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senso comune

La secessione dei ricchi e la questione nazionale

di Raffaele Cimmino

07 01 2019 01 1 1122x561 1Il 15 febbraio prossimo rappresenta la dead line oltre la quale, se le cose andassero come auspicano i governatori di tre regioni – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – ci sarà il voto al Senato, a favore o contro ma senza possibilità di emendamenti, sul regionalismo differenziato. Si tratta di un percorso iniziato coi i referendum consultivi sull’autonomia svoltisi in Lombardia e Veneto il 22 ottobre 2017. Le due consultazioni sull’attribuzione di condizioni particolari di autonomia con l’attribuzione delle risorse necessarie hanno avuto esito positivo. L’Assemblea regionale dell’Emilia Romagina, il 3 ottobre 2017, ha invece approvato una risoluzione per l’avvio del procedimento finalizzato alla sottoscrizione dell’intesa con il Governo richiesta dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

Il regionalismo differenziato è arrivato al traguardo con il governo Conte ma è una pratica istruita dal governo Gentiloni, che, pochi giorni prima delle elezioni del 4 marzo, tramite il sottosegretario Gianclaudio Bressa, ha sottoscritto una preintesa con ognuna delle tre regioni. Largamente simili, questi accordi prevedono all’art. 2 una durata decennale. Saranno immodificabili per dieci anni se non vi sarà il consenso a modificarli della regione interessata.

La devoluzione alle regioni riguarda le 23 materie previste dal terzo comma dell’art. 117, tra cui: politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali e con l’Unione Europea.Le preintese stabiliscono all’articolo 4 che le relative risorse andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione sulla base “di fabbisogni standard superando la spesa storica, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”. Stabiliscono anche, senza meglio specificare, che “Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, anche mediante forme di crediti d’imposta, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese”.

Nella nuova legislatura, il “contratto di governo”, cioè l’accordo tra Lega Nord e Movimento 5 Stelle, stabilisce che il regionalismo differenziato sia una questione prioritaria del programma di governo e che vengano attribuite a tutte le regioni che lo chiedono le competenze e le risorse necessarie. La delega per la materia è stata conferita alla Ministra Erika Stefani della Lega Nord. Il Consiglio dei Ministri tenutosi lo scorso 21 dicembre ha annunciato la firme delle Intese, da sottoporre successivamente al voto parlamentare a partire dal 15 febbraio.

Il regionalismo differenziato è stato imposto dunque a tambur battente come tra i progetti principali dell’azione di governo ed è argomento privilegiato dell’azione politica della Lega. La propaganda è stata però astutamente demandata ai livelli territoriali probabilmente per non danneggiare la nuova immagine di partito nazionale che Salvini sta abilmente costruendo. La Lega ha sfruttato la sua maggiore forza politica rispetto al M5S, tra cui pure parrebbero esserci non poche perplessità sul progetto di autonomia, per imporla al governo come priorità. Non è secondario che sul tema si registri già una larga egemonia culturale dei leghisti, come dimostra il fatto che il presidente dell’Emilia, Bonaccini, esponente di punta del Pd, pur senza ricorrere al referendum come Veneto e Lombardia, sia di fatto sulle stesse posizioni dei suoi omologhi leghisti.

Si è trattato di un’operazione politica che, sia pure sorretta dal precedente dei referendum, è avanzata nel silenzio felpato dei palazzi. Solo da qualche mese per la meritoria opera di sensibilizzazione iniziata da Granfranco Viesti, da Massimo Villone e pochi altri il tema inizia a registrare un qualche interesse nel dibattito pubblico. Si è arrivati così a costituire, su iniziativa di Piero Bevilacqua, un Osservatorio sul Sud per monitorare il percorso della controriforma leghista e denunciare i danni, molti e profondi, che possono derivarne al Mezzogiorno.

Il cuore della campagna dei presidenti delle tre regioni è la restituzione delle risorse generate dal territorio.Il termine tecnico utilizzato è quello di “residuo fiscale”, cioè il risultante dalla differenza tra il complesso delle entrate erariali del territorio regionale e il totale delle spese erogate nella stessa regione che sarebbe “espropriato” per essere distribuito nel resto del paese. Si tratta di una grossolana falsificazione della realtà, perché i residui fiscali regionali altro non sono che l’avanzo primario regionalizzato che poco o nulla ha a che fare con il territorio, essendo il risultato in regime di imposta progressivo del processo perequativo, competenza esclusiva dello Stato, tra contribuenti ricchi e poveri, residenti e non nello stesso territorio.

