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Da una finanziaria all'altra
Riflessioni sulle politiche economiche del “nuovo” governo
di Renato Strumia
Nel settembre 2022 una coalizione di destra-destra ha ricevuto, per la prima volta nel dopoguerra, il mandato di governare il paese, con 12,3 milioni di voti su 51 milioni di elettori.
Una volta ancora il voto ha premiato quello che appariva l’elemento di novità, con l’investitura personale di una leader politica a lungo apparsa “fuori dai giochi” e priva di responsabilità nello sfascio progressivo del sistema paese. Era accaduto prima con Renzi, Di Maio, Salvini e compagnia cantante: meteore transitate veloci nel firmamento della politica, per poi disintegrarsi senza lasciare traccia, se non qualche scoria ancora depositata nel sottosuolo tossico del paese.
La vicenda di ”Giorgia” sembra inscritta nel solito tragitto, che porta i politici a conquistare il potere usando toni incendiari e agitando polemiche violente, per poi rientrare nei ranghi, delimitati dalle compatibilità e dai limiti intrinseci dell’azione di governo. Quello che stupisce, nella nuova formazione al governo, è la velocità e l’intensità di questo processo di allineamento, del tutto prevedibile e scontato.
La continuità delle politiche con la linea Draghi (del cui governo peraltro facevano parte sia Forza Italia che la Lega) è impressionante, su tutte le questioni di fondo. Tuttavia, è interessante rilevare i punti con cui il governo ha cercato di smarcarsi, “vendendo” gli elementi di rottura, prevalentemente identitari e categoriali, come strumento per dare soddisfazione al proprio elettorato di riferimento. Nient’altro che un tranquillizzante: “ora ci siamo noi, cominciamo a dire qualcosa di destra, dateci tempo, prima o poi le faremo anche…”.
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La riforma previdenziale del Governo Meloni
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
La strategia del Governo sembra puntare a rendere difficile e meno conveniente il pensionamento anticipato. Con il passare degli anni, essendo sempre più residuale la componente di spesa associabile al calcolo retributivo degli importi pensionistici (sistema misto)1, il risparmio per le casse dello Stato è divenuto via via meno consistente.
Tutte le forme di pensionamento anticipato, difatti, comportano una riduzione della pensione in cambio della sua erogazione anticipata per alcuni anni. Se questa, con la scomparsa del calcolo retributivo degli importi, si va riducendo di per sé, la convenienza per lo Stato del pensionamento anticipato viene gradualmente meno.
E così il Governo ha deciso di renderlo meno oneroso per le casse pubbliche, modificandone i parametri d’accesso, calcolando l’importo degli anni di pensione anticipata interamente col sistema contributivo e abbassando, per di più, il limite di importo massimo consentito dell’assegno mensile (sì, perché non si può andare anticipatamente in pensione con importi troppo elevati).
I lavoratori iscritti alla Cassa pensione dipendenti enti locali, alla Cassa pensione sanitari, alla Cassa pensione insegnanti e alla Cassa pensione ufficiali giudiziari, invece, subiranno una modifica peggiorativa delle aliquote di calcolo della componente retributiva della pensione.
A perderci saranno principalmente le pensioni dei dirigenti, ma anche uno stipendio medio-basso come quello dell’impiegato degli enti locali lascerebbe sul campo oltre il 3%, che per redditi di questo tipo non è poco.
