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Necessario o superfluo? Comunismo, bisogni umani e i rischi di una semplificazione pseudo-socialista

di Luca Colamini

audience 868074 1920 1024x681.x67568“Il capitalismo ti dà il superfluo, il socialismo ti dà il necessario”: così recita uno slogan, coniato e diffuso da Marco Rizzo e largamente impiegato nel corso di comizi e interventi su organi televisivi e di stampa. Apparentemente una formula snella ed efficace, una sintesi chiara e senza fronzoli, che va dritta al punto ed è comprensibile da tutti. Coerente, peraltro, con l’immagine bread and butter di quadri politici capaci di rabboccare l’olio del motore dell’automobile e di tirare di boxe. Gente vicina alla classe operaia, di cui condivide il linguaggio, le abitudini e il buon senso.

Ma quali sono i presupposti di un simile slogan? Non intendiamo certo “fare le pulci” a una formula propagandistica per puro e sterile esercizio polemico. Tuttavia, anche quando si adatta il registro al contesto, le parole d’ordine qualificanti di un’organizzazione comunista dovrebbero contenere ed esprimere sinteticamente una solida impostazione teorica, legarsi a un’adeguata analisi della situazione storica contemporanea e della “fase”, e agli obiettivi di avanzamento del movimento operaio. Per questa ragione, gli slogan vanno sempre interrogati, e occorre considerare accuratamente la possibilità che inducano ad assumere posizionamenti tattici improduttivi o dannosi, o addirittura riflettano un orizzonte strategico inadeguato. Nel caso della formula in questione, la ricerca dell’efficacia comunicativa corre il serio rischio di veicolare distorsioni teoriche, controproducenti sul piano pratico e politico, e per giunta subalterne ai leitmotiv della propaganda borghese circa la natura e gli obiettivi del socialismo. Ma andiamo con ordine.

La formula “superfluo/necessario” conduce immediatamente al problema della relazione tra la teoria e la prassi comunista, da un lato, e i prodotti più avanzati dello sviluppo capitalistico sul terreno strutturale e sovrastrutturale, dall’altro. Il modo di produzione capitalistico ha svolto secondo Marx una enorme funzione civilizzatrice. Traendo la società occidentale (e poi globale) fuori dal sistema produttivo e politico feudale, il capitale ha progressivamente generalizzato gli scambi e i commerci, innovato le tecniche e accresciuto le capacità produttive del genere umano. La borghesia, classe in ascesa e vera forza modernizzatrice, ha via via ampliato il proprio potere, fino a dar luogo a un’epoca di rivoluzioni politiche che hanno abbattuto il vecchio ordine cetuale e hanno imposto il principio della libertà personale e dell’eguaglianza giuridica (certo con l’esclusione, o con la limitazione dei diritti democratici, per un lungo periodo, per i poveri e per le donne). I grandi progressi dell’epoca borghese sono stati realizzati però in forma ancora “antagonistica”, sostituendo all’ordine cetuale il più prosaico dominio di classe.

Marx e il marxismo hanno dovuto da subito porsi il problema del corretto atteggiamento dei rivoluzionari nei confronti della struttura e della sovrastruttura capitalistica. Più precisamente, il problema di che farsene, una volta conquistato con mezzi legali o illegali il potere politico, delle forze produttive sviluppate dal capitale (tecnologie, metodi di organizzazione del lavoro, etc.), che farsene dello Stato borghese e dei suoi apparati, che farsene del diritto e della cultura borghese. Le risposte sono state varie e differenziate. Riguardo lo Stato, almeno a partire dalla Critica del programma di Gotha, si è posta l’esigenza duplice: da un lato, di smantellare la compagine statuale borghese, indissolubilmente legata a specifici interessi di classe; dall’altro, di realizzare la transizione socialista mediante una macchina amministrativa di pari, se non superiore, universalità, capillarità ed efficacia.

Le capacità produttive del capitale, invece, sono sempre state considerate in modo più “dialettico” come capacità produttive riscattabili, potenziale patrimonio del genere umano e dei produttori associati, una volta cessato il dominio di classe, anziché esclusiva della classe proprietaria. Nel quadro di una concezione materialistica della storia, l’ampio sviluppo delle forze produttive ha rappresentato il presupposto necessario per l’instaurazione e il progresso di una società socialista, capace di superare in avanti, e non romanticamente all’indietro, il modo di produzione capitalistico: di liberare le forze produttive da rapporti di produzione divenuti frenanti, e di riorganizzare la vita associata del genere umano secondo principi di pianificazione razionale e democratica.

