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Leggere "Il Capitale Finanziario"*

di Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro

Oggi […] l’economia borghese non conduce più energiche e gaie battaglie sul piano teorico. In quanto portavoce della borghesia, interviene soltanto là dove questa ha degli interessi pratici, rispecchiando fedelmente gli interessi conflittuali delle cricche dominanti nelle lotte economiche quotidiane, ma evitando accuratamente di prendere in considerazione la totalità dei rapporti sociali, ritenendo giustamente che tale considerazione sia inconciliabile con la propria esistenza di economia borghese. E anche quando per necessità dei suoi «sistemi» e nei suoi «compendi» deve esprimersi sui nessi della totalità, può cogliere la totalità soltanto rappezzando faticosamente assieme i singoli frammenti. Avendo cessato di essere fondata su principi e di essere sistematica, è diventata eclettica e sincretistica.
Rudolf Hilferding

1. La teoria economica dominante è ancora lì, ferma sul suo trono. La «Grande Contrazione» iniziata nel 2008 l’ha colta di sorpresa, quasi del tutto impreparata, ma non sembra averle inferto gravi danni. La reputazione dei modelli ortodossi di funzionamento del capitalismo ne è uscita senza dubbio appannata, ma le prescrizioni che se ne derivano continuano ugualmente a rimbombare nell’arena politica. Si tratta ormai di una vera e propria geremiade, sulla cui capacità di far presa in modo duraturo non ci si deve però ingannare. Sotto di essa covano profonde contraddizioni, potenzialmente in grado di minare la solidità delle attuali convenzioni e deviare il corso storico degli eventi. Approfondirle è senz’altro possibile, ma occorre innanzitutto un chiarimento sul concetto di teoria dominante, a partire dal suo nucleo originario: l’analisi neoclassica.

Stando a una celebre definizione1, una teoria economica può dirsi «neoclassica» (o «marginalista») se si propone di descrivere il funzionamento del sistema capitalistico sulla base dei seguenti dati esogeni: la tecnologia di produzione, le dotazioni delle risorse e le preferenze degli individui. Date le risorse di cui dispone, ciascun soggetto decide di consumarle oppure di scambiarle sul mercato in base alle proprie preferenze, ossia al fine di massimizzare la propria utilità personale. La logica delle azioni individuali viene quindi espressa nei termini di quella che Robbins definiva una relazione tra fini e mezzi scarsi aventi usi alternativi2 e che Samuelson ha poi formalizzato mediante il criterio dell’ottimizzazione vincolata3.


Dall’applicazione di tale ultimo criterio emergono, in particolare, le offerte e le domande delle risorse che gli individui complessivamente decidono di scambiare sul mercato. I prezzi ai quali avverrà lo scambio dovranno esser tali da condurre le domande in equilibrio con le offerte date delle risorse. I prezzi costituiranno pertanto degli indici della scarsità delle risorse in relazione alla domanda delle stesse, e sotto date condizioni risulteranno tanto più alti quanto maggiore sia la scarsità relativa di ogni risorsa. Nelle versioni di base di questa teoria si presume che attraverso la procedura descritta si raggiunga la piena occupazione delle risorse, cioè che i prezzi di equilibrio siano tali da far sì che le domande assorbano interamente le dotazioni di risorse esistenti. Una volta noti i prezzi, risulterà poi determinata anche la distribuzione delle risorse e dei prodotti eventualmente realizzati attraverso di esse. L’impianto concettuale neoclassico, dunque, descrive la meccanica del capitalismo nei termini di un processo «lineare», che parte dalla fissazione esogena delle dotazioni di risorse e dell’utilità degli agenti e finisce con la determinazione endogena delle quantità prodotte e scambiate, dei prezzi e della distribuzione. Vale a dire, dell’equilibrio «naturale» del sistema.

Questo processo, si badi bene, caratterizza tutte le possibili varianti dell’analisi neoclassica, dai modelli originari di puro scambio ai modelli con produzione, fino agli schemi che contemplano l’accumulazione di capitale (siano essi di lungo o di breve periodo, e questi ultimi temporanei o intertemporali): in tutti i casi le fondazioni logiche restano comunque centrate sui poli originari della scarsità relativa delle risorse esistenti e dell’utilità degli individui. E lo stesso vale nell’ambito delle moderne versioni «imperfezioniste» della teoria, che possono convenientemente assumersi come nuovo mainstream di teoria economica4: una volta che si ammettano imperfezioni dei mercati, asimmetrie informative, interazioni strategiche e istituzioni sociali, le cosiddette soluzioni di equilibrio si complicano e le indicazioni per la politica economica in parte si modificano, ma i capisaldi di partenza restano sempre i medesimi, ed è sempre ad essi che rinvierà, in un ipotetico lungo periodo, l’equilibrio «naturale». A oltre un secolo di distanza dalla «rifondazione» di Jevons, Menger e Walras, la scarsità e l’utilità sono ancora considerate gli assi portanti del discorso scientifico in campo economico: ciò che si situa al di fuori di questi due confini non costituisce oggetto di interesse per l’economista ortodosso. Utilità e scarsità agiscono insomma come categorie vincolanti e imperialistiche: «scientifica» risulta defi nibile soltanto un’argomentazione che si lasci assorbire da esse.

Non stupisce, allora, che tra gli economisti sia oggi diffusa l’opinione che dalla dialettica interna al mainstream si possa ricavare una convincente interpretazione della recente crisi mondiale e delle misure di politica economica in grado di fronteggiarla. Qualcuno azzarda persino che il dibattito interno al mainstream sia di per sé sufficiente, che cioè non serva altro.

Sennonché, una lettura appena approfondita delle analisi ortodosse più recenti induce numerosi dubbi. Consideriamo un contributo sulla crisi presentato dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz insieme a Jean-Paul Fitoussi5. In esso si legge che «la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda».

Siamo evidentemente al cospetto di una interpretazione della crisi in termini di «bassi salari», che Stiglitz e Fitoussi defi niscono esplicitamente «strutturale» e di «lungo periodo». Non è questa la sede per verifi care se tale spiegazione possa o meno ritenersi corretta ed esaustiva. Ciò che occorre sottolineare è che tale chiave di lettura non è compatibile con i modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifi che degli stessi Fitoussi e Stiglitz. Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica, che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel, risultano costitutivamente in contrasto con la relazione di lungo periodo tra maggior sperequazione del reddito e caduta della domanda che lo stesso Stiglitz e Fitoussi evocano per spiegare la crisi. È pur vero che l’introduzione di una serie di ipotesi ad hoc nei modelli di informazione asimmetrica potrebbe in linea di principio rimediare a questo contrasto. Ma la risoluzione si verificherebbe solo a prezzo di stravolgere la logica profonda dei modelli di asimmetrie informative, sganciandoli dalla concezione neoclassica dei prezzi relativi intesi come indici di scarsità sui quali tali modelli in ultima istanza poggiano.

Non meno indicativo è poi un recente e discusso articolo di Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve, la banca centrale americana. In esso Greenspan invita esplicitamente il mondo a scommettere ancora su Wall Street, vale a dire su un nuovo picco nei prezzi di borsa che possa rimettere in moto la finanza americana, rilanciando così le spese private in modo da portare il sistema mondiale fuori dalla crisi (fuori almeno per un po’). A questo scopo egli dichiara: «Lo ammetto: personalmente assegno un ruolo decisamente più rilevante ai prezzi azionari di quanto sia comune fare. Dal mio punto di vista, i prezzi dei titoli non rappresentano soltanto un indicatore dell’attività imprenditoriale, ma forniscono un contributo diretto all’attività stessa poiché risollevano i bilanci di esercizio»6.

Come si vede, Greenspan attribuisce all’andamento dei valori di borsa il ruolo di primum mobile del sistema: i prezzi dei titoli, infatti, non vengono più considerati dei meri previsori, ma assumono la funzione di veri e propri volani dell’accumulazione capitalistica. A pensarci bene, la tesi di Green-span potrebbe esser considerata un distillato esemplare del meccanismo di funzionamento del regime di crescita globale degli ultimi trent’anni. Tuttavia, la domanda fondamentale è qui un’altra: il mainstream è in grado di incorporare la sua interpretazione? È cioè in grado di darle un senso teorico? A noi pare che la risposta sia negativa. Il motivo è che i modelli attualmente dominanti descrivono un equilibrio che potrà senz’altro risultare da asimmetrie e imperfezioni di mercato (oltre che dai consueti fondamentali neoclassici delle preferenze, della tecnologia e delle risorse iniziali), ma non ammettono relazioni che vadano ad esempio dai livelli assoluti dei prezzi dei titoli alla scala assoluta di attività. Simili catene causali, nel mainstream, sono del tutto inconcepibili. A questo punto, delle due una: o Greenspan dice delle assurdità, oppure ancora una volta siamo di fronte a un esempio di inadeguatezza delle interpretazioni mainstream della realtà che ci circonda.


2. Esempi del genere, in realtà, potrebbero moltiplicarsi. Parafrasando un celebre luogo di Sraffa7, potremmo dire che il dubbio che le fondamenta del mainstream siano troppo deboli per reggere il peso che gli viene caricato sopra sonnecchia ormai nella coscienza di molti economisti, sebbene i più riescano silenziosamente a soffocarlo. Accade semmai che, quando qualcuno d’importante dà corpo ai suoi dubbi e li espone apertamente, viene subito tacitato con qualche concessione e ammissione parziale, accompagnate dall’avvertenza che si tratta di qualifi cazioni e precisazioni di cui comunque la teoria aveva tenuto implicitamente conto. Nel frattempo, però, le qualificazioni, le limitazioni e le eccezioni si sono talmente accumulate da erodere le basi stesse della teoria dominante: se l’effetto complessivo non si vede è solo perché esse sono sparse nelle note a piè di pagina dei testi, e prudentemente isolate le une dalle altre8.

Non si tratta, peraltro, di una situazione peculiare della teoria economica. Un secolo e più di dibattiti su come si affermano e/o cambiano le idee nella scienza9 ha definitivamente chiarito che ogni teoria nasce e cresce infestata di «anomalie», che vengono sistematicamente accantonate, piuttosto che impiegate nella «falsificazione» di essa, almeno fintanto che la comunità scientifica non si trovi a disporre di un «paradigma» alternativo. Nel 1919, quando Eddington organizzò la famosa spedizione in America del Sud, dove ci si attendeva un’eclissi di sole che avrebbe potuto verificare una predizione ricavabile dalla teoria della relatività generale di Einstein, la teoria della gravitazione di Newton era già stata confutata almeno un centinaio di volte: ciò che fece definitivamente pendere la bilancia a favore della teoria di Einstein fu che quella specifica confutazione costituiva al tempo stesso un’importante «verifica» del paradigma alternativo. Il che, d’altra parte, non determinava affatto la fine di ogni anomalia, se è vero che di anomalie la teoria di Einstein non era e tutt’ora non è meno infestata di quella di Newton: piuttosto, implicava uno slittamento di «paradigmi», che poteva definirsi «empiricamente progressivo» nella misura in cui la teoria einsteiniana si dimostrava capace di accogliere tutto il contenuto di verità della teoria newtoniana e di corroborarne qualcun’altra in aggiunta.

