La multimodalità del processo di astrazione in Marx nella relazione fra logica formale e dialettica
di Giancarlo Lutero*
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 1/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, pp. 70-130, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0
«La trama nascosta è più forte di quella manifesta» Eraclito, DK I - 162
1. Introduzione
Uno dei meriti storici della tradizione dialettica moderna è stato indiscutibilmente quello di favorire la transizione da una visione statica ad una dinamica del sapere scientifico e nel cercare di far comprendere come il progresso scientifico e sociale sia un processo travagliato, problematico, e di come esso sia intimamente connesso col pensiero filosofico. Si può sostenere che G.W.F. Hegel, ed i suoi “cattivi allievi” K. Marx, F. Engels e Lenin, siano stati tra i più autorevoli araldi di questa visione dialettica del rapporto fra conoscenza scientifica e visione critica del mondo, favorendo il superamento di quelle concezioni euristiche che interpretavano le verità scientifiche come dato immutabile ed assoluto. Sebbene si siano chiaramente manifestati i limiti a cui sono andate incontro le scienze particolari1, tuttavia, assistiamo in questo frangente al dominio sociale incontrastato dello scientismo e ad un persistente stato di separazione conflittuale e d’incomprensione fra la cultura umanisticofilosofica e quella tecnico-scientifica, nefasto esito della divisione del lavoro e dei saperi. Non si può negare il peso crescente che hanno assunto nel mondo odierno le scoperte scientifiche e le loro applicazioni tecniche: i risultati della ricerca scientifica occupano così un ruolo sempre più preminente, trasmettendo un senso di grande autorevolezza attraverso i principali mezzi di comunicazione di massa e assumendo un ruolo imprescindibile nei centri di produzione del sapere e della ricchezza.
La realtà è interpretata con mezzi che di sovente hanno origine da un grossolano e superficiale approccio neo-empirista e da una scandalosa egemonia, a quanto pare non criticabile, dei dati economici e statistici, stimati in modalità opache da agenzie sovranazionali di vario tipo e credibilità. Con sconcerto si assiste ad un atteggiamento di serena indifferenza, se non addirittura un diffuso disprezzo, per la riflessione concettuale; un atteggiamento a cui è necessario contrapporre provocatoriamente, al contrario, la centralità del procedimento astrattivo quale termine essenziale che illumina la scoperta di una verità, parziale e limitata, elemento solamente provvisorio della comprensione profonda di una totalità organica oggetto di studio. Fenomeni attualmente molto discussi come il Big Data Analytics, l’Intelligenza Artificiale, il Machine Learning, sottolineano ed esasperano questo rifiuto per l’analisi speculativa e l’elaborazione di sistemi teorici, ritenuti da alcuni oramai addirittura superflui2. Ai data-scientists, e a tutti coloro che confidano in questa moderna modalità di feticismo tecnologico sono sufficienti gli algoritmi e le correlazioni statistiche, erroneamente contemplati come efficienti e neutrali (in una parola ottimizzanti) per produrre “cono-scienza”.
Queste manifestazioni di ingenuo positivismo, che si rifanno al mito del calcolo digitale e all’universalizzazione delle pratiche induttive, non riescono del tutto a celare il proposito di alcuni gruppi sociali di instaurare un dominio tecnocratico che pretende di essere giudicato obiettivo e neutrale dall’opinione pubblica3. È l’eterno problema filosofico del rapporto fra soggetto ed oggetto, che si ripropone come una relazione complessa e contraddittoria fra la specie umana e la biosfera di cui è elemento attivo, o fra l’essere umano con la sua storia ultra-millenaria e le condizioni naturali della sua riproduzione. Tale legame si è articolato nel corso della storia per mezzo dell’evoluzione del linguaggio, il quale si è associato all’accumulazione e alla revisione permanente dell’indagine della realtà fisica e sociale. L’edificazione di concetti, di cui il processo di astrazione è un necessario mediatore, è elemento nodale di una processualità dialettica che consente di comprendere in tutte le sue profonde articolazioni il concreto reale. Nella sua splendida Terminologia filosofica, Adorno asseriva con una metafora molto suggestiva che i termini filosofici sono «monumenti di problemi irrisolti»4: la relazione fra i linguaggi ed i concetti è anch’essa investita dal flusso ininterrotto e persistente del divenire storico, quindi è doveroso fare uno sforzo di chiarezza nel momento in cui si utilizza un lessico, dove sia possibile e opportuno5.
Tale impegno è inderogabile quando ad esempio si cerchi di definire ed individuare cosa possiamo ritenere oggi scienza in contesti come quelli accademici, editoriali, e culturali in genere, in cui le contraddizioni, così come le ambiguità ed i punti oscuri, sono numerose. La scienza si può manifestare in una modalità caricaturale e banalizzante attraverso i divulgatori televisivi, così come nelle pagine culturali domenicali dei quotidiani, oppure attraverso i suoi risultati più visibili, come nello scintillio sensuale e perturbante delle merci hitech esposte nei giganteschi centri commerciali. Essa è quella prodotta a vario titolo dalla comunità degli scienziati, i quali assurgono spesso al ruolo di novelli sciamani-sacerdoti in camice bianco, che si esibiscono come officianti di un moderno culto laico alternativo a quello religioso6, il quale è l’unico che sia ancora permesso in un’epoca di ultra-relativismo postmoderno. Siamo in una fase storica nella quale è divenuto urgente porci il problema di cosa sia la scienza, e di come essa possa essere liberata dai vincoli economici e possa essere utilizzata da una soggettività organizzata per incidere sulla realtà sociale. Bisogna prendere atto che la scienza è ridotta nella sua quasi totalità a produzione tecnologica meramente strumentale, incamerata a vario titolo nella forza produttiva sociale, che si accompagna da una parte al culto della professionalità e dello specialismo da parte dei suoi agenti, dall’altra al recupero di una serie diversificata di filosofie irrazionali7. C’è il predominio di una riflessione esclusivamente logico-epistemologica cui gente come Marx, ed il disperatamente fuori moda Lukács8, hanno stoicamente contrapposto la centralità di un’ontologia che riproponga il problema essenziale dell’essere e del destino dell’uomo, antitetica alla manipolazione interessata cui è ridotta la scienza ufficiale nel mondo dominato dal capitale. Presupposto critico di questa visione dominante è l’insostenibilità di un qualsiasi enunciato di neutralità della scienza medesima9; semmai si può affermare che solamente alcune proposizioni scientifiche universali possano esserlo. Come abbiamo già accennato, queste espressioni tipiche di un certo neopositivismo sono più che mai attuali nell’era dei big data, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, la quale è vincolata all’apprendimento dei comportamenti di migliaia di prosumer connessi al web, oltre che alle scelte procedurali inserite in codici più o meno aperti.
Nell'epoca attuale sia Hegel che Marx, i più importanti esponenti storici di una visione dialettica della scienza, anzi ad esser più precisi della scienza dialettica, sono fortemente osteggiati, se non odiati, a causa della cultura tecnicistica che è dominante nell’istruzione e nella cultura contemporanea, perché con i modelli positivistici di scienza che esse diffondono ma anche di visione della vita10 hanno reso inavvicinabile ai più la logica dialettica, la quale nella sua sostanza tende a sottrarsi a qualunque tipo di formalizzazione11. La dialettica non è semplicemente un “metodo”, bensì è espressione del riconoscimento dell’automovimento del reale. Quando Marx in un suo famoso passo affermava che la dialettica era “scandalo ed orrore per la borghesia”12, individuava una congiuntura storica che purtroppo si è ripresentata tragicamente in questi tempi condizionati da una cultura relativistica e nichilistica. Ma se la scienza oggi non può che essere quella del Capitale, sarebbe sciocco ed utopistico ipotizzare il contrario, allora è fondamentale fare un’opera di interpretazione e saper discernere cosa è conoscenza13 da ciò che non lo è ed ha solamente una funzione mistificatoria.
Il processo di astrazione14 è lo strumento esplorativo più potente a disposizione della ricerca scientifica. In questo scritto si cercherà di indagare come esso sia complesso da inquadrare e di come sia elemento centrale e determinante dell’analisi anche di una realtà sociale. In particolare, le riflessioni che seguiranno partono dal concetto di astrazione reale o determinata15, elemento necessario della processualità dialettica specificatamente marxiana, utilizzata dallo studioso tedesco nella fase matura dei suoi studi sul modo di produzione capitalistico16, in confronto a quelle particolari astrazioni tipiche della logica formale e matematica.
Nelle sezioni che seguiranno ci sarà una sintetica presentazione del rapporto fra un sistema logico-formale e la logica dialettica, esaminando le relazioni che sussistono fra il formalismo matematico, il metodo assiomatico, e la definizione di astrazioni indeterminate (sez. 2), seguono delle riflessioni sull’uso distorto della logica formale o matematica e delle astrazioni indeterminate nel dominio delle scienze economiche dominanti (sez. 3), la rilevanza della cosiddetta astrazione reale o determinata nella dialettica e nello studio di quella particolare totalità organica che è il modo di produzione capitalistico e il rapporto di produzione e riproduzione capitalistico della vita sociale (sez. 4), la discussione sull’astrazione reale nel merito della critica dell’economia politica adottata da Marx nella fase più compiuta e matura dei suoi studi sul capitalismo e sui modi di produzione in generale, segnatamente in Il Capitale (sez. 5). La sez. 6 sintetizza la narrazione qui esibita.
2. Scienza, logica formale e logica dialettica
«All’analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: l’uno e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza dell’astrazione»
Karl Marx, Prefazione alla Prima ediz. de Il capitale
Nell’età moderna, in special modo nell’empirismo e nella filosofia kantiana, la logica è stata definita come la disciplina che studia le leggi che regolano il pensiero, del modo di pensare dell’essere umano; in questa visione essa quindi esprime la modalità di conoscere il mondo e non la realtà in sé. Con Hegel questa prospettiva cambia radicalmente: egli, superando il dualismo kantiano tra fenomeno e noumeno, nonché fra essenza e fenomeno, sostiene che pensiero ed essere coincidono e quindi la logica è anche metafisica od ontologia in quanto la logica non esprime solamente il nostro modo di conoscere il mondo, ma anche il modo stesso di essere della realtà. La logica di conseguenza studia la struttura del mondo, che si riflette in un insieme dinamico di concetti e categorie. Nella logica hegeliana i concetti sono al contempo determinazioni del pensiero e della realtà in sé17. Ci sono due visioni universali di logica che generalmente vengono contrapposte: la logica formale e la logica dialettica. Di solito chi adotta la logica formale ipotizza che la realtà sia interpretabile con leggi positive, rappresentabili matematicamente con funzioni generalmente lineari, in un’ottica esclusivamente quantitativa, mai contraddittoria, che può essere illustrata a partire da un sistema di assiomi e da poche regole logiche incontestabili. Chi adotta la logica dialettica18 nelle sue analisi invece ipotizza una realtà complessa, nebulosa, con salti quantitativi e mutazioni qualitative di vario tipo, ma soprattutto uno spazio in cui si possano generare e manifestare opposizioni reali o contraddizioni dialettiche. Fichte nella sua Dottrina della Scienza chiarì che la logica formale è la scienza specifica che si occupa dell’uso corretto delle categorie del pensiero umano e questo, fattore assai importante, postula una separazione di principio fra forma e contenuto dell’oggetto indagato. Quindi in via generale per logica formale, in questo contesto, intendiamo qualunque struttura che adotti un linguaggio matematico o simbolico e che rispetti i principi della logica aristotelica, in particolare il fondamentale principio di non contraddizione. Nella logica dialettica invece non vi può essere spazio per l’inconfutabilità degli assiomi, ogni presupposto necessita di essere criticato e validato data la sua determinazione intrinsecamente contraddittoria e quindi mobile. Nella logica formale, o nei sistemi assiomatico-deduttivi, difficilmente il dato ovvero le ipotesi, sono sottoposti a questo processo di inveramento, di confronto e verifica e il modulo conoscitivo induttivo è incastrato in rigidi modelli deterministici o stocastici che individuano associazioni a cui vengono spesso arbitrariamente attribuiti una rigida ed unidirezionale relazione causa-effetto19. I formalisti tendono a ridurre la logica dialettica unicamente a logica dell’unità di opposti antagonisti e adottano una nozione di metrica difforme: il concetto di misura diventa importante anche nella logica dialettica perché può dar conto dei salti evolutivi, delle emergenze, delle trasformazioni quali-quantitative che nessuna logica formale-lineare potrà mai riconoscere e rappresentare20.