La Svimez ha chiarito la questione con uno studio (1) che analizza i residui fiscali a livello delle singole regioni e per fasce di reddito. Risulta che ogni regione ha al suo interno una quota di popolazione che in misura diversa, «dona» e «riceve». In concreto, grazie all’azione perequativa dello Stato, i ricchi della Lombardia garantiscono i diritti dei cittadini delle fasce di cittadini con reddito più basso della propria regione così come fanno i cittadini di altre regioni, nel caso specifico oltre il 66% del residuo dei ricchi é destinato a questo “scopo domestico”. Allo stesso modo, ovviamente in misura diversa, i ricchi della Campania garantiscono le fasce più deboli della propria o di altre Regioni. Esiste quindi una redistribuzione tra cittadini grazie al fatto che lo Stato raccoglie le imposte erariali, il cui gettito è più consistente nel Centro-Nord per effetto dei divari di reddito e della progressività del sistema fiscale.

La stessa Svimez peraltro chiede da anni di agire sulla componente della spesa dei residui fiscali, applicando i principi e i criteri generali previsti nella legge 42/2009, finora mai attuati, sull’attribuzione delle risorse in regime di costi standard superando il criterio della spesa storica. A questo criterio si riferiscono invece non tanto velatamente i presidenti di alcune regioni peri quali obiettivo dell’autonomia rafforzata è quello di ottenere la “restituzione ai territori” di risorse cospicue che sarebbero state loro sottratte indebitamente (Svimez 2018).

Le risorse nazionali da trasferire per le nuove competenze saranno parametrate, dopo un primo anno di transizione, ai fabbisogni standard calcolati tenendo conto anche del gettito fiscale regionale; e fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi, il che significa variazioni solo in aumento. Il gettito fiscale non è stato sinora mai considerato nei complessi calcoli dei fabbisogni standard per i Comuni, collegati sempre e solo alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione. Rapportare il finanziamento dei servizi al gettito fiscale significa stabilire che i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani e le risorse maggiori dove maggiore è il reddito pro-capite (Viesti, 2019)

Quindi l’autonomia differenziata si sostanzierà nel trattenimento delle proprie risorse da parte dei territori più ricchi. Le regioni gestiranno autonomamente, tra le altre materie, la sanità, l’istruzione e l’organizzazione della giustizia onoraria – settori la cui uniformità sul territorio nazionale è garantita dalla Costituzione. L’obiettivo è di arrivare alla definizione di fabbisogni standard a quote più alte rispetto a quelle ipoteticamente nazionali con in più un bonus per le aree ricche, mentre al Sud toccherà nel migliore dei casi accontentarsi del 45,8% del fondo perequativo che oggi viene applicato ai comuni meridionali in violazione alla legge ma nel silenzio generale.

Qualche timida proposta più che opporsi direttamente al regionalismo differenziato caldeggia la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) nei diritti civili e sociali che la Costituzione prevede siano uniformi su tutto il territorio nazionale. La determinazione dei Lep è assicurata con anche nella legge 42/2009, cosiddetta legge Calderoli, attuativa del federalismo fiscale. Tuttavia dal 2001, anno della riforma del titolo V della Costituzione che ha introdotto il federalismo fiscale, non è mai stata attuata. I Lep rivestono sicuramente un’importanza fondamentale per l’individuazione della spesa standard potendo prevenire la disparità nell’erogazione di servizi e godimento degli stessi diritti sul territorio nazionale. Difficile però che possa prodursi una svolta sui Lep, che di fatto inficerebbe la sostanza del regionalismo differenziato, una volta che questo diventi legge.