Sennonché, se oggi non si può più dubitare che la scienza sia in larga misura «paradigmatica», sussiste uno specifico problema per quei paradigmi che si pongono esplicitamente in conflitto con i «convincimenti morali» della società. L’atteggiamento della comunità scientifica diventa allora analogo a quello della Chiesa nei confronti di Copernico e Galileo. La teoria copernicana poté circolare tranquillamente per oltre cinquant’anni perché venne presentata come un espediente di calcolo per determinare in modo più accurato la data della Pasqua. Ma quando Galileo pretese di farne la chiave per intendere la fabbrica dell’universo, demolendo così la Bibbia e con essa il fondamento del potere della Chiesa, scattò l’interdetto e la condanna al silenzio: si disse infatti che, pur potendosi liberamente speculare su qualunque congettura, non si potevano mettere a repentaglio le credenze fondamentali della società diffondendo una teoria che non fosse stata «provata». Un atteggiamento del genere poteva in effetti avere una parvenza di significato in un tempo in cui la distinzione fra verità e speculazione poggiava sulla «rivelazione» della prima, ma oggi non può più averne: sappiamo ormai da tempo che non ci può essere logicamente nulla di simile alla definitiva «verificazione» di una teoria.

Queste considerazioni si attagliano bene a quello che può esser considerato il principale paradigma «antagonista» alla mainstream economics, che per brevità designeremo col nome di «paradigma della riproduzione». Le sue caratteristiche generali possono esser sintetizzate come segue. In primo luogo, all’individualismo metodologico e al soggettivismo della teoria neoclassica dell’utilità viene sostituita una concezione olistica e oggettivista della realtà sociale. In questa chiave di lettura, non soltanto il sistema economico esiste prima e indipendentemente dal singolo individuo, ma a sua volta l’individuo risulta condizionato dal sistema in virtù del ruolo e delle funzioni che si troverà a ricoprire in esso. La struttura di base dello schema viene quindi costruita alla luce di elementi oggettivi, il più delle volte direttamente osservabili, tratti in prevalenza dalla contabilità macroeconomica e intersettoriale. Le ipotesi sul comportamento degli agenti economici sono invece ridotte ai minimi termini, e in ogni caso vengono fondate sull’idea che le azioni dei singoli dipendano in larga misura dai gruppi di appartenenza e dai ruoli assegnati a ognuno di essi all’interno della società.

In quest’ottica, la produzione capitalistica non viene più concepita come un processo «lineare», che parte da dotazioni scarse e preferenze degli agenti per poi arrivare ai prezzi e alle quantità prodotte e scambiate. Al contrario, essa viene intesa come un processo «circolare», in cui le merci prodotte costituiscono al contempo sia gli output sia gli input del sistema, mentre i prezzi vengono determinati in base alla condizione che l’economia sia in grado di riprodursi continuamente. La riproducibilità del sistema capitalistico, d’altra parte, non è garantita dalla mera esistenza «fisica» di un surplus dell’output rispetto all’input, ma richiede altresì che la vendita di tale surplus avvenga a un saggio di profitto tale da coprire la spesa per interessi sui prestiti bancari, così da garantire la solvibilità monetaria del sistema. Di conseguenza, la capacità dell’economia di riprodursi viene ad essere definita alla stregua non soltanto della tecnica produttiva, ma anche dei rapporti tra capitale industriale e bancario e, più in generale, dello stato dei rapporti di forza tra le classi sociali. Nell’ottica del paradigma alternativo, i pilastri neoclassici dell’utilità e della scarsità perdono così rilevanza scientifica, a tutto vantaggio del concetto alternativo di «riproduzione» del sistema10. È questa la prima, basilare linea di demarcazione che separa la teoria della riproduzione dalla teoria neoclassica11.

Come ben sanno gli ormai rari conoscitori di entrambi i paradigmi in lotta, enormi sono le implicazioni del passaggio dall’uno all’altro. In primo luogo, vale la pena di notare che, mentre nell’ambito del paradigma neoclassico non è possibile dare un senso logico alle interpretazioni del regime di accumulazione e della sua crisi fornite da Fitoussi, Stiglitz e Greenspan, al contrario nel paradigma alternativo esse possono trovare una loro precisa collocazione ed anche una chiara definizione dei rispettivi perimetri di validità12; e questa capacità di dar conto delle anomalie dell’approccio dominante dovrebbe esser già di per sé considerata come un motivo di successo scientifico.

Ma le prerogative dell’approccio antagonista non finiscono qui, dal momento che esso apre squarci su questioni che nell’ambito dell’ortodossia si faticherebbe anche solo a porre. Un esempio, al riguardo, è fornito dalla interpretazione del fondamentale concetto di «efficienza». Il paradigma alternativo nega infatti qualsiasi rilievo al concetto di equilibrio «naturale» neoclassico, siccome determinato in ultima istanza dalla massimizzazione di una funzione di utilità sotto il vincolo delle risorse scarse esistenti. Nell’ambito dell’approccio alternativo, l’equilibrio naturale è piuttosto rimpiazzato dalle condizioni di riproduzione materiale del sistema, intese nel più ampio senso possibile, sia economico che politico. Ciò significa, tra l’altro, che il concetto di «efficienza» assume significati profondamente diversi a seconda del paradigma in cui viene a situarsi. La teoria dominante concepisce infatti l’efficienza nei termini neutri e ingegneristici di una minimizzazione dei costi a livello di singola unità produttiva, che a date condizioni coinciderà pure con l’impiego ottimale delle risorse disponibili all’interno del sistema economico. La teoria alternativa, invece, assegna all’efficienza un significato più sottile. A livello di singola impresa o di singolo settore, infatti, il paradigma antagonista ammette la possibilità di considerare in prima approssimazione «efficiente» quella tecnica che assicura la minimizzazione dei costi di produzione, ma avverte che questa forma di razionalità microeconomica non implica affatto un utilizzo «ottimo» delle risorse a livello macroeconomico: la minimizzazione dei costi della singola unità produttiva può infatti agevolmente coincidere, a livello di sistema, con una situazione di crisi e disoccupazione di massa.

Ma vi è di più. Proprio in relazione allo scarto tra logica individuale e logica sistemica, il concetto di efficienza può assumere nell’ambito del paradigma alternativo un significato ulteriore, che oltrepassa il perimetro della mera produzione di merci. In questo ambito potrà infatti dirsi in ultima istanza «efficiente» solo quell’ordinamento di potere che sia in grado di auto-riprodursi, dove nella capacità di auto-riproduzione dev’esser contemplata la capacità di risolvere le contraddizioni alimentate dalla crisi e dalla disoccupazione di massa, anche attraverso l’uso dell’egemonia e, al limite, della coercizione13.

Evidenti sono a questo punto le conseguenze del salto da un paradigma all’altro: non solo perché nell’ambito della teoria antagonista un vero e proprio baratro logico separa i concetti di efficienza «micro» e di efficienza «macro», ma soprattutto, e in termini più generali, perché la definizione di «efficienza» può essere elevata al rango di categoria della politica, di misura dello scontro di potere, così da essere definitivamente spogliata di qualsiasi aura di pura neutralità tecnica. Perché la «riproduzione» non è mai semplice «ripetizione» della produzione di beni e servizi, bensì produzione e riproduzione di rapporti sociali.

Bastano queste sommarie considerazioni a intendere che le ragioni dell’interdetto che scatta nei confronti del paradigma alternativo non hanno a che fare con il «contenuto» della teoria, ma attengono alle sue conseguenze sociali: il che si comprenderà maggiormente non appena si consideri che, sebbene tragga origine dai fisiocratici e dagli economisti classici (Smith e Ricardo su tutti) e molto si giovi dei più recenti apporti di Keynes, Kalecki e Sraffa, il paradigma alternativo può massimamente dispiegare la sua efficacia euristica solo se collocato all’interno del materialismo storico di Marx e dei suoi più fecondi sviluppi.


3. Un Derrida insolitamente incisivo ha correttamente osservato che il discorso oggi dominante circa il pensiero di Marx e il marxismo ha assunto la forma maniacale, giubilatoria e incantatoria che Freud assegnava alla fase detta «trionfante» del lavoro del lutto. «Al ritmo di un pas-so cadenzato proclama: Marx è morto, il comunismo è morto, davvero morto, con le sue speranze, il suo discorso, le sue teorie e le sue pratiche, viva il capitalismo, viva il mercato, sopravviva il liberalismo economico e politico!»14. Un tale scongiuro si sforza di negare che la riproducibilità del sistema vigente, che si vorrebbe sempre panglossianamente celebrare, è in realtà fragile e continuamente minacciata. Ecco perché nessuna interdizione può giungere a liberarsi del fantasma di Marx: anzi, sono le stesse procedure d’esclusione messe in campo dall’ordine del discorso dominante che determinano la sua sistematica riapparizione spettrale. E così il lavoro del lutto continua e continua, perché si tratta di esorcizzare il possibile ritorno dello spettro e del potere «malefico» che esso porta con sé.

D’altra parte, suggerire con Derrida che il dogma sulla fi ne del marxismo è oggi un «discorso dominante» significa per ciò stesso collocarsi all’interno del paradigma marxista: soltanto alla luce di esso si può infatti comprendere l’importanza della retorica e dell’ideologia dominanti per le condizioni di riproducibilità dell’ordine esistente, così da godere di un punto di vista privilegiato sulla meccanica sociale che permetta uno sguardo smaliziato sul processo di auto-riproduzione del sistema, ben oltre il suo stesso processo di auto-narrazione. Semmai, aggiungiamo, si tratta di proiettare anche sullo stesso strumento di conoscenza il potente fascio di luce che esso è in grado di generare. A meno di incorrere in comode quanto insipienti omissioni, l’adesione al paradigma marxista comporta infatti che ci si assuma tutto intero il carico dell’eredità del marxismo, vale a dire di un discorso filosofico e scientifico che non soltanto ha proposto una nuova concezione della società e della storia, ma che si è pure legato indissolubilmente a determinate forme di organizzazione sociale – partiti, sindacati, stati – e a determinate fasi dello sviluppo storico, segnate da attimi luminosi di liberazione e di emancipazione sociale così come da oscuri momenti di repressione totalitaria. La potenza esplicativa e le implicazioni storiche del marxismo vanno insomma prese come un tutt’uno; solo un’anima bella può oggi rivendicare la verginità del discorso marxiano originario rispetto alle conseguenze che ne sono più o meno direttamente scaturite.

