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Cristina, la Francia e i tango-bond argentini

di Oscar Piovesan

"Corsi e ricorsi della storia", teorizzava nel XVII secolo il filosofo e giurista napoletano Gianbattista Vico. "Uno spettro s'aggira per l'Europa", assicurava il filosofo tedesco Carlo Marx cent'anni dopo, parlando del comunismo. Ora, in vari Paesi europei, tra cui l'Italia, ne aleggia un altro, anche se del tutto diverso: il default. In Argentina 'sto spettro l'abbiamo visto all'opera dalla surreale fine dicembre del 2001.

Quando l'appena designato presidente, il peronista Adolfo Rodriguez Saa - al posto del radicale Fernando de la Rua, involatosi in elicottero dalla Rosada dopo una repressione da una trentina di morti, ed il primo di 4 presidenti 4 succedutisi in pochi giorni - ha annunciato in Parlamento che l'Argentina, "per uscire dalla crisi economica, sociale e politica", sospendeva il pagamento del debito estero. I compañeros gli hanno fatto eco cantando il ''combatiendo el capital" della Marcia peronista! 'Sta telenovela dei tangobond - che ha visto in scena una grande marea di italioti, con occhietti alla Paperon de' Paperoni per i succulenti interessi che pagavano, ma bidonati dalle banche che si son guardate bene dall'avvertirli che l'Argentina da un paio d'anni correva verso il fallimento, non è ancora finita.

Vediamo. Il 93% del totale dei loro possessori ha aderito alle ristrutturazioni, con taglio del capitale attorno all'80%, escogitate, nel 2005 e 2010, dagli 'ingegneri' finanziari dell'estinto capo di Stato peronista Nestor Kirchner, Tra il restante 7% ci sono circa 400.000 tapini italiani.

Che, o non ci hanno creduto o sono stati convinti dalle fedifraghe banche a ricorrere all'Icsid, un organismo della Banca Mondiale che si occupa delle liti tra governi e loro creditori. Che il Dio delle finanze gliela mandi buona! Ma ho i miei dubbi! All'Icsid, l'Argentina ha controversie per una montagna di miliardi di dollari.

E l'unica che finora l'ha avuta vinta, un'impresa yankee, non ha ancora visto un dollaro dei 163 milioni che le deve Baires. I più furbastri della pattuglia ancora con tangobond in default, un terzetto di fondi avvoltoi Usa (il nome lo dice tutto), Nml Capital, Aurelius e Olifane, stanno invece dando molto più filo da torcere da par loro alla vedova di Nestor, la presidenta Cristina Fernandez. Con una giocatina già messa a segno in Perù, Ecuador ed in altri Paesi. Dove, dopo aver racimolato a prezzi infimi dai terrorizzati risparmiatori i loro bond, via giustizia Usa, hanno spaventato tanto i rispettivi governi, da intascarli a prezzo pieno, con introiti da capogiro nei paradisi fiscali in cui risiedono. Ora, appunto, tentano di intrappolare Baires con un ricorso presso l'ineffabile giudice di New York, Thomas Griesa.

Pretendendo, anche con la forza delle loro lobby (poi vedremo quali), che Cristina paghi loro 1,3 miliardi di dollari cash. Cioè il valore nominale dei loro tangobond, mentre i tapini che hanno accettato le 2 ristrutturazioni, c'hanno rimesso l'80% del capitale. La causa andrà però per le lunghe. Gli argentini, infatti, quanto a default non sono nati ieri (con un altro, all'inizio del secolo scorso quasi mandano al macero un grande banca inglese). E ne sanno a loro volta una più del diavolo. Così Cristina ha potuto suonare la carica per i suoi specialisti e paga profumatamente lo studio legale Usa Gottlieb che la difende. Ma non basta.

Dietro il trio di uccellacci yankee, c'è appunto la lobby finanziaria mondiale che difende, con ogni sorta di mezzi - giuridici, politici e mediatici - i propri giochetti, che più sporchi non si può. Con i quali, inneggiando al libero mercato, s'impingua da decenni. Ma ora sembra che abbia esagerato. Dopo aver spennato sudamericani, africani ed asiatici in combutta con i poteri marci locali ("Dominatori all'interno, ma dominati fuori", diceva già nel 1971 Eduardo Galeano nel suo 'La venas abiertas de America Latina'), con le stesse ricette, si sta infatti accanendo in mezza Europa.