I formalisti hanno preteso di trattare le contraddizioni dialettiche come escrescenze del pensiero o del linguaggio, da espungere da un sistema concettuale21 perché terrorizzati da esse. Come risolvere questa difficoltà che blocca l’operato dello scienziato comune? Già Aristotele consigliava la parametrizzazione ovvero la distinzione dei rispetti22. Nel momento in cui si procede con una parametrizzazione, si cancella il problema della totalità, che può stare all’origine di paradossi logici o di vere e proprie contraddizioni reali. Attuare una strategia analitica e considerare solo un aspetto o un pezzo di una specifica realtà, prescindendo da tutto il resto, è l’usuale modo di operare di una strategia riduzionistica o di contenimento.
Con formalizzazione si intende il riflesso dei risultati del pensiero in una terminologia della massima precisione, la quale consente di far risaltare la struttura interna di una teoria, contrapponendosi al pensiero sostanziale o intuitivo: questa iniziativa diviene di fondamentale importanza specialmente nella cosiddetta assiomatica moderna. Nel suo aspetto più generale, la formalizzazione consiste nel precisare il contenuto di un ente, col proposito esclusivo di rendere rigorosa la sua forma; nello specifico in logica e in matematica di solito si intende la traduzione di un sapere sostanziale in un linguaggio simbolico, artificiale, caratterizzato da regole precise per la costruzione delle proposizioni e per la loro comprensione. La costruzione di un linguaggio simbolico altamente astratto e formalizzato ha avuto il merito di creare uno strumento rigoroso, entro certi confini, che ha permesso di superare i limiti dell’esperienza comune, forzando la concezione di cosa consideriamo esperienza, costringendoci ad approcciarsi ad essa verificando la sua evoluzione, la sua storia.
L’aspetto più rilevante per il nostro proposito è chiarire che ciò che assume significato pregnante sono esclusivamente le relazioni formali fra i concetti e non i concetti in sé: per costruire un tale linguaggio è necessario applicare il metodo assiomatico. Marco d’Eramo afferma correttamente che la razionalità scientifica «consiste nel rinunciare a porsi nello studio della natura, il problema del “perché” e nel limitarsi a porre il problema del “come” […] l’atto fondativo della fisica moderna è il taglio netto di qualunque nesso tra la fisica e la metafisica. La moderna “filosofia naturale” si propone l’obiettivo di descrivere il mondo, non di spiegarlo»23.
L’assiomatica è stato un orientamento che ha segnato profondamente la storia del neopositivismo logico, del Wienerkreis, così come lo sviluppo poderoso di alcune discipline scientifiche ed i loro riflessi sulla società moderna e contemporanea. Ci è sufficiente ricordare che anche il metodo assiomatico ha avuto una genesi travagliata e ricca di spunti per comprendere lo sviluppo delle scienze matematiche e della logica. L’assiomatizzazione di una qualunque teoria necessita di concetti primitivi e di assiomi o di postulati. Tutte le affermazioni di una teoria possono essere ricavate da un numero ridotto di affermazioni, accettate senza dimostrazione e senza che siano discusse. I concetti primitivi devono essere semplici e chiari, devono evitare circoli viziosi logici o regressi all’infinito nelle definizioni stesse. Gli assiomi devono essere verità evidenti di per sé, intuitive. Proprio su quest’ultimo punto si è arenata la scuola classica dell’assiomatica: l’approccio moderno slega gli assiomi da quei vizi logici a cui può condurre l’intuizione umana, e di conseguenza da quel principio induttivo fondato sugli eventi empirici da cui inevitabilmente gli assiomi adottati si originavano, fissando arbitrariamente delle proposizioni che devono possedere principalmente un carattere di utilità strumentale per il sistema. Riferimento imprescindibile per l’assiomatica moderna è stata la figura del grande matematico David Hilbert24 o il gruppo francese di matematici che è noto con la denominazione Nicolas Bourbaki, veri e propri apostoli radicali dell’assiomatica e della matematica pura25. Il metodo assiomatico nella sua formulazione moderna è caratterizzato da tre requisiti necessari la non contraddizione, l’indipendenza e la completezza del sistema di assiomi. Tutte e tre queste caratteristiche potrebbero essere riformulate e sintetizzate nella esclusiva non contraddittorietà di una teoria. Ma ciò non è ancora sufficiente, perché in determinati contesti i famosi teoremi di Gödel, fra cui quello di incompletezza sintattica, hanno dimostrato l’incompletezza o l’indecidibilità di tale sistema, di conseguenza la coerenza formale ha un valore solamente parziale, circoscritto, non assoluto. Le conseguenze di questi teoremi sul programma minimalista e meccanicistico di Hilbert sono state devastanti26.
Richiamando la citazione in occhiello, Marx affermava che allo studio o all'analisi delle forme economiche non sono sufficienti «né il microscopio né i reagenti chimici», ovvero gli strumenti conoscitivi tipici delle scienze naturali o più genericamente delle scienze particolari sperimentali. Ad oggi possiamo affermare, anche sulla base dell’esperienza individuale, che sono insufficienti, ma necessari in determinati contesti conoscitivi, anche l'assiomatica ed i modelli econometrici e statistici più o meno microfondati, le variabili aleatorie ed i sistemi dinamici differenziali, l'attività previsionale ed i metodi di ottimizzazione. Sfortunatamente in Italia è sempre stata presente una florida corrente antiscientifica e antimodernista, che sembra tutt’oggi dominante nella cultura popolare e nel cattivo senso comune. La tesi avanzata da alcuni studiosi di storia delle scienze (Giorello, Bellone) è che già nel secolo scorso la scuola filosofica di Benedetto Croce e Giovanni Gentile concorse, anche se non in modo esclusivo, di fatto a ridimensionare quegli avanzamenti operati nelle discipline scientifiche e nella filosofia della scienza, innescati da personaggi di spessore come Federigo Enriques e Giuseppe Peano. Si può ipotizzare che in realtà Croce esprimesse più un deciso e critico antipositivismo ed antiriduzionismo piuttosto che un ottuso spirito antiscientifico tout court, e che in realtà si stesse consumando una battaglia ideologica e di potere per l’egemonia culturale e nella comunità filosofica nello specifico: la questione delle due culture contrapposte, quella umanistica e quella delle scienze pure o sperimentali, è ancora aperta e aspramente dibattuta27.
Per scansare tediosi fraintendimenti, dobbiamo saper riconoscere anche i successi che il positivismo28 ed il linguaggio matematico-formale hanno ottenuto nei loro specifici campi di applicazione29, sottolineando altresì come essi possano essere ricondotti entro l'alveo della critica e delle leggi generali della dialettica come sapere, oggetto specifico dell’intelletto astratto (Verstand), come avrebbe ribadito Hegel. Per meglio comprendere questa affermazione è utile tornare alle pagine di due giganti del pensiero come Hegel e Marx perché in esse troveremo delle risposte e nuovi stimoli. Occorre avere coscienza del fatto che il linguaggio matematico e la logica formale sono l’espressione di una mediazione necessaria, che non può che assumersi come determinazione quantitativa provvisoria e preliminare, quella “misura” da cui non si può prescindere in uno studio delle forme economiche succitate, le quali possono ingannare i sensi nel più classico dei processi di feticizzazione. Ci sono delle correnti di pensiero dominanti, espressione di forme più o meno rozze e superficiali dell'empirismo e del pragmatismo, sovente associate ad una visione ideologica individualistica e riduzionistica, che hanno elevato tali strumenti a criterio esaustivo incontestabile, neutrale e al di sopra di qualsiasi visione della vita, e che hanno posto a criterio fondativo la certezza e la esatta misurabilità dei fenomeni naturali e sociali. La tradizione positivista, con le dovute differenze fra scuole ed autori, si è caratterizzata per il rifiuto di qualunque cosa non sia alla portata dell’esperienza immediata: questa sorta di minimalismo gnoseologico nondimeno in un certo momento storico si è trovato in grandi difficoltà a spiegare le più importanti rivoluzioni scientifiche: di conseguenza qualche studioso più avveduto ed indipendente ha compreso che l’ostinata difesa della coerenza formale di un sistema non è il problema gnoseologico più importante30 perché la scienza, specialmente quella applicata, non sa che farsene di una teoria non contraddittoria raffazzonata o senza alcun valore predittivo31.
Come abbiamo accennato, il positivismo o l'empirismo logico hanno avuto un ruolo critico di rottura in una determinata fase storica ed hanno permesso di ottenere anche dei risultati nell'ambito delle scienze particolari, sarebbe miope ed ottuso negarlo. Qui, sulla falsariga del tardo Lukács, quello dell’Ontologia dell’essere sociale, si deve tutt'al più contestare il ruolo ideologico, inteso come falsa coscienza regressiva, che esso – il paradigma positivista ha avuto in una certa fase storica, e che tuttora ha, nella società capitalistica. La nostra attenzione critica deve essere rivolta a quella sorta di simulacro, difficile da abbattere, che si presenta nelle sembianze di un’ideologia soffocante e con tratti sempre più pervasivi ed autoritari, la quale si esprime in modalità specialistiche e tecnicistiche presso i rappresentanti accademici e politici della classe dominante. Come noto per Hegel tali saperi sarebbero stati rubricati come sapere dell’intelletto, quindi momentanei, manchevoli, lontani dalla ricerca della verità che è oggetto specifico invece della Scienza Filosofica, che è molto ben illustrata nella Scienza della Logica e nella Enciclopedia delle scienze filosofiche. Anche Hegel, nonostante i giudizi poco lusinghieri espressi sulla matematica nella prefazione alla Fenomenologia32, commentando la logica aristotelica nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia sottolineava l’importanza della logica formale, affermando: «In sé e per sé questi giudizi e sillogismi sono certo veri, o meglio esatti: di ciò nessuno ha mai dubitato […] questa logica del finito...la si ritrova dappertutto nei rapporti finiti. Ci sono molte scienze, cognizioni ecc., che non conoscono né adoperano se non queste forme del pensiero finito, le quali difatti costituiscono il metodo generale delle scienze finite»33; esse quindi possiedono una validità astratta, ma non per questo inessenziale, tanto è vero che Hegel richiamandosi al ruolo storico della logica aristotelica, sottolinea come le sue determinazioni debbano essere integrate in un complesso sistematico organico, in cui ogni parte sia riconosciuto come tale, e soltanto il tutto come tutto assuma il valore di verità.
Per sgombrare il campo dall’enorme malinteso generato da alcune letture superficiali di Hegel e di Marx, le quali insistono su un loro presunto spirito antiscientifico e antimoderno, occorrerebbe ricordare che la scienza di cui parlava il filosofo di Stoccarda non è la scienza positiva praticata nei laboratori, o quella dei protocolli falsificazionisti, bensì è la comprensione profonda di una totalità e delle sue parti costitutive, delle relazioni dialettiche e delle potenziali contraddizioni che la animano34. Marx è in continuità con Hegel su questo, ma già nelle Tesi su Feuerbach la supera, si verifica un passaggio ulteriore: la scienza, e la filosofia «hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo». E nella seconda tesi aggiunse che «La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È nell'attività pratica che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica». E insiste nella quinta tesi dicendo che «Feuerbach, non contento del pensiero astratto, fa appello all'intuizione sensibile; ma egli non concepisce il sensibile come attività pratica, come attività sensibile umana»35. Già nel 1845 sono in nuce quelle problematiche che si ripresenteranno nel 1857 e nel 1867 (anno della pubblicazione del I volume de Il Capitale) riguardo alla relazione fra essere e pensiero, fra fenomeno e costruzione concettuale.