Salvo che – come suggeriva lo stesso Marx15 – si tratta di ritrovare lo spirito di quel discorso, non già di compiacersi della continua riapparizione del suo «spettro». Detto altrimenti, si tratta oggi di ripartire dal nucleo del paradigma marxista, da identificarsi a nostro avviso nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali, ma che si annoda intorno al fondamentale concetto di modo di produzione16. È questa una proprietà specifica del marxismo che lo distingue da tutti gli altri approcci di teoria economica: non solo dalle analisi di stampo neoclassico, che tutte rinviano a una concezione del tempo radicalmente refrattaria al movimento storico17, ma anche da quelle analisi teoriche che, pur muovendo dal paradigma alternativo, rimangono confi nate nello studio delle condizioni di riproduzione, evitando qualsiasi indagine sulle tendenze al mutamento della struttura del sistema18.

Solo riannodando i fili con il nucleo della teoria marxista della storia (e abbandonando al loro destino di rami secchi tutte le diramazioni del marxismo che non siano funzionali all’avanzamento di tale risultato) si potrà restituire al paradigma alternativo la capacità di progredire e di tornare a competere efficacemente con il paradigma neoclassico dominante. Perché «la storia della scienza è stata e deve essere una storia di programmi di ricerca (o, se si preferisce, di “paradigmi”) in competizione fra loro», e «quanto più presto inizia la competizione, tanto meglio è per il progresso»19.

È con questo spirito – e alla ricerca di questo «spirito» – che vogliamo invitare ad una nuova lettura del Capitale finanziario di Rudolf Hilferding. Socialdemocratico viennese, oppositore di Lenin e ministro di Weimar, catturato, torturato e molto probabilmente ucciso dai nazisti, Hilferding è una delle figure più complesse e controverse del marxismo novecentesco. Sul piano politico gli furono imputati molti errori, che del resto pagò carissimi e in prima persona. Tuttavia, il suo pionieristico contributo alla comprensione della finanza capitalistica e del suo sviluppo rappresenta un’opera eterodossa sotto certi aspetti ancora insuperata20.

Si tratta, beninteso, di un testo che sul piano epistemologico pretende di dire «troppo» e che dal punto di vista teorico appare condizionato da alcune lacune e aporie interne. Proprio per ciò, il nostro dichiarato obiettivo è quello di aiutare il lettore a produrre un altro testo, che chiarisca e sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare. Crediamo infatti che l’economista viennese, proprio come il giovane Marx21, si sia trovato nella paradossale condizione di dover apprendere l’arte di dire quel che andava scoprendo in forme che pure doveva dimenticare, ossia di dover utilizzare le «vecchie» forme del discorso per poter esprimere dei contenuti che con esse non erano compatibili. E che di conseguenza tocchi ai suoi lettori postumi il compito di far emergere dei concetti che siano realmente adeguati alla nuova problematica che pure la sua indagine ha reso possibile.

In quel che segue ci soffermeremo perciò su due aspetti del Capitale finanziario che ci sembrano cruciali nell’ottica di una teoria monetaria della riproduzione capitalistica. In primo luogo, verificheremo se e in che misura l’abbandono da parte di Hilferding della teoria del valorelavoro della moneta si riveli fecondo per l’analisi del fondamentale rapporto tra le condizioni della circolazione monetaria e le condizioni di riproduzione del sistema. In secondo luogo, indagheremo sul legame che Hilferding stabilisce tra circolazione monetaria, condizioni di riproduzione e leggi di tendenza del capitalismo, nel momento in cui attribuisce massimo rilievo ai processi di centralizzazione del capitale.

Vale la pena di ripeterlo: non si tratta tanto di rendere «manifesto» ciò che in Hilferding è «latente», ma di trasformare ciò che in Hilferding è «materia prima» in un prodotto, dotandolo di una forma concettuale adeguata. Se è vero che ogni paradigma teorico si annoda intorno ad una serie di problematiche che, complessivamente considerate, ne costituiscono la struttura semantica e sistemica, siamo convinti che dal-la riflessione consegnata al Capitale finanziario si possano trarre indicazioni preziose per stabilire un’inedita connessione tra la condizione di riproduzione da un lato e la legge di tendenza alla centralizzazione del capitale dall’altro. L’istituzione di un nesso logico tra questi due concetti non soltanto ci permetterà di trarre motivi di rifl essione circa i possibili destini dell’odierno regime di accumulazione e della sua crisi, ma consentirà più in generale di far compiere al paradigma della riproduzione un passo in avanti decisivo verso una comprensione dinamica del funzionamento del modo di produzione, delle lotte che si scatenano in esso e delle mutazioni che ne conseguono.


4. Nella tradizione marxista, come è noto, quella che è stata comunemente espressa come «teoria del valore-lavoro» si basava sull’idea che solo partendo dai valori espressi in termini di lavoro contenuto si potesse determinare una coerente teoria dei prezzi di produzione e del saggio di profitto. Con questa teoria Hilferding ebbe un rapporto controverso. La sua riflessione al riguardo cominciò prima della pubblicazione del Capitale finanziario, in una celebre risposta all’attacco che Böhm-Bawerk aveva inteso sferrare all’impianto complessivo del Capitale di Marx22. La replica del giovane Hilferding è a tratti impeccabile, come nel caso della critica al soggettivismo neoclassico al quale il suo antagonista aderisce. Ma sul versante dell’analisi del valore la sua posizione risulta incoerente, oscillando tra la volontà di ribadire la dipendenza causale dei prezzi dai valori espressi in termini di lavoro e la consapevolezza che in realtà i mezzi di sussistenza vengono venduti a prezzi di produzione che divergono dal valore espresso in termini di lavoro contenuto. Si tratta di un’aporia che l’economista austriaco lascia negli stessi termini in cui si trova esposta in Marx23; e a nulla può valere il suo rifugiarsi nell’idea secondo cui analisi neoclassica e analisi marxista costituirebbero «due differenti concezioni di tutta la vita sociale», perché si tratta di un’affermazione corretta solo se interpretata in chiave epistemologica, ma debole e ambigua se adoperata per coprire mere contraddizioni logiche24.

In effetti, dati gli sviluppi teorici dell’epoca, Hilferding non avrebbe potuto dire molto di più: solo oggi, grazie soprattutto a Sraffa, sappiamo che si può giungere a una corretta determinazione dei prezzi di produzione e del saggio di profitto partendo dalle quantità fisiche e dal salario, senza dunque passare per le quantità di lavoro contenute nelle merci25. Semmai, è curioso che anche da parte marxista si sia arrivati a sostenere che la critica della teoria neoclassica da parte di Sraffa implicava al tempo stesso l’abbandono delle tesi fondamentali di Marx. In realtà è solo in grazia di quella critica che possiamo disporre di un’acquisizione fondamentale che costituisce un crocevia ineludibile per qualsiasi opera di ricostruzione teorica intorno al nucleo del paradigma marxista: la possibilità di giungere ad una coerente determinazione dei prezzi capitalistici escludendo ogni riferimento all’«utilità» e alla «scarsità».

Va piuttosto notato che nel Capitale finanziario Hilferding avverte l’esigenza di ridefinire la propria posizione nei confronti della teoria del valore-lavoro. È un processo tormentato, in cui assume particolare rilievo il momento in cui il Nostro si pone di fronte alla necessità di individuare un criterio di misura del valore della moneta. In prima istanza, infatti, egli prova ad affidarsi ancora una volta alla consueta teoria del valore-lavoro, affermando che il valore della moneta sarebbe dato dalla quantità di lavoro necessaria a produrre il metallo che la compone. Sennonché, nel tentativo di difendere questa scelta, egli arriva a sostenere che una circolazione con sola cartamoneta sarebbe alla lunga impossibile, «perché con essa la circolazione sarebbe esposta a continue perturbazioni»; a suo avviso, anzi, anche nel caso in cui all’interno dei singoli stati venisse soppressa la circolazione metallica, il denaro «con valore intrinseco» dovrebbe provvedere a ripianare le bilance internazionali dei pagamenti, con la conseguenza che il valore del denaro circolante all’interno dovrebbe comunque essere portato «al livello del mezzo internazionale di pagamento», cioè della quantità di lavoro contenuta nelle monete d’oro.

Esaminata in retrospettiva, questa posizione risulta insostenibile. Noi, che nell’ultimo quarantennio abbiamo vissuto in un sostanziale regime di dollar standard, sappiamo che una circolazione con sola cartamoneta è in realtà possibile, persino ai fini della regolazione delle bilance dei pagamenti internazionali: solo che, appunto, il valore del denaro va soggetto a continue oscillazioni, determinate dalle tendenze alla cooperazione o al conflitto interne agli assetti mondiali del capitale fi nanziario, e in particolare tra lo stato che batte la moneta di riserva e tutti gli altri. In anticipo sui tempi, Hilferding sembra a un certo punto rendersi conto di questa possibilità. In altre sezioni del suo libro, infatti, la prospettiva sulla moneta viene a cambiare. Riguardo alla moneta a corso forzoso, egli arriva per esempio a sostenere che «il valore del denaro cartaceo deve potersi dedurre senza ricorrere al denaro metallico», per cui deve considerarsi sempre sbagliato assumere che il valore del denaro dipenda dal valore della merce che lo costituisce. Con riferimento al denaro creditizio, poi, l’economista austriaco aggiunge che la sua funzione «consiste nel rendere la circolazione indipendente dal limite rappresentato dalla disponibilità aurea», e che, nella misura in cui la circolazione «diventa indipendente dalla presenza di denaro autentico, anche la produzione diventa indipendente dal quantitativo di oro disponibile». La conclusione si rende allora inevitabile: non si può sostenere che il corso del denaro sia legato alla moneta metallica e quindi al suo contenuto di lavoro; piuttosto, si deve ritenere che esso sia determinato dal «valore della circolazione socialmente necessaria», cioè dal rapporto fra il totale dei prezzi delle merci e la velocità di circolazione della moneta.

