L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro
di Mario Sommella
Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.
Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.
Un cadavere in ottima salute dal 1989
La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.
Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.
Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.
L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina
Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.
La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.
Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.
La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo
Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.
L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.
Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.
Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.
L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca
Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.
Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.
Il riarmo dei sonnambuli
Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.
L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.
Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.
Le due strade: sovranità o servaggio
Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.
La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in Welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.
La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.
Il sonno della ragione
La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?
A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.
Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare a occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.
Fonti
CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.
TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.
CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.
Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.
Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.
Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.
Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.
Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.
Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.
MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.
CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.
Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.
FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.
OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.
Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.
SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.
Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.
Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.
Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.
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“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”










































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