Nel difficile rapporto fra filosofia e scienze pure si è venuta a creare una sempre più profonda spaccatura fra posizioni dogmatiche, spesso di ascendenza positivistica, e approccio scettico-agnostico, che nei casi più estremi arriva ad assumere posizioni relativistiche, tipiche della cultura postmoderna dominante: ci sono scienziati che spesso inconsapevolmente si sono rinchiusi nella torre d’avorio del rigore e dello specialismo ed altri che invece si sono gettati nell’abbraccio consolatorio dell’esperienza, dei fatti, rifiutando qualunque riflessione totalizzante, sia essa filosofica o politica. Lo scrittore inglese C. Caudwell descriveva molto bene questo processo di frammentazione del sapere e lo spaesamento degli scienziati in The crisis in physics:
«Si è giunti a un punto in cui la pratica, con la sua teoria specializzata, ha talmente contraddetto in ciascun settore la non formulata teoria generale della scienza come un tutto, da far esplodere, di fatto, l’intera filosofia del “meccanismo”. Le scoperte empiriche della biologia, della fisica, della psicologia, dell’antropologia e della chimica si rivelano un’eccessiva tensione per la teoria generale inconscia della scienza e questa si dissolve in frammenti. Gli scienziati disperano che possa darsi una teoria generale della scienza e si rifugiano nell’empirismo, nel quale tutti i tentativi di formulare una visione del mondo generale sono abbandonati, oppure nell’eclettismo, in cui tutte le teorie specialistiche sono rapprese in una visione del mondo raffazzonata, senza un tentativo di integrazione o ancora nello specialismo, in cui tutto il mondo è ridotto alla particolare teoria specialistica della scienza con la quale il teorico è in pratica impegnato. In ogni caso, la scienza si dissolve in anarchia: e per la prima volta l’uomo perde la speranza di guadagnare da essa una qualunque, positiva conoscenza della realtà»36.
C’è anche chi arriva a prendersi gioco della sacralità che si è originata attorno al ruolo sociale e alla professione di scienziato come ad esempio Richard Feynman, uno dei più importanti fisici teorici contemporanei, il quale afferma, quanto segue:
«Fino a che punto servono i modelli? È interessante il fatto che molto spesso essi in effetti aiutano, e molti professori di fisica cercano di insegnare ad usare i modelli, e ad avere un buon senso fisico per predire come le cose andranno a finire. Ma succede sempre che le scoperte più grandi sono ottenute astraendo dal modello, e che questo non serve mai a niente. La scoperta di Maxwell dell'elettrodinamica fu fatta prima servendosi di molte ruote e ingranaggi immaginari nello spazio. Ma quando vi liberate da tutti gli ingranaggi e gli aggeggi nello spazio tutto va bene. Dirac scoprì le leggi giuste della meccanica quantistica relativistica semplicemente indovinando l'equazione»37.
Il processo conoscitivo di una realtà deve necessariamente individuare quegli elementi storicamente comuni, gli universali, ma questi rimangono momenti astratti, indeterminati, se al contempo non si sottolineano le differenze specifiche relative ad ogni epoca storica, e quindi la loro determinazione concreta: codesta è un'astrazione reale o determinata38. Il filosofo Ernst Cassirer, laureato in matematica fra l'altro, invece ha espresso magistralmente come la produzione di universali indeterminati o l’uso della negazione generica39 possano essere fuorvianti o inutili nella comprensione della realtà:
«il concetto perderebbe se esso significasse semplicemente la negazione dei casi particolari, dalla cui considerazione prende le mosse, e se volesse dire distruzione della loro natura specifica […] Se noi – per usare un drastico esempio di Lotze facciamo rientrare ciliege e carne nel gruppo connotativo dei corpi rossi, succosi e commestibili, non otteniamo con questo alcun oggetto logico valido, bensì una connessione verbale priva di senso e di utilità per la comprensione dei casi particolari. Da ciò risulta chiaro che la generale norma formale di per sé sola non basta, e che invece viene sempre tacitamene integrata da un altro criterio di pensiero»40.
Alcuni grandi matematici della scuola Sovietica come Kolmogorov41 e altri, pongono sotto una ragionevole luce le proprietà di quel particolare tipo di astrazione che sono gli enti matematici. Quello che è interessante notare è come anche dei matematici puri adottino la ben nota teoria del rispecchiamento che è stata al centro di numerosi e combattuti dibattiti sul materialismo storico e la dialettica contrapposti alla filosofia idealistica o allo spiritualismo. Il procedere storico vede il passaggio da semplici regole aritmetiche di computazione alla nascita dell’aritmetica teorica, alle grandezze variabili, alla matematica “pura”, la quale in alcune epoche si autonomizza, si emancipa dal suo legame con l’attività pratica dell’uomo, e produce enti o teorie strumentali che solo in seguito forse troveranno applicazioni utili alla produzione materiale42. Ciò è valso anche per la geometria che fin dalla sua nascita non era possibile separare dall’aritmetica. Anzi lo sviluppo della matematica greca è stato di fatto vincolato da questa centralità della geometria e quindi dal riferimento materiale allo spazio e alle dimensioni43. I limiti di un certo uso della matematica in alcune scienze particolari possono dipendere sia da limiti strutturali della disciplina stessa che dal fatto che l’impiego della matematica a volte è superficiale, dando per scontato che il linguaggio matematico sia rigoroso in sé e per sé, senza preoccuparsi di fare verifiche sui fondamenti o sulle ipotesi. L’economista Oskar Morgenstern, che assieme a Johann von Neumann elaborò la teoria dei giochi e delle decisioni strategiche, ad esempio affermava
«Vogliamo richiamare l’attenzione su un equivoco in cui di frequente si incorre per quanto riguarda le teorie formulate matematicamente. Si afferma spesso che la matematica non avrebbe “nessun simbolo per idee confuse”. Le cose non stanno sempre in questi termini. Molte idee confuse sono state di fatto espresse simbolicamente, a parole non meno che con formule…. La matematica non costituisce sotto tale aspetto un’eccezione: senza parlare del concetto di quantità “infinitamente piccola” cui venne consentito di oscurare per generazioni e generazioni i fondamenti del calcolo differenziale ed integrale, basta pensare al tempo occorso all’acquisizione di una idea esatta circa l’essenza di ciò che è una dimostrazione matematica»44.
Non bisogna dimenticare che la dialettica, nel suo stadio ancestrale e soggettivo, quando essa era intesa esclusivamente come oratoria ovvero arte del discorso, del ragionamento, della risoluzione verbale dei conflitti, ha dato un grande impulso allo sviluppo della logica formale, piuttosto erano considerate la medesima cosa. Quindi la logica dialettica sarebbe una forma di logica più evoluta, in grado di comprendere quegli aspetti della realtà maggiormente complessi e contraddittori, la quale non rifiuta ma supera la logica formale. Forse sarebbe più corretto ammettere che la contrapposizione tra logica formale-matematica e dialettica sia una forzatura che non coglie i rapporti fecondi che si possono instaurare reciprocamente, perché esse sono due momenti diversi di un medesimo processo conoscitivo. Il principio di non contraddizione congela un ente nella sua autonomia ed individualità mentre la contraddizione osserva tale sostanza nella sua vita con un altro determinato da sé e nelle molteplici correlazioni che tale rapporto produce: bisogna contemplarli entrambi per non degenerare in una cattiva metafisica45.
3. Dell’uso discutibile della logica formale: l’economica e l’econometrica
«In nessuna scienza domina il costume di darsi tanta importanza con luoghi comuni elementari come nella economia politica»
Karl Marx, Il Capitale, I
La scienza economica potrebbe essere, come lo è stato per Marx, luogo privilegiato per discutere e confrontare gli statuti metodologici delle scienze particolari: l’economia politica, come tutte le scienze sociali, ha sempre operato in uno stato di ambiguità metodologica assai più paradossale rispetto a normative più radicate nella società e più consolidate storicamente. Paradossalmente lo stesso Marx è stato spesso accusato di economicismo, di determinismo, perché ha definito la critica dell’economia politica46 come terreno privilegiato di conoscenza e soprattutto di lotta politica. Le discipline economiche sono molto presenti nei dibattiti col loro bagaglio di dati oggettivi e previsioni scientifiche, stimate da economisti e tecnici che si arrogano una neutralità che non possiedono, ma al contempo è sempre più chiaro che le loro analisi sono sempre più rifiutate e screditate presso l’opinione pubblica, che può comprendere solo in parte l’operazione mistificatoria.
Tutte le discipline positive hanno subìto un’evoluzione storica travagliata, sono state attraversate da crisi profonde, ripensamenti teorici radicali, aggiustamenti parziali e vere e proprie rivoluzioni; non comprendere queste dinamiche può condurre ad una sorta di autoreferenzialità disciplinare che è molto pericolosa se sfocia nel dogmatismo. Questo riflettersi in sé si riscontra chiaramente nelle molteplici determinazioni della teoria economica, non solamente nell’economia volgare accademica mainstream, la quale deve essere necessariamente coerente con quelli che sono i suoi presupposti teoretici, epistemologici ed ideologici: una metafisica individualistica, un approccio astorico, soggettivo ed utilitaristico.
L’economia applicata e l’econometria sono il fronte più avanzato e sofisticato, e quindi il più pericoloso e difficile da confutare, in cui si manifesta oramai da troppo tempo quella falsa coscienza ideologizzata, cioè quell’apparenza socialmente necessaria, della scienza economica prodotta dalla classe dominante e dalle sue università. Da molto tempo oramai l’economia politica è declinata a disciplina particolare, a storia del pensiero addomesticata, a narrazione dossografica non più necessaria alla comprensione del reale, per non parlare della critica dell’economia stessa, sempre più distorta e vituperata. Questo processo di svuotamento e sterilizzazione della scienza economica, che aveva assunto lo status di scienza proprio con William Petty, gli economisti classici e con Marx, si è avviato con le famose robinsonate degli stessi Smith e Ricardo e dei loro eredi, e si è compiuto nel secolo scorso con la celebre definizione che ne diede l’economista liberale Lionel Robbins: «L'economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data una graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi»47. Il progetto di presunto irrobustimento della disciplina economica, condotto a dosi di scienze positive, era già stato avviato nell’Ottocento dalla scuola marginalista francese ed inglese sulla base del modello della fisica newtoniana (in verità già modello per Adam Smith) ed è stato integrato nel secolo scorso dai riferimenti espliciti alla fisica teorica moderna e in particolar modo al metodo assiomatico: nel 1959 Gerard Debreu economista all’École Normale e allievo di Henry Cartan, uno dei fondatori della scuola assiomatica Nicolas Bourbaki dà alle stampe Theory of Value, il cui sottotitolo è un’”analisi assiomatica dell’equilibrio economico”. I fondamenti della teoria economica dominante, quella neoclassica o marginalista, ma anche i suoi opposti “eterodossi” e dell’analisi econometrica più diffusa, devono quindi ricercarsi nell’approccio assiomatico all’economia. Si è adottato diffusamente il rigore del linguaggio della logica formale per tentare di attribuire anche all’economia lo status di “scienza sperimentale” solida ed inconfutabile. Come già ricordato è certamente vero che l’economia si occupa di quantità e quindi non può prescindere dalle scienze esatte o dalla logica dell’incerto (le applicazioni del calcolo delle probabilità), ma è altresì necessario evidenziare che il linguaggio della matematica e di tutte le discipline assiomatizzate è “vero” in un senso molto più limitato di quello che vi è attribuito dal senso comune, ovvero che le verità espresse dalla matematica sono di natura essenzialmente condizionata in relazione a degli assunti di partenza, al sistema di assiomi, e sono vincolate alle regole logiche fissate per dedurre delle proposizioni all’interno della suddetta teoria48.