Lo sganciamento della moneta dal suo contenuto aureo, il suo rendersi cartacea e creditizia, non rappresenta dunque una bizzarria del sistema, ma costituisce al contrario una condizione di sopravvivenza del medesimo. Del resto, la stessa definizione di «circolazione socialmente necessaria» rinvia sotto molti aspetti alla condizione di riproducibilità dell’ordinamento di potere esistente, sulla quale il paradigma antagonista è in ultima analisi fondato. Ma i passi in cui il nesso tra circolazione necessaria e riproduzione sistemica viene massimamente esplicitato sono inclusi nell’illuminante riflessione sulla crisi, durante la quale «la quantità del denaro creditizio si contrae fortemente con la contrazione dei prezzi delle merci», e quindi «la solvibilità si fa problematica». È questo il momento della politica monetaria, quello in cui «la moneta a corso forzoso vive il suo apogeo». La caduta del denaro creditizio, scrive Hilferding, crea infatti un vuoto nella circolazione, ma «l’horror vacui esige che quel vuoto venga immediatamente colmato. In simili circostanze, diventa razionale ampliare la circolazione della cartamoneta, o delle banconote emesse dalla Banca centrale»: «diventa razionale» perché l’alternativa può essere il crollo del sistema.

È su queste basi che Hilferding delinea lucidamente i caratteri principali della «politica economica del capitale finanziario», ossia dell’insieme di mi-sure che quest’ultimo deve obbligatoriamente imporre agli organi dello stato per garantire le condizioni della propria riproduzione. In particolare, emerge dall’analisi dell’economista viennese un rapporto – solitamente trascurato – tra accumulazione, crisi, solvibilità del sistema ed erogazione di moneta che potrebbe in un certo senso esser letto come una spiegazione ante litteram del comportamento della Federal Reserve sotto Greenspan, durante il boom del credito e della domanda, e poi, sotto Bernanke, nel pieno della «Grande Contrazione». In quest’ultimo caso, soprattutto, potrebbe intendersi per «circolazione socialmente necessaria» quella politica monetaria che assicuri un livello socialmente sostenibile di solvibilità del sistema.

Beninteso, dopo cento anni di raffinati dibattiti di teoria monetaria non è difficile cogliere nel ragionamento di Hilferding alcune semplificazioni e persino qualche ambiguità. Per limitarci ad un solo esempio, il suo reciso posizionamento «anti-quantitativista» entra talvolta in contrasto con le relazioni causali che egli stabilisce tra le variabili. Si tratta nondimeno di incertezze e contraddizioni che vanno assunte come altrettanti sintomi di un inconsapevole cambiamento della problematica sottostante alla sua indagine. Un cambiamento che consente a noi, suoi lettori, di stabilire un inedito nesso logico tra circolazione monetaria, riproducibilità del sistema e centralizzazione dei capitali, al quale conviene senz’altro dedicare adesso l’attenzione.


5. Tra le famigerate «leggi tendenziali» che Marx individua a più riprese nella sua analisi del modo di produzione capitalistico, la tendenza alla centralizzazione dei capitali è forse quella che più di tutte appare in grado di superare il vaglio delle dure repliche della storia. La «centralizzazione», per Marx, consiste nel fatto che, sebbene la produzione capitalistica veda le imprese contrapposte l’una all’altra come produttrici di merci reciprocamente indipendenti e la competizione capitalistica si presenti di norma come «ripulsione reciproca di molti capitali individuali», è possibile rilevare un’opposta tendenza alla «concentrazione di capitali già formati» e dunque al superamento della loro autonomia individuale, che si realizza mediante l’«espropriazione del capitalista ad opera del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi». Questa tendenza, si badi, non è limitata dall’aumento assoluto della ricchezza sociale: secondo Marx essa può verificarsi nelle fasi espansive così come durante le crisi, ed è anche per questo che va distinta dai fenomeni dell’accumulazione e della concentrazione del capitale26.

Nel Capitale finanziario, la tendenza alla centralizzazione che Marx aveva appena tratteggiato diviene l’oggetto principale dell’analisi. L’opera di Hilferding costituisce in questo senso la prima analisi critica delle verifiche, delle cause e delle implicazioni del fenomeno della centralizzazione dei capitali. L’economista viennese ribadisce in primo luogo l’idea marxiana secondo cui la misura della centralizzazione va al di là dei dati sull’«annientamento delle piccole aziende» o del fatto che tra quelle che sopravvivono molte divengono in realtà più o meno «indirettamente dipendenti» dalle grandi imprese capitalistiche: il concetto marxiano di centralizzazione è infatti associato al controllo del capitale, non semplicemente alla sua proprietà, ed è quindi protei-forme, multidimensionale, non facilmente riducibile a mere grandezze scalari. La puntualizzazione è ineccepibile. Tuttavia è interessante no-tare che anche dai soli dati sul valore indicizzato dei processi di fusione e acquisizione, così come dall’andamento delle tradizionali misure di concentrazione dei mercati, si può in prima approssimazione mostrare che la tendenza ha indubbiamente caratterizzato gli ultimi trent’anni di storia degli assetti capitalistici mondiali, specialmente nel comparto bancario27. Lo sviluppo del credito, delle società per azioni, della Borsa e dei fondi d’investimento, unitamente alla rimozione dei vincoli normativi che ne reprimevano la libertà d’azione, ha di fatto consentito il convogliamento di enormi quantitativi parcellizzati di capitale monetario nelle mani di una nuova «aristocrazia finanziaria», che si dedica all’organizzazione della produzione su base privata senza più nemmeno il bisogno di una legittimazione derivante dalla proprietà privata della ricchezza.

Sta in questa tendenza, che alimenta il cambiamento istituzionale risultandone a sua volta favorita, l’arcano che consente di trasformare il capitale privato in «capitale sociale», e che permette di generare un ampliamento enorme della scala della produzione, «quale non sarebbe stato possibile con capitali individuali»28. Basti pensare che si deve in buona misura ad essa lo sviluppo delle istituzioni bancarie «too big to fail», cioè dei giganti finanziari attorno ai quali è montata di recente una feroce polemica tra chi li reputa veicoli di efficienza e chi invece li considera fonte primaria di instabilità sistemica. Ciò nonostante, diversamente da Hilferding, noi non crediamo ancora che la teoria della centralizzazione di Marx, «dopo esser stata combattuta per decenni, è oggi divenuta un luogo comune». Per adesso ci basta stabilire che non si può più escluderla dal novero dei fatti accertabili.

È bene peraltro precisare che per Hilferding il movimento del sistema verso la centralizzazione non può spiegarsi rinviando solo all’idea che «la lotta della concorrenza viene condotta rendendo più a buon mercato le merci» e che il prezzo di queste ultime, a parità di altre condizioni, dipende «dalla produttività del lavoro», che a sua volta dipende «dalla scala della produzione»29. Al riguardo, anzi, egli anticipa la stessa letteratura finanziaria specializzata, che oggi appare riluttante a spiegare la centralizzazione in base all’esistenza delle sole economie di scala e tende piuttosto a ricorrere ad una miscela di strategie difensive e predatorie – dalla maggiore onerosità dei tentativi di acquisizione ostile alla maggior disponibilità di risorse liquide da poter mobilitare in qualsiasi istante30. E se dobbiamo appunto rimarcare che Hilferding preannunciava tali conclusioni già un secolo fa, bisogna aggiungere che dalla sua analisi emergono spunti che i contemporanei non sembrano avere ancora pienamente recepito. La funzione e l’importanza delle società per azioni, i problemi relativi al loro finanziamento attraverso le banche e la Borsa, il progressivo recedere della concorrenza verso forme di mercato oligopolistiche e monopolistiche, la centralità sistemica assunta in questo quadro dalla «banca universale», le spinte verso la circolazione internazionale dei capitali e la speculazione e il ruolo crescente (ancorché servente) riservato allo stato sono infatti, nella sua opera, tutti fenomeni che vengono unificati in un concetto – quello di «capitale finanziario», appunto – in virtù di uno studio dell’insieme delle loro reciproche relazioni quale mai prima d’allora si era avuto, e che mantiene ancor oggi una straordinaria fecondità31.

Potremmo dire che il merito di Hilferding sta nell’aver spiegato il modo in cui viene a strutturarsi una società dominata dal modo di produzione capitalistico quando lo sviluppo storico ha ampliato gli invisibili vincoli di dipendenza reciproca che collegano le scelte e i comportamenti privati fino a dar luogo alla produzione industriale moderna. Quest’ultima, infatti, non è concepibile senza il ricorso al credito bancario e alla forma giuridica della società per azioni, ma né l’uno né l’altra corrispondono all’immagine tranquillizzante che ne danno le teorie economiche e politiche tradizionali, che li presentano come strumenti di «democrazia finanziaria» preposti rispettivamente alla raccolta dei risparmi e alla ripartizione del rischio d’impresa. Al contrario, spingendo anche qui alle logiche conseguenze le embrionali intuizioni marxiane, Hilferding mostra che lo sviluppo del credito e della società per azioni muove il capitale verso poche e piene mani, in direzione dell’«autocrazia».

Dove si ferma questo processo? Tocchiamo qui uno dei punti più controversi della riflessione di Hilferding. La sua interpretazione della tendenza alla centralizzazione del capitale non prevede che essa incontri limiti assoluti. Nulla cioè vieta di immaginare che tutta la produzione venga ad un certo punto retta un organismo che decida del volume complessivo della produzione in tutti i settori, ciò che logicamente implicherebbe la scomparsa dell’anarchia della produzione capitalistica, la completa «passivizzazione» del denaro ai fini produttivi e – come scrive Hilferding – la trasformazione del prezzo da «risultante di un rapporto tra cose subito dagli individui» a «semplice metodo di calcolo per l’attribuzione di cose da persona a persona». La centralizzazione capitalistica indicherebbe piuttosto che la socializzazione della produzione, già compiutasi materialmente nella grande industria capitalistica, si compie anche dal lato del valore. Del resto, era già stato Marx a riconoscere che il credito e la società per azioni costituivano «la soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso»32 e, contenendo in sé, «ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso»33, per ciò solo ponevano la possibilità di un nuovo modo di produzione sociale; e circa il sistema creditizio e finanziario, egli era stato perfino più esplicito, affermando che, nella misura in cui sviluppava la molla della produzione capitalistica «fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio», esso costituiva «la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione»34.

Beninteso, tra la forma e il fatto della transizione sussiste in Marx una differenza, uno iato cruciale; Hilferding invece si spinge in avanti, lanciandosi in una vera e propria premonizione: la tendenza alla centralizzazione, «se completamente soddisfatta, porterebbe alla concentrazione di tutto il capitale monetario in una sola banca o in un unico gruppo di banche, che potrebbero quindi disporne incondizionatamente. È chiaro che una simile centrale bancaria potrebbe esercitare un controllo assoluto sulla produzione dell’intera società». E «una volta che il capitale finanziario abbia assoggettato a sé i più importanti rami produttivi», la società non avrebbe avuto altro compito che «impadronirsi del capitale finanziario servendosi in ciò del proprio consapevole organo esecutivo», vale a dire lo stato.

