Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

asimmetrie

La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool (che la conoscono già)

Sergio Cesaratto

corteiSpiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). È la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.

BOX 1 – Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.

 

Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. È solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene.

Print Friendly, PDF & Email

la citta futura

Le recessioni sono comuni, le depressioni rare

di Federico Giusti

Prendendo in prestito le parole dell’economista P. Krugman, spieghiamo come il blocco sociale che stava alla base del neokeynesismo è destinato a un drastico ridimensionamento e, con esso, verranno meno anche numerosi ammortizzatori sociali. Non si tratta di una profezia ma di leggere la realtà per quella che è, a partire dai decreti attuativi del Jobs Act

2b8ea1e633babc2d6659aba99f038fc6 LCon il pareggio di bilancio in Costituzione, il bilancio pubblico e il controllo dell'economia è stato trasferito dai parlamenti nazionali a organismi sovranazionali; da qui nasce la continua riduzione della spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l'aumento dei costi di servizi sanitari accessibili, peraltro ad un numero sempre piu' ristretto di potenziali utenti.

L'euro è stato lo strumento con cui l'Europa, a guida tedesca, ha costruito politiche neoliberiste di austerità, da una parte, e, dall'altra, di espansione dei capitali, evitando che i paesi piu' deboli usassero la leva della svalutazione della moneta nazionale per riconquistare competitività.

Di qui, non solo la supremazia tedesca ma anche la destinazione dei risparmi nazionali a solo vantaggio delle imprese, dunque non verso politiche di sostegno al reddito e alla domanda, nè di supporto al debito statale.

La sovraccumulazione di capitale non prende la strada del sostegno alle politiche del lavoro, anzi, l'ampliamento di alcuni ammortizzatori sociali è finanziato con la contrazione degli stessi in termini di durata, il che si ripercuote negativamente sulla forza lavoro delle imprese poco competitive e sancisce l’espulsione dal mercato del lavoro di una manodopera vicina alla pensione con ampio ricorso ai part time.

Print Friendly, PDF & Email

economiaepolitica

Il deficit spending della Renzinomics

di Giorgio Gattei, Antonino Iero

Francisco de Goya y Lucientes Duelo a garrotazos1. Matteo Renzi insiste a definire la sua politica economica “espansiva”, al contrario di quelle dei precedenti governi “tecnici” Monti e Letta, ma in che senso e soprattutto perché? Per capirlo serve una griglia interpretativa quale può essere data dai saldi settoriali della economia nazionale[1]:

(S – I) = (G + TR – T) + (X – M)

in cui sono posti in relazione esemplare i saldi del settore privato, del settore pubblico e del settore estero. Per coerenza, se mai a sinistra compare un disavanzo con gli investimenti che superano il risparmio (I > S), allora a destra occorrerà un avanzo di bilancio statale: T > (G + TR), ossia  la formazione di un risparmio pubblico, e/o un disavanzo commerciale (M > X), ossia l’indebitamento verso l’estero. Nel caso invece di (S > I), a destra ci dovrà essere un disavanzo pubblico: (G + TR) > T, che è la soluzione di deficit spending teorizzata da Keynes, e/o un avanzo delle esportazioni sulle importazioni (X > M), ossia la c.d. crescita export-led.

Consideriamo adesso, per gli anni più recenti, l’andamento di quei tre saldi per l’Italia (Istat, contabilità nazionale e conto trimestrale delle amministrazioni pubbliche, valori a prezzi correnti; il saldo del settore privato deriva dalla somma del saldo pubblico, cambiato di segno, con il saldo estero):

Print Friendly, PDF & Email

effimera

Economia italiana: le contraddizione del 2015

di Andrea Fumagalli e Roberto Romano

L economia italiana rallenta le principali conseguenze h partbL’anno 2015 si è chiuso tra le roboanti dichiarazioni del premier Renzi sul buono stato di salute dell’economia italiana. Non si perde occasione ed evento mondano (l’apertura di un nuovo tratto autostradale, la ristrutturazione di alcune domus a Pompei, la collocazione del titolo Ferrari in borsa a Milano, la conferenza stampa di fine d’anno…) per affermare che la ripresa economica è partita, che la disoccupazione è in calo e l’occupazione in crescita. Ma le cose stanno veramente così? L’economa italiana soffre di parecchie malattie strutturali:  la precarietà, l’assenza di managerialità nelle imprese, la scarsa propensione all’innovazione, la dipendenza dai poteri tecnologici e finanziari esteri, l’arretratezza del capitalismo familiare nostrano e del sistema di welfare. Eppure, nessuno di questi nodi viene affrontato. Non sarà con la retorica propagandista di governo che si riuscirà a venirne a capo.

