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La rivolta degli elettori

di Alessandro Visalli

Andrew Spannaus, “La rivolta degli elettori. Il ritorno dello stato ed il futuro dell’Europa”, ed. Mimesis, 2017

caffe filosofi spannau rivolta elettori 1Il libro di Andrew Spannaus, giornalista ed analista americano che si occupa di strategia ed è autore anche di “Perché vince Trump del 2016, scrive nel 2017 questo libro per contrastare la prima reazione dei media mainstream i quali dopo aver sottovalutato universalmente le possibilità di vittoria di Trump (creando le condizioni per uno dei più fragorosi suicidi collettivi della storia politica americana), restano incapaci di capire, come del resto i nostri, il riallineamento in corso.

L’analisi di Spannaus è semplice e netta: il mondo è cambiato nel 2016 ed è l’inizio della fine di un’epoca. Ci sono due avvenimenti che giustificano principalmente l’affermazione dell’autore: la Brexit e ovviamente l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America di un improbabilissimo outsider come Donald Trump. In particolare nella seconda circostanza, e dall’inizio delle primarie, l’unico discorso politico che ha dato prova di funzionare è stato l’attacco alle élite politiche ed a quelle finanziarie, sia nel campo democratico come in quello repubblicano. Questo è quello che Spannaus chiama “la rivolta degli elettori”. Peraltro questa protesta era iniziata da tempo, in Italia è citato l’incredibile successo del Movimento 5 Stelle nel 2013 (l’anno in cui inizia questo blog con due post di tenore sociologico: “La cipolla” e “spostamenti”). Quell’anno si assiste in effetti a spettacoli assolutamente nuovi come quello di un altro improbabilissimo leader, Beppe Grillo, che partecipa alle consultazioni per il governo con il Presidente della Repubblica avendo conseguito il maggiore risultato elettorale. Seguirà nello stesso anno un accordo di larga coalizione in Germania, e il sorgere a fine dell’anno della breve parabola di Matteo Renzi, divenuto Segretario del PD, che un paio di mesi dopo accede direttamente al governo. Ma si potrebbe anche ricordare l’incredibile dinamica delle elezioni presidenziali francesi, con i partiti storici che si dissolvono simultaneamente.

Secondo Spannaus “l’Italia -come altre volte nella storia – ha anticipato una tendenza poi diffusasi nel mondo occidentale”. L’autore sarà ancora più convinto di questa diagnosi dopo che nel 2018 il bel paese ha avviato un altro inaudito esperimento: due populismi l’un contro l’altro armati che governano insieme in nome della comune ostilità principale verso l’establishment, e i partiti che a questo si riferiscono stretti nel 40% dei consensi elettorali.

La causa di tutto questo è la revoca del compromesso keynesiano che era servito all’occidente per risolvere la crisi del novecento (ovvero l’insorgere dei populismi e dei movimenti totalitari tra le due guerre). Invece gli establishment, ancora oggi, leggono tutto questo solo come ignoranza ed incomprensione; secondo loro la gente non capirebbe che ci sono cambiamenti in corso inevitabili, a cui in un modo o nell’altro tutti si devono adeguare. Dal loro punto di vista, che del cambiamento sono beneficiari, non farlo è infatti velleitario, inutile, e regressivo. Non si può tornare indietro (già il verbo indica la scelta) al nazionalismo, al protezionismo, all’industria manifatturiera ed alla chiusura dei confini.

Dal punto di vista delle élite, insomma, i popoli che non vogliono capire “quando sono sconfitti” sono come quei germani che nel film “Il Gladiatore” combattono una disperata battaglia contro le legioni di Roma, che portano il progresso nelle terre selvagge del Nord; c’è un problema però: qui i barbari vincono.

Insomma il popolo, oltre a non capire quando è sconfitto, neppure sembra esserlo. Ha, soltanto “idee diverse”. E non aiuta chiamarlo ignorante e razzista, secondo Spannaus ciò amplia solo la rivolta.