L’ipotesi dell’afflusso di tutto il capitale nelle mani di un’unica gigantesca «centrale bancaria», fino alla espropriazione della medesima da parte del potere statale, diede luogo a numerose controversie. Schumpeter la definì «una franca abiura della teoria del crollo», sostituita dall’idea che «la società capitalistica, lasciata a sé stessa, avrebbe sempre più consolidato la sua posizione, “pietrificandosi” in una sorta di organizzazione gerarchica o feudale»35; proprio per ciò, Lenin la attaccò a fondo, riconoscendovi il frutto (a suo avviso marcio) delle tendenze revisionistiche della socialdemocrazia tedesca36. Più di recente, poi, si è sostenuto che l’ipotesi della «centrale bancaria» dipendeva a sua volta da quella del crescente predominio della banca sull’industria, che risultava contraddetta dalla crescente importanza assunta dall’autofinanziamento delle imprese37.

Il fatto è che l’opera di Hilferding venne di fatto a collocarsi nel bel mezzo di uno scontro politico epocale tra socialdemocratici e comunisti, in cui le contrapposizioni politiche prendevano sempre e comunque la forma di controversie almeno in apparenza teoriche: basti pensare che la sua eroica previsione di una transizione al socialismo indotta dalla stessa logica di movimento del capitale venne fatta propria dal riformismo socialdemocratico tedesco per tentare di attribuire alla presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia il carattere di mero accidente storico. La stessa critica imperniata sull’importanza dell’autofi nanziamento delle imprese non coglie nel segno, poiché sembra confondere il ruolo della «finanza iniziale», di origine bancaria, con quello della «finanza finale», in cui rientra anche l’autofinanziamento dell’industria: sotto questo profilo, anzi, Hilferding appare più consapevole dei suoi critici riguardo ai meccanismi di funzionamento del circuito monetario38. La sua analisi del rapporto tra banca e industria è sotto questo aspetto articolata e moderna: «il fatto che l’industria entri sempre più in rapporti di dipendenza con il capitale bancario non significa affatto – egli scrive – che anche i magnati dell’industria siano ridotti alle dipendenze dei magnati delle banche»; piuttosto, può accadere che i capitalisti industriali in attivo entrino negli assetti proprietari e di controllo degli istituti bancari, accrescendo in tal modo la complessità dell’intreccio tra produzione e finanza.

I punti deboli della predizione di Hilferding vanno a nostro avviso rintracciati altrove. In primo luogo, ci pare corretta l’idea che egli tendesse a preconizzare una sorta di «pietrificazione» del sistema, vale a dire un passaggio da una modalità dell’accumulazione anarchica ad una organizzata: proprio tale passaggio, anzi, costituiva nella sua visione il preludio della transizione al socialismo. Emblematica in tal senso è la sua lettura della speculazione: «Mentre la classe dei capitalisti si appropria di una parte del lavoro del proletariato senza alcun equivalente, gli speculatori traggono i loro guadagni dai loro reciproci rapporti. La perdita per l’uno è per l’altro guadagno. Les affaires, c’est l’argent des autres». Tuttavia, per il Nostro, simili affari costituiscono un fattore di disordine destinato a sparire: «una volta che la potenza delle banche è aumentata, i movimenti della speculazione cadono sempre più sotto il loro controllo», per cui «decresce il peso della speculazione sui titoli come fattore generatore della crisi».

L’analisi è seducente, ma non trova riscontri: perfino uno sguardo sommario all’apogeo e alla recente crisi del regime di accumulazione globale trainato dalla finanza statunitense evidenzia che l’effetto delle bolle speculative sulla produzione e sulla distribuzione del reddito non può affatto ritenersi circoscritto agli attori del mercato borsistico. Al contrario, come lo stesso Greenspan ci ha fatto intendere, la speculazione rappresenta un ingranaggio chiave del motore dello sviluppo capitalistico. Le ascese e le rovinose cadute dei valori di Borsa incidono profondamente sull’evoluzione del sistema, sul livello e sulla composizione della domanda effettiva e possono persino retroagire su quella che, nell’ambito della teoria critica, viene talvolta definita la distribuzione «normale» del reddito. Oggi forse ancor più di ieri la speculazione è insomma pervasiva, in un certo senso totale, e non accenna a defi larsi. Le evidenze del nostro tempo indicano piuttosto che i processi di centralizzazione capitalistica, lungi dal tendere alla stabilizzazione del sistema, si verificano in concomitanza con la crescita del disordine speculativo e talvolta tendono ad accentuarlo, come si rileva dai frequenti casi di crescita della leva finanziaria al crescere delle dimensioni bancarie. Nei fatti, dunque, siamo lontani anche solo dall’idea che la mera centralizzazione possa giungere di per sé a reprimere l’anarchia del capitale.

In secondo luogo, l’evidenza storica insegna che il processo di centralizzazione può in realtà subire contraccolpi, battute d’arresto, persino arretramenti. Ma è proprio per afferrare le cause di questa tendenza contrastata che l’analisi di Hilferding può tornarci di nuovo in aiuto. Depurandola dalla sua ingenua conclusione teleologica, è possibile infatti derivare da essa una più pregnante lettura del processo di centralizzazione, che lo consideri cioè come frutto non soltanto di una «tendenza» oggettiva e impersonale, ma anche di regolazione politica: ossia come un oggetto specifico della «politica economica del capitale finanziario». Per fare ciò, tuttavia, è necessario ridiscendere sul terreno delle concrete relazioni che governano l’odierno regime di accumulazione capitalistica. Occorre cioè concentrare l’attenzione non tanto sulle funzioni della futuribile «centrale bancaria» tratteggiata da Hilferding, quanto piuttosto sul ruolo effettivo attualmente svolto dalle banche centrali.

Al riguardo sappiamo che, secondo la teoria economica dominante, il banchiere centrale tenderebbe a seguire una «regola ottima» che lo indurrebbe a calibrare i tassi di interesse in funzione dell’obiettivo di garantire la stabilità dell’inflazione e del reddito intorno al cosiddetto equilibrio «naturale»39. Muovendo dal paradigma alternativo, e innovandolo coerentemente con l’idea della «politica economica del capitale finanziario», è possibile invece dimostrare che la banca centrale tende a seguire una «regola» che le attribuisce un compito ben diverso: intervenire sui tassi d’interesse in base alle condizioni di «solvibilità» dei molteplici attori del sistema. Più precisamente, il banchiere centrale può trovarsi ad assumere il ruolo di «regolatore» di un conflitto tra quei capitali che sono in grado di accumulare attivi, e sono quindi ampiamente solvibili, e quei capitali che, invece, tendono al passivo e quindi all’insolvenza. Più alti saranno i tassi di interesse imposti dalla politica monetaria, maggiori saranno le difficoltà dei capitali a rischio di insolvenza, più probabile sarà la tendenza ai fallimenti e alle acquisizioni: vale a dire, alla centralizzazione dei capitali nel senso di Marx e di Hilferding40.

Alla luce di questa inedita interpretazione della politica monetaria, possiamo affermare che le pressioni contrastanti cui è di volta in volta sottoposto il banchiere centrale determineranno i livelli della circolazione monetaria e dei tassi d’interesse in base a una «regola» atta a favorire la massima centralizzazione capitalistica, sotto il vincolo di un grado di solvibilità del sistema che possa ritenersi «sostenibile» sul piano sociale e, in ultima analisi, politico. Infatti, se il ritmo della centralizzazione oltrepasserà il limite della sua sostenibilità politica, sussisterà il rischio che la coalizione dei capitali in passivo prenda il sopravvento e imponga una modifica del quadro istituzionale, ciò che potrebbe portare a cambiamenti nello statuto della banca centrale, sganciamenti dal dato regime di cambio, segmentazioni dei mercati dei capitali e delle merci e, al limite, al ristabilimento di un confine nazionale ai processi di centralizzazione. Detto altrimenti, di fronte alla spinta centralizzatrice dei capitali e alla sua tendenza a valicare ogni confine statuale, il dissotterramento di una qualche idea economica di «nazione» potrebbe costituire una possibile reazione strategica da parte dei gruppi capitalistici relativamente più deboli e in difficoltà. Una reazione che potrebbe imporsi tanto più facilmente qualora si riuscisse a resistere al tentativo dei capitali in difficoltà di ridurre i passivi attraverso un deterioramento dei salari e delle condizioni di lavoro.

È stato acutamente osservato che il ricorso ad una logica obbligata a postulare oggetti privi di contraddizione impedisce una trattazione autenticamente scientifica di tutto ciò che è sociale41. Si tratta di un’affermazione che è tanto più vera per l’analisi del modo di produzione capitalistico, in cui la contraddizione si presenta come la forma semantica destinata a coordinare l’auto-riproduzione del sistema e la sua osservazione teorica. Se infatti è vero che le contraddizioni fungono da dispositivi atti all’amplifi cazione dell’incertezza, ciò comporta che una teoria della riproduzione capitalistica deve occuparsi anche della «impossibilità» della riproduzione, il che a sua volta implicherà l’individuazione delle condizioni di «vitalità» fisica, «solvibilità» monetaria e «sostenibilità» politica che presiedono al suo funzionamento42. La contraddizione è infatti il momento in cui si distrugge per un istante la pretesa del sistema capitalistico di essere una totalità ordinata e si ripristina la complessità indeterminata in cui «tutto è possibile». D’altra parte, l’indecidibilità che caratterizza la posizione dell’osservatore non inficia la capacità autopoietica del sistema stesso: venendo a mancare una delle sue condizioni, la riproduzione verrà trasformata e deviata su percorsi differenti. Sul piano della stretta logica analitica tali trasformazioni e deviazioni potranno esser visualizzate tramite svariati «espedienti» (come retroazioni delle variabili endogene sulle esogene, e al limite come mutamenti dei nomi e dei posizionamenti loro assegnati), ma è solo in virtù della «rifondazione hegeliana» del concetto di logica dialettica43 che si può giungere alla loro piena comprensione.


6. Leggendo Hilferding siamo così giunti a esaminare il meccanismo capitalistico ad una profondità alla quale la teoria dominante non sembra costitutivamente in grado di giungere. Eppure, è solo da questa prospettiva che il rapporto decisivo e contraddittorio tra circolazione, riproduzione e centralizzazione del capitale può considerarsi finalmente a fuoco e l’idea marxiana di una «storicità» del modo di produzione capitalistico può essere ripulita da qualsiasi residua scoria finalistica. Si tratta indubbiamente di una perdita per quanti volessero ancora trarre dal marxismo delle comode suggestioni ideologiche, ma si tratta al tempo stesso di un vantaggio per chi vorrà desumere dal suo enorme potenziale scientifico delle nuove e fondate linee di indirizzo per l’azione politica ventura, cominciando da un riesame dei posizionamenti assunti in questi anni dagli eredi più o meno diretti della tradizione del movimento operaio.