* * * * *

Due notizie economiche di diversa fonte hanno caratterizzato gli ultimi giorni del 2015.

Il Center for Economics Business and Research (Gran Bretagna) ha affermato che l’Italia uscirà dall’élite dei Paesi industrializzati (G8) ().

Print Friendly, PDF & Email
orizzonte48

La grande tranvata

La vera Europa dei veri trasferimenti al tempo dell'Unione Bancaria

di Quarantotto

la pieta di superman1. Oggi ho comprato il FQ per leggermi l'articolo di Alberto Bagnai sul salvataggio delle ormai famose "4 banche". 

Con l'occasione, nello sfogliare, con un comprensibile filo di angoscia, le pagine del giornale, mi sono imbattuto in un articolo che rappresenta il complemento del pezzo di Alberto, in quanto prospetta lo scenario molto più ampio del nostro futuro all'interno dell'Unione bancaria. Cioè, ben al di là delle "4-banche-4".

Di questo scenario abbiamo ampiamente parlato qui e qui (almeno...).

L'articolo in questione, non casualmente, è di Marco Palombi (pag.5): un giornalista fra i meno versati nella tiritera autorazzista e moralista che tende a nascondere, in tutti i modi, le assolutamente prevalenti cause euro-necessitate dell'attuale (strisciante e innescata) crisi bancaria diffusa.

Questa, come è utile sempre ripetere, è determinata dalla contrazione ("distruzione montiana"), per via di politiche fiscali €uroimposte, della domanda interna, e dalle conseguenti insolvenze nell'economia "reale",effettivamente alla base dell'attuale prospettiva di crisi sistemica bancaria, da sanare, appunto, con il bail-in (a carico nostro).

 

2. L'articolo di Palombi è "eloquente" perchè, in essenza, si limita a riportare (criticamente) alcuni significativi passaggi dell'audizione di Carmelo Barbagallo alla commissione finanze della Camera, svoltasi lo scorso 9 dicembre.

Print Friendly, PDF & Email
gustavopiga

Investimenti e Frugalità

Il Paese al bivio tra sviluppo e declino

di Gustavo Piga

2bff317a a98a 431e 8f09 b89f4bdb1159 largeDei dati Istat recentemente pubblicati due cose da ricordare: 1) la crisi nazionale crescente, dimostrata dal fatto che il PIL dell’area euro cresce del doppio del nostro, 1,6% contro lo 0,8%, e 2) la più forte delle determinanti di questo nostro ritardo: gli investimenti delle nostre imprese, cha calano ancora, dello 0,4%.

***

Perché le nostre imprese non investono più, è evidente, è una combinazione perversa dei due mali che ci affliggono: il pessimismo endemico dovuto alla carenza di domanda interna nel Paese, causato dall’austerità europea imposta all’Italia, e la mancanza di riforme nella Pubblica Amministrazione. Il primo porta le imprese a non sostenere scommesse di investimento visto che sono costi certi da sostenere oggi a fronte di ricavi futuri altamente incerti per carenza di clienti potenziali; la seconda rende costosissimo operare in Italia e fa prediligere la stasi in attesa di tempi migliori o la delocalizzazione.

A questa carenza di investimenti privati ovviamente si aggiunge quella di investimenti pubblici. Anch’essa causata dall’austerità europea, ovviamente, con le sue restrizioni a perseverare nei tagli di spesa pubblica. Ma anche dalla carenza di riforme nella P.A., che porta l’Europa a non credere che eventuali investimenti pubblici in Italia genererebbero vera produzione, ma piuttosto fantomatiche cattedrali nel deserto.