L’economia politica da molti decenni è stata degradata a economics, ovvero lo studio che concerne una teoria razionale delle scelte individuali, ed è stata caratterizzata profondamente dai suoi assunti, dall’individualismo metodologico nella condotta dell’analisi e dall’utilitarismo degli attori economici, ma anche da una forte caratterizzazione fisicalista e, di conseguenza, da un approccio formalizzato ed essenzialmente riduzionista. Il grande malinteso sociale, purtroppo fortemente radicato non solamente nella disciplina economica, è appunto la presunta superiorità euristica della logica formale sui ragionamenti esposti senza una qualche formalizzazione matematica. Non è ammissibile, e scorretto teoricamente, ritenere che la rappresentazione formalizzata (matematica) di un processo economico, o generalmente sociale, possa essere dirimente in modo definitivo, né che possa essere superiore, per oscure ragioni ontologiche, ad altre forme di conoscenza scientifica. L'ignoranza della storia della filosofia e delle scienze naturali, ed in particolare della storia della disciplina matematica49, da cui mi sembra siano affetti purtroppo anche alcuni scienziati moderni, in particolare gli economisti, oltre che esito della divisione del lavoro intellettuale e dei saperi, è probabilmente il risultato anche di una visione della vita e di una falsa coscienza in cui si deve rigettare ogni sapere che non sia quello matematicoformale, bollando gli altri saperi come "metafisici", sofisticheria verbale inutile, senza senso50. In relazione a questi diffusi atteggiamenti, tipici degli scienziati neoempiristi, e originatisi dalla volontà utopistica ed avventata di fondare programmaticamente una teoria empirista senza una metafisica, Engels nel 1873 scriveva quanto segue nei suoi appunti di studio sulle discipline scientifico-positive, cogliendo appieno la questione:
«Gli scienziati credono di liberarsi della filosofia ignorandola o insultandola. Ma poiché senza pensiero non vanno avanti e per pensare hanno bisogno di determinazioni di pensiero e però accolgono inconsapevolmente queste categorie dal senso comune delle cosiddette persone colte, dominate dai residui di una filosofia da grande tempo tramontata, o da quel po’ di filosofia che hanno obbligatoriamente ascoltato all’università (che non è solo frammentaria, ma un miscuglio delle concezioni di persone appartenenti alle scuole più diverse, e spesso peggiori) o dalla lettura acritica e asistematica di scritti filosofici di ogni specie, non sono affatto meno schiavi della filosofia, ma lo sono il più delle volte purtroppo della peggiore; e quelli che insultano di più la filosofia sono schiavi proprio dei peggiori residui volgarizzati della peggiore filosofia»51.
Queste forme di rozzo empirismo dell’economia moderna sono spesso illusoriamente espresse in linguaggi matematici anche molto raffinati e complessi, ma si rovesciano in sterile misticismo nel momento in cui sono utilizzati superficialmente e senza senso critico52. I tecnocrati adottano questo nuovo linguaggio sapienziale, costituito da strutture modellistiche più o meno sofisticate, per studiare ed interpretare la realtà sociale, senza purtroppo che si pongano affatto il problema dei limiti conoscitivi degli strumenti analitici che utilizzano53, e men che mai ai fondamenti ontologici del loro agire accademico e sociale. Per fortuna ci sono delle eccezioni, studiosi seri e coscienti: uno di essi è sicuramente Gianfranco Pala. Studioso di matematica e di economia nella prima parte della sua vita. Laureatosi col matematico e probabilista Bruno de Finetti54 e con Federico Caffè, ma anche uno dei più rigorosi studiosi di Marx, Engels e Lenin degli ultimi decenni in Italia, ci ha illustrato con grande intelligenza questo rapporto di distacco, di critica ma non di rifiuto a priori, nei confronti della logica formale. Ci sembra che egli abbia impostato tale rapporto nell’ottica più corretta; in un suo originale testo, recentemente ristampato, egli afferma:
«Contrariamente a quanto più comunemente si ritiene, il corretto problema della matematica applicata, a es. in economia, non sta nell’interpretare economicamente proprietà algebriche o geometriche precostituite […]; la soluzione del problema economico, invece, sta proprio nello svelare perché, come e per quale via, una particolare, definita e specifica, matematizzazione sia adeguata alla rappresentazione e spiegazione dì un problema economico»55.
Questa sua convinzione si è consolidata nel corso degli anni in seguito alle sfiancanti discussioni sul tedioso, malinteso e assai sopravvalutato tema della trasformazione del valore in prezzi: da un certo punto in avanti della sua vita Pala, docente di economia matematica nella prima parte della sua carriera, non ha più scritto un’equazione su una lavagna, rifiutandosi di partecipare a dibattiti oramai logori, ristabilendo il modo legittimo di trattare la centralità della teoria del valore nella critica dell’economia politica di Marx56, fondamento e necessaria mediazione del rapporto di valore che si eleva in rapporto di capitale e di plusvalore57, e ponendo grande attenzione anzitutto alla determinazione del lavoro come sostanza del valore ed alla manifestazione delle sue forme di sviluppo prima che alla sua esclusiva misura quantitativa58. Egli ribadisce che «la teoria del valore altro non è che la spiegazione scientifica di codesto processo [l’intero processo complessivo di produzione e riproduzione del capitale come totalità, ndr] nel suo svolgimento logico, ma lo è parimenti nella sua determinazione storica, fondata sulla sua base naturale materiale, e nelle sue contraddizioni»59. Non vogliamo dilungarci oltre su questo famoso dibattito della trasformazione perché lo riteniamo sovrastimato rispetto alla sua utilità, ma in relazione ad esso voglio brevemente sottolineare che il problema è stato posto storicamente in maniera errata, da un punto di vista solamente computazionale ed algebrico, non dialettico, tipico dei promotori originari di questo orientamento (gli studiosi Böhm Bawerk, Bortkiewicz, Dmitriev), la cui chiara intenzione era esclusivamente quella di screditare l’intera analisi marxiana, partendo da qualche presunto errore formale di una manciata di equazioni, o ancor peggio “salvare” e “migliorare” l’analisi marxiana (Sraffa e la sua scuola), facendola regredire ad un neo-ricardesimo formalizzato. Inoltre Marx non era un matematico di professione, anche se ha scritto degli originali appunti sul calcolo differenziale ed integrale60 (pubblicati postumi con il nome di Manoscritti matematici)61. La logica sottostante alle equazioni dei prezzi di produzione, o di monopolio, o di riproduzione, ecc. sembra tutt’altro che concettualmente errata in relazione al superamento della proprietà privata individuale capitalistica, oggi che siamo di fronte alla forma dominante che è quella della proprietà privata di classe, del capitale tout court senza capitalisti, sostituiti da funzionari, con capitali associati in una struttura a filiera transnazionale.
Sarebbe un’ingenuità esaminare l’economica come una sorta di monolito impenetrabile perché in realtà esistono diverse scuole e paradigmi teorici che si fronteggiano attraverso progetti di ricerca, finanziamenti, cattedre e riviste scientifiche, il che testimonia che qualcosa si muove anche in quella disciplina. Però non si può negare che a livello accademico e pubblicistico la scuola dominante sia ancora quella cosiddetta neoclassica o marginalista, veste tecnico-accademica del neoliberismo più o meno sfrenato.
In un suo articolo lo studioso cinese Ping Chen62 e si chiede retoricamente come sia possibile che nonostante ci siano stati avanzamenti nella matematica e nelle scienze sperimentali (sostanzialmente si riferisce al successo di teorie evoluzionistiche, la teoria della complessità o il caos deterministico) che hanno prodotto la teoria dei sistemi dinamici non lineari o la fisica dell’instabilità, egli si chiede perché ci sia questa decisa resistenza ad accettare tali approcci nella disciplina economica. Da una parte alcuni critici affermano che ci sia un eccesso di formalizzazione nella teoria economica, da un’altra si afferma che non ce n’è abbastanza o che si è indietro: una sintesi potrebbe essere che se ne usa troppa nel modo sbagliato, ma questo non esaurisce il discorso. Intervengono altri fattori, che sono decisivi: questi approcci alternativi disturbano la visione e la funzione ideologica dei paradigmi dominanti, i quali si trincerano dietro la bellezza ed il rigore del linguaggio matematico oppure dietro la sua semplicità63.
Chen asserisce che il riduzionismo e l’individualismo metodologico sono giustificati dall’approccio lineare dell’economia matematica per cui la totalità è la somma delle parti e che il rapido sviluppo dei big data e della potenza computazionale stanno aprendo la strada alla fondazione numerica dell’economia matematica non lineare e non statica. Infine afferma che «L’evidenza empirica della complessità e del caos nei fatti economici impongono limiti severi al riduzionismo e all’individualismo metodologico. L’interazione non lineare e le strutture multistrato rivelano l’importanza della prospettiva evoluzionistica e la visione olistica dell’attività umana. Da una prospettiva evoluzionistica la non linearità e il meccanismo dell’instabilità sono la rappresentazione matematica dell’irreversibilità e della storia»64. Sembra che le resistenze nei confronti di questi approcci alternativi siano dettati dalla paura nel lasciare spazio a teorie scientifiche che richiamino pericolosamente alcune prospettive del pensiero dialettico (instabilità, contraddizione, visione dinamica, olismo), anche se in realtà sono solamente un surrogato di dialettica65. Alcuni studiosi più avveduti ritengono che il modo di ragionare sistemico erediti molti dei compiti che si erano assunti i pensatori dialettici.
Discutiamo alcune delle tematiche che riteniamo fondamentali per chiarire le critiche avanzate in questo testo. Prendiamo ad esempio la microeconomia: come sa ogni studente del primo anno di un corso universitario di economia, è ancora basata sul modello Marshall-Hicks-Samuelson, ed è un groviglio sincretico di teoria dei giochi, topologia, metodi di ottimizzazione, algebra lineare, programmazione lineare e teoria delle dimostrazioni. Spesso l’approccio mainstream (che non è limitato alla sola economia marginalista nelle sue varie declinazioni nazionali, ma è estendibile alle cosiddette scuole post-marginaliste, post-kenesyane) viene criticato dalle scuole “eterodosse” per il suo riduzionismo, per l’individualismo metodologico, per il suo alto grado di astrazione, per il suo linguaggio sofisticato e formalizzato. In relazione a questi punti elencati possiamo senz’altro asserire che le scuole marginalistiche più importanti, e i loro eredi postmoderni, si siano limitate ad applicare diverse metodologie matematiche senza assumere una posizione critica nei confronti dei presupposti di tali procedure, accettando acriticamente gli strumenti del calcolo differenziale ed integrale, così come si trovavano al loro stadio di sviluppo nella fisica meccanica di d’Alambert e di Lagrange, che furono i modelli per Walras e Pareto per definire le equazioni di un sistema di equilibrio economico. Gli strumenti matematici e statistici adottati in alcuni contesti66 oggi sono stati aggiornati e sono estremamente più raffinati ed avanzati, ma i presupposti metodologici e l’approccio sono rimasti i medesimi citati.
Il grande studioso marxista Giulio Pietranera asseriva che i limiti del paradigma marginalista fossero da rintracciarsi nell’uso indistinto di «interpolazioni metafisiche» ovvero di quelle che, sulla falsariga di Marx, definiremmo astrazioni indeterminate:
«Ad esempio le equazioni dell’equilibrio economico o della dinamica si presentano come severe astrazioni, ma di fatto sono soltanto astrattamente generali (interpolazione metafisica) e perciò , attraverso termini “rigorosamente” scientifici e i simboli algebrici, filtrano ancor corpulenti, e cioè indigeriti e non mediati, gli aspetti (apriorizzati appunto o trascesi nell’idea e cioè negli schemi generici) della vita economica concreta…[ ] Si osservi inoltre come la critica marxiana della dialettica non si limitava al “diritto pubblico” di Hegel o alla filosofia hegeliana in genere. Essa è critica generale del ragionamento aprioristico e, come tale è altresì la critica in nuce della struttura matematico-formalistica (non storicizzata) e delle “interpolazioni” di ogni genere dell’economia borghese contemporanea»67.
Quindi l’opera mistificatoria si compie sia nei fondamenti metafisici ed aprioristici della scienza economica, e anche in relazione all’impiego del calcolo, ma soprattutto all’interpretazione del simbolo matematico. Ma queste ragionevoli critiche ancora non colgono il nucleo del problema perché spesso alcuni critici dei paradigmi dominanti ignorano diversi aspetti. Tali approcci non sono sbagliati in sé, l’equivoco risiede altrove: la centralità del principio di scarsità dei mezzi, come sottolinea anche Robbins nella sua nota definizione di economics. Dei mezzi non di merci, quindi rimanendo in un contesto di pura produzione generale di valori d’uso, senza circolazione. Con questo oltre a testimoniare il disinteresse per le specificità storiche della produzione si compie un’indebita generalizzazione, quindi un tipico caso di astrazione indeterminata, la cui utilità rimane fortemente circoscritta ad analisi in cui appunto i mezzi, i prodotti, siano scarsi68 rispetto ai fini (produttivi o del “sovrano consumatore”). Quindi essa è perfettamente “corretta” e scientifica nel significato parziale e circoscritto delle scienze positive, se adottata per analizzare il mercato delle opere di Banksy o degli scotch whiskies pregiati, ma non certamente per comprendere le leggi che regolano un sistema economico dove la norma sociale dominante è la produzione serializzata e potenzialmente infinita di merci per il mercato, senza vincoli che non siano la valorizzazione in una certa misura minima del capitale anticipato. Un'altra contraddizione è sicuramente l’incompatibilità fra un sistema che tende continuamente a superare sé stesso, i suoi limiti, quindi intrinsecamente dinamico, e teoria dominante che invece è costretta, a causa degli strumenti matematici che utilizza, a rappresentarlo in uno schema rigido di stati di equilibrio o di tendenza verso essi. Un ulteriore punto critico è certamente la teoria del valore soggettiva sottesa all’economia mainstream: essa, in accordo ai suoi fondamenti utilitaristici e alla categoria dell’homo oeconomicus, è debole proprio nel contesto di una teoria della misura, e ciò è paradossale perché la teoria del valore soggettiva, fondata proprio sul concetto di utilità marginale, pone un’enfasi esagerata su una banalità cioè la determinazione dei valori di scambio semplici tra due individui, come i primitivi, come incontro fra domanda ed offerta.