Oggi, quasi tutti tra loro sembrano docilmente orientati ad assecondare acriticamente quella che viene grossolanamente defi nita «globalizzazione», e che di fatto consiste esattamente in quel moto interno dei capitali verso la centralizzazione, che valica e indebolisce i confini statuali. Codesta linea politica, si badi bene, non viene giustifi cata ricorrendo alla tesi del giovane Marx, secondo il quale la progressiva integrazione globale dei capitali avrebbe intensificato lo scontro di classe a tal punto da accelerare il processo rivoluzionario. Né viene difesa in base alla predizione visionaria di Hilferding sulla centralizzazione quale preludio per una società non più anarchica, ma socialisticamente ordinata. Piuttosto, gli odierni nipoti del movimento operaio novecentesco appaiono ispirati da un ancor più dubbio «idealismo globalista», che li induce a glorificare la potenza «reticolare» del capitale centralizzato e a bearsi della sua capacità di demolire gli argini del potere statale. Non è un caso che i riferimenti di Hilferding alla presa statale del potere siano aborriti e che la stessa idea del giovane Marx della centralizzazione mondiale qua-le miccia per la rivoluzione appaia dimenticata. Potremmo in un certo senso definirla un’apologia della «centralizzazione per la centralizzazione», che confonde l’antico internazionalismo dei lavoratori con la progressiva internazionalizzazione dei capitali: vale a dire, curiosamente, con uno dei fattori che hanno maggiormente contribuito a indebolire il lavoro e le sue rappresentanze sociali44.

L’adesione degli eredi del movimento operaio alla meccanica della centralizzazione genera però conseguenze potenzialmente distruttive. Si pensi ad esempio alla nascita della Unione monetaria europea e della stessa Banca centrale europea, alla quale i socialisti e gli stessi comunisti hanno innegabilmente contribuito, talvolta perfino in termini entusiastici. La costituzione materiale dell’Unione è stata fin dalle origini sbilanciata a favore dei paesi in surplus commerciale, vale a dire, in ultima istanza, dei capitali in attivo. La funzione regolatrice della Banca centrale europea, in particolare, è stata geneticamente ancorata all’obiettivo di elevare le soglie minime di solvibilità, favorendo in tal modo la scomparsa dei capitali più deboli o la loro acquisizione da parte dei più forti. Si è venuto così a determinare un orientamento alla «centralizzazione forzata» dei capitali, conseguita a colpi di politiche restrittive e deflazioni competitive, che non è stato messo in discussione nemmeno dalla recessione. Anzi, la politica di accentuazione dello squilibrio tra capitali in attivo e capitali in passivo sembra intensificarsi a seguito del-la crisi, portandosi dietro l’allargamento del divario tra i territori e tra le classi. La «mezzogiornificazione» delle aree periferiche del continente, evocata da tempo e da più parti45, non costituisce a questo punto una minaccia, ma un fatto. E che per molti anni si sia comunque riusciti a produrre una sintesi politica tra capitali forti e deboli, soprattutto grazie alla riduzione del lavoro a variabile residuale, a mero canale di scolo delle contraddizioni intercapitalistiche, non deve ingannare: per effetto della crisi i contrasti hanno raggiunto proporzioni tali che l’impossibilità di una sintesi politica e la conseguente defl agrazione dell’Unione europea sono divenute eventualità tangibili. Sarà la storia futura a dire se l’attuale forma dell’Unione monetaria europea alla fine imploderà o sopravvivrà al prezzo di una desertificazione economica e sociale delle sue periferie; quel che è certo è che in entrambi i casi le conseguenze dovranno per forza rientrare nel novero delle responsabilità storiche dei socialisti e dei comunisti.


7.
Sarebbe ovviamente poco onesto dimenticare che la «zona euro» nacque a seguito della caduta del Muro di Berlino e in virtù del tracollo dell’Unione sovietica. Non si può sottovalutare il profondo senso di disorientamento che quegli eventi epocali produssero in tutti gli eredi del movimento operaio. Lo stesso ottundimento che ancora oggi sembra pervaderli costituisce una conseguenza anche del colpo tremendo ricevuto allora. L’adesione acritica ai processi di centralizzazione dei capitali, l’ormai palese incapacità di organizzare le masse lavoratrici per incunearsi nello scontro tra capitali forti e capitali deboli e la conseguente fuga ideologica verso una pelosa «etica europeista» o «globalista» trovano molte delle loro radici nel fallimento della rivoluzione sovietica: vale a dire, del primo, grande progetto politico alternativo alla logica della riproduzione e della centralizzazione capitalistica.

Noi crediamo, proprio per questo, che sia giunto il tempo che i marxisti riesaminino l’esperienza sovietica, con le sue grandezze e i suoi orrori, in chiave fi nalmente scientifica e storico-critica. Non si tratta sol-tanto di ammettere che la minaccia sovietica è entrata per decenni nella «funzione di produzione» del sistema di welfare e degli stessi equilibri capitalistici europei (come implicitamente dimostrato dal fatto che quel sistema di welfare e quegli equilibri sono entrati in crisi a seguito della scomparsa di quella minaccia), ma di riconoscere che la presenza di quel «grande Altro» rappresentava in un certo senso la ragion d’essere non solo e non semplicemente dei comunisti della Terza Internazionale, ma anche, a pensarci bene, di tutti gli altri eredi della tradizione del movimento operaio, inclusi gli stessi socialdemocratici riformisti: i quali, finita l’esperienza sovietica, sono entrati essi stessi in una gravissima crisi d’identità generale. Esaminare in chiave storico-critica le potenzialità e gli enormi limiti della politica economica sovietica costituisce dunque un passo necessario per fuoriuscire dalle secche teoriche e pratiche di uno scontro tra «riformisti» e «rivoluzionari» i cui termini sono ormai desueti da entrambe le parti, e per rendere nuovamente praticabile una proposta alternativa alle logiche e alle tendenze del capitale. Ossia, in ultima istanza, per attualizzare il tema più generale della pianificazione: per riscoprire la potenziale modernità del «piano».

Naturalmente, sarebbe ingenuo discutere oggi di «pianifi cazione socialista» in termini ideali: il discorso sulla pianificazione si articola e si modifica in funzione dell’articolazione e del mutamento dei rapporti di forza. È chiaro quindi che esso andrebbe sviluppato e riproposto in funzione della dinamica di quei rapporti, perché «piano» può significare molte cose: basti ricordare che, durante la prima crisi petrolifera, furono addirittura gli Stati Uniti ad essere investiti da un grande dibattito sulla pianificazione, a seguito delle proposte avanzate al Congresso dal Comitato per la Pianificazione Nazionale guidato dal premio Nobel per l’economia Wassily Leontief46. Resta comunque il fatto che, nell’attuale fase storica, quanto maggiore sarà la capacità di riarticolare il discorso relativo alla pianificazione, tanto maggiori saranno le possibilità di costituire un insieme credibile di alternative all’ideologia anarco-liberista del mercato capitalistico, in piena crisi ma tutt’altro che sconfitta.

Ci sono fondati motivi per supporre, a tal riguardo, che una nuova e praticabile logica di «piano» emergerà solo dall’abbandono dell’idea se-condo cui il ruolo dello stato dovrebbe essere relegato all’abusata funzione ancillare dei mercati finanziari, ossia come prestatore di ultima istanza per il capitale privato. Semmai, l’autorità statale dovrebbe attuare una «repressione dei mercati finanziari» e un «pesante uso dei controlli dei capitali», allo scopo di vanificare le pretese del capitale fi nanziario sulla moneta e disinnescare il meccanismo di produzione delle crisi che esso porta con sé47. Questa dovrebbe esser considerata la premessa necessaria per assumere un controllo pubblico della circolazione monetaria allo scopo di inaugurare un nuovo regime, in cui lo stato agisca quale creatore di prima istanza di nuova occupazione. Di prima istanza, si badi, ossia non per fini di mera assistenza, ma in primo luogo per la produzione di quelle basic commodities che maggiormente incidono sulle condizioni del progresso materiale e civile della società e che, proprio per ciò, non dovrebbero esser lasciate alla ristretta logica dell’impresa capitalistica privata. Si tratta, del resto, di un’implicazione logicamente necessaria del paradigma della riproduzione: più precisamente, se è vero che il potere del capitale è il potere di governare l’allocazione del lavoro sociale sulla base di una logica riproduttiva espressa in forma di «domanda monetaria», una razionalità economica antagonistica rispetto a quella del capitale non potrà che manifestarsi preliminarmente nella forma di un potere sul denaro: cioè di una «signoria politica» che ne reprima il ruolo capitalistico di generatore e allocatore del lavoro disponibile48.

La crisi del regime di accumulazione trainato dalla fi nanza privata, dalla quale non siamo usciti, offrirebbe occasioni importanti in questa direzione, poiché segnala che il motore della crescita dell’ultimo trentennio ha subìto un arresto al quale è difficile porre rimedio, e che dunque si apre la possibilità di individuare un nuovo meccanismo propulsivo del sistema, un nuovo motore pubblico dello sviluppo economico e sociale. Ci si può chiedere piuttosto perché una simile occasione sia ben lungi dall’esser stata compresa e colta.

Un possibile motivo può esser tratto ancora una volta da Hilferding, in particolare dal suo giudizio sulla «pianificazione realizzata». Ci riferiamo a un lavoro risalente al 1940, un anno prima della sua tragica morte: un articolo signifi cativamente intitolato Capitalismo di stato o economia statuale totalitaria?49, e dedicato a riflettere sulle repliche che la storia («la migliore di tutti i marxisti», come egli stesso ebbe a dire) aveva fino a quel momento riservato alle semplicistiche prospettive di transizione al socialismo schizzate a conclusione dell’analisi consegnata al Capitale finanziario.

La sua riflessione si sviluppa alla luce delle esperienze di «socializzazione dei mezzi di produzione» sperimentate in quegli anni nell’Urss comunista, da un lato, e nell’Italia fascista e nella Germania nazionalsocialista, dall’altro. «Non avremmo mai pensato che la forma politica di quella “economia diretta” che doveva prendere il posto della produzione capitalistica per il libero mercato potesse essere uno sfrenato assolutismo», ammette l’economista viennese: «per noi il socialismo è indissolubilmente legato alla democrazia e il nostro concetto di socializzazione dei mezzi di produzione implica la liberazione dell’economia dal governo di una classe e l’affidamento di quest’ultimo all’intera società – ad una società che si autogoverna democraticamente». Sta di fatto che la storia ha reso manifesto che «“l’amministrazione delle cose”, diversamente dalle aspettative di En-gels, può trasformarsi in un’illimitata “amministrazione delle persone”», il che altera in qualche misura «la nostra concezione piuttosto semplicistica e schematica tra l’economia e lo stato e tra l’economia e la politica»50.