Non fame come qui, ma disoccupazione, piccoli imprenditori che si ammazzano e addirittura emigrazione dei giovani! In pratica lo spettro da default rischia di fagocitarsi anche i loro governi. Che cominciano a reagire. Tant'è che 'sti furbastri del quartierone yankee, devono ora misurarsi con qualcuno ben più forte di un paesucolo in culo al mondo come l'Argentina. Nientepopodimeno che la grandeur de la France del presidente Francois Hollande. Il cui governo si è presentato a New York come 'amicus curiae', letteralmente 'amico della corte'. In pratica uno che non c'entra niente con la causa, ma che ha interesse a dire la sua in merito. Ed a favore di Baires.

Il motivo lo ha spiegato che più chiaro non si può il suo ministro dell'economia e delle finanze, Pierre Moscovici: "Il nostro passo non è legato al caso specifico dell'Argentina, ma riguarda l'impegno della Francia per preservare la stabilità finanziaria globale". E nel documento che ha presentato, Parigi ha specificato che qualora Griesa, ed in ultima istanza, la Corte Suprema Usa, dessero ragione ai tre uccellacci, la sentenza, "avrà un effetto destabilizzante sulla capacità di un debitore sovrano di partecipare ad una ristrutturazione ordinata del debito e negoziata come ultimo ricorso per evitare il default, quando il debito del sovrano è considerato insostenibile".

Cerco di spiegare 'sto temino. Specificando che quando ci si addentra un po', non ci si capisce quasi un tubo, per le tante varianti e sotterfugi tecnici, incomprensibili ai comuni mortali. Faccio l'esempio Italia. Se il governo Letta si vedesse nell'impossibilità di far fronte al debito, gli avvoltoioni dei fondi, con alle spalle l'OK di Griesa, si getterebbero, come nel caso argentino, sulla preda dei bond italioti, rendendo ardua una ''ristrutturazione ordinata". Insomma default. Da rilevare che, nell'ottobre del 2001, gli Usa avevano cercato di convincere Baires a 'sta ristrutturazione 'ordinata'.

Ma i peronisti d'allora, lancia in resta, sono andati allo sconquasso. Tant'è che, poi, Whasington s'è vista costretta (Coondolezza Rice dixit) a dare un fondamentale aiuto a Nestor Kirchner, affinchè potesse sfangarla da par suo con tanti 'nemici' ovunque. Non per nulla anche Obama e quella infingarda capa del Fondo Monetario Internazionale, la francese Christine Lagarde sembravano pronti a diventare 'amicus curiae' a favore di Cristina. Ma quando il primo ha fatto marcia indietro per questioni politiche interne, i falchi dell'Fmi hanno spinto la capa a fare lo stesso. Entrambi si sono riservati di farlo "più avanti". Campa cavallo.

E così Hollande, preceduto in tal senso da tre fondi, tra i quali l'Eurobond Holders, che hanno accettato le ristrutturazioni e temono che tutti quelli come loro - ricordo il 93% del totale - se Griesa desse ragione ai tre colleghi furbastri vedrebbero a rischio i nuovi bond che hanno ottenuto, s'è visto costretto, anche pensando alla Corte Suprema Usa che potrebbe essere in ultimissima istanza a tagliare o no la testa al toro della controversia, a diventare l''amicus' di Cristina. Ma non perchè è sempre un fior di bella donna. Ma perchè Parigi teme di restare impelagata con i bond per miliardi di euro dei Paesi europei che ha in saccoccia e che sono a rischio di tracollo.

In merito da rilevare che, solo un paio di settimane fa, quei pagatissimi burocrati figli di brava madre che sono i tecnici dell'Fmi - non ne hanno quasi mai imbroccata una, anche secondo la Corte dei Conti Usa, con le loro ricette di aggiustamento e austerità, basta vedere cosa hanno combinato qui da noi e cosa combinano in Europa - fatti i loro quattro perversi calcoli, hanno addirittura avuto la sfacciataggine di indicarli in un documento come 'periferici'.

Stemmino del tipo 'ecco gli untorelli' del potenziale default, appiccicato a Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda. Tant'è che, finalmente, hanno mandato in bestia, almeno a parole, perfino i cervelloni di Bruxelles. D'altra parte, 'sta lobby globale, sentendosi sempre più il fiato sul collo (Washington e Tokio non danno più retta alle sue politiche monetarie e sembra che gli stia andando bene!), per il leading case argentino insiste anche nel mettere in giro la voce di un secondo default.