La proposta che viene da questo libro è di prendere atto del fatto che il malcontento ha cause reali ed avviare una profonda revisione delle politiche economiche, e anche abbandonare il tentativo da parte di una élite globalizzata di superare lo Stato nazionale di cui il massimo esperimento è l’Unione Europea. Un processo, quello di globalizzazione, che è stato accompagnato da un enorme trasferimento di ricchezza causata dalle due facce della stessa medaglia: l’esplosione della finanza speculativa e la ricerca parossistica, individualmente razionale, di rendimenti superiori alla media per attrarre i capitali resisi mobili. Uno dei modi più semplici ed economici per ottenere questi rendimenti a breve termine, che comportano premialità faraoniche per chi li ottiene, è ridurre i costi e principalmente quelli del lavoro. Di qui, a fianco della mobilità dei capitali, la mobilità delle strutture produttive e la messa sotto ricatto di quelle che non si muovono, mentre le catene logistiche si allungano. Si tratta di un vasto processo che abbiamo visto in corso a partire dagli anni ottanta in tutto l’occidente, mentre le imprese si concentravano sul “core business”, si organizzavano a rete, estendevano logistica “just in time” fondata su subappalti e subforniture accuratamente controllate grazie a software e dispositivi sempre più sofisticati. Gradualmente sulle vesti delle più stabili ed equilibrate, magari più noiose, società welfariste. La revoca del compromesso, ha determinato una società molto più violenta e selvaggia, nella quale pochi trattengono la maggior parte del premio, e lo fanno grazie ad una economia “aperta” che si giustifica come naturale e l’unica possibile (una classica struttura retorica liberale). Lo schema è riassumibile nel seguente modo: in una economia aperta (che presuppone un controllo imperiale del mondo come sua unica condizione di possibilità) c'è una forte prevalenza del settore di esportazione, per lo più aziende che Crouch chiama “giganti”, sui settori domestici dell’economia che per i più vari motivi prestano la maggior parte dei propri servizi in un solo mercato interno. In un modello ideale semplificato a due paesi (‘alto reddito’, paese 1, e ‘basso reddito’, paese 2) si potrebbe ottenere così un equilibrio nel quale il settore di esportazione dei paesi del tipo 1, ad ‘alto reddito’, vende per lo più le proprie merci nel circuito dei paesi di tipo 1, e anche quello di ‘basso reddito’ lo vende nei paesi 1; ne consegue una sostituzione progressiva della produzione interna dei paesi 1 a vantaggio della produzione di esportazione dei paesi 2, ed una “esteroflessione” (Rodrik) progressiva. L'effetto necessario, inevitabile, è un tendenziale calo del salario dei lavoratori non garantiti (con contratti fissi e certi), nei paesi 1, sotto la pressione competitiva delle merci importate dai paesi 2. Nei paesi ricchi ciò crea le migliori condizioni per l'ampliamento dei profitti delle aziende di esportazione e contemporaneamente induce la crisi fiscale dello Stato che è costretto quindi a ridurre il welfare, creando ulteriore pressione sui salari ed indebolimento ulteriore della posizione contrattuale dei lavoratori. Inoltre crea un clima generale deflazionario, per il quale i prezzi del lavoro, delle merci e dei beni capitale continuano a calare progressivamente. Dunque in questo genere di assetto, descritto ad esempio in questo paper di Streeck in riferimento al caso europeo, fino a che dura il potere imperiale (guerre di dissuasione incluse) che impedisce agli stati di media forza di difendere le proprie società, vincono:

  • le industrie di esportazione (in Italia difese da Confindustria);
  • i profitti da capitale, in particolare di quello che può smobilitarsi più rapidamente se il reddito si abbassa;
  • i rentier (includendo in questa categoria anche i lavoratori con contratti fissi e garantiti).

Invece perdono:

  • i produttori domestici ed il relativo capitale,
  • i lavoratori non sicuri,
  • lo Stato.

Ovvero, per come siamo messi oggi in termini di stratificazione sociale, perde la grande maggioranza della popolazione. E questo andrà avanti fino a che i differenziali di reddito tra i paesi saranno pareggiati (cfr. dichiarazione a fine libro di Spence, “La convergenza inevitabile”). Secondo la recente stima di Milanovic per almeno altri trenta anni.

