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Fu l’austerità a facilitare l’ascesa dei Nazisti al potere

Lo dimostra uno studio di Vox

di Dylan Matthews

Come riportato da Vox, secondo un recente studio di storici dell’economia esiste una correlazione statistica forte e diretta tra le misure di austerità di Bruning tra il 1930 e 1932 in Germania e l’ascesa al potere del nazismo. L’austerità aiuta colmare le lacune delle tesi classiche sull’affermazione del nazismo, anche se, a detta degli stessi autori, non fu certamente l’unica causa. Questo studio rappresenta comunque un avvertimento per la situazione  attuale dell’eurozona:  a parità di condizioni, l’austerità favorisce il successo di politiche radicali di destra

Neoliberals criminalsMigliaia di storici, economisti, sociologi e altri ricercatori hanno trascorso più di 80 anni cercando di dare un senso all’improvvisa ascesa al potere del partito nazista.

La spiegazione standard è che gli elettori tedeschi si riversarono sul partito nel 1932 e nel 1933 in risposta alle sofferenze della Grande Depressione, alla quale i partiti convenzionali non riuscirono a porre fine. Ma altri hanno cercato di spiegare il colpo di stato di Hitler, in tutto o in parte, facendo riferimento all’ossessione della cultura tedesca per l’ordine e l’autorità, a secoli di virulento antisemitismo tedesco e alla popolarità delle associazioni locali come quelle dei veterani, i circoli di scacchi e di canto corale che i nazisti usarono per facilitare il reclutamento.

Un nuovo articolo di un gruppo di storici dell’economia si concentra su un altro colpevole: l’austerità, e in particolare il pacchetto di duri tagli alle spese e di aumenti delle tasse che il cancelliere conservatore tedesco Heinrich Brüning promulgò tra il 1930 e il 1932.

Nel documento, pubblicato dall’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica, Gregori Galofré-Vilà dell’Università Bocconi, Christopher M. Meissner della UC Davis, Martin McKee della London School of Hygiene & Tropical Medicine e David Stuckler della Bocconi chiariscono come essi non ritengano che l’austerità possa spiegare tutto. È un fattore in mezzo a molti altri. Ma pensano che l’austerità aiuti a colmare le lacune della narrazione tradizionale sull’ascesa dei nazisti incentrata sulla Grande Depressione.

C’è un vuoto da colmare nella classica tesi secondo cui la Grande Depressione spiega l’ascesa del nazismo: anche molti altri paesi hanno sofferto durante la Depressione, senza sprofondare in dittature totalitarie.

Durante gli anni ’20 non vi erano differenze sostanziali nell’andamento dell’economia  delle nazioni che, a metà degli anni ’30, erano regimi democratici o dittature“, osservano gli autori. “La profondità della depressione in Germania fu solo leggermente maggiore rispetto a quanto accadde in Francia o nei Paesi Bassi, mentre in Austria (e in altre nazioni dell’Europa orientale) e negli Stati Uniti fu anche peggiore “. Tra questi paesi, anche l’Austria vide  l’ascesa al potere di una dittatura di estrema destra, sotto Engelbert Dollfuss, nel 1932. Ma la Francia, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti non videro andare al governo partiti di estrema destra.

Anche il fatto che i disoccupati non erano particolarmente propensi a votare per i nazisti  risulta problematico ai fini di una spiegazione economica più semplicistica. Gli autori citano valanghe di ricerche che dimostrano che i disoccupati erano più propensi a votare per i comunisti o i socialdemocratici. “Non è che Hitler non abbia cercato di appellarsi alle masse di disoccupati”, notano, “anzi il Partito Comunista era percepito come il partito che tradizionalmente rappresentava gli interessi dei lavoratori“.

Un fattore squisitamente tedesco che potrebbe aiutare a spiegare l’ascesa dei nazisti sono le dure riparazioni di guerra, pari al 260% del PIL della Germania nel 1913, che i vincitori della Prima Guerra Mondiale imposero col Trattato di Versailles. Già nel 1920, John Maynard Keynes avvertiva che la sofferenza economica causata dal costringere la Germania a pagare quel debito poteva portare all’ascesa di una dittatura.