Chi ricordi la celebre critica di Bobbio, secondo cui i marxisti non avevano alcuna teoria dello stato e di riflesso delle procedure democratiche51, non troverà nulla di nuovo in queste parole. Ma noi, che siamo stati educati anche alla critica della «retorica democratica»52, vorremmo qui richiamare l’attenzione su un aspetto apparentemente secondario della riflessione retrospettiva di Hilferding e che però riveste un’importanza decisiva. Il cruccio di Hilferding è che si sia rivelata infondata l’ottimistica previsione di Engels circa il socialismo come pura e semplice «amministrazione delle cose»53: o meglio, che quell’innocente «amministrazione delle cose» si sia potuta trasformare in una terrificante «amministrazione delle persone». Noi crediamo invece che proprio in questo cruccio si colga l’incapacità di Hilferding di affrancarsi da una visione semplicistica del socialismo. Il modo di produzione capitalistico, infatti, non è semplicemente governato «da una classe», ma essenzialmente dalle cose: più esattamente, da quella «cosa» che sta per simbolo di tutte le cose, cioè il denaro, inteso naturalmente come valore che si valorizza, ossia come capitale. Le «classi», a ben vedere, non sono altro che le forme dell’individualità storica che fungono da supporti delle differenti funzioni che i produttori sono chiamati a svolgere quando «il loro proprio movimento sociale assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo»54. Ora, il punto è che non si può pensare di reprimere quel potere allocativo sul lavoro sociale che nel modo di produzione capitalistico è conferito «alle cose sulle persone» senza contemporaneamente attribuirlo alle persone sulle persone: su questo pun-to Marx ebbe sempre idee chiarissime55. Semmai è fuorviante supporre che l’attività lavorativa diventi con ciò «immediatamente sociale». In rerum natura, il lavoro sarà sempre prestato entro modi di produzione determinati e il suo prodotto riceverà la forma sociale che sarà tipica di ciascuno di essi. Proprio per ciò, non c’è né ci può mai essere alcuna garanzia che in un regime di sviluppo trainato dall’azione statale la connessione fra i diversi lavori, che «idealmente» si contrappone ai produttori diretti come piano, «praticamente» non si faccia valere nei loro confronti «come potenza d’una volontà estranea che assoggetta al proprio fine la loro attività»56: al contrario, una tale evenienza resta sempre possibile, e quando occorrerà darà luogo a specifici conflitti, come ad esempio quelli che si combatterono sia a est che a ovest della «cortina di ferro» sul finire degli anni ’60 dello scorso secolo. Ma proprio per ciò deve considerarsi evidente che gli unici, veri conflitti di liberazione che hanno meritato nel secolo scorso e meriteranno in questo secolo di esser definiti tali saranno quelli miranti alla conquista delle casematte dentro gli apparati dello stato. È infatti nella capacità o meno di permeare quegli apparati, di muoverne le leve e al limite di stravolgerli, che si concretizza la battaglia tra repressione e rafforzamento del capitale finanziario, che si definiscono i caratteri cruciali del regime di sviluppo, che si quantificano le possibilità concrete di pianificare la liberazione del lavoro dal dominio di una potenza estranea.

È questo il dato di fatto che gli ossimorici «liberisti di sinistra», così come gli agitatori di fantasiose «moltitudini» in movimento, appaiono assolutamente incapaci di introiettare. Eppure, non dovrebbe essere ormai difficile riconoscere, per gli uni, che la pretesa di guidare il regime di accumulazione per il tramite della mera regolamentazione statale è rovinosamente fallita, e per gli altri che gli scontri sociali che si esauriscono al di fuori degli apparati di stato possono solo esser classifi cati nel novero degli innumerevoli, trascurabili, penosi riots della storia. Proprio per ciò, i «riformisti» e i «rivoluzionari» che, nonostante le lezioni del passato, proclamano la propria irriducibile idiosincrasia verso lo stato pianificatore, ricordano da punti di vista diversi gli anarchici contro cui si volse la sferzante ironia di Engels57: o non sanno ciò che dicono, e in questo caso non fanno che seminare confusione; o lo sanno, e in questo caso tradiscono qualsiasi possibilità di ricostruzione del movimento dei lavoratori. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione.

*Introduzione a Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario, Mimesis edizioni 2011 (orig. 1910).

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Note

1 FRANK H. HAHN, I neoricardiani [1982], in ID., Stabilità, disoccupazione, moneta, Bologna, il Mulino, 1989.

2 LIONEL ROBBINS, Saggio sulla natura e l’importanza della scienza economica [1932], Torino, Utet, 1947.

3 PAUL A. SAMUELSON, Fondamenti di analisi economica [1947], Milano, Il Saggiatore, 1973.

4 Il manifesto epistemologico e teorico del nuovo mainstream «imperfezionista» viene talvolta rinvenuto in BRUCE GREENWALD, JOSEPH E. STIGLITZ, Keynesian, New Keynesian and New Classical Economics, “Oxford Economic Papers”, 1987. In campo macroeconomico il nuovo mainstream è stato da alcuni identificato nella cosiddetta New Consensus Macroeconomics o nel cosiddetto core della moderna macroeconomia. Per un chiarimento sul signifi cato assunto negli anni dal termine «mainstream» rinviamo a EMILIANO BRANCACCIO, Some contradictions in «mainstream» interpretations of the crisis, nel volume a cura di E. BRANCACCIO, GIUSEPPE FONTANA, The global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy, London, Routledge, 2011.

5 JEAN-PAUL FITOUSSI, JOSEPH E. STIGLITZ, The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, “The Shadow GN”, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio 2009.

6 ALAN GREENSPAN, È sempre tempo di buone azioni, “Il Sole-24 Ore”, 27 giugno 2009.

7 PIERO SRAFFA, Le leggi della produttività in regime di concorrenza [1926], in ID., Saggi, Bologna, il Mulino, 1986, p. 68.

8 Un esempio tra i tanti è l’analisi di Douglas Fisher dei meccanismi di aggiustamento dei prezzi neo-walrasiani in tempo reale e senza banditore, citata in una nota solo apparentemente trascurabile del celebre manuale di ANDREU MAS-COLELL, MICHAEL D. WHINSTON, JERRY R. GREEN, Microeconomic theory, New York and Oxford, Oxford University Press, 1995.

9 Se ne veda una mirabile sintesi in IMRE LAKATOS, Lezioni sul metodo [1973], in I. LAKATOS, PAUL FEYERABEND, Sull’orlo della scienza. Pro e contro il metodo, a cura di Matteo Motterlini, Milano, Raffaello Cortina, 1995.

10 È bene precisare che la possibilità di determinare i prezzi di produzione capitalistici senza ricorrere alla categoria neoclassica della scarsità non impedisce affatto al paradigma della riproduzione di indagare sui problemi inerenti all’impiego e all’esaurimento di risorse naturali, siano esse rinnovabili o non riproducibili. Per una preliminare rassegna su questo tema si veda, tra gli altri, HEINZ KURZ, NERI SALVADORI, Theory of production, Cambridge, Cambridge University Press, 1995, cap. 12.

11 Una linea che sappiamo essere invalicabile, con buona pace di chi ha inutilmente provato a descrivere il paradigma alternativo come un mero «caso speciale» dell’approccio neoclassico. Il tentativo più influente, in questo senso, è quello di F.H. HAHN, I neoricardiani, cit. Tra le numerose dimostrazioni della sua inconsistenza si vedano GÉRARD DUMÉNIL, DOMINQUE LÉVY, The classicals and the neoclassicals: a rejoinder to Frank Hahn, “Cambridge Journal of Economics”, 1985; BERTRAM SCHEFOLD, Cambridge price theory: special model or general theory of value?, “American Economic Review”, Papers and Proceedings, 1985; LUIGI PASINETTI, Critique of the neoclassical theory of growth and distribution, “BNL Quarterly Review”, 2000; E. BRANCACCIO, On the impossibility of reducing the surplus approach to a neoclassical special case: a criticism of Hahn in a Solowian context, “Review of Political Economy”, 2010.

12 Si rinvia, in proposito, ai saggi contenuti nel volume a cura di E. BRANCACCIO, G. FONTANA, The global economic crisis, cit.

13 Per una definizione estensiva e feconda del concetto di «riproduzione» si veda LOUIS ALTHUSSER, Ideologia e apparati ideologici di Stato [1970], ora in ID., Freud e Lacan, Roma, Editori Riuniti, 1981. Soltanto dopo la morte di Althusser le Presses Universitaires de France hanno pubblicato il manoscritto di cui il saggio cit. costituiva solo un frammento: se ne veda ora la traduzione italiana in L. ALTHUSSER, Lo Stato e i suoi apparati, Roma, Editori Riuniti, 1997.

14 JACQUES DERRIDA, Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale [1993], Milano, Raffaello Cortina, 1994, p. 70.

15 KARL MARX, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte [1852], Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 9.

16 Si veda al riguardo il fondamentale chiarimento di L. ALTHUSSER, L’oggetto del «Capitale», in L. ALTHUSSER, ETIENNE BALIBAR et al., Leggere Il Capitale [1965], Milano, Mimesis, 2006.

17 Tutti i modelli di stampo neoclassico di tipo non parziale, ma generale, risultano in fin dei conti riducibili a sole due modalità di concezione del tempo: quella dell’«equilibrio generale intertemporale» di Arrow e Debreu, che con l’ipotesi eroica dei mercati futuri completi per tutte le merci fanno implodere l’intero sviluppo storico in un unico momento (il cosiddetto «tempo zero») in cui, a meno di «shock esterni», verrebbero inverosimilmente intraprese tutte le decisioni per il futuro; e quella dell’«equilibrio temporaneo» di Hicks, che facendo dipendere i risultati dell’analisi da aspettative esogene, di fatto rinuncia completamente a pronunciarsi sul corso futuro degli eventi.

18 In effetti, per quanto il concetto di riproduzione possa essere formulato in termini non solo materiali ma anche sociali e politici, le analisi che si basano esclusivamente su di esso, benché senza dubbio necessarie, non sono ancora sufficienti per dar pienamente conto del cambiamento storico.