Un importante autore indiano, Prem Shankar Yha, nel suo libro “Il caos prossimo venturo”, del 2006, riconduce la crisi che sente arrivare alla rottura del “contenitore” nel quale era cresciuto il capitalismo moderno: lo “Stato Nazione”. Questa crisi, causata dal ‘capitalismo’ (ovvero dallo spirito dell’alta finanza e dalla prevalenza delle grandi imprese internazionalizzate, che controllano ormai i due terzi del relativo commercio), è senza soluzione nei suoi termini. Ciò vuol dire che non ci sono vie di uscita, se si resta ad una logica di efficienza a breve termine, da una situazione che genera però in modo crescente caos e violenza nei termini del sistema autoregolato che l’ha generata; solo un’azione concertata al livello adeguato potrà rallentare la trasformazione al punto da poterla controllare (un’idea che Yha prende da Polanyi). È proprio l’autoregolazione (ovvero la regolazione da parte dello spirito immanente del capitale) a determinare questo inesorabile e insostenibile incremento progressivo di interdipendenza, competizione e vulnerabilità (dunque paura); solo la sua fine potrà riportare un ordine. In effetti i fenomeni sui quali l’autore appoggia la sua tesi sono sotto gli occhi di tutti: da quando la crisi sistemica si è manifestata, gli anni settanta, la disoccupazione è cresciuta dalla media ex ante inferiore al 2% fino ai valori vicini al 10% odierni; contemporaneamente la perdita della sicurezza del lavoro e delle protezioni ha ridotto il differenziale, una volta enorme, tra il reddito medio del lavoratore in occidente e nei paesi periferici. Questa immane trasformazione è stata resa possibile dal cambiamento tecnologico che ha ridotto i costi di trasporto (mentre una politica commerciale costrittiva, come mostra, ha ridotto le protezioni) mentre la IT ha consentito con efficacia mai vista di dislocare la produzione nelle aree di minore costo (e protezione ambientale o per la sicurezza) lasciando il controllo e i margini di profitto centralizzati. Il gioco al ribasso del capitale è così senza soluzioni entro la sua logica, infatti tutto ciò si lascia descrivere come “più efficiente”.

Ma il problema, di cui i fenomeni che inquadra il libro di Spannaus, sono immagine, è molto più radicale. Come abbiamo già scritto, nel post “La grande partita”, si può formulare a tale proposito l’ipotesi che si stia intravedendo a partire dal 2016 una possibile transizione (incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama, versione soft dello sforzo di riaffermazione imperiale di cui anche questo libro parla, all’apparente unilateralismo muscolare di Trump, che invece può essere (in un paradossale rovesciamento) la condizione di un nuovo multilateralismo. E che questo sia solo un sintomo di un sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il capitalismo anglosassone in primo luogo. Il rovesciamento del senso apparente si afferma in quanto il globalismo, anche quando umanista, è intrinsecamente imperiale, ma rischia di portare all’impero “sbagliato” e, d’altra parte invece, il rispetto dell’equilibrio tra nazioni è la condizione prima della creazione di un effettivo multilateralismo in cui ad ognuno siano riconosciuti i mezzi per ridurre la vulnerabilità e quindi guadagnare stabilità.

C’è quindi la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che è complesso, quindi è possibile che si manifesti uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva, commerciale e finanziaria il cui nucleo è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici). Gli effetti di questo scontro lo vediamo ogni giorno sui nostri mezzi di informazione.

Porre in questi termini il discorso significa anche cercare di andare oltre la buona o cattiva volontà (e sincerità) dei singoli, ma cercare di individuare le forze ed esigenze più profonde in campo; il problema è anche che la globalizzazione sotto egemonia della finanza erode costantemente le basi del potere economico, politico e militare imperiale. Dunque da punto di vista dell’egemone l’interesse a breve termine sta andando in conflitto con il destino a lungo termine. Ma, a ben vedere, va in conflitto anche con la stessa sopravvivenza a breve termine, date le conseguenze sociali, la disgregazione, l’immane distruzione di risorse umane, l’annientamento di ogni centro politico in tutto l’occidente.

