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palermograd

Karl Korsch

di Riccardo Bellofiore

211424. UY475 SS475 Breve premessa (2017). Gli amici, e compagni, di PalermoGrad mi chiedono un testo che ‘introduca’ all’incontro del 11 luglio sull’attualità del Capitale (qui i dettagli dell’incontro), a 150 anni dalla pubblicazione del primo libro. Scartabellando tra vecchie cose, è saltato fuori questo mio pezzo su Karl Korsch: testimonianza di un interesse e (per molti versi) di una sintonia mai rinnegati per il consiliarismo, e per quel filone marxiano e non marxista (la distinzione si deve a Maximilien Rubel) che da Luxemburg va a Paul Mattick e, appunto, Korsch. È un testo scritto per un gruppo di studio a Torino, a Palazzo Nuovo (non ricordo in che corso), quando l’università era aperta fino alle 23 per facilitare la frequenza degli studenti-lavoratori, nel lontano 1976 (fanno giusti giusti 41 anni …). Le mie pagine possono forse utilmente fungere da ‘apripista’ ad una ben più sostanziosa “Introduzione” di Karl Korsch alla ripubblicazione in Germania del primo libro del Capitale nel 1932. Il testo venne tradotto da Gian Enrico Rusconi nella raccolta di scritti di Korsch intitolata Dialettica e scienza nel marxismo. Molte delle tesi di quella “Introduzione”, come anche del Karl Marx di pochi anni dopo, hanno retto al tempo, e rimane da chiedersi in che misura sia vero che il Capitale “per molti aspetti solo ora inizia a vivere il suo tempo”. Altre, com’è naturale, vanno messe in discussione, come cerco di accennare nel mio scritto. Quello che è certo è che, come anche Korsch non manca di rilevare, la teoria di Marx non è strettamente economica, è più propriamente di scienza sociale in senso lato eppure profondo,‘una teoria storica e sociologica’ che mal sopporta gli steccati disciplinari, che certo non si superano con un vuoto stile inter-disciplinare (vale qui la lezione di Adorno). Il che, vorrei esser chiaro, non è a mio avviso in contraddizione con il suo essere innanzi tutto una ricostruzione logica del capitale, perché sono le categorie a possedere una determinazione formale proprio in forza della loro specificità storica e sociale (è il punto su cui anche insiste Isaak Ilic Rubin quando scrive di ‘metodo sociologico’ e pone l’accento sul ruolo centrale della ‘forma’ in Marx): e così anche si può intendere il ‘principio di specificazione’ di Korsch, così come la sua lettura storicamente ancorata del metodo dialettico di Hegel, per come è ripreso e rivoluzionato da Marx. Il Capitale, dunque, è economia politica critica soltanto in quanto è critica dell’economia politica. Abbiamo qui a che fare con una critica del capitale come realtà per il tramite di una critica dell’economia politica come sua ‘scienza’: una critica che svela le ‘leggi di movimento’ del capitale costituito e la costituzione stessa del capitale. Una critica che però neppure potrebbe darsi se non trovasse il suo fondamento e il suo sbocco in una critica anche pratica di quel ‘feticcio automatico’ che, nella sua circolarità, si pretende Soggetto totalizzante e totalitario. Per questo la critica dell’economia politica, mentre deduce dialetticamente quei peculiari oggetti che sono il valore, il denaro, il capitale stesso, non può non mantenere un rapporto interno e ineludibile con la lotta di classe da cui nasce e in cui sfocia, anche se a quest’ultima non lo si può ridurre ‘immediatisticamente’ (sta qui, in verità, il rischio e il limite della posizione di Korsch). Per mio conto, il testo che qui propongo non ha nessuna particolare pretesa di originalità, ma mi rivela a me stesso come ancora molto (troppo?) simile al ragazzo di allora: visto che in fondo sempre attorno ai nodi di quello scritto continuo a interrogarmi. [rb ]

* * * *

L’attività teorica e politica del primo Korsch si svolge nella Germania degli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale e sullo sfondo delle convulsioni politiche all’interno dell’area socialdemocratica e comunista. Lo testimonia lo stesso iter politico di Korsch, che passò dai socialdemocratici della SPD alla USPD (socialdemocratici indipendenti) al UKPD (comunisti) all’ultrasinistra.

In questi anni Korsch scrisse insieme sulla socializzazione e sul rapporto marxismo-filosofia. I due temi sono meno distanti di quanto possa apparire a prima vista. Negli scritti sulla socializzazione Korsch si fa assertore di un progetto che concili la pianificazione dell’organismo produttivo, il cui carattere centralizzato ed efficiente va mantenuto, con il controllo, non solo tecnico-economico, ma anche direttamente politico, dal basso. Cardine di questo rapporto tra centralizzazione e controllo dal basso, che è poi il rapporto stesso di economia e politica, sono i consigli: “la via lungo la quale le due rivendicazioni oggi contenute nelle richieste di socializzazione – il controllo dall’alto (da parte della collettività) e il controllo dal basso (da parte di coloro che partecipano immediatamente alla produzione) - possono venire realizzati con certezza e celerità l’uno accanto all’altro, è quella del sistema consiliare”.[1]

Già in questo prima fase il marxismo è per Korsch unità di teoria e prassi, scienza e trasformazione rivoluzionaria dell’oggetto, identità di conoscenza e attività materiale: contro la ‘pura’ scienza borghese, inattiva e apologetica, e contro l’utopismo attivistico ma imbelle del socialismo premarxiano. I consigli appaiono così come i mezzi di una strategia che dal controllo nei luoghi di produzione si estende all’intera società, eliminando la base economica del potere dell’avversario di classe e ponendosi come embrione di un nuovo potere, distruttivo dello Stato e dell’organizzazione della ‘collettività’ come ente astratto separato e artificiale.

 

Marx e Hegel

In Marxismo e filosofia del 1923 la filosofia è per Korsch il rispecchiamento teorico della propria epoca e l’espressione teorica di una pratica sociale;[2] la riaffermazione del marxismo come corpo teorico unitario del modo di produzione capitalistico, e di esso solo;[3] l’autostoricizzazione del marxismo stesso.

