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Uscita dall’euro e integrazione europea

Un binomio possibile

di Andrea Ricci

Intervento al convegno “Oltre l’euro. La sinistra. La crisi. L’alternativa.” Chianciano, 11 gennaio 2013.

La tesi che intendo argomentare potrà apparire ad alcuni contraddittoria, ad altri addirittura paradossale. In realtà, a me sembra l’unica via d’uscita progressiva da una situazione sempre più insostenibile. La tesi in questione è quella della necessità di un’uscita immediata e unilaterale dell’Italia dall’euro accompagnata da un progetto di ricostruzione, su nuove basi, del processo d’integrazione europea. Questa tesi si basa su due presupposti impliciti.

Il primo presupposto riguarda il rifiuto di una prospettiva isolazionista, costituita da un mix di protezionismo e di autarchia. Una prospettiva di questo genere, oltre a determinare grandi costi per un’economia di trasformazione povera di materie prime come quella italiana, avrebbe anche negative conseguenze di ordine politico e culturale. Essa, infatti, potrebbe legittimarsi agli occhi della pubblica opinione soltanto in virtù di un gretto nazionalismo, anacronistico e reazionario nel mondo attuale.

Non dobbiamo dimenticare che l’Italia, nella sua storia unitaria, ha già tentato almeno due volte simili esperimenti. Una prima volta, nell’ultimo quarto del XIX secolo, con il protezionismo crispino, fondato sull’alleanza tra la grande impresa settentrionale e il latifondo meridionale, che distrusse l’agricoltura del Meridione e pose le basi del permanente dualismo economico italiano;

una seconda volta, nel secolo scorso, per far fronte alla Grande Depressione degli anni Trenta, con l’autarchia mussoliniana. Non è un caso se entrambe le volte quelle politiche protezionistiche sfociarono, anche per necessità economiche, in un imperialismo straccione sempre più aggressivo e criminale, concluso prima nel 1896 con l’umiliazione di Adua e poi, ben più tragicamente, con la catastrofe della Seconda guerra mondiale combattuta al fianco dei nazisti.

Il recupero della sovranità monetaria nazionale non deve per forza di cose significare la chiusura in se stessa dell’Italia, il ripiegamento su valori imperniati su una presunta tradizione nazionale. La cultura, l’arte, la scienza italiana, quello che i francesi chiamano la civilization italienne, ha dato il meglio di sé, riuscendo a incantare e stupire il mondo, soltanto quando ha avuto una vocazione cosmopolita, aperta all’altro, al diverso, allo straniero, spesso in lotta o in fuga dall’arretratezza morale e materiale dei costumi nazionali. È per questa ragione che resto ancora, nonostante tutto, un convinto sostenitore dell’unità politica europea, perché credo che nell’epoca attuale sia l’Europa lo spazio in cui il nostro Paese possa progredire e prosperare. In attesa di un’altra epoca, quella dell’Internazionale futura umanità quando non esisteranno più né confini né barriere a dividere i popoli del mondo intero.

D’altra parte quando mai, un Paese, politicamente, militarmente ed economicamente debole come l’Italia ha goduto di una piena sovranità nazionale, sia in campo politico che economico? Quello della sovranità nazionale perduta con l’integrazione europea è un mito, una costruzione immaginaria senza riscontri reali. Un mito pericoloso e poco seducente.

Nell’epoca storicamente a noi più prossima, quella successiva alla Seconda guerra mondiale, l’Italia è stata ben più di altri Paesi europei, un Paese a sovranità limitata, pesantemente vincolato dagli interessi della potenza dominante, gli USA. La storia economica italiana del dopoguerra è piena zeppa di episodi di sudditanza allo straniero. Dai pesanti condizionamenti imposti alla ricostruzione post-bellica dal Piano Marshall in funzione anticomunista e antioperaia, all’assassinio di Enrico Mattei, per conto delle Sette sorelle petrolifere angloamericane. Dal ruolo di collegamento tra mafia, Vaticano e Wall Street svolto dal banchiere piduista Sindona, nominato uomo dell’anno nel 1974 appena tre mesi prima della bancarotta, dall’ambasciatore americano in Italia, alla politica di austerità imposta dal FMI in occasione del prestito chiesto dal Governo Andreotti nel 1976. E si potrebbe ancora continuare a lungo. Ciò che allora era diverso, era il contesto generale del sistema economico internazionale, definito dagli accordi di Bretton Woods ed ispirato ad un moderato neokeynesismo, ben lontano dalla globalizzazione neoliberista degli ultimi 25 anni. Di sovranità nazionale allora ce n’era forse meno che oggi.