Ma gli autori osservano che il debito della Germania per lo più non fu ripagato; il Presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover annunciò una moratoria sui pagamenti nel 1931, che infine furono sospesi dagli Alleati alla Conferenza di Losanna nel 1932. Gli autori non rigettano l’idea che le riparazioni abbiano avuto un ruolo, in particolare dopo che Brüning, nel suo ruolo di cancelliere, denunciò pubblicamente il sistema delle riparazioni nel 1931, cosa che indusse i mercati internazionali dei capitali a temere che la Germania non avrebbe rimborsato i suoi debiti, e rese più difficile per il paese l’accesso al credito. Gli autori semplicemente non pensano che le riparazioni, e la stessa Grande Depressione, siano spiegazioni sufficienti.

È qui che entra in gioco l’austerità. La portata dei tagli che Brüning attuò dal 1930 al 1932 è davvero sbalorditiva. Gli autori stimano che tra il 1930 e il 1932 Brüning tagliò le spese del governo tedesco di circa il 15%, al netto dell’inflazione. Alzò le imposte sul reddito in media del 10% per i percettori di redditi più alti e tagliò le indennità di disoccupazione, le pensioni e le prestazioni sociali.

Le conseguenze economiche furono terribili. Il PIL diminuì del 15%, così come le entrate del governo. La disoccupazione aumentò dal 22,7% al 43,8%. Brüning divenne famoso come il “Cancelliere della fame”.

Sebbene la Germania non sia stata l’unico paese colpito dalla Depressione, è stato l’unico grande paese ad attuare misure di austerità prolungate e profonde“, scrivono gli autori. La Gran Bretagna, al contrario, durante questo periodo in realtà aumentò la spesa pubblica.

Galofré-Vilà, Meissner, McKee e Stuckler non sono certo i primi a collegare le sofferenze causate dall’austerità all’ascesa dei nazisti, ma sono tra i pochi ad aver provato a quantificarne l’effetto. Per prima cosa stimano il livello di austerità in ogni stato e distretto tedesco utilizzando l’aliquota fiscale media di ciascuna area locale. Mentre il governo di Brüning aumentava le imposte sul reddito a livello generale, la maggior parte delle imposte sul reddito erano locali, quindi gli aumenti delle tasse federali provocarono inasprimenti fiscali di dimensioni differenti in aree differenti. E, secondo gli autori, le aree che hanno visto gli aumenti più consistenti nelle aliquote fiscali medie hanno anche registrato la maggior quota di voti al partito nazista nelle elezioni del luglio 1932, del novembre 1932 e del marzo del 1933.

Gli autori trovano risultati simili anche se si considera l’austerità dal punto di vista dei tagli alla spesa pubblica statale e locale, oppure combinando sia i tagli alla spesa che le variazioni nelle aliquote fiscali o salariali. “Indipendentemente da come misuriamo l’austerità, la stima del nesso tra l’austerità e il voto ai nazisti è positiva e statisticamente significativa nella maggior parte dei modelli, considerando le diverse elezioni tra il 1930 e il 1933“, concludono.

Secondo le stime, un aumento dell’1% dei tagli alla spesa è associato a un aumento di 1,825 punti percentuali nella quota parte di voti andati ai nazisti. I risultati sono ancora più robusti se si considerano solo i tagli alle pensioni elargite dalle municipalità locali, al sostegno alla disoccupazione e all’assistenza sanitaria e reggono anche se si usa come variabile dipendente l’appartenenza al partito nazista, piuttosto che la quota parte di voto ai nazisti.

Al limite massimo di questi valori percentuali“, scrivono gli autori, “è plausibile sostenere che i nazisti non sarebbero mai riusciti a prendere il potere nel marzo 1933, dal momento che ciò avrebbe richiesto ai partner della coalizione di arrivare all’11% dei voti“. In realtà, dopo le elezioni di marzo (durante le quali Hitler era già Cancelliere) i nazisti mantennero la loro coalizione con il Partito Popolare Nazionale Tedesco (Deutschnationale Volkspartei, o DNVP), che controllava circa l’8% dei voti nel Reichstag.