Se lo Stato non può liberarsi del marchio di classe, e deve essere abbattuto e sostituito da uno Stato democratico completamente diverso e votato all’auto-estinzione (e si discute ormai da secoli su quanto i diversi esperimenti socialisti abbiano conseguito realmente almeno l’obiettivo della diversità dello Stato socialista), le forze produttive sono considerate più “neutre” e riscattabili, e le tecnologie sono convertibili a scopi diversi da quelli per cui il capitale le ha sviluppate e utilizzate, cioè lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro e l’estrazione di plusvalore.

Anche prendendo per buona la neutralità delle forze produttive e la possibilità di ereditare l’apparato produttivo capitalistico e i suoi metodi di organizzazione (si pensi alla valutazione del taylorismo fornita da Lenin nel celebre scritto su I compiti immediati del potere sovietico) e servirsene per i propri scopi, ai comunisti rimane sempre il compito, tutt’altro che facile e scontato, di sviluppare una teoria critica dei bisogni.

Tutti abbiamo davanti l’inondazione seduttiva di merci capitalisticamente prodotte, che soddisfano bisogni materiali e immateriali. Gli economisti moderni, ma anche filosofi come Hegel e Marx, si sono spesso interrogati sul tipo di rapporto che intercorre tra capacità produttive e bisogni: sono i bisogni a evolversi, a svilupparsi e raffinarsi, e a stimolare quindi la ricerca di una produzione capace di soddisfarli? Oppure sono le capacità produttive e le tecniche a evolversi indipendentemente, a creare nuovi beni e nuove categorie merceologiche, e i bisogni corrispondenti sorgono soltanto dopo che è già stata posta la possibilità della loro soddisfazione? È la domanda che richiede un’offerta adeguata, oppure è l’offerta che induce la domanda?

Al di là di questa difficile questione, è importante notare che i bisogni sono legati al contesto storico e sociale in cui nascono e crescono i soggetti che ne sono portatori. Un antico romano non aveva, evidentemente, alcuna possibilità di sviluppare un bisogno del nuovo modello di iPhone, né un attuale cittadino italiano, a meno di eccezionali feticismi antiquari, amerà possedere una biga. Gli attuali bisogni – intesi sia come disposizione psicologica soggettiva che come domanda aggregata oggettiva – sono bisogni “capitalistici”, nutriti da esseri umani che vivono in una società capitalista. Ebbene, quali di questi bisogni materiali, immateriali, fisici, psicologici ed estetici generati dal capitalismo meritano di essere mantenuti in una società futura? Quali sono invece i bisogni che l’attuale sistema soddisfa in modo incompiuto, o addirittura reprime? Quali sono i bisogni la cui soddisfazione spetta alla società socialista? Esistono bisogni “naturali”, propri di tutti gli esseri umani in ogni epoca? Oppure esistono soltanto bisogni “primari” ed essenziali, che ogni epoca storica e ogni formazione sociale soddisfano in modo diverso, e la cui soglia è storicamente variabile?

Discutere il tema dei bisogni è di fondamentale importanza per chi, come i comunisti, ha l’obiettivo di riorganizzare e riorientare la produzione pianificandola razionalmente sotto il controllo dei lavoratori. Sono i lavoratori a dover decidere che cosa produrre e quanto produrre. Molto bene. Ma in base a quali criteri dovrebbe avvenire questa deliberazione circa la produzione? Come si possono operare decisioni in materia di indirizzo della produzione, se manca un criterio che consenta di stabilire che cosa è necessario produrre, che cosa è giusto produrre, che cosa è desiderabile produrre, e che cosa è superfluo?

Se la produzione deve soddisfare i bisogni, la riorganizzazione della produzione richiede imprescindibilmente un’accurata definizione dei bisogni legittimi.

A tal fine, ridurre la questione alla distinzione tra il necessario e il superfluo non permette grandi avanzamenti. Tra il necessario (l’imprescindibile ai fini della riproduzione della vita) e il superfluo (l’inessenziale lussuoso) c’è infatti una grande massa di beni – la maggior parte – che non è strettamente necessaria – non è, cioè, condizione imprescindibile per la riproduzione materiale della vita umana. In questo senso, la formula secondo cui “il capitalismo ti dà il superfluo, il socialismo ti dà il necessario” è del tutto erronea.