Insomma con questa riforma si cristallizza la disparità di risorse attribuite alle diverse regioni aggravando il divario tra Nord e Sud nei servizi e nel godimento dei diritti fondamentali. Si impedisce che vengano alzati i livelli di spesa attualmente assai al di sotto di quello che prevede la legge perché, come si è visto, per dieci anni almeno non potrà essere effettuata una ripartizione diversa se non c’è il consenso delle regioni coinvolte: cioè, di fatto, per sempre. Non ci vuole molto a capire che si tratta a tutti gli effetti di una “secessione dei ricchi”, come è stata efficacemente definita da Gianfranco Viesti (3). La conseguenza principale sarà quella di spaccare definitivamente il paese e soprattutto realizzare quello sbrego della Costituzione che è sempre stato nel dna politico della Lega Nord. Un partito che con la leadership di Salvini ha rimosso dalla sua denominazione il connotato geografico, avendo ambizioni di forza nazionale, ma ha conservato la forte impronta nordista aiutata dall’egemonia culturale della “questione settentrionale” che si è imposta soprattutto per la sua azione politica da un paio di decenni anche tra forze che della Lega dovrebbero essere i principali avversari, in primo luogo il Pd.

Non sorprende che, fallito in parte l’effetto sorpresa, la propaganda per la secessione mascherata venga esercitata con mezzi alquanto spicci. Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, di fronte alle argomentate tesi avanzate contro la proposta, non trova di meglio che dare dei cialtroni agli oppositori del progetto che ha evidentemente fretta di incassare. Più dialetticamente il presidente del Veneto, Zaia, consapevole del fatto che sia iniziata una mobilitazione di un certo peso contro l’autonomia differenziata, ha risvolto una lettera ai cittadini meridionali. “Rimango allibito da quanto sta accadendo», scrive Zaia, accennando a coloro che osteggiano il percorso verso una maggiore autonomia intrapreso da tre regioni del Nord. Il presidente della regione veneta constata che alcuni territori, quelli del Nord, sono economicamente decollati; quelli del Sud, non si sono invece mai affrancati, come sarebbe stato giusto e legittimo attendersi, visto il loro potenziale umano e ambientale. L’astuto Zaia argomenta che, poiché anche senza l’autonomia del Nord lo sviluppo del Sud è rimasto per decenni sulla carta non si vede perché il Mezzogiorno dovrebbe esserne danneggiato dal nuovo stato delle regioni del Nord. Non ricorda Zaia che il Sud si è sviluppato a ritmi superiori al suo Veneto nei decenni dell’intervento straordinario, e al contrario è indietreggiato quando questo è finito e quando le politiche di coesione territoriale si sono rivelate inadeguate quando non del tutto sbagliate, e le risorse per investimenti sono state destinate principalmente ai territori del Nord.

Il governatore del Veneto sostiene che il respingimento dell’autonomia è dovuto alla incapacità delle classi dirigenti meridionali di assumersi la propria responsabilità nell’uso delle risorse (quali quelle che sono costantemente diminuite e con l’autonomia non ci saranno più?). Utilizzando un luogo comune che contiene una parte di verità, Zaia banalizza una questione assai più complessa di come la presenta. Merita di essere citata letteralmente la chiusa di Zaia che nel suo ragionamento del tutto apodittico sfiora toni orwelliani: “Chi racconta nelle istituzioni, nelle piazze, in Parlamento, che l’autonomia è un baratro per il Mezzogiorno, dice qualcosa di contrario alla Costituzione vigente. Quei parlamentari e amministratori del Sud che si dicono fieramente contro l’autonomia, per coerenza dovrebbero chiarire qual è la loro idea di Costituzione e perché non si stanno attrezzando a scrivere nero su bianco una proposta di modifica della Carta costituzionale.”

Alla domanda di Zaia si può agevolmente rispondere che l’idea di Costituzione di quelli che si oppongono all’autonomia è la Costituzione stessa, quella vigente, già modificata nel titolo V e dalla legge Calderoli. Quella che prevede con una norma di rango superiore alle altre, perché appunto di rango costituzionale, una perequazione effettiva delle prestazioni e delle risorse adeguate e non al 48,8%, e che prevede che vengano determinati i livelli essenziali di prestazione per i diritti sociali e civili. Questa è l’idea di Costituzione che i meridionali dovrebbero avere in mente quando si oppongono, ancora troppo flebilmente, a una secessione presentata come una grande opportunità. Ma, se come scriveva Orwell, la pace è guerra e la guerra è pace, allora la secessione dei ricchi è una grande opportunità per i meno ricchi.