Ma allora, qualcuno potrà obiettare, perché mai sostieni la necessità dell’uscita dall’euro e della rottura dell’UE? La risposta sta nel secondo presupposto implicito nella mia tesi.

Io ritengo che il peggior nemico dell’Europa, ciò che sta distruggendo il lavoro di decenni compiuto dalle precedenti generazioni, sfregiate dall’esperienza di due guerre mondiali figlie dei nazionalismi europei, sia proprio la sua moneta comune, l’euro. In tutta Europa stiamo assistendo al crescere impetuoso di sentimenti xenofobi e antieuropei proprio a causa delle sofferenze e delle umiliazioni economiche e sociali che l’euro impone alla maggioranza della popolazione, e in particolare alle classi lavoratrici. A quei falsi o ottusi europeisti, che un giorno sì e l’altro pure, sostengono che l’uscita dall’euro sarebbe un atto folle e irresponsabile, è facile ribattere che nulla è stato più folle e irresponsabile dell’imposizione dell’euro.

Come accadeva un tempo per il socialismo, ciò che oggi è in discussione non è l’euro ideale, immaginario, cioè un’astratta e generica moneta comune europea, ma l’euro realmente esistente, quello che è stato costruito negli ultimi quindici anni, non solo nei Trattati, ma nelle pratiche concrete di governo quotidiano della moneta e della politica economica dell’intera Unione. Una moneta, infatti, non è affatto una cosa banale e semplice come può apparire nell’uso quotidiano che ognuno di noi ne fa, non è una cosa neutra, un velo, un puro strumento per agevolare gli scambi economici. Questo è ciò che ci vuol far credere l’ideologia economica dominante, di matrice neoclassica e neoliberista, secondo cui i problemi monetari sono sempre falsi problemi, dietro i quali si nascondono quelli veri. Purtroppo, accade spesso di incontrare tale pensiero anche in una certa vulgata marxista che, non comprendendo l’analisi marxiana del valore e del denaro, riduce immediatamente ogni questione alla sfera della produzione materiale. La moneta, al contrario, è una forma reale enormemente complessa, la più complessa e oscura dell’intera vita economica e sociale. Essa struttura e governa una rete di relazioni di potere che definiscono un regime economico, con vincoli e compatibilità impossibili da oltrepassare.

Da questo punto di vista l’euro rappresenta un esperimento unico nella storia monetaria dell’umanità. Infatti, per la prima volta, è stata creata una moneta fiduciaria, cioè senza alcun valore intrinseco a differenza dell’oro o dell’argento, priva di una corrispondente entità politica statuale che ne garantisse l’emissione. L’euro è stato correttamente definito una moneta senza Stato, cui è specularmente corrisposta una serie di Stati senza moneta. Dal punto di vista tecnico, l’euro rappresenta per l’Italia e per gli altri Paesi dell’UME una valuta estera, avente la peculiare caratteristica di non essere garantita da nessun altro Stato, verso cui sarebbe sempre possibile entrare in un rapporto di contrattazione conflittuale. Vista in questi termini l’euro rappresenta una curiosità, un paradosso della storia, ma un paradosso drammaticamente reale.

Le aspettative iniziali, nel momento della sua nascita, erano ben diverse. La creazione dell’euro doveva essere soltanto il primo passo verso una sempre maggiore integrazione politica europea. In un certo senso, i suoi ideatori, a cominciare da quel Jacques Delors oggi fortemente critico verso le politiche europee, erano consapevoli di giocare una scommessa rischiosa, quando ritenevano che la moneta unica avrebbe reso irreversibile l’unità politica europea, vincendo le tante resistenze nazionali che a essa si frapponevano. In questo gioco d’azzardo sta l’irresponsabilità dell’euro, perché le cose sono andate in direzione opposta. Negli ultimi quindici anni l’Europa si è sempre più divisa, accentuando le divergenze nazionali in numerosi campi, dalla politica estera e militare alle politiche sociali ed economiche. Né ha essa compiuto un solo passo in avanti verso la definizione di regole e procedure democratiche in grado di legittimare i poteri sempre più estesi delle tecnocrazie europee. In questo quadro, ciò che è rimasto dell’euro è solo uno scheletro spettrale, senza più la polpa che lo abbelliva, lo scheletro di un potente strumento di dominio del capitale finanziario sulle classi popolari e lavoratrici europee.