Nel quadro della critica marxiana dell’economia politica, è proprio il capitale che, acquistando la merce forza-lavoro attraverso l’anticipazione di salario, se ne garantisce il diritto all’uso durante la giornata lavorativa. L’intero impianto della critica marxiana poggia su questa cruciale distinzione tra lavoro e forza-lavoro, e sulla ripartizione della giornata lavorativa in un segmento di lavoro necessario – durante il quale la forza-lavoro riproduce il proprio valore, che le era stato anticipato – e in un segmento di pluslavoro, durante il quale l’operaio lavora per il capitalista consentendogli l’estrazione di plusvalore. Le teorie marxiste del salario non sono uniformi riguardo l’oscillazione attorno alla soglia di sussistenza. In ogni caso, il capitale (almeno nei suoi “centri”; il discorso cambia per le “periferie” dell’imperialismo e del capitalismo “estrattivo”) fornisce alla forza-lavoro il necessario (spesso lo stretto necessario) per riprodurre la propria esistenza, e riesce a far campare (male) anche le masse espulse dalla produzione che compongono il suo esercito industriale di riserva.

Promettere “il necessario” alla classe lavoratrice occidentale è dunque fuorviante, nella misura in cui già il capitalismo lo garantisce. Sul piano della lotta ideologica, inoltre, una simile formula rischia di rinforzare il pregiudizio secondo cui il comunismo equivale a una socializzazione della povertà, a un livellamento verso il basso delle possibilità di consumo degli individui, minacciate di essere ridotte al solo necessario, inteso come minimo vitale, dagli austeri e sadici sovvertitori comunisti nemici della ricchezza.

Al posto dell’erronea dicotomia tra “necessario” e “superfluo”, i comunisti devono invece dotarsi di una teoria critica dei bisogni, che sappia prendere parola, in modo costruttivo, su ciò che ritiene giusto e desiderabile ai fini di una vita umana degna di essere chiamata tale. C’è un intero universo di bisogni non necessari (cioè non strettamente vitali), ma giusti e desiderabili, che il capitalismo non garantisce e non potrà mai garantire stabilmente alla parte più ampia dell’umanità. Il diritto al lavoro, alla casa, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, allo sviluppo intellettuale e culturale, corrispondono ad altrettanti livelli di “bisogno” umano, che non sono sempre strettamente necessari dal punto di vista della sopravvivenza, ma sono “primari” (se si vuole, “necessari” in senso morale) dal punto di vista della concezione etica che il socialismo è chiamato a mettere in campo. Non fa dunque problema la categoria del “necessario”, se serve a introdurre il discorso sulla concezione socialista dei requisiti di una buona vita. Molto più controversa, problematica e potenzialmente dannosa, pauperista e retrograda, invece, la coppia necessario/superfluo nella forma in cui viene proposta da Rizzo. Quest’ultima formulazione, infatti, rischia di frenare, anziché favorire, quella riflessione antropologica e filosofica allargata che è necessaria alla promozione di una futura umanità. Per quali bisogni umani lottare? Quali di questi bisogni sono frustrati irrimediabilmente dal capitalismo, e quali sono realizzati in modo superficiale, compensativo, o spostati su altre mete? In che modo può farsene carico una società socialista?

Anche su queste tematiche occorre coinvolgere in un’interlocuzione dinamica intellettuali e classe, partito e movimenti, e servirsi criticamente delle elaborazioni più avanzate delle scienze naturali, umane e sociali. Nessun grande avanzamento, e a maggior ragione nessuna vittoria stabile è possibile senza una concezione adeguatamente complessa dell’umano, attorno alla quale suscitare l’interesse di larghe masse e mobilitarne l’adesione ideologica. Nessun comunismo potrà poggiare sull’incultura e sulla grettezza dell’animo, nessun avanzamento sociale sarà possibile se i comunisti non sapranno collocarsi non soltanto all’avanguardia della lotta di classe e del movimento di emancipazione del lavoro e dei lavoratori, ma anche all’avanguardia della sintesi politica dei progressi scientifici e culturali della civiltà umana.