La disgregazione del centro politico in tutto l’occidente accelera a partire dal 2008, quando, dopo il piccolo preavviso del movimento “no global” nel 1999, si forma il “Tea Party” nel 2009 e si sviluppa la presidenza Obama, che prima apre a grandi speranze per poi deluderle. Si arriva così alle presidenziali del 2016, in un clima di grande tensione nell’America profonda. Emerge la figura del tutto inaspettata di Sanders e quella di Trump. Alla fine i populisti riescono a farsi sentire meglio da quella parte della popolazione che soffre e far passare il messaggio che esiste un’America falcidiata e ignorata. Al centro dell’attacco Wall Street e l’America ricca che finisce per avere come suo campione la Clinton (che prenderà anche molti voti establishment repubblicani). La sconfitta deriva sostanzialmente dalla vittoria di Trump in tre stati tradizionalmente democratici ma che si sentivano danneggiati dalla deindustrializzazione.

La stessa rivolta avviene anche in Europa, e con lo stesso processo. La causa ultima è sempre la perdita di posti di lavoro e l’aumento della precarietà. Si tratta di una dinamica abbastanza nota, Funke, Schularick e Trebesch, nel 2015 pubblicano un paper nel quale analizzano le crisi in venti paesi dal 1870 al 2014. In tutti i casi c’è una correlazione tra l'incertezza delle politiche e le crisi finanziarie, e si registra la riduzione delle maggioranze governative mentre aumenta la polarizzazione. Dopo una crisi, gli elettori sembrano essere particolarmente attratti dalla retorica politica dell'estrema destra, che spesso attribuisce la colpa alle minoranze o agli stranieri. In media, in queste condizioni i partiti di estrema destra aumentano la loro percentuale di voti del 30%.

Ma oggi siamo in condizione nettamente peggiore: i problemi nascono dall’intera fine di un’epoca, quella della globalizzazione che era stata intesa come marcia inarrestabile del neoliberismo e piena scomparsa di confini economici e sociali.

Effetti di questa crisi sono la Brexit (p.38), il referendum costituzionale in Italia (p.45), che segue alla crisi dello spread ed al disastro del Governo Monti (p.47) con la sua pretesa di applicare una teoria del tutto falsificata come la “austerità espansiva”. A Monti, dopo l’intermezzo di Letta, succede Matteo Renzi che ha l’intelligenza di presentarsi come un outsider mentre era, al contrario, un esponente dell’establishment più tradizionale. L’equivoco dura relativamente poco, perché alle parole non seguono fatti nella stessa direzione e perché per moltissimi la crisi non accenna a passare, anzi viene incrudita. Si tratta, per Spannaus, di un fenomeno molto simile a quello avvenuto a Barac Obama, portato su dalla speranza e buttato giù (il suo partito) dalla delusione.

In sostanza l’effetto del 2016 è determinato dal semplice fatto che i cittadini non si fidano più.

Seguono le elezioni politiche in Francia del 2017 e poi anche quelle tedesche. Qui, anche se i partiti riconducibili alle élite tradizionali conservano il potere, pensando a lungo di aver scavallato l’onda populista, l’arretramento è evidente. Il fatto è che si è lasciato alla protesta l’argomento del fallimento, più che evidente dal punto di vista della maggioranza della popolazione, della politica della globalizzazione. Invece la strada obbligata sarebbe ammettere il fallimento, e cercare nuove strade che debbano passare necessariamente per la politica, di nuovo nazionale, ovvero democratica.

La reazione delle élite è esattamente opposta, arriva a mettere in questione la stessa politica democratica, ripescando gli argomenti che da millenni avanzano le aristocrazie: solo gli ottimati possono decidere in modo razionale.