Zaia utilizza la vulgata degli ultimi anni secondo cui la colpa della condizione in cui si trova il Mezzogiorno è dei suoi cittadini, che si ostinano a non capire, a non volere diventare come gli altri. Gli amministratori meridionali, tutti inetti e corrotti – e in alcuni casi questo è innegabile – opponendosi alla riforma difendono l’indifendibile. Ma il punto più elevato della modesta retorica di Zaia non riesce a spiegare come togliendo a chi ha di meno questi riuscirebbe non si sa come a stare meglio. Un dubbio che dovrebbe attanagliare anche quegli amministratori meridionali come il campano De Luca, il cui cincischiare imbarazzato non riesce a nascondere l’aspettativa di ritagliarsi qualche fetta di potere supplementare grazie al regionalismo asimmetrico.

E’ sempre più chiaro che solo attraverso una chiara e limpida battaglia politica contro questa secessione mascherata il Mezzogiorno potrà affrontare anche le sue contraddizioni e le sue criticità. Mentre chi vede con un certo fondamento in Salvini il pericolo di un logoramento e un arretramento della democrazia dovrebbe innanzitutto concentrare il fuoco dell’opposizione su questa controriforma che, se attuata come previsto nelle preintese, incrinerebbe la funzione dello Stato come rappresentante della collettività nazionale e invertirebbe il ruolo tra Stato e regioni, come se queste ultime diventassero effettive depositarie della sovranità nazionale e la Repubblica una inconsistente confederazione di Stati nazionali (Iannello, 2019).

Una ulteriore riflessione politica su questa controriforma va fatta in rapporto al ruolo politico della Lega e del suo leader ancora riguardo il tema della tenuta dell’unità nazionale. In questo senso aiuterebbe un giudizio sulla Lega mantenuto su un piano meno emotivo e più politico. Se infatti si guarda bene dietro la sagoma fanfaronesca di Salvini, si vede non solo il razzista, il propagandista grossolano o come qualcuno teme il prossimo leader fascista del paese, ma il terminale politico di un corposo blocco sociale, quello del Nord, già tributario di Berlusconi, che sostanzia interessi economici ed equilibri sociali consolidati. Interessi che sono subalterni al blocco franco-tedesco, a trazione germanica, nuovamente cementato dal recente trattato di Aquisgrana ma ad esso legati a filo doppio perché costituiscono il centro territoriale ed economico dell’Unione europea. Va considerato tra l’altro che proprio da questo deriva l’impossibilità per la Lega anche soltanto di immaginare una rottura con gli equilibri reali che reggono la Ue, come è stato reso palese dal conflitto che ha opposto il governo Conte alla commissione europea in occasione del varo della manovra finanziaria.

Se gli attuali equilibri europei si reggono intorno a settori delle borghesie nazionali dei paesi più forti e di una élite sovranazionale politicamente irresponsabile verso i popoli europei, ne consegue che bisogna affrontare la questione della crisi politica della UE alla radice. Non si sta forgiando nell’Unione una nuova stirpe di homo europeus né un super-stato che impedisce le guerre intraeuropee – a quello ci ha pensato finché è stato cogente il trattato di Yalta. Semmai una megamacchina di controllo sociale che è gestita a-democraticamente secondo i principi funzionalistici dell’ordoliberismo dal capitalismo europeo egemonizzato dalla Germania, la quale gode del vantaggio di un moneta, l’euro, ritagliata su misura per le sue esigenze, di cui però con i trattati ha scaricato il peso sugli altri paesi europei imponendo loro un’austerità permanente.

Dire questo non significa essere anti-europeisti, non significa parteggiare per il nazionalismo posticcio che la Lega sta usando come copertura alla secessione non tanto mascherata per cui sta spingendo, ma prendere atto che così com’è l’Europa è destinata a saltare in aria o a dare vita nella migliore delle ipotesi a quel nocciolo duro, la Kern Europa, vagheggiato da Wolfgang Schauble ispiratore dei “duri” tedeschi. Un nocciolo che si intravede nel trattato di Aquisgrana siglato recentemente da Macron e dalla Merkel, che abbandona tutti gli altri alla deriva. Forse non è così assurdo pensare che una secessione italiana, formale o di fatto che sia, sarebbe funzionale a questo nuovo ordine delle cose: il nord cooptato politicamente dal “centro” e il Sud abbandonato allo stato di periferia dipendente insieme agli altri paesi più deboli . Che del resto si vada in questa direzione lo si dice senza infingimenti e sempre più spesso negli ambienti che contano.