In relazione al primo punto, e cioè al rapporto di ideologia e realtà, di coscienza ed essere,[4] ciò conduce alla decisa riaffermazione che l’analisi scientifica di Marx è critica insieme della realtà del capitale così come della sua espressione teorica (l’economia politica e l’idealismo). Ciò si ricollega al secondo punto, il marxismo come analisi scientifica della totalità borghese: viene così ribadita l’unitarietà dell’oggetto dell’analisi, la società capitalistica; unitarietà cioè della ‘società civile’, della base socio-economica, e della cosiddetta sovrastruttura. È in relazione a questa tematica che Korsch affronta in quest’opera il rapporto di Marx con Hegel, cioè con il pensatore tedesco che ha rispecchiato teoricamente il movimento rivoluzionario borghese, che quindi ha espresso sul piano della teoria la comprensione unitaria della società dal punto di vista della borghesia. Hegel è insomma stato per la prassi sociale della borghesia ciò che è stata o dovrebbe essere la teoria marxiana per la prassi sociale del proletariato. Mentre Hegel aveva posto il mondo nella filosofia, occorre invertire il processo, porre la filosofia nel mondo e quindi sopprimerla come tale, come pensiero opposto al mondo. Ciò impone una operazione non solo teorica, una critica pratica, e quindi l’azione rivoluzionaria contro la base materiale di quella forma filosofica. Il marxismo è comprensione della totalità dello sviluppo sociale borghese in quanto è teoria della rivoluzione sociale.

Per questa via, densa di intuizioni teoriche rilevanti, Korsch si pone in grado di criticare il marxismo della Seconda Internazionale rigidamente fermo ad una analisi meccanica della struttura ‘economica’ (e cioè tecnico-materiale e non sociale) e ad una interpretazione del feticismo come semplice errore o ‘velo’ dei rapporti sociali, mera comprensione teorica errata. Analogamente, può mettere felicemente in luce il rapporto tra una simile concezione ‘volgare’ dell’apparato teorico marxista ed il discorso sullo Stato che è proprio di questo ‘marxismo’ , che oscilla tra la definizione dello Stato come macchina oppressiva comune ad ogni epoca storica passata che abbia avuto stratificazioni sociali, macchina al servizio di ogni classe dominante; e/o uno strumento tecnico – politico sempre più essenziale data la crescente complessità della organizzazione sociale. Al contrario, per Marx lo stato è qualcosa che il socialismo deve sopprimere come espressione particolare della società borghese. Ancora una volta si rivela in Korsch una impostazione teorica che unisce strettamente l’analisi filosofica all’analisi ‘politica’. Proprio in quegli anni Korsch va sostenendo nei suoi scritti politici che lo Stato va utilizzato solo nella fase di transizione per aiutare ad accompagnare l’espansione di un diverso tipo di democrazia, proletaria, di un diverso tipo di organizzazione sociale. Uno Stato, quindi, che va sempre più autolimitandosi, nella prospettiva di una totale estinzione.

Il limite di Marxismo e filosofia è semmai nell’ambiguità con cui è posto il rapporto tra teoria e prassi, in modo tale che esso sembra (e la polemiche suscitate dal libro lo confermano) assorbito dal rapporto di coscienza ed essere. Di qui è facile concludere che la differenza tra Marx ed Hegel si limita al mutamento del contenuto dell’analisi e del soggetto di essa (proletariato per Marx, borghesia per Hegel): la distanza non coinvolgerebbe il metodo stesso, che verrebbe così ipostatizzato ed eternizzato, valido per tutte le epoche storiche. Si può esprimere la stessa cosa da un altro punto di vista, sottolineando la pericolosità di una mancata distinzione tra l’atteggiamento di Marx e quello di Hegel in merito ad oggettivazione ed alienazione. Mancata distinzione che conduce Korsch ad una critica delle scienze non in quanto borghesi ma in quanto scienze tout court, cioè teorie che si fondano sulla distinzione tra soggetto e oggetto.

Ci sembra anche importante notare come in quest’opera Korsch non riesca a coniugare realmente il marxismo come teoria rivoluzionaria ed il marxismo come teoria puntualmente scientifica della società borghese. Ciò è rivelato, come osserva a ragione Giuseppe Bedeschi nella sua introduzione al Karl Marx di Korsch, dall’ “incapacità di cogliere la continuità di tutta l’opera di Marx, dalla giovanile Critica della filosofia hegeliana del diritto statuale al Capitale”: di cogliere, cioè, l’unità profonda tra la critica dell’idealismo del giovane Marx e l’analisi scientifica e positiva del Capitale. Il che avrebbe portato, assieme alla messe di analisi particolari e ad una maggiore separazione dei singoli elementi dell’analisi, alla disarticolazione della teoria marxista successiva.

Il terzo elemento portante di Marxismo e filosofia, l’applicazione del materialismo storico a se stesso, passò praticamente inosservato. Al contrario, era essa il centro propulsivo dell’intero saggio, che tendeva a collegare la teoria alla nuova fase rivoluzionaria, e di qui rimetteva al centro il rapporto Marx-Hegel per sottolineare il carattere di ‘totalità’ della società borghese, la realtà delle forme di coscienza, e la coincidenza di quest’ultima con l’essere (non senza contraddizioni interne, come abbiamo visto).

 

La critica a Kautsky e a Lenin

Sarà questo il filo conduttore dell’analisi korschiana del marxismo della Seconda e della Terza Internazionale nello scritto contro Kautsky Il materialismo storico (1929), nell’Anticritica (la risposta del 1930 alle critiche a Marxismo e filosofia) e negli articoli su Lenin. A Kautsky, che rivendicava il marxismo come analisi scientifica ‘pura’, valida per tutte le classi, propria più del Marx maturo che del Marx del Manifesto, momento della evoluzione della scienza in generale, Korsch oppone il marxismo come teoria della rivoluzione sociale nel momento stesso in cui è analisi scientifica, ‘oggettiva’, della realtà. Oppone, in una parola, il marxismo come scienza di classe.