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La battaglia della Moneta Fiscale
recensione di Stefano Lucarelli*
Sylos Labini S. (2022), La battaglia della Moneta Fiscale. L’idea, i rapporti politici, gli attacchi, le prime applicazioni, le prospettive, Firenze: Il Ponte Editore, pp. 152, ISBN: 978888861869
Stefano Sylos Labini si fa testimone di una vicenda davvero emblematica per tutti coloro che sono interessati a comprendere le relazioni istituzionali che caratterizzano la politica economica italiana. La battaglia della Moneta Fiscale, infatti, può essere letto come il resoconto della elaborazione, diffusione e realizzazione di un progetto innovativo per la politica economica nazionale – la creazione di fatto di un circuito finanziario basato su uno schema di compensazione di crediti fra imprese, banche e governo.1 La definizione più generale di moneta fiscale è: “qualunque strumento trasferibile a terzi che lo Stato s’impegna ad accettare dal portatore per l’adempimento delle proprie obbligazioni fiscali e previdenziali nella forma di riduzione degli importi dovuti all’Amministrazione Pubblica” (p. 34).
Tuttavia, la definizione più accurata è, secondo Sylos Labini, quella presente all’interno del disegno di legge d’iniziativa parlamentare A.S. 2012 “Delega al Governo per l’istituzione dei buoni digitali di sconto fiscale”, presentato il 9 novembre 2020 al Senato:
qualunque titolo al portatore che lo Stato s’impegna ad accettare anche in forma compensativa, ai fini dell’adempimento delle obbligazioni fiscali, contributive e previdenziali, nonché per i pagamenti relativi a prestazioni sanitarie […] erogati in forma gratuita e aggiuntiva, ossia non sostitutiva rispetto ai redditi percepiti in euro, al fine di consentire l’espansione del potere d’acquisto e stimolare la domanda interna del sistema economico e finanziario nazionale. […] dopo due anni dalla loro emissione, i buoni digitali di sconto fiscale possono essere utilizzati sia dalle persone fisiche che dalle imprese per ottenere una corrispondente riduzione di obbligazioni finanziarie verso le amministrazioni pubbliche senza che lo Stato sia tenuto a rimborsarli in euro alla scadenza essendo non payable tax assets ovvero attività fiscali non pagabili (p. 116 e ss.).2
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La democrazia del reddito universale | Prefazione
di Andrea Fumagalli
Pubblichiamo un estratto della prefazione di Andrea Fumagalli alla nuova edizione di “La democrazia del reddito universale”, Manifestolibri, 2023 – a cura di Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Questa nuova edizione del primo testo organico sul tema del reddito di base in Italia, ora diventato un classico del pensiero politico, avviene in un momento particolare, che segna il ritormo di politiche oscurantistiche nei confronti della necessità di rinnovare in senso estensivo il modello di welfare.
* * * * *
A più di 25 anni di distanza, la tematica del reddito è diventata centrale. Quando questo libro uscì, erano veramente pochi coloro che, da sinistra, propugnavano l’introduzione di un reddito di base. Oggi il panorama è decisamente diverso, anche se più complesso e caotico. Il confronto nazionale ed internazionale sul basic income ha conosciuto un vibrante sviluppo ed al tempo stesso uno straordinario arricchimento. Il ragionamento collettivo sul tema ha trovato ulteriori connotazioni negli anni nei quali sono divenute egemoni condizioni e modalità produttive che caratterizzano il capitalismo contemporaneo: condizioni che hanno travalicato le classiche dicotomie tipiche del paradigma taylorista-fordista, in particolare quella tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro e tra produzione e riproduzione. Il Basic income è diventato, in questo modo, il fulcro attorno al quale diveniva possibile ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo del lavoro, ma della vita.
Nei primi anni del Duemila, prende corpo quello che possiamo definire, sino a ora, l’appuntamento più importante e numericamente significativo, che i movimenti del precariato metropolitano abbiano mai realizzato, non solo in Italia, ma in tutta Europa.
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Il governo Meloni continua a fare cassa sulle pensioni
di coniarerivolta
Mentre nel mondo si consumano tragicamente nuovi e vecchi scenari di devastazione e guerra e per milioni di persone il problema è svegliarsi al mattino vivi e con un tetto sopra la testa, nel nostro piccolo angolo di pianeta privilegiato la lotta dei forti contro i deboli del capitalismo globale mette sempre più a dura prova le condizioni di vita materiali delle classi subalterne esasperando le disuguaglianze sociali.