Una tendenza, questa, che sembra confermare la teoria della mezzogiornificazione formulata dall’economista americano Paul Krugman, per il quale è inevitabile la progressiva divaricazione trai centri e le periferie dello sviluppo capitalistico europeo. Accettando la teoria di Krugman, la teoria più recente di Brancaccio e Realfonzo va più a fondo e allarga l’ipotesi che questa tendenza incida non solo dal punto di vista dei rapporti tra territori ma anche da quello dei rapporti sociali. Come è evidente il meccanismo di riequilibrio delle bilance dei pagamenti dei paesi dell’Unione non funziona. Se alcuni paesi tendono all’avanzo strutturale, altri tendono al disavanzo strutturale. Si allarga così la faglia tra i centri e le periferie. Questo squilibrio determina la migrazione del lavoro e l’accentramento dei capitali. Si accentua sempre di più la “mezzogiornificazione” e peggiora la situazione economica e sociale delle periferie in disavanzo. E’ quello che sta accadendo da anni in Europa. Ma così l’Unione europea non può reggere, e infatti non regge.

Un rivolgimento dell’esistente è necessario dunque per salvare la prospettiva di un’Europa democratizzata nel segno di un riequilibrio sociale non più rinviabile. Ma questo, paradossalmente, passa per un riequilibrio tra gli interessi nazionali. L’attuale assetto europeo e gli interessi nazionali dei singoli paesi membri rappresentano i poli di un campo in cui è agito un conflitto politico, in cui si coagulano alleanze e interessi comuni che entrano in collisione con altri. Bisogna stare in questo campo invertendo di segno la lotta. Non europeisti dello status quo contro i sovranisti, ma europei del cambiamento contro i neoliberisti, perché la conseguenza del liberismo è stata l’eclisse del modello sociale europeo e presto, se si continua sullo stesso spartito, sarà esclisse della democrazia.

Ben altra cosa dunque dal nazionalismo delle destre, che non è in contraddizione con gli assetti esistenti, essendo chiaro che nell’attuale quadro dell’egemonia franco-tedesca – vero patto costitutivo dell’Unione in cui l’Italia ha accettato dal principio di sedersi come primo vassallo – ogni paese spinge per tutelare i propri interessi; e i più forti vincono. Questo ha dimostrato la gestione tedesca dell’austerità post-crisi che è servita a scaricare sui bilanci dei paesi più deboli dell’eurozona l’esposizione delle sue banche, cosa che in misura minore hanno fatto anche i francesi. Contano quindi i rapporti di forza politici tra i singoli paesi e l’Europa cambierà solo se cambieranno i rapporti di forza .

Stando così le cose, la riscrittura dei trattati, che pure è un obiettivo sacrosanto e ineludibile, vincolati come sono alla clausola dell’unanimità, somiglia molto alla speranza di un miracolo più che a un disegno politico. Chi vuole riscrivere i trattati deve aver in mente una strategia per cambiare i rapporti di forza nella Ue, e per applicare questa strategia deve avere forza in casa sua. In fondo la Lega, pur nella rozzezza della sua leadership, declina da destra questa inoppugnabile verità. La questione che ci interessa è chi possa, in Italia, declinarla da sinistra. Un primo passo potrebbe essere quello di battersi contro la dissoluzione nazionale che con la secessione dei ricchi sarebbe di fatto a buon punto.

(1) A. Giannola, G. Stornaiuolo – Un’analisi delle proposte avanzate sul federalismo differenziato – pp. 5-52 – Rivista storica del Mezzogiorno n.1-2/2018

(2)https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/politica/19_gennaio_17/autonomia-veneto-lettera-aperta-zaia-cittadini-sud-f8d25d44-1a6a-11e9-a28c-822db28ef407.shtml

(3) Gianfranco Viesti – Verso la Secessione dei ricchi- ebook Laterza, 2019

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