Print Friendly, PDF & Email
manifesto bologna

Legge di stabilità: i soldi che ci sono e non ci sono, dipende dagli obiettivi

di Roberta Fantozzi

renzi padoan 640Continuano le operazioni di propaganda e manipolazione del governo sulla Legge di Stabilità. Ma la Legge di stabilità per il 2016 è un inno al neoliberismo: prodiga verso le imprese e i ceti abbienti, a cui destina una gran quantità di risorse in tutti i modi possibili, mentre accelera la distruzione di ogni comparto e funzione pubblica con l’eccezione della spesa militare, favorisce l’evasione fiscale, e non dà che qualche mancia per la condizione di disagio sociale dei più deboli.

 

1. Il rapporto con i vincoli europei: l’austerità “flessibile” e il neoliberismo

La comunicazione pubblica del governo è tutta centrata alla descrizione di una manovra che finalmente dà e non toglie. Una manovra espansiva con cui si cerca di accreditare anche l’immagine di un premier che mette in discussione le politiche europee. Non è così. Come viene riaffermato in ogni documento, il governo si muove “nel pieno rispetto delle regole di bilancio adottate dall’Unione Europea”. Nessuna vertenza viene aperta per modificare il quadro delle politiche di austerità, i vincoli su deficit e debito del Fiscal Compact.

Il governo sfrutta invece, concentrandoli nel 2016, i margini di manovra concessi dalla cosiddetta “austerità flessibile”, cioè dalla possibilità di spostare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla UE.

Print Friendly, PDF & Email
economiaepolitica

Affinità e divergenze con il professor Boeri

di Francesco Macheda*

inps 755x515 640x437Pochi giorni dopo la presentazione della Legge di Stabilità alla fine di ottobre di quest’anno, il presidente dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) Tito Boeri ha tuonato che sarebbe stato ‘importante’ con la manovra per il 2016 “fare l’ultima riforma delle pensioni”. Boeri ha ribadito che la riforma delle pensioni “è davvero molto importante farla, sono riforme che vanno fatte”, auspicando “che il 2016 sia l’anno in cui si andrà a un intervento organico, strutturale e definitivo sulle pensioni”. [i]

Forse i tempi ristretti imposti dalle telecamere hanno impedito a Boeri di illustrare i contenuti della riforma che ha in testa. Boeri non spiega quali meccanismi finanziari e solidaristici desidera vengano ristrutturati, non dice chi dovrebbe pagare chi, chi dovrebbe ricevere cosa, quanto, quando e come.

Fortunatamente, la storia accademica di Boeri, nonché la strategia gestionale adottata fin dal suo insediamento a capo dell’INPS, ci consentono di avanzare qualche considerazione relativa l’organicità dell’intervento strutturale che, nei proposti dell’economista bocconiano, dovrebbe ‘modernizzare’ il sistema pensionistico italiano una volta per tutte. La mia ipotesi è che le ‘strategie riformatrici’ del presidente dell’INPS siano volte all’ulteriore indebolimento del mondo del lavoro al fine di sacrificare i diritti previdenziali dei lavoratori del nostro paese sull’altare del mercato. Ciò è del tutto coerente alla sua impostazione teorica neoclassica-individualista in campo previdenziale.

A tal scopo, intreccerò l’orientamento normativo delle dichiarazioni e documenti redatti da Tito Boeri in qualità di presidente dell’INPS con la sua analisi accademica.

Print Friendly, PDF & Email
nel merito

Poste italiane: una decisione sbagliata

di Salvatore Biasco

mezzi ecologici poste italianeDopo giorni in cui abbiamo visto campeggiare sui giornali a tutta pagina “Il cambiamento siamo noi” Poste Italiane, è giunta alla quotazione. Il cambiamento (almeno parziale) è certamente quello della proprietà: lo Stato ha venduto ai privati circa il 35% della sua quota di possesso, finora totalitaria, (20% a investitori istituzionali), associandoli nella gestione. La prospettiva in cui questo si iscrive è, però, più nebulosa.

Occorre chiedersi in nome di quale strategia per il Paese ciò stia avvenendo e se non ricominci la stagione delle alienazioni del patrimonio pubblico per puro scopo di cassa. Non voglio entrare nella discussione generale sulle privatizzazioni - che poi tanto generale non è, perché abbiamo studi specifici sul loro esito in Italia (dal quarto volume sulla Storia dell’Iri, ai lavori puntuali di Massimo Florio, al giudizio della Corte dei Conti) – ma voglio fermarmi sulla specificità del patrimonio che ora viene sottoposto alla logica della Borsa.