La prolungata fase inflattiva iniziata nel 2022 ha provocato un’enorme erosione del potere di acquisto dei lavoratori in moltissimi paesi e la stessa tendenza prosegue quest’anno.
In Italia la crescita dei salari è stata, come noto, molto più modesta di quella dei prezzi comportando così l’ennesima spinta redistributiva del reddito dai salari ai profitti e dal basso verso l’alto amplificando una tendenza che prosegue a ritmi alterni da ormai 40 anni.
L’attacco alle condizioni di vita dei subalterni nel nostro paese, e similmente altrove, si snoda attraverso un ampio spettro di misure adottate da tutti i governi negli ultimi anni e dal governo attuale in piena coerenza con i precedenti: riduzione degli ammortizzatori sociali, precarizzazione dei contratti, tagli allo stato sociale (sanità, pensioni, trasporti, etc.) e una politica macroeconomica restrittiva che comporterà prolungamento della crisi e disoccupazione cronica. Persino in quei ristretti ambiti, come le pensioni, in cui le destre avevano millantato misere promesse elettorali il governo Meloni mostra senza schermi la sua anima.
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Putin dice no alla moneta unica dei Brics: non faremo la fine dell’Euro
di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
L’errore più grande che può fare chi scrive articoli, non sotto dettatura, ma all’interno di quella che è la missione fortemente sentita di informare correttamente il lettore: è quello di pensare di avere la verità in tasca. Non per questo dobbiamo privarci del fatto che, operando con professionalità ed onestà intellettuale, si possa anche giungere al risultato di veder certificate prospettazioni più volte ribadite.
Sul tema moneta unica dei BRICS+, da tempo vengono riempite le pagine dei principali mezzi di informazione, direi quasi a cadenza quotidiana se a livello temporale consideriamo l’inizio del conflitto in Ucraina.
Una moneta unica, per di più legata a oro o metalli preziosi, da usare per gli scambi internazionali tra i paesi appartenenti ai BRICS+, è quello che il mainstream, ci ha prospettato in questi anni e forse ci prospetterà ancora, non appena andranno nel dimenticatoio le parole pronunciate dal presidente russo Vladimir Putin, pochi giorni fa nel corso del Valdai Club meeting, tenutosi a Sochi.
Chi vi scrive ha sempre manifestato, attraverso i vari articoli redatti, forti dubbi su questa prospettazione a dir poco insistente da parte dei mezzi di informazione occidentali, vuoi perché i fatti e le dichiarazioni ufficiale dei vari leader più influenti del mondo dei BRICS+ andavano nella direzione opposta, vuoi perché fermamente convinti, dai dettami della dottrina economico-monetaria, dei disastri che si materializzano sui popoli, quando a sistemi economici diversi viene imposto l’uso di una stessa moneta. Costringendoli a vivere in quella che è la ben nota – gabbia dei cambi fissi – propedeutica a far accettare quello che ormai possiamo tranquillamente definire un crimine contro l’umanità, ovvero la frode sulla scarsità della moneta. [1]
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Moneta privatizzata: analisi e alternative
di Enrico Grazzini
La moneta viene creata dalle banche commerciali ma la privatizzazione del denaro genera debito e crisi. Perché è necessario emettere una moneta digitale pubblica e libera dal debito
Da dove nasce la moneta? Chi crea il denaro? La grande maggioranza dell’opinione pubblica e anche molti economisti credono che la moneta sia creata dallo Stato o dalla sua banca centrale, e che sia “neutrale”, che cioè sia emessa dalle autorità pubbliche a beneficio, almeno in linea di principio, di tutti i cittadini e di tutti gli operatori economici. Non è così. Pochi sanno che circa il 95% della moneta che normalmente utilizziamo viene creata ex nihilo dalle banche commerciali, e viene creata per il loro profitto. La moneta dunque non è neutrale. In effetti le banche centrali per conto dello Stato emettono banconote e monete che valgono solo per le piccole spese