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Comments

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Pantaléone
Friday, 26 February 2021 09:05
Paolo,
In effetti, non siamo ancora arrivati a Mosca, da un certo punto di vista, torniamo, se volete, alla soggettività del capitale, si potrebbe anche dire la soggettività del tempo arrestato del capitalismo contemporaneo, che nella sua ubris, vorrebbe abolire la storia, nel "tutti sono uguali".almeno una nuova ricetta macedonia. Il capitalismo è il tanathos incarnato, l'antierotico, in sostanza è la distruzione, il capitale non può essere gestito bene o meglio. Sappiamo che la legge della tendenza al ribasso del tasso di profitto è alla base di quello che chiamiamo progresso tecnico e delle mode che sono quasi sempre accompagnate da nuovi grigi tecnologici. Allo stesso modo (non c'era l'inconscio freudiano nel Medioevo, il cui sviluppo avviene in pieno boom capitalista), chiudiamo la parentesi.
Ad uno ad uno crolla tutta la finzione dell'American way of life, la gigantesca crisi del credito chimerico, la crisi insanabile del sistema, tutto il teatro si regge solo grazie allo spettacolo, all'inversione (il vero è il falso il falso è il vero), arresti domiciliari perpetui, passaporti sanitari, leggende mistificanti, malthussianesimo, false scienze, precarietà, tutto va in diretta. Non sorprende quindi che in queste condizioni reali, la soggettività del capitale possa dispiegarsi con sempre maggiore difficoltà e questo è forse il passaggio obbligato per un risveglio dei popoli. Mentre è certamente vero che i pazzi estremamente ricchi poi lo ccomplicano, ma nella loro ignoranza sono solo gli ingranaggi di un sistema di automi in via di decomposizione. Tutto questo per dire che certamente la disalienazione è in corso, grazie presto, il piacere di leggervi.

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Paolo Selmi
Friday, 26 February 2021 10:17
Piacere mio Pantaléone !

Mi hai fatto venire in mente uno di quei "binomi fantastici", come li chiama Gianni Rodari nella sua Grammatica della Fantasia. In questo caso fantastici "solo" perché c'è un salto di mezzo secolo... perché il resto è ben poco fantastico.. anzi:
Chissà cosa avrebbe scritto Guy Debord OGGI, nella sua "La Société du Spectacle", chissà come avrebbe girato quel film, cosa ci avrebbe messo...

Ciao!
Paolo
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Pantalone
Thursday, 25 February 2021 09:38
Paolo Selmi
Il tuo testo piuttosto vasto, completo e pertinente, gira intorno alla questione della produzione, in un sistema socialista e in un sistema capitalista liberale, ovviamente la finalità non è la stessa, tuttavia noto una riflessione determinante, il cuore del tema, hai colpito il centro del bersaglio, se posso dire, "la domanda non è indotta dalle multinazionali e dalle reti sociali, o dal Capitale, che poi ti lascia l'illusione di essere l'unico a scegliere".
Vasto soggetto di alienazione e dall'altra parte alienazione e reificazione, da questi due concetti possiamo trarre la seguente conseguenza, affinché il soggetto rivoluzionario possa uscire dal suo torpore, è necessario prima di tutto prendere coscienza, assumere il ruolo di rovesciare il proletariato, un fiat-lux insomma!

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Paolo Selmi
Thursday, 25 February 2021 11:35
Esatto Pantaleone,
"l'illusione di potere scegliere"... è un'illusione. Prendere e fare prendere coscienza, uscire e fare uscire dal torpore, come scrivi tu, è un compito difficile.

Ma è l'unica strada percorribile: è una battaglia di progresso, perché parliamo di un modo di produzione qualitativamente superiore rispetto all'attuale e, al tempo stesso, di salvezza di fronte all'autodistruzione verso cui stiamo andando.

Il difficile è estendere questa presa di coscienza e la necessità di questa battaglia a tutti noi, sempre più precari, sempre più sottopagati, sempre più divisi tra di noi, sempre più ricattabili e ricattati, sempre più alienati, sempre più fuori di testa (i fatti di cronaca parlano da soli e sono solo la punta dell'iceberg), sempre più traumatizzati sin dalla giovane età (mia figlia è stata l'ultima ad aver finito l'asilo con maestre e compagni che vedeva ancora in faccia, ma quelli dell'anno dopo? Che idea di socialità stanno avendo questi bambini che si affacciano al mondo? e gli adolescenti?)... come fare?

Nell'Internazionale il ritornello inizia così:
C’est la lutte finale
Groupons-nous et demain
In russo:
Это есть наш последний (questa è la nostra ultima)
и решительный бой! (e decisiva battaglia!)

I sovietici mezzo secolo fa fecero uno sceneggiato, molto famoso a quelle latitudini, godibilissimo anche a queste, se qualcuno della nostra intellighenzia invece di far vedere solo Ejzenstein e Tarkovskij si fosse degnato di doppiare anche altro... ma questo è un'altro discorso ancora.

Quello sceneggiato si intitolava "Lo scudo e la spada" ("Щит и меч") e narra la storia di un infiltrato, Aleksander Belov, che sotto le mentite spoglie di Johan Weiss fa carriera nell'esercito nazista riuscendo così a passare informazioni preziose, anzi, decisive.