La differenza tra l’8% e l’11% necessario per avere la maggioranza nel Reichstag potrebbe non sembrare molto grande. E, certamente, è possibile che Hitler sarebbe stato in grado di mantenere il cancellierato anche se avesse avuto un numero leggermente inferiore di seggi al Reichstag. La sua ascesa al potere non fu puramente elettorale: l’elezione del 1933 fu caratterizzata da diffuse intimidazioni violente da parte delle milizie naziste, rivolte in particolare ai socialdemocratici e ai comunisti.

Al momento dell’elezione, il Presidente tedesco Paul von Hindenburg aveva già emanato il “decreto dell’incendio del Reichstag“, dando a Hitler vasti poteri per sopprimere il dissenso. Alla fine Hitler avrebbe usato quei poteri per arrestare tutti i comunisti e alcuni membri socialdemocratici del Reichstag, permettendo, dopo poche settimane dalle elezioni, l’approvazione del “decreto dei pieni poteri” e lo sprofondamento totale della Germania nella dittatura. Forse Hitler avrebbe potuto usare gli stessi poteri per prendere il controllo dello stato tedesco anche con meno voti.

Ma i risultati sono nondimeno un promemoria di quanto fosse traballante la coalizione parlamentare di Hitler, e di come un’oscillazione di pochi punti percentuali nel voto avrebbe potuto minacciare di porre fine al suo mandato di cancelliere a meno di due mesi dal suo inizio.

Quindi perché furono i nazisti, piuttosto che i comunisti o i socialdemocratici, a beneficiare del fervore anti-austerità? Bene, per prima cosa, i socialdemocratici erano l’alleato di minoranza del Partito di Centro di Brüning nella coalizione di governo, e di conseguenza furono puniti per le sofferenze dell’austerità. I comunisti raccolsero molti voti, in particolare tra i disoccupati e le classi lavoratrici, nello stesso periodo in cui i nazisti stavano crescendo.

Sebbene gli autori non diano una risposta definitiva, notano che i nazisti proponevano una piattaforma anti-austerità, complementare ai loro temi ipernazionalisti e antisemitici. Promisero agevolazioni fiscali, per “mantenere il sistema di previdenza sociale”, per assicurare “una generosa espansione del sostegno agli anziani” e per espandere gli investimenti nelle rete stradale.

Ciò non scatenò il sostegno ai nazisti tra i disoccupati e le classi inferiori, che invece si riversarono sui comunisti. Ma ebbe risonanza, scrivono gli autori, “tra le classi medio-alte che, pur nella profondità della Depressione (ovvero, dopo aver tenuto sotto controllo i livelli di produzione e occupazione) avevano ancora qualcosa da perdere.” Inoltre, questi segmenti di classe media avrebbero potuto risentire del fatto che dopo l’austerità le prestazioni sociali ai poveri e ai disoccupati venissero ancora drasticamente ridotte. Anche le classi medie e alte stavano soffrendo, senza molto sostegno da parte del governo. I nazisti promisero loro di cambiare tutto questo.

Come chiarisce lo studio, l’austerità è un fattore tra i molti e non è la causa principale dell’ondata di sostegno ai nazisti. Le grandezze delle stime degli autori non sono così alte. E generalizzando a partire dal caso tedesco, il consenso per i movimenti radicali di destra al giorno d’oggi a volte nasce da una profonda austerità, ma a volte no. La depressione in Grecia e i duri pacchetti di austerità hanno aiutato l’ascesa del partito apertamente neo-nazista Alba Dorata, mentre la Spagna, che pure ha sofferto di austerità per anni, non ha avuto attività di estrema destra di cui parlare.

Intanto, gli Stati Uniti sono l’unico grande paese occidentale degli ultimi dieci anni ad avere un capo di governo populista di destra, un capo di governo eletto a seguito di misure di austerità come il sequestro la restituzione dei tagli fiscali di Bush che erano, in prospettiva internazionale, piuttosto miti.

Ma il documento è comunque un avvertimento che l’austerità potrebbe, a parità di condizioni, rendere più facile il successo di una politica radicale di destra. Potrebbe non essere una condizione sufficiente o addirittura necessaria. Eppure è un fattore che vale la pena esaminare più attentamente.

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