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sinistra

L’impotenza della ridentificazione

di Salvatore Bravo

3469065La scomparsa dell’identità in olocausto dello sviluppo economico è un dato palese; non si ha sufficiente consapevolezza del prezzo che quotidianamente ogni suddito del sistema capitale paga al capitalismo assoluto. Il nichilismo dell’identità è occultato da una serie di compensativi anestetici del dolore che procura la quotidiana lotta per ritagliare una momentanea forma-identità nel tumulto dello sviluppo economico: la merce che promette l’Eden in terra, il corpo liberato da ogni limite e confine, i viaggi del turismo acquisitivo e narcisistico svolgono la stessa funzione del Paradiso, per i mortali sofferenti nelle religioni monoteiste. Il capitalismo si rivolge alla pancia, per occultare la sofferenza di un’umanità senza volto e senza appartenenza. L’identità è divenuta una forma complementare alla volontà di onnipotenza: l’atomo-individuo in assenza del fondamento veritativo scolpisce la propria identità. L’inganno non è mai svelato, si spingono i sudditi liberati da ogni vincolo ontologico, alla perenne riqualificazione e rigenerazione delle identità, l’uomo modulare si compone e ricompone a seconda dei desideri. In verità è il mercato tecnocratico a soffiare verso alcune scelte piuttosto che altre in relazione alle necessità dello stesso e quindi dei prodotti da immettere. La merce-mercato decide le identità e nello stesso tempo le istituzioni affiancano il mercato elaborando l’illusione della scelta, difendendo, quale valore sacrale irrinunciabile, la scelta dell’identità plurale. La volontà di potenza si rovescia nella pratica dell’impotenza: nessuno è se stesso, ma ciascuno è come gli altri. Bauman nei suoi scritti definisce il tempo del capitalismo assoluto “puntiforme” non vi è continuità, non vi è progetto, i momenti temporali sono paragonati ad un punto, il quale è assenza di spazio e quindi di tempo, al soggetto non è concessa un’identità che consenta di scolpire il senso del proprio tempo, ma il tempo puntiforme è similare all’identità precaria, liquida pronta ad essere consumata, dopo averla utilizzata per vivere l’esperienza del momento.

Non vi è disegno ontologico in questo dongiovannismo identitario e temporale, ma solo il perenne essere esposti alle turbolenze del mercato. Il cambio continuo, il giudizio perenne del mercato sulla propria pelle mette in circolo la ridentificazione continua, la quale procura un continuo stato d’ansia: si è sempre inadeguati alla nuova identità richiesta dal mercato, si è sempre più stranieri a se stessi ed alla propria comunità; l’individuo gettato nella storia, e costretto “in libertà” a continue mutazioni è corroso dall’ansia ( si pensi al successo dei farmaci antidepressivi), la felicità del mutamento continuo scava la condizione di impotenza ansiogena1 :

Quindi il processo di identificazione deve essere portato avanti. Non si tratta solo di identificazione, ma piuttosto di riidentificazione. Per questo nei miei libri ho parlato di una modernità liquida. E perché parlo di liquidità? Voi sapete bene quali sono le caratteristiche dei liquidi: si distinguono per una caratteristica fondamentale, e cioè non conservano la stessa forma per troppo tempo, hanno la tendenza a cambiare di continuo. Possono condensarsi – in un contenitore assumeranno una certa forma – ma possono anche fuoriuscire. Cambiano, e l’impatto è imprevedibile. L’obbligo di ri-identificazione porta a uno stato di ansia acuta. Due sono gli aspetti fondamentali: l’uno attraente, l’altro invece molto doloroso. L’elemento attraente di questa dinamica è che questa situazione non è determinata, non è pienamente definita, quindi è aperta a esiti inattesi, e c’è soprattutto l’opzione di scelta. C’è dunque la prospettiva di poter cambiare la propria condizione, di migliorarla. D’altro canto, nella stessa situazione ci si sente molto a disagio, si ha una sensazione di incertezza, di insicurezza personale, perché non si può prevedere il futuro. I grandi cambiamenti degli ultimi cento anni erano imprevisti e inattesi. Il collasso del sistema dei crediti, per esempio, non era previsto. Ci confrontiamo quindi con un costante senso di inconsapevolezza, non solo perché i grandi eventi sono imprevedibili, ma perché la nostra stessa vita quotidiana non può essere facilmente prevista: per esempio, l’azienda per la quale lavorate e da cui dipende il vostro sostentamento quotidiano potrebbe fondersi con un’altra azienda e quindi chiudere i cancelli del vostro stabilimento e spostarsi in un altro paese in cui ci sono più prospettive di guadagno e più vantaggi. Pensate al vostro compagno o alla vostra compagna di vita, o a un amico o un’amica”.