La faccio breve... puntata finale: in una scena l'Armata Rossa deve liberare migliaia di prigionieri di guerra rinchiusi in un tunnel di una miniera. Manca poco ad arrivare a Berlino. L'ufficiale passa in rassegna il gruppo d'azione dove c'è mezza Europa dell'Est. "Internacional", li chiama dopo aver sentito da dove venivano.

E parafrasando l'Internazionale dice: "E questa, come dire, non è ANCORA la nostra ultima battaglia, ma assolutamente quella decisiva" (И это, так сказать, есть наш еще не последний, но весьма решительный бой.)

Anche oggi, ci troviamo di fronte a battaglie che sono tutte decisive, ma che non solo non sono le ultime, ma anzi le prime di una lunga serie, se si vuole arrivare a Berlino. Al momento non siamo a Brest, ma siamo ancora a Mosca o, probabilmente, più indietro ancora... ma son tutte battaglie decisive, già da là.

Grazie mille Pantaleone
Un abbraccio

Paolo
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Pantaléne/Paolo
Friday, 26 February 2021 22:28
Il capitale è la storia Il capitale vuole rinchiuderci nel credo "non succede più niente" religione, fantasia, idolo, in cui il capitale ci rinchiude. Rappresenta la cronologia alienante contro la cronologia emancipatrice. La sua fantasia è l'abolizione della storia, l'abolizione delle classi, il tempo della tirania democratica totale, attraverso il soggetto atomistico di tutte le differenze. Ma noi rivoluzionari sappiamo che il determinismo della storia è l'emancipazione del proletariato.
Parla della libertà "che non esiste", parla dell'amore, la macchina spazzatrice di tutte le peregrinazioni commerciali dove il fallimento è già inscritto dall'inizio, perché l'amore non può che essere universale, l'amore è RIVOLUZIONARIO o non è niente.
Contro l'addomesticamento, l'emancipazione. La soggettività del capitale totale, è il soggetto del capitale che entra in crisi, a tutti i livelli del campo sociale, soggetti atomizzati, monade circolante del tutto può essere comprato e venduto. Tutto è falso sul terreno politico... in sostanza è qualcosa di compresso, stampato, prodotto e riprodotto sul terreno del falso (sezione I del Capitale) della merce, qualsiasi questione posta nel campo dell'economia politica (il nostro tempo di crisi sanitaria ne è una bella illustrazione, stiamo cercando la fonte cinese, i pipistrelli... dal punto di vista della lotta di classe e del proletariato, che se ne frega, ) dell'alienazione che si riproduce. Abbasso il feticismo delle merci. Sappiamo che una domanda importante posta nella riproduzione del capitale, è falsa nella sua essenza.
Infine, quando una domanda posta diventa un luogo di totem, un luogo di tabù, è la falsificazione, la posizione di radicalità e determinazione dialettica, ci fa non avere bisogno di andare a perdere il nostro tempo su questi territori, un buon fine settimana Paolo!

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Paolo Selmi
Saturday, 27 February 2021 09:22
A te Pantaleone! PS a proposito da domani sera ci rinchiudono di nuovo...
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Pantaléone
Sunday, 28 February 2021 08:55
je vis en campagne, je m'occupe en restaurant une vieille maison, quelques poules, et moutons, une jolie femme (c'est important pour un italien mon père à quitté son pays la Calabre des barons et grands propriétaires exploité à fond, plus les picciottis ça faisait trop pour lui), il y a une paire d'année j'étais en ville, avec la façon dont je vois la vie, un peu trop radicale, ça ne m'attirait pas tellement de connaissances, sauf à renoncer à mes foutues idées, pourtant j'aime l'échange les idées les désaccords, donc je voyageais quand j'en avais les moyens, surtout en Afrique du nord, on vit la vie fausse et où qu'on aille quoi que l'on puisse faire, le capitalisme et son corrolaire l'Etat (la caverne des brigants) est toujours là, pour notre bien et merci, pour cette part d'humanité qui t"accompagne Paolo.
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Paolo Selmi
Wednesday, 24 February 2021 22:39
Caro Luca,
centri il problema. Lascerei ora stare Rizzo, e mi concentrerei sul problema. la nozione di bisogno. Cos'è il bisogno? in DDR, dove la concorrenza con la RFT poneva la questione a livelli inimmaginabili nel restante blocco socialista, una definizione come quella che riporti per bocca di Rizzo l'avrebbero definita immediatamente primitiva e superficiale. Nel mio lavoro sull'emulazione socialista ho saccheggiato ampiamente una tesi di dottorato realizzata andando a spulciare gli archivi della DDR circa le ricerche svolte proprio sulla nozione di bisogno e consumo in una società socialista, dove la domanda non è indotta dalle multinazionali e dai social, ovvero dal Capitale, che poi ti lascia l'illusione di essere tu a scegliere (... "media#et, la tua scelta libera"... estica##i), ma al contrario è la società di produttori-consumatori che, IMMEDIATAMENTE (ovvero senza mediazioni), decide cosa quanto e come produrre secondo un piano che definisce la propria traiettoria proprio a partire dall'intercettazione dei bisogni sociali da soddisfare:

--- inizio testo citato ---

A margine degli obiettivi degli studi, i dati raccolti documentano comportamenti e pratiche della vita materiale. Così ad esempio rivelano come tra il 1968 ed il 1973 la popolazione della DDR abbia sostanzialmente diminuito il proprio consumo di cibi precotti o lavorati industrialmente preferendo le verdure di stagione e i prodotti disponibili determinando, ad esempio, una sofferenza nell’approvvigionamento e una correzione della pianificazione dell’industria di lavorazione alimentare. Che dalla costruzione del muro di Berlino il consumo di birra pro capite aumentava di continuo favorendo fenomeni di asocialità ed alcolismo e violenza giovanile. Oppure che nel 1977 le calze di sta lasciavano il posto a collant colorati, materiali industriali tra gli oggetti più comprati dalle donne operaie, o come il giardinaggio fosse oramai l’attività preferita dagli uomini impiegati e di come i giovani richiedessero un maggior numero di dischi e strumenti musicali o nuove apparecchiature musicali. O infine come dalla fine del decennio dei ’70 i pezzi di ricambio di elettrodomestici, apparecchi televisivi e radiofonici, stereo, macchine fotografiche ma anche per cucine, lavatrici ed automobili diventassero la merce più richiesta e più rara tra i beni di consumo quotidiano. [...]

La realizzazione delle ricerche, in tal senso esaminava ed evidenziava fattori paralleli: un primo “biologico”, costituito da “età, sesso, stato di salute, costituzione fisica ed aspettative di vita” ed un altro socio-materiale che implicava ad esempio “l’offerta di merci e il grado di sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione, […] il grado di equipaggiamento domestico (Haushalt) e quello dello stesso consumatore in termini di beni di consumo, livello del reddito, appartenenza a determinati strati sociali” ed, infine, “il grado di sviluppo della coscienza di classe espresso attraverso il riconoscimento di norme sociali e di classe o di interessi ed ideali concretizzati in un determinato comportamento, compresi gli interessi, norme e regole comportamentali vecchie e «sopravvissute» (Überlebter) dal capitalismo”.

Le indagini tentavano di ricostruire una genealogia comportamentale del consumatore socialista [...]: “il consumatore ha, della merce che egli percepisce, solo la coscienza che egli riconosce, in base alla connessione tra questa merce, la sua esperienza e i ricordi passati da cui è stato influenzato nella vita”.

[...] Il comportamento del consumatore si articolava, secondo la ricerca di mercato socialista, seguendo il concetto di bisogno che aveva un suo peculiare processo di di formazione, ovvero era una “categoria sociale storicamente determinata”, che si configurava sia come condizione che stimolava le azioni di consumo del singolo e della società, sia come base su cui costruire l’azione della produzione pianificata e delle strategie economiche complessive.

La “liberazione dai bisogni” implicava, infatti, non solo una neutra soddisfazione dei bisogni primari, e neppure un’asettica, decontestualizzata, valutazione del “valore d’uso”, ma un affinamento delle possibilità di crescita socio-culturale del consumatore, dal momento che veniva riconosciuto che “l’uomo non cerca solo il cibo qualunque esso sia, ma precise, determinate vivande e bibite, non ha solo il bisogno di coprirsi (bekleiden), ma si veste (kleidet sich). Non richiede semplicemente un tetto sotto cui dormire, ma una cultura dell’abitare e i suoi comfort abitativi (Wohnkultur und Wohnkomfort).
Il bisogno era dunque una condizione individuale e collettiva di soddisfazione complessa, con delle “ricadute sulla struttura dell’offerta di merci” e che avrebbe lasciato “la domanda insoddisfatta in assenza di una reale concordanza fra bisogni sociali e individuali”.

Il problema che i ricercatori socialisti erano ora chiamati a risolvere non era più limitato al dato quantitativo della capacità produttiva [...]. Inoltre, nel modo socialistico di produzione, le strategie di mercato non miravano a una massimizzazione dei profitti, quanto al miglioramento del dispositivo della pianificazione economica, laddove il soddisfacimento del bisogno sostituiva il profitto in quanto motore del consumo.