Purtroppo per voi, cari lettori di 'Gented d'Italia' che avete avuto il coraggio di seguirmi fin qui, sono costretto a scendere ancora di più nei meandri quasi indecifrabili di 'sto mondo. Dove esistono dei Credit Default Swaps. Cioè dei pezzi di carta, derivati in gergo, con cui i possessori di bond si assicurano presso l'International Swaps and Derivatives Asociacion (Isda), qualora un governo non glieli pagasse. Ebbene 'sto organismo, di assicurazioni sui tangobond in default ne ha 3.470. E poichè di esso, dice il governo di Baires, fanno parte i tre avvoltoi, ecco che mette in giro la versione che non verranno pagati, con la conseguenza che i 'punti' con cui si si valutano schizzano alle stelle.

E così tutti a urlare che Cristina turlupina, ma va dritta dritta verso un default 'tecnico'. Versione ovviamente suffragata da quei monopolisti delle agenzie di rating (gli stessi che con i loro remunerati ed interessati report incidono sullo 'spread', che fa impazzire i governanti di Roma e gli italioti che ne subiscono le conseguenze finanziarie e no) e sparata da tutti media mondiali della lobby, peninsulari compresi. Recentemente è stata fatta propria anche da un report 'riservato' (ah,ah,ah) della italiota Mediobanca. In cui, prendendo lucciole per lanterne, i suoi esperti, che non hanno la più pallida idea di come bolle la pentola di Baires, pontificano in inglese che, anche per colpa dell'eventuale secondo patatrac argentino, testuale, "l'Italia è sull'orlo del baratro". (!?!). In cui Roma cadrebbe tra 6 mesi. Tiè, giusto il tempo subito rilanciato dal veggente Grillo.

Ebbene, su cotanto guazzabuglio, reale ma incomprensibile ai più, mi sembra che in Italia stia prendendo piede una suggestiva, divertente, e interessante, presa di posizione di aderenti al Pdl berlusconiano. Di terra-terra e di un certo peso. Ecco, per esempio, sull'insistenza della Lagarde sulla necessità di lasciare l'Imu che il Berlusca vuole invece eliminare, a cosa s'è lasciato andare un lettore de 'Il Giornale', commentando un articolo dell'economista di lungo corso Francesco Forte che, in termini tecnici, smentiva la pretesa della capa dell'Fmi.

Ecco i passi più singolari della sua letterina on line: "La Lagarde,non solo dimentica i suoi scandali ma,come gli ha ricordato l'altra Christine (l'Argentina Kirkner), che l'FMI ha solo il compito di monitorare la situazione economica delle Nazioni e di non poter intervenire sulla qualità delle politiche economiche nazionali e locali,essendo il principio dell'auto determinazione dei popoli,un valore riconosciuto dalla carta internazionale dell'ONU. Se lo permette è solo perchè nessun politico di massimo livello in Italia (men che meno Letta) ha "le palle" per cantargliele come la Kirkner, che si permette di stampare moneta a suo piacimento e usandolo per le infrastrutture e quindi lavoro per gli Argentini e disoccupazione al solo 4%, fregandosene dell'eccessiva inflazione contabilizzata dalla Lagarde (spalleggiata da Monti nel 2011) e del ricatto di far uscire l'Argentina dal FMI scaduto nel 2012, ma mai attuato... Ma la kirkner ha le "palle" e i nostri? Firmato: Cameo 44.

E ancora. Sappiamo tutti che 'sta 'Kirkner'... con le 'palle', è tacciata un giorno si e l'altro pure, di 'populismo'. Ebbene, che è che non è, che sempre sul 'Giornale', martedì scorso, il giornalista e scrittore Stefano Solinas, legato alla destra culturale, in un articolo intitolato "Tutti contro il 'populismo'. Chi ha detto che è un insulto?", sforna: "Da un trentennio è il nuovo 'spettro' che ossessiona il mondo. Ma far coincidere questo fenomeno con l'antipolitica è un errore..".

E poi trincia: "È curioso come un fenomeno di per sè trasversale, presente cioè a destra come a sinistra e ormai oggetto di una robusta produzione scientifica, faccia fatica a imporsi nel dibattito corrente delle idee, se non come insulto banale, metafora di pura e semplice demagogia, ennesima variante di quelle parole-talismano atte a dequalificare l'avversario" E insiste: "È un problema che riguarda tutti gli attori politici presenti, ma che, nel campo delle idee, della formazione del consenso e delle mentalità, incide più profondamente a sinistra di quanto non faccia a destra, e vale la pena approfondire il perchè.