Anche nella cosiddetta macroeconomia si manifestano limiti di analisi e contraddizioni che non si risolvono. Ad esempio, la moderna economia applicata utilizza dei modelli probabilistici sostanzialmente in due contesti: la produzione di serie storiche congiunturali in assenza di informazioni dirette per le variabili macroeconomiche e la stima di scenari futuri in un contesto multivariato, cioè con una molteplicità di variabili interagenti. La forzatura maggiore si ha quando con l'ausilio di queste strutture induttive si cerchi di indagare il futuro incerto con lo strumento delle previsioni (puntuali nel tempo o intervallari), anzi in determinati contesti (come quelli economicofinanziari), il fine esclusivo è solamente quello della determinazione del futuro prossimo o immediato (oggi si parla di nowcasting), oppure come strumento di controllo e regolazione dell'anarchia dei mercati capitalistici da parte delle istituzioni governative nazionali o sovranazionali. La capacità previsiva ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella valutazione di un modello econometrico o matematico applicato all’economia, ma già da diverso tempo è stato ridotto a quella esclusiva funzione, con esiti fra l’altro non esaltanti.
Si palesano due problemi: il primo concerne l’imposizione dogmatica, e senza alcun senso critico, del metodo assiomatico, della matematica ed i suoi criteri tanto alle scienze della natura che a quelle sociali. Tale operazione può risultare artificiosa e in tal modo si corre il rischio che quei valori epistemologici che sono ritenuti, giustamente, imprescindibili nelle scienze esatte (cioè coerenza formale, rigore logico formale, coerenza e completezza delle ipotesi, ecc.) possano trasformarsi, se adottati in altri ambiti come l’economia o le scienze sociali, in veri e propri pregiudizi metodologici; il secondo riguarda le differenze specifiche che intervengono fra previsioni in ambito economico e quelle valide nel contesto delle scienze esatte e che sono da ascriversi sostanzialmente all’intervento attivo della soggettività umana nel sistema sottoposto a predizione69.
Quanto discusso sopra può conferma come la scienza economica moderna stia affrontando enormi problemi di credibilità, ed una crisi dei fondamenti di cui importa quasi a nessuno, se non forse agli epistemologi70. La teoria “economica” di Marx sa spiegarci abbastanza bene che il capitalismo produce crisi, anzi che la crisi è un suo carattere immanente, fisiologico, ma non può dirci quando ci sarà il punto di svolta rivoluzionario. Bisogna essere chiari ed affermare con fermezza che non sono le discipline empiriche in sé, arrivate a dei livelli di sofisticazione notevoli, e quindi non sono la scienza e la tecnica, bensì è l’uso spregiudicato a fini normativi dei modelli previsivi o delle simulazioni matematiche che è divenuto intollerabile, inutile e controproducente.
4. L’astrazione reale o determinata e la mediazione concreto-astratto
«Ricardo non si spinge abbastanza addentro nell'astrazione esatta e perciò viene spinto verso quella errata»
Karl Marx, Teorie sul plusvalore
«Ogni inizio è astratto e relativo» Karel Kosík, Dialettica del concreto
Nel senso comune si è soliti associare al termine, o al concetto, di astrazione la sua forma più superficiale, appunto quella del linguaggio formalizzato matematico ovvero la creazione di enti astratti inseriti in un sistema internamente coerente, non contraddittorio. Ma questa è solamente una delle modalità in cui ci si presenta l'intelletto astraente, ovvero quella che viene definita ipostatica. L'altro carattere distintivo dell'astrazione è quello prescissivo, il quale sottolinea il carattere selettivo proprio di tale procedimento. In un senso estremamente generico quindi parliamo di astrazione prescissiva o analitica quando abbiamo un processo che porti a isolare una cosa da altre con cui si trova in rapporto, per considerarla poi come specifico oggetto d’indagine una volta prescisso da tale rapporto: in questa ottica l’astrazione può essere associata al riduzionismo scientifico. In Aristotele il termine astrazione è correlato a quell’operazione che crea l’intelligibile dalla realtà sensibile. L’astrazione quindi è un momento fondamentale del processo conoscitivo e riguarda la produzione dei concetti, degli universali. Nelle scienze naturali e nella fisica il procedimento astrattivo viene immediatamente identificato con l'induzione statistica attraverso la quale si giunge alla formulazione di principi partendo dall’indagine su una serie di osservazioni (dati sperimentali) raccolti in relazione ad un dato fenomeno, individuando ciò che vi è in essi di comune. Tali principi vengono assunti a fondamento di successive deduzioni e la loro validità è confermata se vi è pieno accordo tra le deduzioni medesime e i dati dell’osservazione.
Marx utilizza l’astrazione in una molteplicità di significati e modalità nel corpus delle sue opere. Ad esempio, in relazione a quella che determiniamo come produzione in generale citata nel primo volume del Capitale, Stefano Garroni sottolinea come essa vada considerata una verständige Abstraktion, un'astrazione, una generalizzazione sensata. Che cosa si intende? Marx, in questa interpretazione non rifiuterebbe l'uso dell'astrazione generalizzante, bensì la sua esclusiva interpretazione in un contesto che sia esclusivamente analiticoclassificatorio. Egli individuò i limiti dell'economia politica nell'insufficiente forza astrattiva e nella conseguente incapacità di mediare rappresentazione ed empiria, logica e storia, in sostanza gli economisti sono incapaci di vedere la peculiare forma capitalistica, la sua particolare morfologia, ma soprattutto le sue interne immanenti contraddizioni, dunque la sua transizione storica e la sua caducità71. Ci troviamo ancora in quella fase in cui la caotica totalità immediata empirica viene scissa ad opera dell’intelletto: Marx, influenzato senza meno da Hegel, va oltre mediando universale e particolare, ciò che è comune e ciò che è specifico, differente. Il particolare non è banalmente sussunto all’universale in un classico rapporto fra legge universale ed evento particolare, bensì è il particolare che in rapporto con sé, sviluppandosi, si innalza all'astrazione universale. Quando ciò accade, perché abbiamo individuato le mediazioni giuste, possiamo dire che quel particolare è una articolazione dell'universale, una determinazione specifica (empirica) dell'universale. L’economia politica classica (ma a maggior ragione quella moderna mainstream nella totalità delle sue scuole, anche quelle che si definiscono “eterodosse”) soffre di un’insufficienza speculativa che ha una finalità eminentemente pratico-ideologico: deve trascurare i momenti della differenza, della diversità, della particolarità perché occorre giustificare il modo di produzione capitalistico come “naturale” ed eterno, come forma perfetta, ideale della produzione sociale, facendo ricorso ad argomentazioni spesso tautologiche.
Quando l'astrazione è correttamente formulata, rispetto ad una totalità indagata, possiamo comprendere la realtà nella sua organicità, nelle sue modalità fisica, politica, sociale, possiamo interpretare quelle interrelazioni, quei nessi che animano quella totalità dinamica articolata che è l'essere sociale. Lenin, giustamente, affermava che dal concreto all’astratto non ci allontaniamo dalla verità, ma al contrario ci avviciniamo ad essa, se le astrazioni sono correttamente formulate. Egli commentando la dottrina del concetto nella Logica di Hegel sottolinea che il pensiero quando
«sale dal concreto all'astratto […] non si allontana – quando è corretto – dalla verità, ma le si approssima. L'astrazione della materia, della legge di natura, l'astrazione del valore, ecc., in una parola tutte le astrazioni scientifiche (che siano corrette, da prendere sul serio e non insensate) riflettono la natura più profondamente, più fedelmente, più compiutamente. Dalla vivente intuizione al pensiero astratto e da questo alla prassi – questo è il cammino dialettico della conoscenza della verità, della conoscenza della realtà oggettiva»72.
Queste riflessioni sul processo d’astrazione ci consentono di pensare quella necessaria connessione fra filosofia e scienze particolari perché queste ultime ci permettono di comprendere i modi di essere del pensiero ed i rapporti fra concettualizzazione ed esperienza. L’astrazione individua quelle proprietà del reale empirico che altrimenti non potremmo cogliere; l’atto del pensare ci consente di rendere progressivamente più comprensibile nella sua essenza l’esperienza, e l’astrazione ci disvela l’esperienza nella sua concretezza. Inoltre, questo modo di operare chiarisce che pensiero ed essere non sono due mondi distaccati, autonomi bensì essi sono uniti, ma in una maniera che ci appare in un primo momento confusa, complessa, caotica. Il progresso del pensiero umano è la storia della progressiva individuazione di cosa c’è in quell’esperienza, per mezzo della mediazione e della sintesi: più l’astrazione è elevata in grado, più ci vengono rivelati gli aspetti celati, a prima vista incomprensibili di quel particolare reale.
La metodologia utilizzata da Marx nella sua analisi del capitalismo e dei modi di produzione è stata sviscerata in oltre un secolo di studi, è stata oggetto di un profluvio di scritti, a volte influenzati profondamente dalle lotte interne che si sono instaurate fra correnti politiche all’interno di un partito o fra scuole accademiche. In realtà è bene rammentare che Marx stesso non ha affatto reso coerente ed esplicitato il suo statuto metodologico e filosofico, considerandolo ad un certo punto della sua vita irrilevante, o quantomeno già affrontato molti anni prima con la scuola hegeliana sua contemporanea, oltre ad impedimenti contingenti (problemi di salute, la lotta per la sopravvivenza sua e della sua famiglia, la direzione politica della Prima Internazionale, ecc.), e comunque ha probabilmente ritenuto di averlo esplicitato nella sua produzione editoriale scientifica. È risaputo che le pagine dove egli parla espressamente e sistematicamente del suo “metodo” sono l’Introduzione del 57 a Per la critica dell’economia politica e il Poscritto alla seconda edizione de il Capitale. In realtà si trovano lampi fulminanti di genio, sul metodo dialettico marxiano, sparsi in tutta la sua copiosa e caotica opera, ma soprattutto, ci ha lasciato il Capitale, opera che sappiamo anch'essa essere non definitiva e frammentaria73, ma compendio di 40 anni di studi. Per citare di nuovo Lenin,
«Anche se Marx non ci ha lasciato alcuna “Logica” (con lettera maiuscola), ci ha lasciato tuttavia la logica del capitale, che per il problema che ci interessa dovrebbe essere utilizzata al massimo. Nel Capitale vengono applicate a una sola scienza la logica, la dialettica e la teoria della conoscenza del materialismo [non occorrono tre parole: è una stessa e identica cosa], prendendo tutto ciò che vi è di prezioso in Hegel e sviluppandolo ulteriormente»74.
Le pagine in cui il rivoluzionario di Treviri affronta direttamente il suo rapporto con Hegel hanno una storia tormentata: è noto che dopo aver terminato i quaderni dei Grundrisse e l'Introduzione del ‘57, quest'ultima fu quasi interamente cestinata, fu pubblicata nella parte relativa a merce e denaro sotto il nome di Per la critica dell'economia politica. Marx entrò in una fase di crisi e di dubbi su come aveva sistematizzato il suo studio sulla società del capitale, impasse da cui uscì rileggendo e riflettendo sulla Logica di Hegel. Il passo è uno fra i più noti dell’epistolario con Engels:
«Del resto faccio dei bei passi avanti. Per esempio tutta la teoria del profitto, qual è stata finora, l’ho mandata a gambe all’aria. Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo servizio il fatto che by mere accident Freiligrath trovò alcuni volumi di Hegel appartenenti a Bakunin e me li mandò in dono – mi ero riveduto la Logica di Hegel»75.
