco traffico totalmente inventata. L’unico successo reale che al momento l’amministrazione Trump può vantare è quello di aver compiuto una atto di pirateria vero e proprio, il sequestro di una petroliera e del suo carico di 2 milioni di barili di greggio e di bloccare temporaneamente i progetti di investimento cinesi nel petrolio venezuelano volti ad aumentarne i volumi della produzione. Oltre, all’ovvio spavento e balbettio degli alleati concorrenti europei.
Trump trionfalmente ha dichiarato che il “petrolio è nostro”, che “governeremo il Venezuela”. Poi, però, Marco Rubio, rettificando il presidente, si trova costretto a chiarire che «gli Stati Uniti useranno il potere acquisito grazie al blocco petrolifero imposto al Paese e al rafforzamento militare nella regione per raggiungere i propri obiettivi politici. Non ha affermato che gli Stati Uniti governeranno direttamente il Venezuela».
E se gli “obiettivi”sono ancora da raggiungere, tra i ceti della middle class trumpiana inizia a serpeggiare viva preoccupazione circa l’eventualità di una invasione di terra, dunque una ennesima guerra infinita per il petrolio, uno stato d’animo che può aprire profonde fratture nel movimento sociale e politico del MAGA.
Da lunedì 5 gennaio la PDVSA ha emesso un comunicato che la capacità di stoccaggio del petrolio è quasi esaurita. E’ possibile dunque, fintanto che il blocco navale piratesco non viene allentato, che la produzione debba fermarsi, con conseguenze imprevedibili sull’andamento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. Sicuramente peserà nel braccio di ferro attualmente in corso tra il governo madurista e gli Stati Uniti. Le conseguenze dirette sulla popolazione e per le classi lavoratrici e povere delle città del Venezuela si faranno sentire. Prima ancora che per i salari degli operai del settore petrolifero, saranno i conti dell’import dei beni alimentari di prima necessità che diverranno problematici. Le classi popolari che con grande sforzo e sacrificio avevano da poco raggiunto l’obiettivo della sicurezza alimentare, potrebbe di nuovo avere a che fare con gli scaffali vuoti, l’inflazione, la speculazione e il mercato nero. Uno scenario che può contribuire a erodere la coesione del blocco sociale della cosiddetta rivoluzione bolivariana. La mobilitazione contro l’aggressione statunitense e per la liberazione di Maduro e Cilia Flores, seppure non immediata, ha visto la partecipazione dai quartieri popolari di Caracas e della base del PUSV, un popolo meticcio di alcune decine di migliaia di persone che ha attraversato le vie della capitale. L’establishment statunitense coltiva, però, la speranza che l’aggravarsi della crisi a causa dell’assedio navale, possa spingere proprio il settore dei lavoratori dell’industria petrolifera a divenire quel cavallo di troia che gli spalanchi le porte del controllo politico assoluto. Non sarebbe la prima volta nella storia recente che una mobilitazione operaia vada a combinarsi con gli interessi dei capitali occidentali. A ciò sta lavorando la Chevron che in un comunicato ufficiale ha voluto precisare che la compagnia « continua a concentrarsi sulla sicurezza e sul benessere dei propri dipendenti, nonché sull’integrità dei propri beni. Continuiamo a operare nel pieno rispetto di tutte le leggi e i regolamenti pertinenti ».
Ma anche questa eventualità, se dovesse accadere, se il governo madurista dovesse cadere per la mobilitazione in senso reazionario di settori popolari, anche in questo caso gli Stati Uniti rimarrebbero invischiati direttamente in un pantano con tutte le conseguenze negative del caso.
D’altra parte sarebbe la conferma di quanto andiamo sostenendo da tempo: che nella crisi generale di un modo di produzione e della accumulazione le classi sociali – in quanto classi – si volgono in maniera conservativa e corporativa in relazione alla produzione del valore. La rivoluzione, perciò, non è data dall’ergersi soggettivo di una classe per sé, come pensavano Marx ed Engels, ma si sviluppa quale agente riflesso della crisi sulla massa degli sfruttati che disciolti dalla classe si trovano costretti ad agire per stato di necessità di fronte a nuove e più decisive domande che di volta in volta si pongono.
Gli Stati Uniti definiscono quali sono i propri obiettivi a seconda di quelli che si presentano di volta in volta e per come sono determinati dal un moto inerziale della crisi.
Una volta che un processo è in moto, in questo caso quello del blocco navale militare del Venezuela, non rimangono altre opzioni: o c’è la ritirata disastrosa con un pugno di mosche in mano e un misero accordo migliorativo per certe compagnie; oppure lo scivolamento obbligato – per assenza di alternative – verso una amministrazione coloniale a tutti gli effetti e di lungo periodo. Ovvero, suo malgrado l’invasione militare di terra con tutte i costi relativi del caso. Non potranno bastare nove elicotteri d’assalto, si porrà il problema logistico su dove radunare qualche decina di migliaia di truppe pronte per l’invasione militare, e se non si vuole destabilizzare una intera regione allora dovrebbe essere via mare. Dunque, mettere nel conto un più alto numero di soldati americani caduti sul campo e tutta una serie di conseguenze sociali interne ben peggiori di quelle causate dall’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq. In ogni caso gli Stati Uniti invischiati in una spirale di caos e convulsione sociale ancora peggiore delle premesse, e le masse sfruttate del latino america a dover fare i conti in un quadro totalmente nuovo, con necessità diverse e senza potere trovare nel passato le risposte.
* Alessio Galluppi e Michele Castaldo








































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