Abbandonate le speranze messianiche riposte nella classe operaia, i suoi intellettuali e le sue elite politiche si sono convertite all'economia di mercato". Perdirindina e poffarbacco, dico io. E aggiungo. A parte il fatto che non tutta la sinistra s'è convertita al mercato ("Il Pd è radicalmente contrario a ipotesi di privatizzazione di società a partecipazione statale come Eni, Finmeccanica, Enel e di tutte le altre principali partecipate", ha assicurato il vice ministro dell'economia Stefano Fassina, contro i propositi del sindaco a tutto vapore di Firenze Matteo Renzi ed i presunti pensierini in tal senso dello stesso presidente del consiglio Enrico Letta), vuoi vedere il Cav sta preparando (guai giuridici permettendo) truppe 'populiste' di destra da sguinzagliare, come quelle di sinistra, bah peroniste, di Cristina contro la lobby degli uccellacci made in Usa&soci e contro la quale, in suo aiuto, Hollande s'è già lanciato con il sempre roboante 'Allez France'.

Guarda caso, in proposito, si è rifatto vivo a tambur battente anche l'ex ministro delle finanze Giulio Tremonti, prima con una lettera al direttore del 'Corrierone' Ferruccio de Bortoli e poi con in un'intervista al 'Giornale' (e dai). Ritirando appunto in ballo che "La lettera della Banca Centrale Europea che il 5 agosto di due anni fa mise nero su bianco tutti gli impegni che il nostro Paese doveva assumere per scongiurare la bancarotta fu un vero e proprio "golpe".

In pratica il presunto primo passo sfociato nelle dimissioni di Berlusconi, e la sua sostituzione con il 'salvatore della patria' dallo spread, l'uomo delle banche Mariolino Monti (nel 2003 è stato il presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo liberista fondato da David Rockefeller nel 1973), E sappiamo tutti poi come è andata a finire, perché è stato, come dicono nel mio Veneto, "pesò el tacon del sbrego', peggio la pezza che la rottura. Vuoi vedere insomma che 'sti spettri dei 'populisti' de' destra italioti e de' sinistra di qui sono destinati a battersi, ognuno con le rispettive armi, ma insieme, contro il libero mercato, che ora fa stagliare lo spettro del default nei Paesi 'periferici' europei e insiste a farlo aggirare anche in questa "quasi fine del mondo".

Dice un vecchio detto argentino: "Las brujas no existen, peró que las hay, las hay". Insomma non è da scartare che le streghe 'populiste' si mettano a cavalcare le loro scope per tentare di spazzar via o di fermare il più possibile i colpevoli di 'sta crisi che scombussola la vita quotidiana di milioni e milioni di poveri cristi, in tutto il mondo.

Finalino in possibile gloria. In Argentina, lo scorso maggio, l'attività economica è aumentata del 7,8%, rispetto allo stesso mese del 2012, con un accumulato del 4,9% nei primi cinque mesi dell'anno. Insomma l'economia ricomincia a tirare. Ed il Pil che nel 2012 si è incrementato appena del 1,2%, quest'anno dovrebbe farlo oltre il 3/4%. Gli esagerati ed iperottimisti buttano lì addirittura che il balzo sarà oltre il 7%, che manco la Cina. Ebbene.

Basta che superi il 3,22% per far scattare un pagamento di sostanziali cedole dei nuovi tangobond ottenuti dai risparmiatori che hanno aderito alle 2 ristrutturazioni (per un totale, nel 2014, di 2,7 miliardi di dollari per quelli in divisa estera d 4.9 miliardi di pesos per quelli in moneta locale). In pratica un buon recupero del capitale perduto da parte di chi, nel 2005 e nel 2010, ha creduto a Baires. Insomma, dal vecchio proverbio italiota, "chi si contenta, gode!". E glielo auguriamo di cuore ai tanti nostri connazionali che, volenti o nolenti, hanno avuto fiducia in questo Paese.

Che, ora, tra l'altro, anche se non centra niente ma tutto fa brodo e una benedizione non viene mai male contro qualsiasi spettro, a tenergli bordone ha anche Papa Francesco.

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