quotidiane, cioè per il 5% circa del valore totale delle transazioni. Il denaro vero è creato dalle banche – che, nella stragrande maggioranza, almeno in Occidente (ma non in Cina, per esempio) sono banche private. Le banche commerciali non si limitano a prestare il denaro che i risparmiatori depositano: creano moneta dal nulla. Come hanno dichiarato ufficialmente Bank of England, Bundesbank e la FED, le banche creano esse stesse moneta ogni qualvolta concedono un credito ai loro clienti (per es: per mutui, credito al consumo, per i pagamenti a fornitori e dipendenti, ecc). È Bank of England (boe), la più antica banca centrale del mondo, che ci spiega autorevolmente da chi e come viene creata la maggior parte della moneta:
La realtà di come viene creato il denaro oggi differisce dalla descrizione che si può trovare in alcuni libri di testo di economia: le banche non prestano soldi risparmiati e depositati dalle famiglie ma creano loro stesse i depositi con i loro prestiti. Ogni volta che una banca fa un prestito genera immediatamente un deposito di valore corrispondente nel conto bancario del debitore creando così nuovi soldi1.
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Nadef senza impatto sull’economia
di Andrea Fumagalli, Paolo Maranzano, Roberto Romano
Dall’analisi della Nadef la prossima legge di bilancio “muoverà” 30 miliardi ma avrà un impatto di appena 0,2% del Pil. Perché? In osservanza ai precetti neoliberisti e in barba alla Costituzione il governo ha l’obiettivo solo di tagliare le tasse, mentre dovrebbe aiutare la transizione e aumentare la coesione sociale
Preambolo
Lo smarrimento, o la inedita consapevolezza, del governo circa i vincoli di bilancio sono il tratto distintivo della NADEF 2023 (aggiornamento al 27 settembre 2023). Tuttavia non possiamo nemmeno attribuire a questa compagine governativa tale smarrimento. Piuttosto è frutto di una storia economica, sociale e politica che ha rimosso i precetti costituzionali e il piano “normativo” ad essi sotteso. La finanza pubblica con il passare degli anni è passata da strumento di governo dei fenomeni economici a un esercizio ragionieristico che assicura l’indipendenza del mercato, così come i suoi meccanismi allocativi. Inoltre la discussione politica è (amaramente) piegata solo sulle tasse e le imposte, sempre “troppo alte”, che appesantiscono e che rallentano la cosiddetta “mano invisibile” del mercato.
Sostanzialmente è elusa la seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), così come l’articolo 53 (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”). Infatti la Costituzione affida alla Repubblica un compito preciso, cioè quello di “rimuovere gli ostacoli”, mentre l’articolo 53 lo declina in spesa pubblica che deve essere finanziata in base alla propria capacità contributiva. La spesa pubblica è lo strumento (normativo) di politica economica che, meglio della riduzione delle tasse, la Costituzione assegna alle istituzioni della Repubblica (il Parlamento e il governo nella fattispecie) per la rimozione dei vincoli economici, sociali e politici che impediscono a tutti i cittadini di diventare protagonisti dei grandi cambiamenti sociali.
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Le spiacevoli implicazioni della crescita trainata dal turismo
di Salvatore D'Acunto
Immaginate di vivere in un Paese dotato di una robusta struttura industriale. Senza esagerare con l’immaginazione, niente di fantascientifico. Non stiamo parlando di giganti della moderna tecnologia come NASA, Apple o Google, né di aziende in grado di realizzare fatturati multimiliardari. Parliamo di un tessuto di unità produttive di dimensioni piccole e medie, animate da imprenditori competenti e ingegnosi. Imprese a volte molto innovative, ma anche fragili. Non di rado sottocapitalizzate. Magari bisognose di protezione per crescere e consolidarsi, ma in ogni caso un tessuto industriale in grado di garantire un contributo rilevante all’occupazione e di permettere alla gran parte della popolazione di vivere dignitosamente.