Parto da una considerazione (ormai) inconsueta che prescinde per un momento dalle logiche aziendali. L’assetto attuale e l’evoluzione inevitabile (e annunciata) verso un azionariato di tipo public company, oppure di tipo Enel, fa perdere a Poste la vocazione come parte di uno spazio condiviso tra Stato e cittadini, che le è sempre appartenuto; quello spazio che è tra gli elementi della coesione sociale. Lo Stato italiano dalla sua formazione, era presente e identificato nel territorio con le Ferrovie, le Poste, la scuola elementare e i Carabinieri. E questo è entrato talmente nella coscienza popolare da aver radicato il convincimento che la presenza fisica dell’ufficio postale sia parte del servizio universale, quindi un diritto di cittadinanza (quando lo è di fatto solo la consegna della corrispondenza).

Print Friendly, PDF & Email
vincitori e vinti

Corte dei Conti boccia la legge di stabilità

"Manovra in deficit che lascia molti nodi irrisolti"

di Paolo Cardena

2013 02 corte dei conti 0Pare che la Corte dei Conti non sia particolarmente entusiasta (solo per usare un eufemismo) della Legge di Stabilità varata dal Governo qualche settimana fa.

E' quanto emerge dall'audizione al Senato del Presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, che ha ammonito il Parlamento sui rischi nascosti della manovra.

Nel segnalarvi che il documento completo potete leggerlo QUI, mi limito ad evidenziarvi alcuni passaggi significativi dell'audizione al Senato:

Nella valutazione del disegno di legge di stabilità, che dà attuazione alla programmazione economico-finanziaria esposta nella Nota di aggiornamento del Def, non si può prescindere dal quadro di incertezza che caratterizza l'economia internazionale. Esso è destinato a riverberarsi, nell’orizzonte della previsione, su un’economia italiana la cui ripresa, dopo una così lunga fase recessiva, è per ora basata su dati incoraggianti ma non univoci. Il rallentamento dell’area dei paesi emergenti, che ha sostenuto la domanda mondiale nel lungo periodo di contrazione dell’economia europea, costituisce, infatti, un rischio evidente per il consolidamento della ripresa in corso. Il rischio di deflazione e di interruzione della ripresa in atto, con le relative implicazioni per la sostenibilità del debito, è, del resto, ben presente nel dibattito di politica economica e argomento di attenzione da parte delle Istituzioni europee, come confermato dalle valutazioni espresse, proprio in questi giorni, dal Governatore della Banca centrale europea: nel rilevare come l’inflazione europea resti al di sotto del target prefissato, è stata annunciata l’intenzione di ricorrere già nel breve termine all’utilizzo di ulteriori strumenti di espansione monetaria.

Print Friendly, PDF & Email
nuvole

Lo stato innovatore di Mariana Mazzucato

Francesco Scacciati

elinga cPenso che la prima cosa che si debba dire in una recensione di un libro è se è bello o brutto. Questo è bello e interessante. Ha un unico difetto, del quale dirò subito, per poi concentrarmi sui molti pregi. Per ammissione della stessa autrice, si tratta di una versione allungata di un rapporto scritto per un think tank a servizio del governo britannico nel 2011… e si vede. Alcuni argomenti sono ripetuti più e più volte (al limite dell’ossessività, tanto da far pensare che l’autrice ritenga i suoi lettori un po’ duri di comprendonio), altri, pur interessanti, c’entrano relativamente poco con la tesi del libro. Sì, perché è un libro a tesi, ma questo non è un difetto, se la tesi è valida e ben argomentata.