 

L’epoca delle scissioni, della smobilitazione organizzata

L’ansia che pervade la moltitudine come conseguenza del flusso delle identità è un sintomo da cui partire per poter ricostruire la natura dell’essere umano per comprenderne la genesi. Se l’essere umano fosse per natura portato al baratto delle merci come delle proprie identità, avremmo creato in Terra l’Eden, si constano invece la presenza di più di trecento conflitti in termini geopolitici, i quali sono speculari della conflittualità, al dettaglio, nel quotidiano di ciascuno. Dunque l’essere umano per natura è comunitario, necessita di processi di riconoscimento e completamento per dare a se stesso forme stabili entro cui vivere, svilupparsi, dare un senso alla propria vita che altrimenti gli appare come gettata e dannata. La competizione ci vuole tutti uguali per spingerci alla guerra di tutti contro tutti, ma specialmente di ciascuno con se stesso. Ricreare continuamente identità pone il soggetto in uno stato di scissione con se stesso, di conflittualità nevrotica che lo consegna impotente e stremato alle logiche compensatorie del mercato. La scissione è la legge del capitalismo assoluto: il soggetto è scisso da se stesso, la politica dall’economia2 :

In termini pratici, “globalizzazione” significa che c’è un divorzio in corso, una separazione tra il potere e la politica. Che cos’è il potere? È la capacità di fare le cose. La politica è la capacità di decidere quali cose vanno fatte. Per molto tempo si è dato per scontato che ci fosse un matrimonio tra il potere e la politica, un legame che nessun essere umano poteva sciogliere. Si viveva nello stesso posto, nello stesso nucleo familiare, e lo Stato era lo Stato-nazione. Lo Stato-nazione aveva il potere di fare le cose. A causa della globalizzazione la situazione è cambiata: il potere è evaporato nell’iper-spazio, nello spazio globale. Manuel Castells lo ha chiamato “spazio dei flussi”. Non abbiamo gli strumenti per bloccare il flusso, per fermare il movimento. Il potere è salito verso l’alto. Eppure la politica, oggi, nel 2011, è rimasta ferma a cent’anni fa. La politica locale è ancora locale. La politica finisce al livello dello Stato nazione. Lo Stato-nazione non ha quindi gli strumenti per gestire problemi che fluttuano nello spazio globale. Il governo locale si trova a dover gestire problemi di cui non è la causa, perché i problemi arrivano dallo spazio globale. Le città contemporanee raccolgono problemi che sono stati creati in alto. C’è un problema globale di inquinamento, però è il sindaco di Padova che deve fornire acqua potabile e far sì che l’aria che respirate sia pulita. C’è, prima di tutto, un problema di sradicamento. Si sradicano masse di persone che si mettono in movimento – la chiamiamo “emigrazione” – ma di nuovo è l’amministrazione di una città che è obbligata a trovare case, scuole, posti di lavoro per queste persone, ed è quindi obbligata a stabilire delle relazioni amichevoli tra i nuovi arrivati e i cittadini che in quella città già ci abitano. Il potere, in alto, può fare qualsiasi cosa gli venga in mente, quindi è un potere non controllato dal punto di vista politico”.

L’economia gestisce il potere politico, l’economia gestisce le identità, l’economicismo con la sua microfisica penetrazione installa “il niente” nella forma dello sviluppo economico scisso da ogni continuità partecipata e di senso. Il soggetto intuisce nelle sue metamorfosi di essere parte di un processo meccanico nullificante, dinanzi al quale nulla può salvarli per cui non resta che l’adattamento fatale.