In un primo momento Korsch vedrà nell’analisi politica di Lenin un’intenzione coincidente con la sua, ma la NEP, la costruzione del socialismo in un solo paese, la teorizzazione di Stalin e Bukharin che riduceva il socialismo ad un ‘capitalismo di Stato’, gli fanno cambiare opinione. In realtà, scrive Korsch, il revisionismo di Bernstein e Kautsky, e quello di Lenin e di Stalin (tra i quali non vorrà mai distinguere) diversi nel contenuto, sono però simili nella sostanza. Vediamo prima la critica a Kautsky e successivamente la critica a Lenin.

In Karl Kautsky la riduzione del marxismo a scienza avalutativa conduce alla visione dello sviluppo come semplice momento storico evolutivo della natura e della società, mai come sviluppo anche del pensiero (delle forme di coscienza) e della pratica sociale, della azione rivoluzionaria, come momento che necessariamente scaturisce da quella stessa evoluzione. Mentre in Marx la rivendicazione del carattere prioritario nel tempo della natura, conduce però allo studio della società come oggetto dell’analisi, che si estende poi alla natura stessa come produzione materiale e quindi sociale,[5] al contrario in Kautsky lo sviluppo della società è dedotto da leggi generali dello sviluppo della natura. In una lettera a Mattick del 10.5.1935 collegherà questa problematica con la critica alla teoria del crollo ed a Lenin: “…la formulazione del rapporto uomo-natura come fondamentale e primario rispetto al rapporto tra gli uomini sociali, mi sembrano essere in contraddizione con la posizione che io considero propriamente marxiana. Al suo fianco stanno naturalmente Lenin e i leninisti (qui come in altri problemi, fino alla teoria del crollo di Grossmann) […] A me pare che qui non ci sia niente di primario , e che i rapporti uomo-natura e uomo-uomo vadano coordinati in quanto entrambi originari e fondamentali, storicamente, logicamente e praticamente.[6]

In una lettera del 4.6.1935 aggiunge: “Se infatti prima sottolineo (sempre formalmente presupponendo la ‘priorità’ genetica della natura) il primario interessamento del marxismo per lo sviluppo storico sociale, e poi definisco ugualmente originari e fondamentali entrambi i rapporti uomo-natura e uomo-uomo , in entrambi i casi polemizzo contro il punto di vista engels-plechanoff –leniniano da lei accettato. L’esposizione più dettagliata di questa mia polemica contro una tal concezione si trova nel mio Anti-Kautsky”.[7]

Il materialismo storico diventa un materialismo della natura che oscilla costantemente tra naturalismo fatalistico e idealismo, tra affermazione della necessità della natura e nella società ed evocazione della libertà assoluta. Korsch sottolinea come in Kautsky ad una analisi meccanicistica della base economica si accompagni una analisi idealistica della sovrastruttura. Come in Bernstein, lo Stato moderno è visto in una prospettiva sostanzialmente non marxista: nell’uno esso appare come l’espressione della democrazia politica da estendere al piano economico; nell’altro è un istituto in sé positivo, che però nel capitalismo viene soggettivamente usato dalla classe capitalistica per i propri fini. Lo Stato moderno è per Kautsky l’esito di un lungo sviluppo che dallo Stato come strumento della classe dominante diviene la base di una convivenza civile egualitaria: certo solo formale nel capitalismo, ma che per divenire reale richiede solo la sostituzione del personale politico borghese con il personale politico socialdemocratico.

Ecco quindi che l’assenza del concetto di società civile, di rapporti sociali di produzione, conduce non soltanto ad una frattura tra l’analisi ‘economica’ e l’analisi ‘politica’ (la prima meccanico-positivistica, la seconda idealistica), ma anche al rovesciamento del rapporto che vi è in Marx tra rivoluzione sociale e politica, e al mantenimento della prospettiva borghese. In questo modo Karl Kautsky si pone sulle orme del vecchio Hegel.

È evidente che una simile analisi non può che condurre Korsch a rapportarsi teoricamente e praticamente all’ala radicale della socialdemocrazia tedesca ed a riprendere e sistematizzare le posizioni che opposero nel primo decennio del ’900 Rosa Luxemburg e Pannekoek a Kautsky. Alla Luxemburg, per la rivendicazione del carattere nuovo e rivoluzionario dei consigli e dello sciopero di massa nell’esperienza della rivoluzione russa del 1905, e quindi di una strategia offensiva della classe operaia sul terreno sociale e politico: la rivoluzione come processo, e non come momento dato nel tempo in cui l’evoluzione delle cose ha creato i presupposti pratici e la maturazione delle masse. A Pannekoek, per la caratterizzazione della lotta operaia come lotta antistatuale. Attività rivoluzionaria, insomma, contro fatalismo politico. Rivoluzione come frutto della crescente coscienza politica delle masse, o rivoluzione come frutto della organizzazione sapiente: questa seconda opzione discende dalla riproposizione della scissione tra economia politica, dal partito come organo esterno e delegato della classe.

Lenin, in particolare in Stato e rivoluzione, riprese questi temi – il socialismo come democrazia diretta ed estinzione dello stato; il rapporto soviet-partito - con estrema lucidità. Eppure nella sua opera e nella sua pratica politica oscillò, in relazione alle necessità del momento, tra la concezione del Che Fare? – il partito come avanguardia della classe, che unifica grazie ad una coscienza politica portata dall’esterno (una ripresa evidente di temi kautskiani) – e la parola d’ordine ‘tutto il potere ai soviet’ come correttivo alle tendenze burocratiche all’interno del partito. Testimonianza di questo stato di cose è lo stesso giudizio su Kautsky, considerato come un ‘rinnegato’: e quindi come un interprete fedele di Marx almeno per una fase del suo pensiero.