Nella stessa missiva Marx dichiara il suo proposito di svelare ciò che secondo lui va recuperato della dialettica hegeliana:
«Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran voglia, di render accessibile, all’intelletto dell’uomo comune in poche pagine, quanto vi è di razionale nel metodo che Hegel ha scoperto ma nello stesso tempo mistificato».
Purtroppo, non l’ha fatto esplicitamente: Marx dopo gli anni di critica antispeculativa ed antidealistica e di studio approfondito dell’economia politica classica al British Museum di Londra, recupera alcuni temi della logica hegeliana per spiegare le relazioni e l’articolazione che si possono sviluppare utilizzando l’astrazione storicizzata. Recupera quel tema organicistico che è proprio della logica dell’essenza hegeliana76, in continuità certamente, ma anche operando una cesura col grande filosofo tedesco. L’unica alternativa possibile da parte di Marx non può che essere allora quella di una fondazione empiristica e realistica della dialettica. Marx nell’Introduzione del 57 criticava probabilmente l’uso maldestro o ideologizzato dell’astrazione e delle vuote tautologie, tipiche del positivismo della sua epoca, ma non rigettava le scienze empiriche in sé, perché, e questo è fondamentale per la nostra finalità, il punto di partenza non può che essere la realtà fenomenica, l’essere sociale nelle sue relazioni. Egli in realtà criticava probabilmente un certo tipo di empirismo che appunto generalizza i metodi ed i risultati delle scienze particolari sperimentali al di là del loro proprio campo circoscritto, che è quello delle grandezze quantitative, certe (o verosimili in senso probabilistico) e misurabili. Che la questione sia tutt'altro che risolta o facile da dipanare è chiaro; non solo, ma ci sono molti studiosi, anche di scuola positivistica, che pongono altresì il problema della sottodeterminazione delle teorie scientifiche, ovvero la possibilità di utilizzare diverse teorie o paradigmi per spiegare gli stessi fenomeni (naturali o sociali)77.
Engels, insieme al sodale Marx, era alla ricerca di una nuova teoria della conoscenza antimetafisica, ma che fosse anche aspramente critica dell’empirismo radicale. Egli ha sempre biasimato con forza “l’empirismo più piatto, che disprezza ogni teoria, che diffida di ogni pensiero”78. Forse è necessario riaffermare che Hegel, ed in alcune occasioni ci sembra anche il suo allievo "indisciplinato" Marx, intendeva i termini astratto e concreto in un senso diametralmente opposto all’uso linguistico comune: per astratto il senso comune intende un alcunché di concettuale mentre il concreto è la realtà immediata. Bene, Hegel nella sua analisi rovescia questa impostazione, per esso l’astratto è ciò che è isolato, che si origina dall’intelletto analitico e non si media, non si riflette in sé e con gli altri termini di una totalità oggetto di studio. Il concreto invece è la totalità organica, il tutto, infatti l’etimologia latina concretum indica appunto il concresciuto, lo sviluppo di relazioni dialettiche nel loro divenire contraddittorio. Infatti nella sua teoria il Begriff (concetto) è il comprendere, ovvero il mettere insieme. Quindi il Concetto è quell’Universale che comprende le sue proprie determinazioni particolari, quindi è il concreto. Ad esempio, anche Lenin nei suoi Manoscritti filosofici usava il termine universale per identificare il concetto, ed il termine individuale per caratterizzare la realtà fenomenica. Nella copiosa produzione di Marx ed Engels spesso i termini astratto e concreto sono usati in tutti e due i sensi: quindi concreto come lo interpreta il senso comune come reale, effettivo e concreto nell’interpretazione hegeliana come totalità organica. Probabilmente ciò è dovuto anche a traduzioni imprecise o difficoltose da rendere nella lingua italiana dal tedesco79, di conseguenza sta al lettore cercare di comprendere quando i termini sono usati in una modalità o nell’altra individuando il contesto in cui sono citati. Se volessimo utilizzare la terminologia marxiana dell’Introduzione del 57, e sintetizzare i vari momenti di un processo conoscitivo la sequenza sarebbe la seguente
Totalità concreta immediata => Astrazioni determinate => Totalità concreta sviluppata
dove l’ultimo termine (il concreto filtrato e ricostruito grazie alla mediazione dialettica) diviene il primo di una nuova analisi, ad un livello di astrazione più alto80. Il punto di partenza dell’analisi dell’anatomia della società capitalistica non può che essere la realtà fenomenica, nel caso specifico quella dei rapporti di produzione e della riproduzione sociale (modi di produzione), ritenuta imprescindibile dallo studioso di Treviri, così come essa è posta, quindi caotica, indeterminata, povera di mediazioni, dove il risultato è l’effettivo nuovo punto di partenza: quindi se vogliamo rapportarci alla terminologia marxiana dell’Introduzione del ‘57, ad un concreto la cui unica determinazione è eventualmente la misura quantitativa degli epifenomeni; ma questa è solamente la fase preliminare della esplorazione, il dato quantitativo è esteriore nello studio di una processualità se non è accompagnato dalla speculazione dialettica, dall’individuazione delle contraddizioni fondamentali e dalla loro possibile, non certa o meccanica, risoluzione nel senso hegeliano come Aufhebung, elevamento-superamento. In genere la conoscenza è intimamente legata alla prassi quotidiana materiale, la produzione di universali non nasce dal nulla, un processo di astrazione non può partire che da quel rapporto che si instaura fra soggetto ed oggetto, fra comunità umana sociale e natura81: ci sono delle stupende pagine di Engels che lo illustrano in maniera convincente e suggestiva quando ci spiega l’evoluzione della specie umana e del suo organo produttore di conoscenza, e di astrazione (il cervello), i quali sono mediati e potenziati dal lavoro manuale e dalle sue proiezioni strumentali82.
Lo stesso Engels ribadisce: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che in ogni campo della scienza, nella natura come nella storia, bisognava prendere le mosse dai fatti a noi dati, nelle scienze naturali quindi dalle diverse forme oggettive e di movimento della materia; che quindi i nessi, anche nella scienza teorica della natura, non debbono essere introdotti belli e costruiti nei fatti, ma debbono essere scoperti partendo da essi, e, una volta scoperti, debbono essere dimostrati sperimentalmente, per quanto è possibile»83. Nelle scienze sociali ed umane la faccenda si complica. Come noto Engels, ma forse anche il suo amico Marx, hanno tentato di definire delle leggi generali della dialettica valide sia per la realtà naturale che per quella sociale84. Questo sforzo di definire delle “leggi” della dialettica materialistica della natura probabilmente è dovuto alla fascinazione di entrambi per tutte le discipline scientifiche empiriche e pure, ma in particolare gli studi di Charles Darwin e le sue teorie sull’evoluzione delle specie animali e vegetali85. I meriti che essi riconoscono a questa teoria sono molteplici: l’approccio intrinsecamente materialista alle scienze naturali, la critica implicita ad una visione teleologica della natura, alla sua fissità e alle credenze religiose, l’affermazione di una concezione storica e in divenire della natura organica86. All’epoca l’intento era quello di combattere una battaglia ideologica contro la dottrina dominante, il positivismo, direttamente sul terreno delle scienze pure. La sola cosa certa è che i testi da cui si ricavano molti dei dibattiti che hanno animato questa controversia sono appunti privati di Marx, Engels, così come di Lenin e quindi non possono farsi attribuzioni certe, ma solo un congerie di ipotesi e di ricostruzioni a posteriori87.
Anche György Lukács, che è stato uno dei più originali e proficui studiosi del secolo scorso in molti campi (critica letteraria, filosofia, scienza politica) ed uno degli estensori ed innovatori dell’opera di Marx, ha descritto l’importanza della dialettica concreto-astratto dell’Introduzione del 57. Nella sua ultima grande impresa editoriale, l’Ontologia dell’essere sociale, espone concetti come priorità ontologica, mutuo compenetrarsi fra economico e non-economico nell’essere sociale e momento soverchiante in relazione al carattere ontologico di tutta l’opera marxiana. In particolare, argomenta di tre nozioni fondamentali nell’analisi marxiana (l’astrazione isolatrice, l’esperimento ideale e lo scioglimento dell’astrazione) le quali ripropongono la dialettica concreto-astratto di cui Marx parlò nell’Introduzione del 57. Lukács pone giustamente l’attenzione su come l’approccio di Marx dia rilievo alla totalità, definita come unità di elementi all’interno di una processualità, e di come tale visione comporti il rifiuto di quelle forme di empirismo, che associano direttamente il raggiungimento della verità ad una qualche forma di sperimentazione e all’osservazione degli eventi del mondo.
Il procedimento scientifico di Marx è un percorso che parte dalle semplici astrazioni alla considerazione e apprendimento dei nessi effettivi esistenti entro le categorie che compongono la totalità. Dopo aver percorso il cammino che va dal concreto caotico alla fissazione delle determinazioni semplici, l’astrazione serve nel fare figurare sul piano concettuale il multiforme groviglio di determinazioni della realtà. Il problema dell’originalità del “metodo” in Marx sta fondamentalmente nel modo in cui le categorie sono isolate dall’astrazione e, principalmente, nel modo in cui sono riordinate nel pensiero nelle sue specifiche interazioni, nel compito di scioglimento dell’astrazione. Il secondo momento considerato da Lukács, l’esperimento ideale, è la sintesi dei fatti empiricamente osservati e raccolti e dell’astrazione sistematizzante, senza mai escludere la totalità sociale. Nel terzo momento avviene quel processo di ritorno in cui si verifica la ricomposizione della totalità nelle sue articolazioni interne. Esso corrisponde al terzo volume di Il Capitale, nel quale le astrazioni semplici, universali del primo libro sono completamente dissolte, sciolte. Un buon esempio per comprendere lo sviluppo di tale discorso, nonché la centralità di ciò che Lukács chiamava il momento soverchiante e l’idea dell’interpenetrazione fra momento economico ed extraeconomico, è la categoria di valore, identificata da Marx come momento dominante nella dinamica della produzione e riproduzione della vita sociale88 nella società mercantile semplice dapprima ed in quella capitalistica.
Come detto Il Capitale comincia con l’esposizione delle categorie più astratte, della forma pura della legge del valore e del plusvalore, e in tale modo rimangono fissate dall’astrazione senza tener conto di alcuni elementi che possono disturbare l’analisi. Nel secondo libro, il processo di circolazione viene studiato avendo come riferimento la produzione in generale ed il plusvalore come elementi ontologicamente dominanti, da cui non si può necessariamente prescindere. Nel terzo libro le astrazioni vengono completamente dissolte e quindi ci viene presentato da Marx l’impatto dell’operare dell’anarchia del mercato e di quella forza coercitiva esterna che è la concorrenza89, la molteplicità dei capitali conflittuali nelle sue forme più empiriche, e l’operare della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, ma altresì le tendenze antitetiche a tale flessione. Anche la produzione di ricchezza sociale è però momento soverchiante rispetto ad una totalità sociale in cui essa non determina in maniera immediata ed unilaterale tutto il complesso del vivere sociale, bensì è condizione necessaria in quanto base materiale insopprimibile sulla quale è posto tutto il complesso delle relazioni sociali.
La fase della concettualizzazione deve cogliere l’essenziale della dinamica storica, che in una successione disordinata di eventi cambia continuamente e quindi necessita di cogliere i tratti essenziali. I fenomeni, la realtà empirica, ci costringono a non degradare la speculazione dialettica ad uno sterile meccanicismo deterministico, a non cadere in errori metafisici, imponendo delle leggi "dialettiche" predeterminate ad un contesto ignoto, che dobbiamo sottoporre ad una dura critica90. La dialettica non è un metodo che scegliamo fra tanti disponibili per analizzare ed esporre un problema, ma ripetiamo nuovamente, è un momento del procedimento euristico, essa è l’espressione del movimento e delle relazioni dinamiche che operano nella realtà stessa, a diversi gradi della sua formazione.