La tesi che Mariana Mazzucato vuole dimostrare è che lo Stato può, e deve, assumere il ruolo di guida nell’innovazione tecnica e conoscitiva, assumendo di conseguenza un analogo ruolo per la crescita economica, nel quadro della teoria distruttiva-creativa di Schumpeter. “Può” perché lo ha fatto molto spesso nel recente passato. “Deve” perché il mercato, le imprese private e i venture capitals non sono in grado per la loro stessa natura di farlo. Corollario di tale tesi è che lo Stato avrebbe tutto il diritto di appropriarsi di parte dei profitti che questo suo ruolo genera, per finanziare nuove ricerche e per coprire i costi di ricerche che non hanno portato a risultati positivi. Ma ciò non avviene, in quanto i capitali privati (soprattutto i venture capitals) si appropriano dei risultati della ricerca di base[1] i cui rischi di fallimento sono già stati socializzati tramite la spesa pubblica per ricerca e sviluppo (R&S), privatizzandone i profitti. Si tratta di un vero e proprio free-riding: da un lato l’orizzonte temporale dei venture capitals raramente supera i 5 anni (ma di solito è tra i 3 e i 5), dopodiché c’è il realizzo, tramite cessioni o fusioni; dall’altro le imprese più grosse, che hanno avuto successo grazie all’applicazione delle tecnologie frutto delle ricerche pubbliche, spesso riacquistano le proprie azioni rafforzando il valore del titolo, a tutto beneficio di manager e alti dirigenti, che godono di stock-options. E’ un meccanismo che non crea valore aggiunto ma rende più facile “spremere” il valore aggiunto creato dalla ricerca finanziata dal settore pubblico.

Print Friendly, PDF & Email
sollevazione2

Legge di stabilità 2016: liberismo in salsa berlusconiana

di Leonardo Mazzei

Una finanziaria berlusconiana e di classe. Tutto per il consenso, nulla per uscire dalla crisi

imprese 2015 08 partita iva bigChiariamo subito una cosa: la manovra reale contenuta nella Legge di Stabilità varata dal governo nei giorni scorsi non è di 27, bensì di circa 10 miliardi (mld). Per l'esattezza 9,8 sul lato delle uscite ed 11,9 su quello delle entrate (ma di questi, 2 miliardi e mezzo sono solo entrate una tantum). Quello di gonfiare i numeri per gonfiarsi il petto è un antico vizietto del prestigiatore di Palazzo Chigi. Fece così anche lo scorso anno, parlando di una manovra da 36 mld, quando invece i numeri reali si fermavano a 16 (leggi QUI). Considerata dal punto di vista macro-economico, quella del duo Renzi-Padoan è in definitiva una manovricchia. Ma naturalmente anche 10 mld sono una cifretta di tutto rispetto. Ed il posizionamento delle varie voci in entrata ed in uscita illustra assai bene la natura della seconda Legge di Stabilità di questo governo: una finanziaria berlusconiana e di classe, con molte misure tese alla costruzione del consenso e nulla di concreto per uscire dalla crisi.

Ma, ormai da anni, la finanziaria non si scrive solo a Roma ma anche a Bruxelles. Bisogna dunque chiedersi come la manovra appena varata nella capitale italiana vada ad incastrarsi nelle compatibilità stabilite dagli eurocrati residenti in quella belga. Questione non burocratica, bensì  tutta politica, dato che riguarda da vicino le stesse prospettive dell'Unione Europea.

Print Friendly, PDF & Email
euronomade

Tasse e welfare, lo scambio ineguale

di Marco Bascetta

tasse fisco 2013Alla vigi­lia di ogni legge di sta­bi­lità il dibat­tito sulla pres­sione fiscale ritrova un suo asfit­tico momento di vita. Dif­fi­cil­mente si spinge però oltre una mate­ria buona per dema­go­ghi e com­mer­cia­li­sti. Un pen­siero forte sulla fisca­lità sem­bra fermo da decenni e, soprat­tutto, sal­da­mente anco­rato a una destra che sa bene quello che vuole. Gli si oppone da sini­stra, con spi­rito egua­li­ta­rio e scarso ascolto poli­tico, la denun­cia della «regres­si­vità» del sistema fiscale e la pro­po­sta di un suo rivo­lu­zio­na­mento por­tate avanti da Lan­dais, Piketty e Saez1.

Sul fronte oppo­sto, per quanto dete­sta­bili, i nipo­tini di Hayek, hanno saputo dimo­strare un certo rigore e inse­diarsi sta­bil­mente nell’orientamento di poli­ti­che gover­na­tive impe­gnate nella com­pe­ti­zione per la migliore offerta di van­taggi fiscali. Il loro totem, la cele­bre «curva di Laf­fer» nella quale si dimo­stra che oltre un certo limite di impo­si­zione fiscale il get­tito decre­sce per­ché decre­sce­rebbe l’imponibile più rapi­da­mente dell’aumento dell’imposta, sta ancora in piedi, sia pure in virtù di bru­tali rap­porti di forza. Anche se l’ipotesi para­dos­sale da cui muove, secondo cui una impo­si­zione del 100% cor­ri­spon­de­rebbe alla disin­cen­ti­va­zione di qual­siasi atti­vità è banal­mente incon­tro­ver­ti­bile, almeno in una eco­no­mia di mercato.