Korsch passò, nel giudizio su Lenin, da una visione del leninismo come ripresa e sviluppo del marxismo originario, ad una visione che al contrario lo equipara al kautskismo. In questo secondo periodo Korsch giudica la teoria del partito di Lenin una teoria ‘giacobina’ ed ancora borghese, viziata da un errato rapporto con la lotta di massa, vista non nel suo contenuto di classe ma come lotta in sé economicistica. Lenin è così portato, come Kautsky,[8] a privilegiare la rivoluzione politica rispetto a quella sociale. La dittatura del proletariato diventa dittatura del partito. E così come la teoria kautskiana è il rispecchiamento di una fase non rivoluzionaria dello sviluppo storico tedesco, così il leninismo assume i caratteri di un marxismo deformato e ridotto a ideologia borghese perché è l’espressione della ricezione della teoria marxiana in una situazione arretrata e presso una classe di intellettuali borghesi. Lo Stato sovietico diviene, invece che Stato di transizione, il ‘mito’ dello Stato socialista.[9]

Korsch riconduce questi limiti da un alto all’utilitarismo politico di Lenin, che prescinde dalla verità delle affermazioni compiute, e dall’altro, più profondamente, all’impostazione di Materialismo ed empiriocriticismo. In quest’opera il problema gnoseologico del rapporto tra teoria e prassi è il rapporto tra leggi di sviluppo scoperte dalla teoria ed una pratica che ‘applica’ queste ‘verità’. Una simile visione ripropone la separazione di scienza e società, che si aggrava con Stalin.

Il giudizio sull’URSS di Karl Korsch è molto duro: si tratta di uno stato capitalistico, di un capitalismo di Stato di tipo monopolistico, al pari della Germania nazista e degli Stati Uniti del New Deal. Recensendo il libro di Pannekoek su Lenin, Korsch accoppia la critica del ‘marxismo’ proprio di Lenin alla critica del suo ‘giacobinismo’ politico, che riduce la rivoluzione a rivoluzione politica incentrata su istituzioni politiche (partito, dittatura, Stato).[10] Al contrario, per Korsch la rivoluzione non può che essere sociale, se vuole superare il limite borghese proprio di tutta l’impostazione teorica hegeliana, ed in parte anche – scriverà successivamente – marxiana. Sarà questo il nucleo del pensiero politico di Korsch immediatamente precedente la Seconda Guerra mondiale (che comprende gli scritti sulla Comune): fedeltà alle intenzioni di Marx (libertà sociale oltre alla libertà politica), anche contro Marx stesso.

Si può notare un limite in tutto ciò: la critica al leninismo e al riformismo è condotta in nome di un criterio astratto di possibilità della rivoluzione o del socialismo, che smentisce in parte lo stesso criterio, rettamente inteso, della specificazione storica – il che a ben vedere è l’esatto contraltare del modo di intenderlo del primo Korsch, come giustificazionismo della prassi bolscevica. È evidente che in questa maniera viene tagliato fuori quasi per decreto e del tutto il problema della mediazione politica (del ‘partito’, anche in una ottica non leninista) nella preparazione e nella realizzazione della rivoluzione e del socialismo in condizioni date. La lotta operaia è sempre e comunque rivoluzionaria, sempre e comunque è possibile la presa del potere.

 

Capitalismo e crisi

Il problema si sposta all’indietro: difatti alla base dell’impostazione che si è detta sta una idea del capitalismo come modo di produzione il cui stato normale è la crisi. Una simile idea è necessaria perché permette di superare una impostazione alla Bernstein o alla Hilferding, che vede il socialismo come risultato di un intervento solo soggettivo, ma anche una impostazione ‘oggettivistica’ (Luxemburg, Grossman), che patisce il grave limite di non saper fornire una teoria realmente scientifica e non metafisica. Scrive Korsch: “un terzo atteggiamento mi sembra possibile e meritevole – esso solo – della qualifica di autenticamente materialista nel senso di Marx […] esso ritiene piuttosto che, con una ricerca empirica sempre più precisa e di fondo dell’attuale modo di produzione capitalistico e delle sue tendenze di sviluppo chiaramente emergenti, possono essere tratte anche certe previsioni, pur sempre assai limitate ma sufficienti per l’azione pratica.[11]

Questo atteggiamento, autenticamente materialista e marxista, che rifiuta la suggestione di una qualsiasi teoria del crollo, sottolinea che la critica marxiana dell’economia politica si interessa non del funzionamento normale della società borghese quanto piuttosto della “reale condizione normale di questo particolare sistema sociale, cioè la crisi…cioè della tendenza sempre crescente del metodo di produzione capitalista ad assumere tutte le caratteristiche della crisi in atto anche nei periodi di espansione e di ripresa, in sostanza in tutte le fasi del ciclo della società moderna, il cui punto culminante è la crisi universale”.[12] Perché una impostazione del genere non sia sufficiente a giustificare la mancanza in Korsch di una teoria dell’organizzazione verrà mostrato in seguito, in alcune brevi note conclusive.

Nel 1935 Korsch scrive un articolo, “Perché sono marxista”, nel quale anticipa numerose tesi del Karl Marx. In breve i punti essenziali della teoria marxista gli paiono i seguenti:

“1.Tutte le affermazioni di principio del marxismo, anche quelle apparentemente generali, sono specifiche.

2. Il marxismo non è positivo ma critico.

3. Il suo oggetto non è la società esistente nel suo stato affermativo ma la società capitalista in declino, come si rivela nelle tendenze al crollo e alla rovina in modo dimostrabile.