Dal punto di vista strettamente economico, una moneta senza Stato ha comportato due decisive conseguenze che hanno minato la sostenibilità dell’euro. La prima conseguenza riguarda lo status, le funzioni e gli strumenti della BCE. La BCE è profondamente diversa dalle sue omologhe negli altri Paesi. Diversità di status perché la BCE gode di un’autonomia e di una indipendenza totali, che sfociano nell’irresponsabilità sui propri atti e comportamenti, essendo sottratta ad ogni forma di controllo da parte di poteri democraticamente legittimati. Diversità di funzioni, perché la BCE ha come compiti prioritari la tutela della stabilità finanziaria e il controllo dell’inflazione e soltanto in via del tutto subordinata e secondaria quelli della crescita economica e del sostegno all’occupazione. Diversità di strumenti perché la BCE non può finanziare direttamente il debito pubblico degli Stati membri ma può intervenire sul mercato monetario soltanto attraverso il canale del sistema bancario privato.

Per dare un’idea di quanto diversa sia la BCE è sufficiente ricordare il comportamento della FED in questi ultimi cinque anni di crisi. Al fine di sostenere l’economia e le finanze pubbliche, la FED ha concordato con il Ministero del Tesoro degli USA un massiccio programma di acquisto diretto di titoli pubblici americani pari in media a 85 miliardi di dollari al mese. Questa operazione ha consentito al Governo degli USA di finanziare un deficit pubblico pari in media al 12% annuo del PIL e di più che raddoppiare il debito pubblico americano, giunto ormai a circa il 123% del PIL, senza conseguenze di rilievo sulla stabilità del dollaro. Sostanzialmente la stessa cosa, hanno fatto in questi anni la Bank of England e la Bank of Japan.

La seconda conseguenza economica di una moneta senza Stato è l’assenza di meccanismi automatici, oltre che discrezionali, di redistribuzione delle risorse all’interno dell’area monetaria. In tutti i Paesi, siano essi di carattere federale o centralistico, questi meccanismi agiscono, non solo sotto forma di specifiche politiche regionali, ma semplicemente attraverso il normale operare del sistema fiscale e del Welfare. La redistribuzione territoriale delle risorse consente di rendere sostenibili gli inevitabili squilibri macroeconomici che una moneta unica, e quindi un unico tasso di cambio, comportano tra le diverse regioni dell’area. È, infatti, inevitabile che in uno spazio geografico ampio esistano differenze nei livelli di sviluppo e di competitività che, se lasciate al libero gioco del mercato, tendono riprodursi su scala sempre più ampia. Queste differenze non sono di per sé indice di inefficienza poiché consentono una razionale divisione del lavoro e della produzione all’interno di uno spazio geografico caratterizzato da differenti vocazioni economiche. Tuttavia, nell’impossibilità di modificare il tasso di cambio, ciò produce un crescente squilibrio nei conti esterni tra le aree in surplus e quelle in deficit che si traduce in un crescente indebitamento, pubblico e privato, delle economie deficitarie.

Come la teoria delle aree valutarie ottimali ha dimostrato mezzo secolo fa, in assenza di meccanismi di redistribuzione pubblica, l’inevitabile aggiustamento di questi squilibri può avvenire solo in due modi: o attraverso una massiccia migrazione della forza lavoro verso le aree più forti o attraverso una deflazione dei prezzi e dei salari nelle aree più deboli. Entrambi questi processi sono difficili e costosi, e diventano impossibili e distruttivi in situazioni di crisi strutturale come quella odierna.

Nell’UME queste differenze territoriali esistevano in forma massiccia sin dalla sua creazione e furono ulteriormente ampliate dalla fissazione del tasso di conversione delle monete nazionali con l’euro che ha penalizzato i Paesi con minore competitività. Fino allo scoppio della crisi finanziaria, l’aggiustamento strutturale è stato procrastinato dagli investimenti finanziari dei Paesi in surplus nei Paesi in deficit. L’interruzione dei flussi finanziari in seguito alla crisi, ha fatto venire in piena luce l’insostenibilità della costruzione europea.