Il funzionamento del ciclo del consumo socialista si basava su una “dialettica” tra bisogni sociali e individuali: la strategia individuata per soddisfare i primi avrebbe consentito di immettere nel ciclo distributivo “beni di consumo per la liberazione dei bisogni di ogni singolo uomo, così che il bisogno permanente di nuovi prodotti restasse sempre interno, organico alla società”, ovvero non muovesse un individuo a ricorrere a eventuali strumenti di soddisfacimento antisociali o comunque, se non antagonistici, estranei al modo di produzione vigente.

Il consumo socialista andava quindi di pari passo con la costruzione del processo di stimolo della domanda: in altre parole si tentava la creazione di ciò che era definito “consumo produttivo” (produktive Komsumtion), in grado di armonizzare lo sviluppo dei bisogni sociali e, parallelamente, di quelli individuali. […]

In sintesi: l’indagine sul consumatore nel socialismo tentava di elaborare una strategia distributiva fondata sull’individuazione, il più precisa possibile, dei connotati della domanda aggregata stessa, ma con l’accento volto all’individuazione e alla determinazione dei bisogni sociali da soddisfare. La domanda permanente, anche di nuovi prodotti, sarebbe stata immediatamente correlata a una crescita qualitativa analoga del processo di pianificazione.

L’usufrutto di beni e servizi diventava così, anche nel contesto socialista, ma con una logica di fondo diametralmente opposta (focus sul soddisfacimento dei bisogni sociali e non sul maggiore o minore saggio di profitto) la molla del funzionamento del ciclo economico: in tale logica, realmente antagonistica, al modo capitalistico di produzione, il consumatore oltrepassava la soglia che lo separava dal produttore e saliva sulla medesima cabina di regia.

Ritornando alla dialettica fra bisogni sociali e individuali, si riconosceva che “i bisogni sociali sono denotati da caratteri oggettivi mentre quelli individuali da caratteri soggettivi”. Con caratteri soggettivi si indicava la componente “attiva” nella formazione di un bisogno che orientava il singolo verso la scelta e richiesta eventuale di beni o servizi determinati. Al momento “attivo” veniva affiancato un momento “passivo”, identificato con la percezione del bene o servizio considerato e la sua valutazione, ad opera del consumatore-fruitore, in termini di valore d’uso, gradevolezza estetica, ergonomia, convenienza economica, ecc. Entrambi i momenti erano ascritti in una concezione di bisogno anche come categoria psichica, oltre che economica e storica […].

Al consumatore veniva riconosciuto, in tal modo, un’ulteriore funzione: la selezione e la formazione di un criterio di distinzione, individuale e collettiva, che le infrastrutture distributive e la struttura produttiva non potevano più ignorare, soprattutto nel momento di formulazione delle direttive di lungo periodo. Le indagini di settore dovevano affrontare problemi inediti, come quello per cui “un bene di consumo può non solo liberare da un bisogno specifico, ma anche provocarne uno nuovo”: […] in altre parole, pur continuando a mantenere il bisogno come categoria principale di investigazione, ci si iniziava a domandare come e perché si venissero a manifestare dei desideri sociali e individuali, e come questi si trasformassero in “coscienza del consumatore” in relazione alle merci a cui il consumatore stesso aveva accesso. A tale riflessione contribuiva l’analisi dei concetti, di bisogno (Bedürfnis), fabbisogno (Bedarf)1 e desiderio (Wunsch) come gradi di sviluppo di uno stesso processo, che vedeva il suo nucleo centrale nell’interazione fra consumo sociale e individuale da un lato, e progettazione e pianificazione della produzione dall’altro. [...]

Tali ricerche e indagini si concretizzarono nell’elaborazione di tecniche di “sondaggio diretto”, dove il consumatore da oggetto diveniva soggetto “pienamente cosciente del motivo del suo acquisto e del suo consumo (Kauf-und Konsummotive) e quindi “pronto a esternarle onestamente e senza fraintendimenti”. Il consumatore socialista era immesso, dunque all’interno di un sistema complesso che, per la prima volta, riconosceva il suo ruolo all’interno di quel modo di produzione. Il produttore, attraverso la definizione di “consumo produttivo” e quindi “creativo”, veniva affiancato dalla figura del consumatore. La merce, pertanto, veniva a collocarsi in uno stile di vita socialista, dove il soddisfacimento del bisogno diveniva cardine del ciclo di consumo.