4. Il suo fine principale non è il piacere contemplativo del mondo esistente, ma la sua attiva trasformazione”.[13]

Per spiegare l’ultimo punto Korsch si richiama alla dialettica marxista. Essa è la trasformazione materialistica della dialettica hegeliana, trasformazione che non investe solo il contenuto ma anche il metodo stesso. In un saggio del 1931, “L’empirismo nella filosofia di Hegel”, Korsch aveva scritto che il metodo hegeliano era lo stesso metodo assiomatico delle scienze naturali[14],[15]. Hegel non era però riuscito a distinguere concettualmente l’esperienza dal soggetto: così da un lato poteva rivendicare l’identità di conoscenza e azione (l’esperienza come azione, come prassi umano–sociale),[16] dall’altro non ha colto la dimensione storico-sociale della scienza, il suo essere parte dello sviluppo sociale e soggetto a se stessa.[17] In “Hegel e la rivoluzione”, sempre del 1931, il metodo hegeliano è collegato al movimento rivoluzionario borghese, del quale esprime peraltro l’ultima fase, la restaurazione (di qui l’assolutizzazione dialettica e la “restaurazione concettuale della realtà immediatamente data e (la) conciliazione con questa realtà”).[18] Marx e Lenin hanno ripreso la dialettica hegeliana, ma ciò ha il carattere di un mero ‘trasferimento’ alla teoria della rivoluzione proletaria, che ha ancora basi borghesi (di qui il suo carattere giacobino) e che è in realtà ancora da costruire.

Nei due saggi “Crisi del marxismo” (1931) e “Un approccio non dogmatico al marxismo” (1946) il tasto su cui si batte è appunto la riconduzione delle insufficienze patite dalla Seconda Internazionale e dal marxismo contemporaneo a Marx stesso, ed alle condizioni storiche successive alla metà dell’800. Korsch distingue il marxismo attivistico e rivoluzionario del primo periodo, e la sistematizzazione scientifica del secondo periodo. Il contenuto rivoluzionario del Capitale non si è potuto collegare direttamente al movimento pratico di classe per il nuovo ciclo capitalistico di sviluppo. Analogamente, la fase di stabilizzazione successiva spiegherebbe la stagnazione del marxismo. Ma in realtà è il marxismo stesso che è ormai roba del passato.[19]

 

Il Karl Marx

Se si tiene presente che nell’ “Introduzione” al Capitale, del 1932, Korsch scriveva che in Marx il parlare di contraddizioni e di opposizione dialettica fra essenza e apparenza era un semplice accorgimento espositivo,[20] si capirà meglio il senso della dialettica per Korsch e la sua ‘riduzione’. Essa vale a riaffermare e sottolineare l’intervento attivo del soggetto. Qui sta anche, a nostro parere, il suo limite. Per lo meno di interpretazione di Marx, giacché nel Capitale (ma non solo in esso) la contraddizione non è riducibile ad espediente espositivo, ma è anzi caratteristica, astratta ma reale, del mondo borghese. Ancora. La dialettica deve insieme compiere due operazioni: spiegare i fenomeni capitalistici (momento scientifico) e garantire la presenza del momento soggettivo, del soggetto pensante ed agente nel corso del processo cognitivo. Questa formulazione crolla nel momento in cui il primo lato (la spiegazione scientifica) esclude, come sembra intendere Korsch in alcuni brani, il soggetto, e si riduce ad analisi ‘oggettiva’ cui poi si affianca e giustappone l’analisi ‘soggettiva’. Si veda l’articolo già citato “Perché sono marxista”: al giusto richiamo alla importanza, per il proletariato, di distinguere le affermazioni vere dalle false, si affianca l’affermazione che il marxismo “implica una conoscenza rigorosa, empiricamente verificabile, caratterizzata da tutta la precisione di una scienza naturale, delle leggi economiche del movimento e sviluppo della società capitalistica e della lotta di classe proletaria”.[21] È legittimo chiedersi che posto occupi il soggetto politico attivo in una ‘spiegazione logicamente ed empiricamente ineccepibile’ del conflitto tra le classi.

Nel Karl Marx la spiegazione oggettiva e la spiegazione ‘soggettiva’ sono affiancate l’una all’altra senza che sussista un rapporto tra le due: “in verità si tratta qui di due forme concettuali originarie, e che non derivano l’una dall’altra, che Marx ha elaborato a uso teorico e pratico nella sua dottrina materialistica insieme oggettiva e soggettiva dei nessi della società civile borghese e dei mezzi per il suo rovesciamento e che adesso possono essere adoperati dalla classe proletaria, l’uno o l’altro a scelta, secondo la situazione, o tutti e due insieme, come strumento per l’assolvimento quanto più esatto possibile dei compiti che si propongono immediatamente volta per volta”.[22] Il Karl Marx è certo l’opera di Korsch più ricca di stimoli interpretativi e critici dell’opera marxiana; ed anche , a noi pare, la sua più valida. Pure non può esser portata come l’espressione compiuta del pensiero di Korsch – che anzi scrisse a Mattick di non aver mai voluto parlare, nel libro, contro Marx – né è esente da ambiguità e limiti. Vediamo per prima cosa e per sommi capi il contenuto delle tesi che vi sono esposte.

Il marxismo è una scienza sociale rigorosamente storica, il cui fulcro è nella critica dell’economia politica. Non ha quindi niente a che fare con la ‘filosofia’ propriamente detta. “Il materialismo storico, nella sua tendenza principale, non è più un metodo filosofico, ma empirico-scientifico”.[23] Le sue fonti, peraltro, sono varie: dal materialismo borghese, a Ricardo , ad Hegel. Ma al contrario dei primi due ed a similitudine del terzo Marx non parte dall’individuo ma dal nesso sociale e, più in particolare, (e questo lo distingue da Hegel) dal suo modo specifico, con cui si costituisce la società. Difatti il marxismo non è scienza ‘in generale’, ma scienza di una società in particolare, quella borghese-capitalistica. Ecco quindi il primo principio-cardine di Marx: la specificazione storica dei rapporti sociali (punto n.1 di “Perché sono marxista”). Una impostazione del genere è possibile a Marx perché ha concepito la società dal punto di vista del mutamento; mutano quindi, ed hanno validità solo storica e transitoria, le leggi che regolano l’organismo storico sociale. Marx qualifica l’economia politica come scienza non dei rapporti economici tout court ma dei rapporti sociali nel capitalismo, e concepisce questi come rapporti che possono essere cambiati, al di là di ogni pretesa filosofia della natura.[24]

D’altra parte, il marxismo giunge alla comprensione della società presente in quanto scienza di classe, cioè ricostruzione della totalità del mondo borghese dal punto di vista della classe operaia, del proletariato. È quindi indagine scientifica di un oggetto che si è reso indipendente dall’individuo, e il cui soggetto, il proletariato, è la classe rivoluzionaria per eccellenza. “L’esposizione di tutti i rapporti della società borghese esistente come i rapporti particolari di una determinata epoca di sviluppo storico contiene la base per la critica scientifica di questa particolare formazione sociale e per il suo rovesciamento pratico”.[25]Il marxismo è quindi scienza critica, non positivistica (punto n.2 di “Perché sono marxista”).