La strategia mercantilista della Germania, basata sul contenimento coatto della domanda interna e sulla ricerca ossessiva di surplus commerciali, ha esasperato ancor di più la situazione. Il tasso di cambio dell’euro verso il dollaro e le altre principali monete è fortemente sopravvalutato per le economie periferiche dell’Eurozona e al contrario fortemente sottovalutato per la Germania e i suoi Paesi satelliti. Con l’euro la Germania ha ottenuto la quadratura del cerchio: da un lato ha mantenuto le caratteristiche di rigore nella conduzione della politica monetaria senza però, dall’altro lato, dover pagare lo scotto di un costante apprezzamento della propria valuta. Ancora una volta, come in passato, la Germania continua a recitare la stessa, drammatica parte: questo gigante dell’Europa si mostra incapace di esercitare un ruolo egemone e tende invariabilmente a rinculare verso l’esercizio di un brutale dominio che prima o poi è destinato a portarlo alla rovina, come in un’infinita fatica di Sisifo.

Le politiche di austerità imposte dalla Troika ai Paesi periferici non sono dettate da incompetenza o da malvagità. Esse sono necessarie e indispensabili per salvare l’euro reale, nella configurazione concreta che ha storicamente assunto. Soltanto una violenta riduzione dei salari e delle condizioni di vita delle masse popolari nei Paesi economicamente più deboli può sanare gli squilibri interni all’area dell’euro. Salvare l’euro al prezzo di un impoverimento di massa è la disperata e pericolosa manovra che sta tentando il blocco sociale dominante in Italia, imperniato sul capitale finanziario e sulle grandi imprese multinazionali con il supporto di strati sociali minoritari protetti dalla concorrenza internazionale, per consolidare i propri privilegi nel corso della crisi. Per questa ragione l’idea sostenuta da tanta parte della sinistra, moderata e non, di abbandonare le politiche di austerità mantenendo l’euro è, nel migliore dei casi, una pia e velleitaria illusione. L’UE e la sua moneta non sono riformabili. Esse devono essere rotte, devono essere spezzate, affinché possa ripartire un nuovo progetto di integrazione europea.

In questo senso l’Italia ha una grande responsabilità. A differenza della Grecia, del Portogallo, dell’Irlanda e perfino della Spagna, per dimensione economica, per storia e per collocazione geopolitica l’Italia può con un atto unilaterale segnare la fine dell’euro e l’inizio di un nuovo capitolo della storia europea. Senza l’Italia l’euro non esisterebbe più, la sua credibilità sarebbe irreversibilmente minata.

L’atto unilaterale iniziale è certo traumatico e comporta nei primi tempi misure eccezionali, come rigidi controlli sui movimenti di capitale o persino una temporanea inconvertibilità della nuova moneta e misure amministrative di congelamento dei prezzi e di indicizzazione dei salari. Ma tutto ciò, in presenza di una direzione politica forte e determinata, durerebbe poco e le trattative per un nuovo assetto monetario europeo (e forse mondiale) si aprirebbero in fretta. Soltanto uno shock, derivante da atti unilaterali, porrebbe tutti i Paesi nella necessità di ricontrattare le coordinate monetarie dell’Europa. Tutti ne avrebbero interesse. Anzi, ad averne il più grande interesse sarebbe proprio la Germania, onde evitare una secca perdita di competitività dell’industria tedesca derivante da una iper-rivalutazione della propria valuta. Praticare la rottura per perseguire un nuovo progetto di unità europea: questo dovrebbe essere il programma politico delle forze della sinistra italiana.
E dopo? Su quali concrete proposte questo nuovo progetto si potrebbe basare? Le idee in campo sono tante. Quella che a me sembra più interessante è lo spunto lanciato da Oskar Lafontaine, ex ministro tedesco dell’Economia, e ripreso da numerosi economisti in Francia, in Spagna ed anche in Italia, di ricostituire una nuova versione del Sistema Monetario Europeo, ben diversa da quella che precedette l’adozione dell’euro. Più che al vecchio SME, questa proposta si avvicina a quella formulata da Keynes e accantonata dagli americani durante la conferenza di Bretton Woods. A mio giudizio questo nuovo accordo monetario europeo dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

1) Reintroduzione delle monete nazionali, o costituzione di due o più monete tra raggruppamenti economicamente omogenei di Paesi, denominate euromonete (es. eurolira o eurosud), con conversione dei debiti pubblici nelle nuove monete nazionali a un tasso di cambio prefissato e possibilità di finanziamento monetario dei deficit pubblici da parte delle Banche centrali nazionali. Una misura di questo genere ridurrebbe immediatamente l’onere reale del servizio del debito pubblico per i Paesi maggiormente indebitati.