--- fine testo citato ---
in "2 + 2 = 5. L'emulazione socialista (социалистическое соревнование) in URSS", pp. 48-51
https://www.academia.edu/43631379/2_2_5_Lemulazione_socialista_социалистическое_соревнование_in_URSS

Due anni fa, in una piovosa giornata più o meno in questo periodo, al Concetto Marchesi in Via Spallanzani a Milano bazzicavo proprio da quelle parti mentre Hans Modrow presentava un suo libro su Perestrojka e fine della DDR con la partecipazione proprio di Rizzo... chissà cosa sarebbe successo se il segretario avesse esordito con un estemporaneo “Il capitalismo ti dà il superfluo, il socialismo ti dà il necessario”! ... no, il compagno che traduceva dal e in tedesco secondo me avrebbe avuto pietà dell'ultranovantenne ex-presidente della DDR... e avrebbe tradotto altro, tipo "il compagno segretario La vede ancora in gamba, compagno presidente"! :-)

Torniamo al problema da risolvere. L'intuizione tedesca era già un'ottima base di partenza. Nel mio lavoro sull'emulazione socialista mi sono spinto oltre, nel senso che - nelle pagine successive - ho collegato la definizione di bisogno sociale in un modo socialistico di produzione alla RISCRITTURA DI UN PIANO VALORIALE COMPLETAMENTE DIVERSO DA QUELLO ESISTENTE IN UN MODO CAPITALISTICO DI PRODUZIONE.

Per esempio, nel capitalismo tutto o quasi ha un prezzo. Nel socialismo no, perché la merce smette di essere un feticcio, perché la merce realizzata (venduta) smette di essere il momento in cui il capitalista passa all'incasso e diviene semplicemente il luogo in cui il produttore-consumatore (più secondo che primo in tal caso) soddisfa UN proprio bisogno. UN bisogno che passa attraverso l'appropriazione e l'usufrutto di un bene prodotto. Ma l'essere umano non è tale SOLTANTO perché è homo consumens, e neppure homo oeconomicus in senso generale! ALTRI SONO I BISOGNI che completano il quadro e che ATTENGONO a sfere il cui soddisfacimento "non ha prezzo", persino in questo mondo dove tutto ha un'etichetta appiccicata addosso.

ANZI, SODDISFARE IL MAGGIOR NUMERO DI BISOGNI RIDUCENDONE IL PIU' POSSIBILE LA TRASFORMAZIONE IN FUNZIONI ECONOMICHE E, IN ULTIMA ANALISI, L'IMPEGNO DIRETTO DELLA PIANIFICAZIONE ECONOMICA, E' "COSA BUONA E GIUSTA" NEL SOCIALISMO ED E' FUMO NEGLI OCCHI NEL CAPITALISMO (pensate se un telefonino durasse 10 anni, se una macchina ne durasse 20, ecc.). In questo caso, possiamo tranquillamente parlare di LEGGI ECONOMICHE diametralmente opposte nei due modi di produzione. MA NON PERCHE' il socialismo sia pauperismo sotto mentite spoglie: al contrario, PERCHE' il socialismo libera l'essere umano da ogni forma di alienazione e feticismo, ANDANDO OLTRE LA MERCIFICAZIONE DELL'ESISTENTE tipica del capitalismo e spingendo più in alto l'asticella dei bisogni umani, elevandone la richiesta a una TOTALITA' che RELATIVIZZA IL BISOGNO DI MERCI RISPETTO AL BILANCIO TOTALE DEI BISOGNI DELL'UOMO STESSO. Concludevo questa analisi come segue:

--- inizio testo ---

Per questo l’unico modo di produzione
- compatibile con una visione onnilaterale dell’uomo
- in grado di consentirne lo sviluppo a trecentosessanta gradi, e non solo per quegli aspetti, ovvero quei bisogni, fabbisogni, desideri monetizzabili in termini di estrazione di profitto,
- in grado, in ultima analisi, di fare evolvere l’homo oeconomicus in totaler mensch
è quello socialista; un uomo totale che Marx tratteggia in questi termini: “Der Mensch eignet sich sein allseitiges Wesen auf eine allseitige Art an, also als ein totaler Mensch” (L’uomo si appropria del proprio essere onnilaterale in modo onnilaterale, ovvero come uomo totale)

--- fine testo ---
Ibidem, p. 56.

In questo senso, l'emulazione socialista, o socialističeskoe sorevnovanie, che è altro da quel rituale della bacheca dei migliori all'ingresso della fabbrica, così come l'ho studiata e ricercata in quel lavoro DAVVERO PUO' COSTITUIRE un collante e un volano potente per creare quel circolo virtuoso in grado di mettere in moto l'intero meccanismo di cui sopra: un meccanismo collettivo, non individuale, non testimoniale, non residuale.

Grazie per le tue riflessioni e
un caro saluto

Paolo Selmi
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