Un giorno arrivano in visita alcuni pezzi grossi delle principali istituzioni di governance continentale, con al seguito economisti e banchieri di fama mondiale. Si fanno un giro di perlustrazione, raccolgono dati, fanno un po’ di calcoli e alla fine sputano un’infausta diagnosi. Vi dicono che impiegate male le vostre risorse. «State sbagliando strada, non è così che vi arricchirete». A voi, che per la verità nei trenta anni precedenti vi siete arricchiti molto senza alcun bisogno dei loro consigli, ma che per motivi misteriosi coltivate da tempo un profondo complesso di inferiorità, non sembra vero di avere l’occasione per farvi spiegare dal Gotha della politica e della finanza internazionale che cosa è meglio per voi.
I vostri blasonati ospiti vi spiegano che l’industria non è la vostra vocazione produttiva, che dovete lasciarla fare a chi la sa e può fare meglio.
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L’economia di guerra oggi
di Andrea Vento – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
L’inizio dell’Operazione militare russa in Ucraina il 24 febbraio dello scorso anno, grave escalation del conflitto iniziato nel 2014, ha inevitabilmente innescato un’ampia gamma di effetti principalmente riconducibili a tre distinte sfere, seppur tra loro interconnesse e interdipendenti. Gli analisti hanno, infatti, registrato significativi mutamenti:
1. nelle relazioni geopolitiche e geoeconomiche,
2. nella dinamica dell’economia mondiale oltre che nella sua struttura produttiva
3. nel ciclo economico e nei bilanci statali in primis dei Paesi coinvolti direttamente nel conflitto, e, seppur in misura minore, anche nei cosiddetti cobelligeranti e, perfino in quelli, maggioritari per numero, che hanno mantenuto una posizione neutralista.
La frattura geopolitica e geoeconomica
Nel contesto delle relazioni geopolitiche si è determinata una profonda frattura interna all’Europa delimitata dai confini occidentali di Russia e Bielorussia provocata non tanto dalla votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 3 marzo 2022 di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, approvata da 141 Paesi su 193, quanto dall’introduzione delle misure restrittive promosse dagli Stati Uniti ai danni di Mosca e adottate da parte di 37 Paesi (pari a solo il 19% del totale) appartenenti al cosiddetto Occidente globale, vale a dire i Paesi Nato e i loro più fidati “alleati” nei vari scacchieri regionali (carta 1).
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Cina. La versione del PCC: “Otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna”
di Chen Long
Traduciamo questo articolo apparso il 16 agosto su 学习时报 Study Times, il giornale ufficiale della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese.
Mentre i dati sul rallentamento economico cinese facevano discutere tutto il mondo, sono state lanciate varie proposte per gestire l’annoso problema dei consumi interni, in crescita da decenni ma comunque molto squilibrati rispetto alla crescita degli investimenti.
Come segnala la newsletter Pekingnology che ha tradotto l’articolo per primo in inglese, la firma dell’articolo è di Chen Long, che risulta essere ricercatore della Chinese Academy of Financial Sciences, ma anche un nome maschile talmente comune da poter essere considerato un nom de plume usato per porre il punto di quello che l’apparato statale pensa sul dibattito attorno allo stimolo dei consumi.
Aldilà di considerare popolari o impopolari i giudizi di Chen Long, di considerarli giusti o sbagliati, ne pubblichiamo la traduzione per dare un mezzo per capire quale sia il tipo di dibattito interno alla Cina in questo momento e per quali motivi le autorità di Beijing non stiano attuando determinati “suggerimenti” che arrivano dall’estero.
* * * *
Svelare otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna
Nella prima metà del 2023, la performance economica cinese generale è stata positiva, l’innovazione ha continuato a guadagnare forza. Rimangono in ogni caso sfide e pressione sul raggiungimento dello sviluppo di alta qualità a causa di complessi fattori domestici e internazionali. La contraddizione principale dell’attuali meccanismo macroeconomico cinese è l’insufficiente domanda interna.