 

Connessione-sconnessione

Bauman evidenzia quanto la comunità sia stata sostituita dal network, in cui la relazione è data dall’appartenere momentaneamente a gruppi con cui ci si connette e poi sconnette, senza alcun legame concreto, senza che vi sia responsabilità e qualità nella relazione. La logica del puntiforme e del cambio di identità è parallela alla logica della connessine-sconnessione, si fluttua nella rete alla ricerca di un’identità, di relazioni, ci si disperde nelle connessioni sconnessioni. Ancora una volta il puntiforme non consente il radicamento, la responsabilità etica, ma il gioco mutante alla fine conduce ad uno stato superstizioso: il virtuale è considerato reale, si crede ad esso dogmaticamente, la divinità parla attraverso la rete, tanto che anticipa-spia i nostri desideri per guidarli al libero soddisfacimento; si eclissa il principio di realtà e con esso la relazione con se stessi e con gli altri, è il trionfo della violenza, dell’alienazione, dello smarrimento collettivo3 :

L’appartenenza è un’esigenza fondamentale dell’essere umano. Le nostre relazioni stabiliscono a volte un’attrazione, un avvicinamento, altre volte generano conflitti. L’esigenza di fondo è l’esigenza di autenticità, di unicità, e di capacità d’inventiva, direi. L’appartenenza un tempo implicava l’appartenenza alla comunità. Oggi invece all’appartenenza è associato un altro concetto, che è quello di network. Qual è la differenza tra queste due forme di appartenenza? L’appartenenza alla comunità precedeva il processo di identificazione; l’appartenenza a un network, a una rete, è l’ultima ed estrema conseguenza di questo processo di identificazione. Ciò significa che voi non ricevete un’offerta di appartenenza, dovete crearvela da soli. Questa è l’idea di fondo della società contemporanea, giusta o sbagliata che sia. Nella domanda precedente ha fatto riferimento al problema dell’individualizzazione della vita, che non ho avuto il tempo di sviluppare. Questo processo di individualizzazione è il tema cruciale: come per decreto, ci si aspetta da noi la creazione di un’identità con i nostri mezzi individuali; la nostra identità, il nostro posto nella società deve essere un nostro prodotto, il risultato delle nostre dure fatiche”.

La solitudine destrutturante è dunque a portata di mano, la comunità non assicura un’identità, non vi è il conflitto generazionale, o contrapposizione dialettica, al suo posto vi è la solitudine immensa della libertà senza limiti, il vuoto cosmico di un selfie, di un’immagine che maschera il nulla per presentarsi nella forma di una identità pronta ad evaporare. L’olocausto delle identità è sempre in attività.

 

Lontananza

I network educano all’impotenza di massa, in quanto sono utilizzati dal sistema economico per dividere: il potere utilizza la vecchia formula: Divide ed impera. Il radicamento-sradicamento nella rete aumenta in modo esponenziale la solitudine narcisistica, l’incapacità di pensare in concreto, di argomentare in senso lineare e complesso. In questo contesto aumenta la domanda di sicurezza in modo pericoloso, il soggetto giudica nemica e pericolosa la comunità concreta, il conflitto anziché essere verticale diviene orizzontale. L’economicismo, la sottrazione dei diritti sociali si solidificano, in quanto i sudditi sono persi nella rete, lontani dall’agire politico comunitario, in assenza di strumenti culturali per capire le ragioni dell’insicurezza, ci si rifugia nella lontananza aumentando il senso della propria impotenza:

Ho fatto di recente ai miei amici una domanda su Facebook. Tutto ciò vi fa sentire più vicini alle persone o vi allontana dalle persone? Ci sono state molte risposte, e credo di aver toccato uno dei nervi scoperti della nostra generazione. Qual è l’effetto di internet e dei social media sulle nostre vite quotidiane? Dal punto di vista esterno, l’interazione digitale sembra fredda e disumana. E non lo si può negare. Quando si tratta di abbracciare qualcuno via Facebook, quando avete un nuovo amico nel vostro account, quello si chiama “bagging” nel linguaggio di Facebook. C’è una bella differenza tra “hugging” (abbracciare) e “bagging” (mettere nella borsa, nel sacchetto). Siamo tutti d’accordo su che cosa sia meglio, tra hugging e bagging. Le risposte alla mia domanda su Facebook sono state riassunte dal mio amico Jason. Jason ha scritto: “Mi sento più vicino alle persone da cui sono lontano”, cioè quelle che vivono in Nuova Zelanda, in Malesia, o in Bangladesh. Quindi: “Sono più vicino alle persone lontane”. Un minuto dopo ha aggiunto: “Però forse adesso mi sento più lontano dalle persone a cui sono vicino”. E poi: “Sono confuso”. Ecco, anch’io sono confuso”.

 

Che fare?

Che fare?” è la domanda che dovrebbe essere la compagna di ciascuno, E’ una domanda frustrante, in quanto in assenza di partiti, di ideologie filosofiche autentiche tutto è lasciato all’azione dei singoli. E’ legittimo essere stanchi per il disincanto quotidiano, eppure la domanda dev’essere condivisa con i problemi annessi, in modo che si cominci, è ciò già accade, a porre il problema, per potersi difendere da un potere sempre più pervasivo e nel contempo per poter immaginare un’alternativa che cominci col pensare la realtà sociale in cui cercare di non disperdersi. Per comprendere la tragedia del tempo presente, anche il comparare il modello attuale con i modelli trascorsi può essere un modo per far risaltare nel contrasto i limiti, i problemi, le potenzialità del tempo presente4 :

La comunità è diversa dal network. La comunità è consapevole della vostra appartenenza, e un tempo seguiva gli individui con grande attenzione. Vigilava sul rispetto delle regole, delle norme promosse dalla comunità. Dalle forti restrizioni imposte dalla comunità derivava, per il singolo, la consapevolezza di avere un ruolo, e quindi un luogo in cui affermarsi, a patto di non violare le regole, cosa che avrebbe fatto del singolo un criminale, comportando la sua cacciata dalla comunità. Quando fu condannato all’esilio da Atene, Socrate preferì bere la cicuta piuttosto che essere allontanato dalla sua comunità di appartenenza. Il network funziona in modo molto diverso. La rete per definizione è creta da due tipi di attività: da una parte la connessione, dall’altra la disconnessione. Ci si può connettere a una rete e con la stessa facilità ci si può disconnettere se non piace più. È possibile cambiare anche la composizione della propria rete semplicemente chiudendo un messaggio o una chat, su Facebook per esempio. Oppure cancellando un nome dalla vostra lista di amici. “Duemila amici su Facebook”: nessuno conosce l’identità dei singoli amici collezionati su Facebook. La facilità dunque di entrare nel network e di uscirne allo stesso tempo: questa è la regola del gioco.”

Perseverare nella difesa della cultura classica è modo per resistere, contro le “cieche schiarite” del cambio di identità, bisogna diffondere la consapevolezza che il presente non è tutto, che lo sviluppo senza senso assiologico ed ontologico non è che l’ipostatizzazione della morte dell’essere umano: forse è troppo poco, ma bisogna iniziare un cammino fatto di singoli passi che tracciano un percorso. “Abolire il barometro non è sufficiente ad abolire il cattivo tempo” affermava Gramsci, lo stato presente ha cancellata la critica e la consapevolezza sociale, ma ciò non ha cancellato le ineguaglianze e le alienazioni. Diviene non rimandabile riportare il barometro al centro delle nostre per segnare la tempesta, solo in questo modo sarà possibile intraprendere il primo passo che porta fuori dalle tempeste del totalitarismo del pensiero unico.


Note
1 Bauman , intervista di Dario di Vico, Vite liquide: vivere felici e moderni Padova, 27 maggio 2011, pp. 3-4
2 Ibidem pag. 6
3 Ibidem pag. 8
4 Ibidem pag. 9
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