2) Mantenimento dell’euro come unità di conto e mezzo di pagamento virtuale per il saldo delle transazioni nette tra i Paesi membri dell’Unione Europea, in modo da ridurre la necessità di riserve valutarie internazionali. In tale nuovo contesto si dovrebbe favorire l’emissione di titoli nazionali e comunitari denominati in euro sui mercati finanziari internazionali (eurobond), anche come strumento di finanziamento del bilancio dell’Unione Europea, da rendere più consistente rispetto alle sue attuali dimensioni. L’emissione degli eurobond consentirebbe inoltre l’utilizzo dell’euro come strumento di riserva internazionale alternativo al dollaro da parte di Paesi terzi in quantità ben maggiori di quelle attuali.

3) Fissazione di un’ampia banda di oscillazione delle euromonete (ad esempio più o meno 15% dal valore centrale di parità), in modo da garantire margini di flessibilità sufficienti all’aggiustamento graduale degli squilibri interni. Qualora la quotazione di un’eurovaluta entri stabilmente nella fascia estrema della banda di oscillazione (ad esempio quando superi il valore di più o meno 12,5% dalla parità centrale) il Paese sarebbe tenuto a manovre macroeconomiche correttive, di tipo espansivo in caso di eccessiva rivalutazione o di tipo restrittivo in caso di eccessiva svalutazione. In tal modo si garantirebbe una simmetria, che oggi manca del tutto, nell’aggiustamento degli squilibri tra Paesi in deficit e Paesi in surplus nei conti esteri. Tale obbligo dovrebbe rappresentare l’unico vincolo imposto alle politiche di bilancio nazionali. In tal modo ogni Paese membro sarebbe libero di decidere in piena autonomia le politiche economiche e il modello sociale da adottare.

4) Introduzione di misure fiscali (Tobin Tax) e amministrative per ostacolare i movimenti speculativi di capitale. I proventi della Tobin Tax potrebbero, in tutto o in parte, confluire in un Fondo Europeo di Stabilità Monetaria (FESM) per l’erogazione di prestiti a breve termine ai Paesi membri in difficoltà nel mantenimento della parità valutaria.

5) Trasformazione del ruolo della BCE in una European Clearing Union con capacità di erogazione di credito ai Paesi membri nei limiti del FESM, eventualmente integrato dalla fissazione di quote a disposizione dei singoli Stati in rapporto alla loro dimensione commerciale. La BCE potrebbe inoltre svolgere funzioni di coordinamento delle politiche monetarie europee, conduzione della politica del tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre valute internazionali, vigilanza unitaria dei mercati bancari e finanziari, gestione del sistema dei pagamenti intraeuropeo (Target2), controllo dei movimenti di capitale, riscossione della Tobin Tax. Le attività della nuova BCE, al pari di quelle delle Banche centrali nazionali, dovranno essere sottoposte al controllo del Parlamento europeo e dei rispettivi Parlamenti nazionali.

6) Rafforzamento del coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio tra i Paesi membri, per garantire la necessaria convergenza delle politiche macroeconomiche. Eventuali modifiche delle parità all’interno del nuovo SME dovrebbero essere approvate e ratificate in sede comunitaria.

È evidente che una proposta di questo tipo è incompatibile con l’attuale assetto istituzionale dell’UE ed essa richiederebbe un nuovo Trattato istitutivo, una rifondazione su nuove e diverse basi dell’intero processo di integrazione europea. Per arrivare a questo occorre però prima rompere e poi ricostruire.
 
In conclusione spero di essere riuscito a dimostrare come il necessario recupero della sovranità economica e monetaria nazionale non significa per forza di cose il ripiegamento su posizioni nazionalistiche ma che anzi esso è in grado di acquistare forza e capacità di persuasione soltanto se inserito nel progetto di un nuovo ordine europeo e mondiale costruito su principi democratici e di autodeterminazione dei popoli. Questo credo debba essere il compito della sinistra italiana ed europea nell’attuale fase storica.
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