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L’industria e oltre
di Alessandro Montebugnoli
Scandagliando tre settori industriali fondamentali, Vincenzo Comito nel suo ultimo libro ci offre un quadro delle linee di sviluppo e di competizione globali, stimolandoci a guardare la materialità del presente per pensare con radicalità al futuro
La recente pubblicazione dell’ultimo libro di Vincenzo Comito – Come cambia l’industria. I chip, l’auto, la carne, Futura Editrice, 20031 – offre una nuova, preziosa occasione per provare a riflettere sui dati immediati della realtà economica con la dovuta larghezza di riferimenti. Per un verso, siamo di fronte a una serie di percorsi affatto interni agli ambiti che l’opera prende in considerazione, e senza dubbio, a questo suo carattere, si connette un peculiare e cospicuo motivo di interesse. Si tratta di ricostruzioni puntuali, vivaci, ricche di particolari: a leggerle, si ha la precisa e grata sensazione di imparare una grande quantità di cose. Ma nulla, al tempo stesso, vieta di accedere a un secondo piano di lettura, sul quale gli itinerari interni, proprio perché seguiti fino in fondo, si aprono a considerazioni di diverso genere – mettono capo a esiti alla cui altezza il ‘discorso dell’industria’, per così dire, non basta più a se stesso.
Delle tre, la parte del libro nella quale la possibilità di questa duplice lettura risulta più evidente è quella dedicata al settore automobilistico, soprattutto i paragrafi che descrivono l’avvento dei veicoli elettrici. E in omaggio al principio ‘meglio meno ma meglio’, a essa è riservato il grosso di questa nota di commento. D’altra parte, la conclusione alla quale arriveremo è abbastanza generale da poter essere riferita anche agli due settori citati nel titolo, dei quali, magari, avremo modo di occuparci in prossimi interventi.
Innanzi tutto, nel limite che ho detto, vale senz’altro la pena provare a restituire qualcosa del panorama che, pagina dopo pagina, si viene a formare sotto i nostri occhi.
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Fed e BCE nel vicolo cieco della politica monetaria
di Tomasz Konicz
Breve storia delle aporie della politica borghese di crisi nella fase di transizione dell'economia globale, dalla crisi pandemica alla crisi bellica
Dalla pandemia alla guerra: l'economia mondiale non ha più pace. Sul suo sito web, "Tagesschau" vede l'economia mondiale minacciata addirittura da «crisi multiple» [*1] Ma quando si tratta di parlare delle conseguenze economiche causate dalla rapida erosione del sistema capitalistico globale, quel che ora ci si pone è la questione di sapere se abbia un qualche senso parlare di crisi economica pandemica o di crisi economica bellica; o se piuttosto non sia invece più appropriato comprendere gli shock economici che si susseguono come delle fasi di quello che è un solo e unico processo di crisi sistemica. In ogni caso - nella sua ultima analisi dell'economia globale - la Banca Mondiale ha dovuto rivedere, in maniera significativa e al ribasso, le sue precedenti previsioni di crescita [*2]. Secondo le ultime previsioni, quest'anno l'economia globale dovrebbe crescere solo del 2,9%, mentre invece a gennaio, l'attesa per la Banca Mondiale, corrispondeva ancora al 4,1%. Se così fosse, ciò significherebbe arrivare quasi a dimezzare lo slancio economico globale, il quale, nel 2021, grazie alle gigantesche misure di stimolo economico finanziate dal debito di molti Stati, era arrivato a registrare un enorme aumento del 5,7%. Per molti Paesi in via di sviluppo ed emergenti, i quali possono arrivare ad avere stabilità sociale solo attraverso alti tassi di crescita, un tale rallentamento economico è già di per sé pericoloso, soprattutto se visto in un contesto di impennata dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, la Banca Mondiale ha messo in guardia a proposito del crescente rischio di un periodo prolungato di stagflazione, simile alla fase di crisi avuta negli anni '70, allorché la stagnazione economica veniva a essere accompagnata anche da un'inflazione a due cifre (a tal proposito si veda anche: "Ritorno alla stagflazione?" [*3]).