19 I. LAKATOS, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici [1978], Milano, il Saggiatore, 1996, p. 77.

20 Il Capitale finanziario (Das Finanzkapital, nell’originale tedesco) apparve nel 1910. Il successo immediato del libro fu decretato in campo marxista non solo da Karl Kautsky, ma anche dal giudizio criticamente positivo di Lenin. In seguito, tra i marxisti fu soprattutto Paul M. Sweezy ad occuparsi a più riprese di Hilferding e dei suoi contributi, mentre l’interesse della letteratura accademica per l’opera dell’economista viennese si manifesta soprattutto dopo la sua prima traduzione inglese (Finance Capital, London, Routledge, 1981): ricordiamo tra gli altri KEITH TRIBE, Review of Finance Capital, “Economic Journal”, 1981; ANTHONY BREWER, Review of Finance Capital, “Economica”, New Series, 1983; WILLIAM A. DARITY JR., BOBBY L. HORN, Rudolf Hilferding: The Dominion of Capitalism and the Dominion of Gold, “American Economic Review”, 1985. Tra i riferimenti più recenti a Hilferding segnaliamo SANDEEP BALIGA, BEN POLAK, The emergence and persistence of the Anglo-Saxon and German fi nancial systems, “Review of Financial Studies”, 2004; RANDALL WRAY, The rise and fall of money manager capitalism: a Minskian approach, “Cambridge Journal of Economics”, 2009. La rinnovata tendenza alle fusioni e alle acquisizioni ha inoltre fatto sì che anche sui grandi media abbiano trovato spazio alcune riflessioni critiche sulle analisi del marxista austriaco dei cambiamenti nella struttura del capitale: si veda ad es. NIALL FERGUSON, Memo to market dinosaurs, “Financial Times”, 13 dicembre 2007.

21 Cfr. al riguardo L. ALTHUSSER, Per Marx [1965], Roma, Editori Riuniti, 1970.

22 Si vedano EUGEN VON BÖHM-BAWERK, La conclusione del sistema marxiano [1896], e RUDOLF HILFERDING, La critica di Böhm-Bawerk a Marx [1904], entrambi in PAUL M. SWEEZY (a cura di), Economia borghese ed economia marxista, Firenze, La Nuova Italia, 1971.

23 Cfr. K. MARX, Il capitale. Critica dell’economia politica [1867, 1885, 1894], Roma, Editori Riuniti, 1989, III, pp. 200-201, e R. HILFERDING, La critica di Böhm-Bawerk a Marx, cit., p. 143.

24 Condivisibili, su questo specifico punto, le osservazioni di PIERANGELO GAREGNANI, Marx e gli economisti classici, Torino, Einaudi 1981.

25 P. SRAFFA, Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, Torino, Einaudi, 1960.

26 K. MARX, Il capitale, cit., I, spec. p. 685. È bene ricordare che la letteratura marxista e lo stesso Hilferding talvolta impiegano l’espressione «centralizzazione» e «concentrazione» come sinonimi, ma dal punto di vista esegetico si tratta di un errore. Nell’ambito della letteratura accademica mainstream, invece, il termine «concentrazione» sostituisce interamente quello di «centralizzazione», che non viene quasi mai adoperato.

27 Sulla centralizzazione bancaria in Europa si vedano i dati riportati in EUROPEAN CENTRAL BANK, EU Banking Structures, vari anni. A livello mondiale esistono numerosi studi quantitativi sulla tendenza alla centralizzazione nel settore bancario. La World Bank, tra gli altri, in genere riporta indici calcolati in base al Bankscope database elaborato da Fitch-IBCA.

28 K. MARX, Il capitale, cit., III, p. 518.

29 Ivi, I, p. 686.

30 Si veda ad esempio la rassegna riportata in PAOLO MOTTURA, Banche. Strategie, organizzazione e concentrazioni, Milano, Egea, 2007. Oltre ai contributi in campo specificamente finanziario, è interessante notare che il nesso tra potere di mercato, strategie predatorie e centralizzazione dei capitali è stato anche oggetto, sia pure marginalmente, di alcune recenti analisi di teoria economica mainstream ispirate dalla crisi iniziata nel 2007: cfr. FRANCESCO GIAVAZZI, Why does the spread between LIBOR and expected future policy rates persist, and should central banks do something about it?, “Vox”, 2008.

31 Notiamo a margine che Hilferding si dimostra davvero acuto lettore di Marx. Sappiamo adesso che questi, alla sua morte, aveva lasciato il manoscritto relativo all’esame del credito bancario e della società per azioni in una forma alquanto approssimata, ma connotata dall’inclusione all’interno di un unico capitolo (intitolato «Credito e capitale fittizio») della trattazione del movimento complessivo della riproduzione capitalistica una volta comparsi il credito e la società per azioni (cfr. K. MARX, Ökonomische Manuskripte 1863-1867, Teil II, Berlin, Dietz, 1992). Questa impostazione venne però profondamente modificata da Engels, che – accingendosi alla redazione di quello che poi sarebbe stato dato alle stampe come «il terzo libro del Capitale» – suddivise quella parte del manoscritto in undici distinti capitoli, attribuendo il titolo generale («Credito e capitale fittizio») solo al primo di essi (il venticinquesimo) e conferendo dignità di capitoli autonomi a parti dell’esposizione che autonome, invece, non erano affatto. In tal modo, il concetto che per Marx doveva considerarsi come unificante dell’intera trattazione veniva a costituire solo uno degli argomenti trattati, e si perdeva l’autentica struttura dell’esposizione marxiana. In mancanza di evidenze che Hilferding conoscesse il manoscritto originario, risulta davvero sintomatica di una profonda comprensione dell’analisi marxiana la sua scelta di unificare sotto il concetto di «capitale fittizio» la trattazione del processo di autonomizzazione del capitale creditizio rispetto al capitale industriale.

32 Cfr. K. MARX, Il capitale, cit., III, p. 518.

33 Ivi, p. 705.

34 Ivi, p. 523.

35 JOSEPH A. SCHUMPETER, Storia dell’analisi economica [1954], Torino, Bollati Boringhieri, 1990, III, p. 1085.

36 Si veda LENIN, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo [1917], in ID., Opere complete, XXII, Roma, Editori Riuniti, 1966. Non dissimili le critiche che a Hilferding rivolse HENRYK GROSSMANN, Il crollo del capitalismo [1929], Milano, Mimesis, 2010.

37 GIULIO PIETRANERA, Il pensiero economico di Hilferding e il dramma della socialdemocrazia tedesca, in R. HILFERDING, Il capitale finanziario, Milano, Feltrinelli, 1961.

38 Per un approfondimento sul tema rinviamo a AUGUSTO GRAZIANI, The monetary theory of production, Cambridge, Cambridge University Press 2003.

39 JOHN B. TAYLOR, Discretion versus policy rules in practice, “North Holland, Carnegie-Rochester Conference Series on Public Policy”, 1993.

40 Per questa particolare lettura del fondamentale ruolo della banca centrale si veda E. BRANCACCIO, Una critica alle interpretazioni della crisi basate sulla regola di Taylor, in ID., La crisi del pensiero unico, Milano, Franco Angeli, 2010. Per ulteriori approfondimenti rinviamo a E. BRANCACCIO, G. FONTANA, Solvency Rule versus Taylor Rule, mimeo, 2011.

41 NIKLAS LUHMANN, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale [1984], Bologna, il Mulino, 1990, p. 560.

42 Rinviamo sul punto a E. BRANCACCIO, Una teoria monetaria della riproduzione sociale, in ID., La crisi del pensiero unico, cit.

43 Si veda ancora N. LUHMANN, Sistemi sociali, cit., p. 578.

44 Eppure lo stesso Marx li aveva ammoniti, sebbene il suo avvertimento sia caduto in questi anni miseramente nel vuoto: «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è una idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia» (K. MARX, Discorso sul libero scambio [1848], Roma, DeriveApprodi, 2002, p. 42).

45 Cfr. per tutti PAUL KRUGMAN, Geografia e commercio internazionale [1991], Roma, Garzanti, 1995.

46 WASSILY LEONTIEF, For a National Economic Planning Board, “New York Times”, 14 marzo 1974.

47 Cfr. CARMEN M. REINHART, KENNETH ROGOFF, Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria [2009], Milano, Il Saggiatore, 2010. Dati alla mano, gli Autori mostrano che la «repressione» dei mercati finanziari e i connessi pesanti controlli sui movimenti dei capitali sono all’origine del numero relativamente esiguo di crisi bancarie ed economiche tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ’70, rispetto al numero registrato prima e dopo quell’intervallo storico. È da notare che l’evidenza contrasta con le tipiche conclusioni dei modelli mainstream di teoria monetaria internazionale (dei quali tra l’altro Rogoff è uno dei massimi conoscitori), che tendono a considerare un sistema economico tanto più inefficiente quanto più esso si allontani dalla piena libertà e dalla piena apertura dei mercati finanziari. Ci sarebbe semmai da stupirsi che, nonostante le evidenze empiriche da loro stessi messe in luce, gli Autori si affrettino a puntualizzare di non ritenere che la repressione finanziaria e i relativi controlli sui capitali rappresentino il «giusto approccio» per scongiurare le crisi finanziarie (p. 223). Ma per questa e altre contraddizioni del mainstream vale il giudizio Hiferding che abbiamo posto ad esergo di questa introduzione.

48 Non possiamo qui argomentarlo, ma su questo punto rivoluzionari e riformatori novecenteschi – da Hilferding a Lenin, da Stalin a Keynes e Beveridge – pensarono e agirono esattamente allo stesso modo. Parliamo ovviamente di riformatori e rivoluzionari che pensarono e agirono in modo politicamente efficace.

49 R. HILFERDING, Staatskapitalismus oder totalitäre Staatswirtschaft? [1940], in Zwischen den Stühlen, oder, Über die Unvereinbarkeit von Theorie und Praxis: Schriften Rudolf Hilferdings, 1904-1940, a cura di Cora Stephan, Berlin, Dietz, 1982. Il saggio apparve originariamente in russo e fu poi pubblicato nel 1947 in francese e in inglese. Traduciamo da quest’ultima versione, disponibile all’indirizzo http://www.marxists.org.

50 Ibidem.

51 Alludiamo a NORBERTO BOBBIO, Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976.

52 Si veda LUCIANO CANFORA, Critica della retorica democratica, Roma-Bari, Laterza, 2002.

53 Hilferding allude qui ad un famoso passo dell’Anti-Dühring: «il primo atto con cui lo stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo stato non viene “abolito”: esso si estingue» (F. ENGELS, Anti-Dühring [1878], Roma, Editori Riuniti, 1985, p. 270).

54 K. MARX, Il capitale, cit., I, p. 107.

55 «Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra le cose; la capacità personale in capacità delle cose. [...] Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone» (K. MARX, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica [185758], Firenze, La Nuova Italia, 1978, vol. 1, p. 98).

56 K. MARX, Il capitale, cit., I, p. 373. Marx si riferisce qui alla direzione capitalistica d’impresa, ma è evidente che il discorso si può ripetere per ogni direzione dei processi lavorativi.

57 F. ENGELS, Dell’autorità [1873], in K. MARX, F. ENGELS, Critica dell’anarchismo, a cura di Giorgio Backhaus, Torino, Einaudi, 1974.

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