Marx nel Poscritto alla Seconda edizione sostenne correttamente come la forma dell’esposizione di un pensiero non debba corrispondere alla modalità con cui è stata condotta l’analisi91. Quindi Marx avanzò la necessità di una distinzione92 fra Darstellungweise (modo di esposizione) e Forschungweise (modo di ricerca). La Darstellungweise non è la mera esposizione di una ricerca finita bensì è il presentare lo svolgimento processuale della cosa, è autoesposizione della realizzazione dell’oggetto di interesse. Come ci ricorda Roberto Fineschi, nella lingua tedesca il termine Darstellung (esposizione) non implica solo una spiegazione retorica, formale, dei risultati della ricerca bensì il modo in cui la teoria si sviluppa attraverso i vari passaggi, dal concreto dato, ovvero la complessa realtà fenomenica, alle astrazioni nelle loro varie forme, al concreto che risulta dalla processualità e che ora ci restituisce il presupposto come suo risultato93. Come giustamente annotava Marx nei Grundrisse:
«In un sistema borghese sviluppato ogni rapporto economico presuppone altri rapporti nella forma economica borghese e pertanto ogni fatto è allo stesso tempo un presupposto; così infatti accade in ogni sistema organico. Questo stesso sistema organico come totalità ha i suoi presupposti, e il suo sviluppo nel senso della totalità consiste appunto nel sottomettersi tutti gli elementi della società o nel crearsi gli organi che ancora le mancano. Diventa totalità storica. Lo sviluppo verso una tale totalità è un momento del suo processo, del suo sviluppo»94.
L’obiettivo più profondo della dialettica hegeliana, ma anche della teoria di Marx, è stato quello di cercare di cogliere, superando i limiti angusti dell’empirismo della loro epoca, tutto il sistema totalizzante di relazioni e di mediazioni reciproche di cui è animato, in cui i presupposti non sono un corpo estraneo calato dall’esterno, e non vengono spiegati, ovvero per dirla con il lessico della filosofia hegeliana che un qualsiasi presupposto deve essere posto.
Possiamo constatare che Marx ed Engels hanno tentato di aprire una nuova strada nella teoria della conoscenza, un tentativo di storicizzazione del sapere scientifico, recuperando quegli aspetti della teoria hegeliana che non inficiavano la loro analisi delle leggi della dinamica riproduttiva degli esseri umani sociali. Se questo recupero considerato parziale95, ovvero la nota separazione fra metodo dialettico e sistema idealistico delle categorie hegeliano, sia stato lecito o meno ed in particolare se ci ha dato dei risultati conoscitivi, è ancora oggetto di discussione e ciò, dal nostro punto di vista, deve essere valutato un bene, una potenzialità, e non rappresentare un disvalore. Ci sono stati momenti storici in cui queste discussioni potevano costare la vita96. Lukács ha una posizione come sempre chiara ed illuminante anche su questo tema:
«Già gli scritti del ‘43 indicano in maniera assai chiara che il materialismo dialettico è tutt’altro che una sintesi eclettica e che, invece, il capovolgimento, il «porre sui piedi» la filosofia hegeliana che «stava sulla testa», ha qualitativamente e fondamentalmente modificato la dialettica in quanto tale. Fin dall’inizio non si tratta, nella genesi del marxismo, di cancellare semplicemente la mistificazione dello «Spirito del mondo» e altri concetti della filosofia hegeliana, e di conservarne però il metodo, combinandolo tutt’al più ecletticamente con un fondamento scientifico-naturale o con analisi economiche e sociologiche: deve essere invece sviluppato un metodo fondamentalmente nuovo e «opposto» alla dialettica hegeliana»97.
5. L’astrazione reale nel Capitale
«La dialettica non è nell’intelletto dell’uomo, ma nella realtà oggettiva. Il fenomeno è più ricco della legge» Lenin, Quaderni filosofici
È necessario far partire dai Grundrisse il recupero esplicito della logica dialettica hegeliana da parte di Marx, dopo che questi condusse per vari anni un’aspra critica antispeculativa contro la filosofia classica tedesca98, ed in particolar modo i suoi mediocri epigoni ed i suoi avversari. Tale recupero si è originato dalla necessità di utilizzare un apparato logico capace di enucleare delle leggi dinamiche essenziali e necessarie, ed esprimere in tutta la sua vitalità contraddittoria quella specifica totalità organica dinamica che è il modo di produzione e specificatamente quello capitalistico.
Marx in realtà non fu il primo a tentare di utilizzare la dialettica per lo studio delle categorie economiche: nel 1865 Ferdinand Lassalle pubblicò il suo libro su Eraclito. In una lettera inviata ad Engels il rivoluzionario di Treviri, forse infastidito da quest’opera, si prese gioco di Lasalle ribadendo che una cosa è condurre un’analisi scientifica, e qui scientifica sta per “corretta”, di produzione di universali partendo da una realtà sociale caotica, un’altra è esporre dialetticamente una teoria senza incorrere nel rischio di compiere un’operazione artificiosa99, perché la dialettica non è un gioco linguistico come affermano i numerosi detrattori, non è un metodo esterno alla cosa, bensì appartiene alla cosa stessa.
Le opere più note in cui Marx fece i conti esplicitamente con la sua metodologia ed i suoi fondamenti scientifici furono l’Introduzione del 57100 a Per la critica dell’economia politica ed il Poscritto alla Seconda edizione di Il Capitale. Nel famoso passo del terzo paragrafo dell’Introduzione in cui Marx ci parla del suo metodo di analisi, i termini astratto ed astrazione sono utilizzati in tutte le loro connotazioni, positive e negative. Il processo di astrazione può essere virtuoso se viene mediato nel modo corretto, se è un movimento di astrazioni determinate o astrazioni reali. La «popolazione» è «un’astrazione» indeterminata se non viene sviscerata nei suoi rapporti con la totalità sociale; qui Marx forse intendeva dire che è una cattiva astrazione, superficiale. Ed ancora: «La più semplice categoria economica, come per esempio il valore di scambio, presuppone la popolazione, una popolazione che produce entro rapporti determinati, ed anche un certo genere di famiglia, o di comunità o di Stato, ecc.
Esso non può esistere altro che come relazione unilaterale, astratta, di un insieme vivente e concreto già dato. Come categoria, al contrario, il valore di scambio mena un'esistenza antidiluviana», da cui si vede come il termine astratto sia usato nel senso hegeliano di “unilaterale”, non dialettico. Quando Marx afferma che «Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni ed unità, quindi, del molteplice» divengono manifesti i rapporti fra la dialettica di Hegel e quella di Marx. Questa ultima citazione permette di introdurre surrettiziamente un argomento che è stato molto dibattuto negli ultimi anni, specialmente in Germania fra alcuni allievi di Adorno101, che è la distinzione operata fra successione logica delle categorie concettuali e genesi storica delle medesime categorie quindi del rapporto fra processo logico e processo storico: l’ipotesi è che l’astrazione reale o determinata posta da Marx pertanto non è risultato di un processo storico-temporale bensì logico-storico102. L’esposizione dello sviluppo delle categorie logiche non necessariamente coincide con la dinamica storico-cronologica delle medesime: i due sistemi devono essere determinati e circoscritti temporalmente e spazialmente, sempre nell’ambito di uno specifico modo di produzione, in un contesto geografico e culturale predefinito. Nell’Einleitung quindi Marx cerca una mediazione fra astrazione e storia dove le categorie economiche sono sviluppate secondo la “loro organica connessione dentro la moderna società borghese”103. Solo la conoscenza delle categorie concettuali più sviluppate ci può aiutare a comprendere le stesse in un contesto storico diverso: perché solamente “l'anatomia dell'uomo è una chiave per l'anatomia della scimmia”. Di conseguenza Merce, valore, plusvalore, denaro come equivalente generale, lavoro astrattamente generale, produzione e capitale in generale sono le determinazioni astratte reali che Marx ha individuato come essenziali per la sua analisi di quella specifica unità organica che è il modo di produzione capitalistico.
In tutti e tre i singoli libri del Capitale, e nell’opera nella sua interezza, si può verificare l’esplicita influenza delle categorie analizzate nella Logica da Hegel. Marx definisce e dispone il suo concetto di capitale sul modello della Scienza della Logica hegeliana, in esso vi è il dispiegamento delle categorie fondanti del modo di produzione capitalistico attraverso quella logica immanente che è la dialettica come la concepisce Hegel, ovvero come legge immanente dello sviluppo delle categorie logiche, quell’auto-movimento del concetto, che ha come impulso e motore la contraddizione104 e la negazione determinata. L’opus magnum di Marx è stato costruito su un’impalcatura di negazioni determinate, di superamenti-approfondimenti (Aufhebung), di inversioni dialettiche, partendo da determinazioni semplici ed universali transitando a quelle più complesse e particolari, dal più astratto al meno astratto, per giungere ad un concreto più ricco di determinazioni.
Il punto di partenza dell'analisi è la realtà fattuale della “immane raccolta di merci”, di quell’elemento semplice, elementare, quel fondamento che contiene in sé la contraddizione fondamentale fra valore d'uso e valore, dove la legge della valorizzazione e del plusvalore domina la produzione di concreti valori d'uso. Ma nel processo di esposizione della merce in Das Kapital Marx parte dalla cellula del sistema capitalistico, la merce nella sua forma più semplice, universale, in quanto astratta105. Lo stesso Marx dichiarò nelle Glosse marginali al “Manuale di economia politica” di Adolph Wagner: «io non parto da «concetti» […]. Ciò da cui parto è la forma sociale più semplice in cui si presenta il prodotto del lavoro nell’attuale società, il prodotto in quanto ‘merce’. Io analizzo la merce […] nella forma in cui essa appare»106, dichiarando in modo esplicito che egli non lavorò mai con concetti a priori. Ma questo non lo ha dispensato da porre il problema spinoso del cominciamento dell’analisi.
Marx ha indagato l’anatomia della società capitalistica, e dei modi di produzione in generale, attraverso un’astrazione determinata delle categorie economiche che stiamo trattando. L’opera dove è più palese questo approccio è il quaderno IV dei Grundrisse, ed in particolare quel manoscritto noto come “Forme che precedono la produzione capitalistica”. In quelle pagine illuminanti Marx accenna a quel processo di distacco progressivo, contraddittorio, dei produttori, il lato soggettivo attivo, dalle condizioni oggettive della produzione e riproduzione (oggetto e strumenti di produzione). Marx ha compiuto questo studio sulle forme del vivere sociale, della produzione, avendo come riferimento le grandi civiltà umane della storia precapitalistica (l’impero romano, la grande civiltà greca, l'impero cinese, ecc.), egli ha indagato il germe, le precondizioni, da cui si è originato il lavoro salariato, negazione duale del capitale, ma in modi di produzione antichi o comunque pre-capitalistici.
Ne Il Capitale il rapporto sociale di produzione capitalistico è dapprima sviluppato logicamente come una totalità economica compiuta e omogenea; solo in seguito le determinazioni più semplici, astratte, universali sono approfondite, differenziate endogenamente, si mostra anche l’effettiva dinamica storica, fino a rivelare il momento fondamentale di questa totalità socioeconomica che è il capitale ovvero la produzione e l’appropriazione di plusvalore. Ogni categoria logica viene analizzata dapprima nella sua astratta universalità, nella sua forma più semplice possibile, ed in seguito arricchendosi di mediazioni, nella sua compiutezza fenomenica. Il primo mutamento di forma107 necessario, quello fondante ed anche il più difficile da comprendere, è quello che, attraverso lo sviluppo della contraddizione valore d’uso-valore della determinazione merce, conduce alla determinazione dell’equivalente generale, il denaro. I primi tre capitoli del Capitale sono il risultato di una vita di studi e sono stati quelli più meditati, e coerentemente con il metodo di esposizione stanno all’inizio dell’opera. Nel capitolo 4 si verifica un’ulteriore importantissima inversione dialettica: il denaro diviene, per accumulo quantitativo e sotto determinate condizioni storico-temporali (casuali o necessarie?), capitale in processo. Una volta analizzato il capitale in generale, nel rapporto tutto-parti e nella mediazione con il lavoro salariato, possiamo vedere come si origini un’altra astrazione reale decisiva come sua “costola”: il plusvalore. Nel capitolo 20 del primo libro si verifica un’ulteriore inversione: è il plusvalore, ripetiamo in un determinato momento storico ed in uno specifico contesto sociale, ad un certo grado di accumulo che ora crea il capitale (processo di accumulazione). In questa fase dello sviluppo, della determinazione concettuale, non vi sono ancora il capitale monetario e i costi di circolazione, la molteplicità dei capitali operanti, il mercato, i prezzi, il tasso d’interesse, la terra e la rendita: l’astrazione reale qui assume il suo carattere analitico-prescissivo. Ma sono già in germinazione, sono accennate. Inoltre, lo sviluppo delle categorie è arricchito da continui riferimenti a eventi storici contingenti.