‘Critica’ non deve essere inteso in un senso meramente idealistico, ma come critica materialistica. Essa implica dal punto di vista dell’oggetto un’investigazione empirica di tutte le sue relazioni e sviluppi, “condotta con la precisione di una scienza naturale”, e, dal punto di vista del soggetto, un esame di come i desideri impotenti, le intuizioni e le esigenze di singoli soggetti si sviluppano in un potere di classe storicamente efficace che guida alla pratica rivoluzionaria.[26] Diviene qui centrale il rapporto con Hegel e Ricardo. Entrambi riflettono le contraddizioni della società borghese: il secondo esprimendole senza mediazioni nella sua costruzione teorica, il primo tentando al contrario con il metodo dialettico di farne un elemento caratterizzante la realtà (qualsiasi realtà) e in se stesso progressivo. In entrambi è presente un vasto materiale empirico. Marx accoglie quest’ultimo e mostra il carattere apologetico delle loro analisi, che pure rappresentano il vertice più alto di autocoscienza ‘borghese’, e costituisce la sua scienza come critica dell’idealismo e critica dell’economia politica. Riconduce anzi l’una critica all’altra, e quindi l’intera sua opera si mostra internamente coerente.

“La sua ‘Critica dell’economia politica’ appare ancora come una prosecuzione (rivolta verso il materialismo) della vecchia battaglia idealistico-filosofica per la soppressione dell’ ‘autoalienazione umana’”.[27] Marx, insomma, riprende da Hegel la comprensione della società come un tutto, ma rompe nella sostanza con il metodo hegeliano e ricardiano, l’uno che giustifica le contraddizioni, l’altro che non le spiega.

Come l’hegelismo ha rappresentato la teoria della società dal punto di vista della borghesia rivoluzionaria, così il marxismo rappresenta la teoria della società dal punto di vista del proletariato rivoluzionario, parte dell’evoluzione sociale stessa ed espressione sul piano della lotta della teoria della lotta di classe: “La teoria marxiana, secondo il suo carattere qui sommariamente descritto, è una nuova scienza della società civile borghese. Questa nuova scienza compare in un’epoca in cui contro la classe borghese dominante nella società civile, nel suo Stato, nella sua scienza, si è levato il movimento autonomo di una nuova classe sociale […] Essa specifica la società borghese e ricerca le tendenze visibili dal suo presente sviluppo e la via per il suo imminente rovesciamento pratico. Essa pertanto, in quanto teoria della società civile borghese, è contemporaneamente una teoria della rivoluzione proletaria”.[28]

 

La teoria del valore

Marx distrugge il concetto di verità astratta, e conosce solo verità storiche. La legge del valore non è quindi solo o tanto una legge ‘economica’ ma una legge ‘sociale’, che insieme esprime una realtà feticistica e la smaschera, ricostruendo il capitale come sistema funzionante autonomamente e come rapporto sociale. La critica dell’economia politica si fonda sul concetto di ‘lavoro astratto’, che specifica il lavoro produttore di merci di Smith e Ricardo in lavoro produttore di merci per altri, lavoro sociale: che non può essere dato, ma va spiegato.

Scrive Korsch: “Il ‘carattere di feticcio’ della merce […] consiste nel fatto che i prodotti della mano umana acquistano una peculiare qualità, non ‘dalla natura’ (come avevano creduto i classici) ma nelle particolari condizioni sociali del modo di produzione borghese […] La società borghese è la particolare forma sociale in cui proprio le relazioni fondamentali che gli uomini stringono nella produzione sociale della loro vita appaiono soltanto a posteriori alla coscienza degli interessati in questa forma rovesciata, come rapporti di cose. Poiché essi fanno dipendere le loro azioni coscienti da queste rappresentazioni, vengono effettivamente dominati dal prodotto delle mani, come il selvaggio dal feticcio… Ciò che Marx qui designa come ‘feticismo del mondo delle merci’ è soltanto l’espressione scientifica della stessa cosa che egli in precedenza, nel suo periodo hegeliano-feuerbachiano, aveva designato come ‘auto-estraneazione umana’”.[29]

Una volta consumatasi l’accumulazione originaria, la legge del valore spiega il funzionamento di questa società come se fosse una legge ‘naturale’: funzionamento che è possibile solo attraverso e mediante le crisi. I tentativi di uscire dalla crisi con una maggiore organizzazione della società mediante la centralizzazione dei capitali, i monopoli, o attraverso l’intervento dello stato, non fanno che violare l’unica organizzazione sociale che è possibile sotto il capitale, ed al tempo stesso mantengono le categorie feticistiche di merce, denaro, capitale. Finiscono così con l’aggravare la crisi e preparare la guerra.