Da qui discende, per vie non pro­prio lim­pide, l’avversione per qual­si­vo­glia pro­gres­si­vità fiscale, la difesa dei patri­moni e delle ren­dite, il dirot­ta­mento dell’imposizione verso i con­sumi, il con­cetto che il wel­fare se lo devono pagare soprat­tutto quelli che ne usu­frui­scono (e dun­que non i più ricchi).

Insomma la destra, sul fisco, ha le idee assai chiare.

Print Friendly, PDF & Email
micromega

Renzi, la disoccupazione giovanile e il sindacato

di Guglielmo Forges Davanzati

Date una pensione a Renzi e Poletti 620x372Il tasso di disoccupazione giovanile, che riguarda individui di età compresa fra i 15 e i 24 anni, ha raggiunto, nell’ultima rilevazione ISTAT di giugno, il 44,2%, in aumento di 1,9% rispetto al mese precedente, raggiungendo il livello più alto dal primo anno di stima (il 1977). La rilevazione esclude i giovani inattivi, ovvero coloro che non cercano lavoro. L’ISTAT rileva che nell’ultimo anno, il tasso di disoccupazione complessivo è aumentato di 0.3 punti percentuali.

A ben vedere, l’attuazione di politiche di contrasto alla drammatica crescita della disoccupazione giovanile, in particolare nel Mezzogiorno, non sembra essere oggi fra le priorità di questo Governo. La propaganda governativa è prevalentemente concentrata nel vantare il merito di aver contribuito, tramite il Jobs Act, alla trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato. Ma anche se ciò è accaduto, si fa riferimento a lavoratori già occupati e, dunque, prevalentemente adulti. Molti commentatori fanno osservare che la trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato è semmai da imputare agli sgravi fiscali attribuiti alle imprese, non alla “riforma” in quanto tale. E, seguendo questa interpretazione, è prevedibile che alla scadenza del periodo durante il quale le imprese potranno godere di decontribuzioni, molti contratti verranno ri-trasformati in contratti a tempo determinato. Ma soprattutto la propaganda governativa è impegnata in una tenace battaglia volta a dipingere il sindacato come una forza reazionaria, la cui azione frena la crescita.

L’aumento della disoccupazione giovanile è imputabile al fatto che, come registrato da Banca d’Italia, fin dal 2010, la riduzione dell’occupazione si è manifestata più sotto forma di riduzione delle assunzioni che di aumento dei licenziamenti.

Print Friendly, PDF & Email
orizzonte48

Scenario d'estate

Il moloch neoliberista globalizzato alle corde (ma da solo sul ring)

di Quarantotto

1353148 29056857 2560 14401. L'approccio analitico, che ci fa affrontare un tema alla volta, pur cercando di evidenziarne le connessioni generali e specifiche, può essere talvolta fuorviante.

Proviamo allora a cogliere fenomenologicamente, per flash(es) essenziali lo scenario.

Questo approccio ci consente di meglio cogliere sia la tendenza "unificante" sia il livello di bis-linguaggio che domina l'informazione nel "blocco occidentale" (se pure questa definizione ha ancora un senso) e, soprattutto, in modo sempre più tragicomico, in Italia.

 

2. La prima cosa che risalta, sul piano globale, è che, da un lato, tutti si agitano sulla crisi dei BRICS, le vecchie locomotive post crisi sub-prime, che avrebbero tenuto a galla il mondo con la loro crescita e con l'afflusso di capitali (ora, al 50% già rifluiti verso un dollaro sempre più forte); ma, dall'altro, non si rinuncia a discutere della (altrettanto tragicomica) pantomima del rialzo dei tassi da parte della Fed.

Sul primo punto: è abbastanza evidente, ormai, dopo 7 anni di mancata uscita dell'eurozona dalla recessione e dalla stagnazione, per manifesta "austerità credibile", cioè "espansiva" (dei debiti pubblici), che non è il mondo emergente, i BRICS,  caratterizzati dall'essere esportatori (inter alios) di materie prime e di manufatti da fabbriche "delocalizzate", a tirare giù l'€uropa. E' vero piuttosto il contrario.