Nel Capitale l’esposizione è sempre a due o tre livelli di sviluppo concettuale, ed inoltre ogni determinazione universale, sia essa il denaro o il plusvalore, ricompare in vari capitoli dello stesso libro o di tutti e tre, ma trasmutata, appunto trasformata, sempre meno isolata ovvero astratta, sempre più sviluppata nelle relazioni col tutto, sino alle forme più empiriche (ad esempio profitto, capitale fittizio, formula trinitaria del reddito). Marx in tale esposizione sembra inequivocabilmente seguire il terzo libro della Logica, quello dove Hegel tratta del Concetto, dello Spirito, e della dottrina del sillogismo nella veste del rapporto universale-particolare-individuale. Ma non solo: in questo contesto ed in tutta l’opera utilizza anche alcune parti della dottrina dell’Essere della Logica, nel rapporto fra quantità e qualità e fra finito ed infinito ovvero come dal rapporto fra qualità nasca la quantità, ma anche come dallo sviluppo quantitativo nasca una nuova categoria concettuale. In tutto il primo libro ogni determinazione si sviluppa, si arricchisce di relazioni, travalica i suoi limiti, va oltre di sé, si nega e passa ad altro, superando e subordinando i momenti meno sviluppati cioè più astratti. Il primo volume, senza la circolazione capitalistica, esplicitamente trattata nel secondo volume, e il passaggio dal capitale in generale nelle sue determinazioni interne alla molteplicità dei capitali interagenti esternamente, è una forma non sviluppata ed astratta nel processo che conduce alla totalità capitalistica nella sua dinamica.
Ribadiamo che tutti questi momenti sono vuota astrazione indeterminata se non integrati nella totalità capitalistica108, sono momenti non pienamente realizzati del capitale nella sua convulsa e smisurata dinamica protesa all'infinito potenziale (una cattiva infinità), senza freni inibitori di fronte a razza, religione, sesso, etica, nazione. Ogni momento è manchevole senza la relazione dialettica ad un altro elemento della totalità, e ciò che è stupefacente è che alla fine del viaggio, dell'esplorazione nei territori del capitale, ci si rende conto che la merce ed il denaro, quelle forme semplici ed universali della ricchezza sociale, ora sono qualcosa d'altro, ma sviluppate pienamente, ricche di determinazioni specifiche e delle loro relazioni reciproche109. Quei semplici universali illustrati nella prima sezione si ripresentano in diverse sezioni del Capitale, ma sviluppati storicamente e concettualmente, risultato di nuove mediazioni, di aggiunte e di esclusioni, ovvero di superamenti.
Nel continuum storico, oggi quelle categorie descritte mirabilmente dal rivoluzionario tedesco, sarebbero astratte senza la teoria del mercato mondiale, dell'imperialismo, del capitale finanziario, delle lotte di liberazione nazionali, del capitale fittizio nelle sue sofisticate modalità odierne. E sarebbe altrettanto indeterminato senza il continuo confronto con le forme empiriche della lotta di classe, anche nei paesi cosiddetti socialisti, con la loro storia inedita ed i paradossali esiti della cosiddetta accumulazione originaria per l'attuale imperialismo russo, o per il capitalismo a forte connotazione statuale dominante nella Repubblica Popolare Cinese. Il pericolo per chi desideri individuare questa prassi conoscitiva è come sempre quello di scadere nel più banale meccanicismo, nella speculazione fine a se stessa110. Se si vuole riprendere la metafora geometrica111, per identificare l’esposizione dialettica nel Capitale è quella di una spirale che si ottiene per inviluppo ed integrazione di altre numerose spirali, di varia foggia e dimensione, che hanno una morfologia complessa, non immediatamente identificabile (si pensi ai frattali): tale metafora non esprime altro che il noto rapporto mediato tutto-parti e l’azione reciproca112. Le negazioni ed i rovesciamenti tipicamente dialettici si ripropongono necessariamente anche nel rapporto fra astratto e concreto, qualunque sia il significato che vi attribuiamo. Abbiamo illustrato come ogni momento dello sviluppo delle categorie deve essere relazionato alla unità del rapporto sociale capitalistico quindi esprime un rapporto fra parti e totalità. Ma nel terzo volume tale rapporto di sintesi viene rovesciato ed è il tutto che ora si scinde nelle sue parti cioè nelle determinazioni empiriche più concrete (nel significato di materiali e visibili, ma anche di pienamente sviluppate), ovvero il plusvalore si ripartisce in profitto industriale, interesse, rendita fondiaria, profitto commerciale, ecc. A loro volta tali determinazioni si possono ulteriormente sviluppare e si trasfigurano in reddito finale, nella famosa formula trinitaria dell’economia borghese113. Nell’incompleto capitolo 52 del terzo libro, sulle classi sociali, Marx-Virgilio interrompe il suo viaggio nelle lande del capitale e abbandona il lettore sulla riva dello scetticismo e dei numerosi interrogativi che fortunatamente ancora ci poniamo.
6. Conclusioni
«È compito della scienza ricondurre il movimento apparente, puramente fenomenico, al movimento reale interno»
Karl Marx, Il capitale, III
Il senso comune ha sempre contrapposto la logica formale e matematica alla scienza dialettica. Forse si può riconoscere che tale opposizione fra queste due espressioni del pensiero è forzata se non artificiosa, perché si potrebbero considerare le suddette logiche come due momenti diversi di un medesimo discorso conoscitivo, dove ciascuna ha il suo ruolo in una totalità che comprende entrambe con le rispettive specificità. La dialettica costituisce un superamento della logica formale essenzialmente perché essa pone la necessità della contraddizione. La logica dialettica rappresenta una forma di logica più evoluta che supera la logica formale, perché è in grado di comprendere quegli aspetti della realtà maggiormente complessi e contraddittori che contemplano fenomeni come le instabilità ed i cambiamenti repentini, e una visione dinamica, non atomistica, che non sia limitata all’individuazione di una causalità esclusivamente lineare-proporzionale, bensì possegga una visione organicistica o anche olistica del reale, attenta agli aspetti di una specifica totalità organizzata e all’interazione di tutti gli elementi che la costituiscono. Per questi suoi caratteri, la dialettica si è rivelata preziosa soprattutto negli studi che prendono in considerazione gli organismi ed il loro rapporto con l’ambiente, i fenomeni complessi con molte relazioni reciproche.
La mancata comprensione delle finalità e dei limiti del formalismo matematico e del metodo assiomatico, in special modo nelle scienze sociali ed in quelle economiche, ha prodotto mistificazioni e distorsioni che è difficile riconoscere e contrastare. A livello accademico, ma soprattutto pubblicistico, l’approccio dominante nelle discipline economiche è ancora quello della cosiddetta scuola neoclassica o marginalista, con tutte le sue varianti liberali postmoderne: non può che essere così dato che l’unica alternativa verosimile a essa è il pensiero dialettico, ovvero la critica dell’economia politica di Marx e del socialismo scientifico. Fattore non secondario che riproduce questo ruolo di egemonia è, come ci ha ricordato spesso Lukács, la funzione ideologica svolta da questi paradigmi dominanti, i quali si schermano dietro la bellezza ed il rigore del linguaggio matematico oppure dietro la sua semplicità. Lukacs è sempre stato un feroce critico di quella logica neopositivistica che ha formato la visione del mondo di gran parte degli scienziati moderni e influenzato l’opinione pubblica e il senso comune scientifico, logica per la quale un oggetto sia risolto quando esso è determinato matematicamente, lasciando irrisolta la questione della corrispondenza di tale formalizzazione con la realtà114, ma soprattutto costringendoci a riflettere su quali siano i tratti caratteristici di una realtà, fisica o sociale.
L’astrazione è un carattere fondamentale in qualunque analisi che voglia essere scientifica, ovvero conoscitiva, nelle scienze umane come in quelle sperimentali. Anche Marx in tal modo la considerava nella sua analisi economica di una specifica totalità organica che egli aveva individuato nel modo di produzione capitalistico e nelle correlate relazioni sociali di produzione. Se tale termine, astrazione, è stato spesso usato in maniera contraddittoria ed ambigua è perché tale è la realtà che bisogna indagare: essa manifesta delle contraddizioni necessarie che occorre spiegare. Questo processo di disvelamento, di chiarificazione, incontra numerose difficoltà a causa dei processi di alienazione e reificazione capitalistica che si manifestano nel feticismo della merce e del capitale, il quale opera in questo contesto facendo apparire la scienza come direttamente prodotta dal capitale e incorporata ad esso nell’Intelletto Generale, mentre nella sua essenza essa è un risultato collettivo dell’evoluzione sociale.
L'astrazione, che nel senso comune possiamo definire sinteticamente come la produzione di universali, è un momento necessario, ma non sufficiente, di mediazione di un processo che voglia ambire ad una conoscenza rivolta alla trasformazione della prassi sociale. Questa mediazione è tuttavia indeterminata se essa viene isolata esclusivamente nell'individuazione di universali destoricizzati e desocializzati: l’astrazione deve definirsi storicamente e deve riferirsi ad una totalità se vuole arricchire i fenomeni oggetto di osservazione e misurazione. Essa diviene fondamentale se riesce a creare, a svolgere quelle determinazioni specifiche che scoprono, che manifestano il reale nella sua complessità, e nelle sue vitali dinamiche interne, che rimarrebbero occulte senza la fissazione di specifiche e corrette determinazioni astratte. L’astrazione non è un metodo a sé, ma è un momento essenziale dello svolgimento dialettico. Il recupero della dialettica compiuto da Marx non poté che avvenire in un contesto fondativo empirista e realista, e fondamentalmente antispeculativo. Va sottolineato una volta di più che la dialettica non è affatto un metodo che scegliamo fra tanti disponibili per analizzare ed esporre un problema ma è un momento del procedimento euristico. Essa è l’espressione dell’automovimento che opera nella realtà stessa, a diversi gradi della sua formazione; non è né un gioco linguistico come affermano i numerosi detrattori, né è un metodo esterno alla cosa indagata, bensì è l’espressione vitale della cosa stessa, come affermava Lenin nei suoi appunti filosofici: la dialettica non è nell’intelletto dell’uomo, ma nella realtà oggettiva.
Marx ed il suo sodale Engels hanno tentato di aprire una nuova strada nella teoria della conoscenza che è stato un tentativo di storicizzazione del sapere scientifico, che va al di là del semplice interesse gnoseologico ed ontologico, recuperando quegli aspetti della teoria hegeliana che non inficiavano la loro analisi delle leggi della dinamica degli esseri umani sociali. Se questo recupero parziale, la nota separazione fra metodo dialettico “rovesciato” e sistema “idealistico” hegeliano, sia stato fecondo o meno, è ancora oggetto di discussione e ciò va valutato positivamente. Tale processo possiamo dire che è culminato in vari scritti di cui il più importante è certamente Il Capitale, opera tutt’altro che compiuta. In Das Kapital ogni categoria concettuale viene presentata dapprima nella sua astratta universalità, nella sua forma più semplice possibile, ed in seguito dopo essere passata attraverso numerose mediazioni, in una continua inversione fra universale, particolare ed individuale, fra parti e totalità, si rivela nelle sue più finite ed immediate forme fenomeniche.
Tutte le ambiguità e le difficoltà interpretative che si incontrano in questo continuo rapporto fra realtà e concetto, piuttosto che abbatterci e farci scivolare in un relativismo postmoderno, o peggio in un dogmatismo che ha fatto danni enormi ai lavoratori, al contrario, ci devono spronare a studiare e comprendere con maggiore consapevolezza una società dilaniata come quella capitalistica. Il percorso per la verità, ci ricorda Hegel nella prefazione alla Fenomenologia, è la “via del dubbio e della disperazione”, è il sentiero della “dura fatica del concetto”. È bene che le classi dominate ne siano coscienti senza inutili consolazioni.










































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