Di più. La teoria del valore, divenendo teoria del plusvalore, cela il carattere classista di questa società. La presente libertà di contrattazione e di vendita è un’ ‘apparenza’ che nasconde la riduzione della forza-lavoro a merce, e lo sfruttamento sociale.[30] Si rivela così più chiaramente quale sia il senso della teoria del valore, cioè del pareggiamento di lavori diversi: “La teoria economica del valore lavoro corrisponde allo stadio di sviluppo della produzione sociale in cui il lavoro umano ha cessato, non solo come categoria, ma anche nella realtà, di aderire organicamente, per così dire, all’individuo […] ogni lavoro particolare [ora] equivale di diritto a ogni altro lavoro particolare”.[31] Questa astrazione ‘forzata’ con la quale gli economisti classici e il marxismo hanno eguagliato l’ineguale, riconducendo i rapporti di valore tra le merci alla quantità di lavoro in essa incorporato […] scaturisce in primo luogo ed essenzialmente non dalle definizioni della scienza economica, ma dal carattere effettivo della produzione capitalistica di merci. La merce è il leveller nato”.[32]

Sbaglia, del resto, chi pensa che Marx abbia voluto mediante successive determinazioni spiegare il prezzo delle merci: “il significato della legge di valore…. non consiste soprattutto in una determinazione immediata dei prezzi delle merci per mezzo del valore”.[33] Nemmeno se la spiegazione mediata dei prezzi di produzione venisse a cadere (a cagione della determinazione monopolistica dei prezzi) il senso della teoria del valore verrebbe a cadere, poiché la sua funzione è nella completa eliminazione dell’apparenza feticistica. Per Korsch insomma, la teoria del valore non mira ad un calcolo matematico del plusvalore, alla misurazione dello sfruttamento. Lo sfruttamento è il “risultato di una lotta di classe sociale che, proprio per il fatto che nel meccanismo economico della produzione capitalistica non è posto alcun limite oggettivo all’accrescimento del saggio di plusvalore, nel corso dello sviluppo , con la sempre crescente accumulazione del capitale a un polo e contemporaneamente della miseria al polo opposto della società, assume forma sempre più aspra e infine sbocca in una aperta rivoluzione”.[34]

Le categorie feticistiche dell’economia politica, scrive Korsch citando Marx, sono “forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci”.[35] “Fin tanto che questa base materiale dell’esistente società borghese è soltanto attaccata e scossa, ma non rovesciata, dalla lotta pratica, rivoluzionaria del proletariato, anche le forme ideali sociali più solide dell’epoca borghese possono esser soltanto criticate, ma non definitivamente superate dalla teoria rivoluzionaria del proletariato”.[36] Lo sviluppo oggettivo conduce così ad un risultato che richiede però, per realizzarsi un’azione pratica sociale.[37]

Si conferma così che la critica dell’economia politica “indaga le tendenze implicite sin dall’inizio nella produzione capitalistica di merci che, nel corso del loro sviluppo, rendono obiettivamente possibile e soggettivamente necessaria la lotta proletaria per il rovesciamento di questo modo di produzione e il passaggio ai nuovi, più elevati rapporti di produzione della società socialista e comunista”.[38] Nella terza parte del libro Korsch sottolinea il carattere materialistico dell’opera marxiana; il suo essere scienza rigorosa, e cioè il fatto già ricordato che il metodo di Marx si fonda sull’unica generalizzazione possibile nelle scienze sociali del metodo delle scienze naturali. Inoltre tratta del già ricordato rapporto tra analisi oggettiva e lotta di classe, tra struttura e sovrastruttura.

 

Qualche conclusione provvisoria

L’opera di Korsch, e il Karl Marx in particolare, è una delle migliori nella tradizione marxiana, al di là delle comuni incrostazioni dogmatiche e dei semplicismi interpretativi. Più che ripetere ciò che è valido nell’analisi di Korsch, ci pare più importante sviluppare in conclusione alcune critiche.

Innanzitutto, in Korsch manca una analisi convincente del lavoro ‘astratto’, che ne spieghi non solo (sulle orme, del resto di Rosa Luxemburg; vedi Riforma sociale o rivoluzione?) il carattere di ‘astrazione reale’, ma anche il modo con cui esso è prodotto: che rinvenga, quindi, nel processo di alienazione e di opposizione del lavoro astratto ai lavori concreti il luogo d’origine della natura mediata e contraddittoria della società capitalistica. Manca, conseguentemente, anche una soddisfacente analisi del rapporto valore-valore d’uso. Al contrario, per Marx è proprio di qui che parte la interpretazione del capitalismo come realtà rovesciata ed estraniata.

In secondo luogo, come nota Leonardo Ceppa richiamando i risultati degli studi di Helmut Reichelt e Roman Rosdolsky, il metodo di Marx distingue tre livelli di analisi conoscitiva del capitalismo: il concetto di ‘capitale in generale’, come esso si manifesta, quale è il movimento concreto (cioè storico). Marx ha svolto nei primi due libri solo l’analisi astratta del capitale, e nel terzo si avvicina al modo di manifestazione. Mai insomma Marx intende spiegare la realtà empirica del capitale, ma solo la totalità astratta del concetto di capitale. [39] Korsch rischia l’identificazione di analisi e realtà, Marx distingue sempre rigorosamente la ricostruzione scientifica e la realtà. Per Marx, difatti, la teoria è da un lato costruzione derivata (dal concreto all’astratto, con la priorità dello storico sul logico), dall’altro premessa di una reale comprensione dei fatti (dall’astratto al concreto; priorità conoscitiva del logico sullo storico). Per Korsch, invece, la teoria è l’immagine speculare della realtà, e questa si riduce a lotta di classe.

In terzo luogo Korsch non vede che, se il marxismo è critica dell’economia politica, è anche ricostruzione ‘economica’ del funzionamento del capitalismo. È cioè enucleazione di quelle leggi che Korsch stesso ricorda essere valide per una determinata formazione economico-sociale. Ma se è così, allora non è possibile esaurire la determinazione del plusvalore ad un risultato puro e semplice della lotta di classe. Occorre precisare che il marxismo è ricostruzione dell’economia capitalistica, precisamente nel senso che esso deve riuscire a dare una spiegazione corretta del suo movimento a partire dalla legge del valore.