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L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo
recensione di Andrea Fumagalli
Dopo un lungo sonno, dovuto a decenni di stagnazione economica, a dinamiche assai contenute della domanda aggregata e a periodi di stringente moderazione salariale, l’inflazione ha rialzato la testa negli ultimi due anni e la sua analisi è ritornata al centro del dibattito economico-politico. Ne fa fede anche il recente libro collettaneo “L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo” con interventi di Giacomo Cucignatto, Lorenzo Esposito, Demostenes Floros, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini, Roberto Lampa, Gianmarco Oro, Stan De Spiegelaere, introduzione di Joseph Halevi, pubblicato dalle Edizioni Punto Rosso (2023, pp. 202, Euro 18)
Si tratta di un libro importante, se non altro perché ha il merito di fare chiarezza sul tema, con lo scopo di individuare quelle che sono oggi le cause dell’aumento dei prezzi, fuoriuscendo dalla retorica mainstream, secondo la quale l’inflazione è causata o da un eccesso di moneta o da un insopportabile aumento dei salari.
Il primo capitolo del libro, redatto da Roberto Lampa e Gianmarco Oro (“Una rilettura critica della teoria quantitativa della moneta”), discute della validità oggi della teoria quantitativa della moneta, che sta alla base della credenza (in quanto non suffragata da dati empirici, se non tramite un’illusione ottica[1]) che sia l’aumento della quantità di moneta a essere la causa principale dell’inflazione. Un aumento dell’offerta di moneta (politica monetaria espansiva o, come si dice oggi, quantitative easing) avrebbe lo scopo di sostenere la domanda aggregata e creare occupazione ma invece, essendo il libero mercato in grado di raggiungere un equilibrio ottimale senza alcun intervento discrezionale di supporto, si traduce solo in un aumento dei prezzi.
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Contro l’indipendenza anti-democratica delle banche centrali
di Enrico Grazzini
Una proposta di riforma costituzionale e civile
In questo articolo critico la presunta “indipendenza” delle banche centrali; inoltre critico il fatto che quasi sempre le banche centrali, nonostante la loro fondamentale importanza e il loro grande potere, non siano neppure previste dalle Costituzioni nazionali. Propongo dunque che la loro missione e i loro compiti siano fissati dalle Costituzioni democratiche. Le banche centrali non dovrebbero più essere “torri d’avorio” tecnocratiche, opache e avulse dalla società, organi in simbiosi di fatto con il sistema bancario privato. Propongo che il sistema monetario nel suo complesso venga radicalmente democratizzato e che sia gestito dalle organizzazioni plurali della Società Civile, e dunque non dallo Stato né dai mercati. Le Costituzioni democratiche dovrebbero prevedere la banca centrale come organo indipendente governato dalla Società Civile e dalle parti economiche interessate per gestire il bene comune della moneta. Le banche centrali dovrebbero aprirsi al pubblico sfruttando l’opportunità legata all’avvento ormai prossimo delle monete digitali di banca centrale, le Central Bank Digital Currencies.
Nel loro ruolo di monopoliste della moneta legale e di direzione della politica monetaria e bancaria le banche centrali sono al centro del capitalismo finanziario. Gli Stati hanno affidato alle banche centrali il monopolio di emissione di moneta legale; in cambio queste, nel corso della loro storia, hanno cessato di avere scopo di lucro, come invece avevano all’inizio in quanto possedute da finanzieri privati.
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Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

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Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto








