Se la lotta operaia infrange le leggi di movimento del capitalismo, allora si pone il problema di uno sbocco rivoluzionario. Ma, a questo proposito, Korsch sembra cadere in alcuni equivoci. L’intervento soggettivo della classe operaia, difatti, non può essere dato per scontato, come non ne sono scontate le caratteristiche rivoluzionarie. Per dirla in altri termini, la classe operaia non è immediatamente costituita nella sua autonomia come classe rivoluzionaria. E allora, proprio nel momento in cui essa, nella lotta per il salario, infrange certe ‘leggi naturali sociali’ del capitale, si pone la necessità della mediazione e dell’intervento politico.


Karl Korsch, testi citati
Consigli di fabbrica e socializzazione (1922), Laterza, Bari 1970
Marxismo e filosofia (1923) Sugar, Milano 1970
Il materialismo storico. Anti Kautsky (1929), Laterza, Bari 1972
“Anticritica” (1930), in Marxismo e filosofia, Sugar, Milano 1970, pp. 7-36
“Crisi del marxismo” (1931), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 133-140
“L’empirismo nella filosofia di Hegel” (1931), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 11-41
“Hegel e la rivoluzione” (1931), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 167-169
“Introduzione” al Capitale” (1932), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 43-71
“Alcuni presupposti di fondo per una discussione materialistica della teoria della crisi” (1933), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 141-150
“Lettere a Mattick” (1935) in Marxiana 1, 1976, pp. 154-5
“Perché sono marxista” (1935) in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 171-187
“La fine dell’ortodossia marxista” (1937) (The Passing of Marxian Orthodoxy, in International Council Correspondence, III, nn. 11-12)
“La filosofia di Lenin” (1938), in Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 151-164
“La ideologia marxista in Russia” (1938) (“The Marxist Ideology in Russia”, in Living Marxism, a. IV, marzo, n. 2)
Karl Marx (1938/1948-50), introduzione di Giuseppe Bedeschi, Laterza, Bari 1969
“Un approccio non dogmatico al marxismo” (1946), Karl Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, a cura di Gian Enrico Rusconi, Laterza, Bari 1974, pp. 189-194

Note
[1] Consigli di fabbrica e socializzazione, p. 59.
[2] “per il moderno materialismo dialettico è anzitutto essenziale intendere sul piano teorico e trattare sul piano pratico le formazioni spirituali come la filosofia e ogni altra ideologia in quanto realtà” (Marxismo e filosofia, p. 66).
[3] Korsch rivendica in quest’opera, come fa György Lukács in Storia e coscienza di classe, la categoria della totalità come patrimonio del marxismo.
[4] “Astraendo da ogni filosofia, è però del tutto chiaro che la coincidenza della coscienza con la realtà caratterizza ogni dialettica e quindi anche quella materialistica marxista… senza questa coincidenza una critica dell’economia politica non sarebbe mai potuta divenire l’elemento essenziale di una teoria della rivoluzione sociale” (Marxismo e filosofia, p. 77).
[5] Scriverà nel Karl Marx: “la natura fisica non si iscrive immediatamente nella storia mondiale, ma mediatamente, come processo della produzione materiale, che si attua sin dall’origine non soltanto fra uomo e natura , ma contemporaneamente fra uomo e uomo”(p. 163).
[6] La lettera è raccolta in Marxiana 1, pp. 154-155.
[7] Ivi, p. 157.
[8] Si veda “La fine dell’ortodossia marxista”, del 1937.
[9] Si veda “La ideologia marxista in Russia”, del 1938.
[10] Si veda “La filosofia di Lenin”, del 1938.
[11] “Alcuni presupposti di fondo per una discussione materialistica della teoria della crisi”, 1933, p. 149.
[12] “Perché sono marxista”, 1935, p.184.
[13] “Perché sono marxista”, 1935, p. 172-173.
[14] “Ma proprio su questo metodo rigoroso, che non tralascia nulla e nulla accetta a priori senza controllo dall’esperienza comune superficiale e viziata da pregiudizi, si basa tutto il pregio formale della scienza umana” (“Introduzione” al Capitale, p. 68)
[15] La dialettica può esprimere la realtà, anche se la realtà non è dialettica (vedi “L’empirismo nella filosofia di Hegel” a p. 30).
[16] “L’empirismo nella filosofia di Hegel”, p. 40.
[17] L’empirismo nella filosofia di Hegel”, p.41.
[18] “Hegel e la rivoluzione”, p. 168.
[19] “Crisi del marxismo”, p. 140.
[20] Il metodo marxiano “porta ancora contenutisticamente, metodicamente e terminologicamente, in ogni relazione, il marchio della vecchia filosofia hegeliana, dal cui grembo proviene” (Karl Marx, p. 260).
[21] “Perché sono marxista”, p.182.
[22] Ivi, p. 258.
[23] Karl Marx, p. 260.
[24]Il Capitale, nel suo contenuto stesso, dimostra quanto il fondatore della concezione materialistica della storia sia stato lontanissimo dal fare del suo nuovo principio una specie di ‘teoria storico-filosofica universale’ portata dall’esterno sopra la storia reale” (“Introduzione” al Capitale, p.71).
[25] Karl Marx, p.41.
[26] “Perché sono marxista”, p.175.
[27] Karl Marx, p. ???. Korsch, nello stesso Karl Marx, oscilla tra una considerazione del Capitale come positivo passaggio dalla filosofia alla scienza e come espressione di una fase della lotta di classe non immediatamente rivoluzionaria. Vedi pp. 103-104.
[28] Ivi, p. 71.
[29] Ivi, pp. 121-122.
[30] Vedi le pp. 133-134.
[31] Ivi, p. 136.
[32] Ivi, p. 137.
[33] Ivi, p. 131.
[34] Ivi, p. 141.
[35] Si veda, nella traduzione di Delio Cantimori, il Capitale I, 1, p. 89.
[36] Karl Marx, p. 150.
[37] Ivi, p. 156.
[38] Ivi, p. 89.
[39] Si veda Leonardo Ceppa, “La concezione del marxismo in Karl Korsch”, Annali Feltrinelli 1973, Milano 1974, p. 1249.
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