La resistenza delle élite si impernia sul multiculturalismo (per la relazione di questo, con il discorso politicamente corretto, si veda Jonathan Friedman “Politicamente corretto”), i diritti delle minoranze e l’apertura economica. Le tre cose sono individuate insieme come posizione progressista, perché moderna, e morale. Si afferma un intero modello di valori culturali condivisi e di principi economici ineluttabili, escludendo con orrore la stessa possibilità che si possa “tornare indietro” (p.69). L’aspetto è di un discorso morale, ma si tratta di qualcosa di più semplice, difesa di interessi della coalizione vincente il cui reale obiettivo è stata “la riduzione della sovranità economica delle nazioni, per permettere ai grandi interessi privati di decidere di fatto le politiche economiche senza la difficoltà di gestire un impero coloniale. Lo stato nazionale in questo senso ha rappresentato il vero baluardo contro le oligarchie, offrendo ai governi la possibilità di impostare politiche a favore del bene comune” (p.71). La trasformazione inizia con l’affermazione del concetto apparentemente descrittivo, ma presto utilizzato in senso normativo e valoriale (a causa dell’intreccio con il discorso ambientalista, contemporaneamente promosso dal Club di Roma e dal WWF, che sono movimenti di élite promossi da insider di primissimo livello, che prende subito un tono neo-malthusiano) della “società post-industriale”. La cosa si può mettere così: “si fece strada l’idea che la crescita fosse una minaccia per il pianeta, ridisegnando l’approccio occidentale alle politiche da seguire” (p.71). Per un esempio di una compromissione di questo discorso con materiali decisamente reazionari in un mix di difficile interpretazione si può leggere il piccolo libro di Serge Latouche “Limite”.

Nella terza parte del libro Spannaus si chiede alla fine a che cosa serva l’Europa. E cerca la risposta ripercorrendone la storia ed analizzando i molti piani di giustificazione che vengono portati a questo che è il principale cantiere di distruzione dello Stato nazione mondiale.

Da una parte si dice che il progetto europeo sia stato promosso per salvaguardare la pace, bene supremo. Secondo il sillogismo tra nazioni e guerra. Ma da una parte la pace è evidentemente effetto della sconfitta della Germania e della sua subalternità, sino ad oggi, ad una America dominante e armata in modo imbattibile. Dall’altra fino a che i paesi europei restassero stabili e democratici questo rischio sarebbe minimo. Sono anzi le condizioni di instabilità politica, generate dalla crisi e dalle cattive politiche europee che potrebbero far nascere il rischio.

Quindi si dice che l’Europa promuove democrazia e diritti. Questo è il rovesciamento più singolare, in quanto il deficit democratico europeo è del tutto evidente e riconosciuto praticamente da tutti, quanto ai diritti si deve intendere quali: quelli liberali sono promossi, ma a scapito di quelli “sociali”. In realtà le politiche economiche europee mettono in crisi i diritti reali della maggioranza dei cittadini. Spannaus ricorda gli atti di forza, dalla bocciatura dei referendum alla imposizione del Trattato di Lisbona e dei successivi. Un modello, quello funzionalista di integrazione, che si sta sgretolando davanti alla protesta.

Il terzo argomento, e forse il migliore, è un argomento di mera potenza. L’Europa unita sarebbe una potente forza economica e forse anche militare, e potrebbe così assumere un ruolo non secondario in un mondo multipolare, proponendosi come impero al fianco degli altri (Usa e Cina, o Cindia o Russia e Cina). Ma da una parte i grandi paesi europei (l’autore mette nell’elenco Germania, Francia e Italia) sarebbero in grado di farsi valere egualmente (p.84), dall’altra l’Europa sta imponendo politiche che provocano una perdita di potenza, non un suo accrescimento. In effetti “pensare di mettersi insieme nel nome di una politica fallita è alquanto azzardato”.

In realtà la sfida non è tra i paesi del mondo ma è entro questi, tra le élite e gli altri, e questa è una sfida che richiede lo Stato nazione per essere combattuta dal punto di vista dei cittadini. Proprio per guadagnare una posizione di vantaggio su questo scenario le élite tendono quindi a portare le decisioni in luoghi nei quali sono presenti solo loro e al riparo da sguardi indiscreti.

Quindi non c’è un argomento, ma c’è una parte di verità: il progetto europeo nasce come esito della grande strategia anglosassone tradizionale e della paura della Francia di essere nuovamente trascinata in una guerra contro l’impero di mezzo (la terza per loro). La sfida aveva quindi ad oggetto di evitare la supremazia della Germania con il suo consenso, e la posta era la riunificazione. Si tratta quindi di una cogente necessità strategica che, infatti, viene portata avanti a passo di marcia da quando l’est si sgretola. L’Unione Europea, con il Trattato di Maastricht, nasce per stringere la Germania in un abbraccio geopolitico e vede i negoziatori italiani in primissimo piano. Lo strumento ricercato, per finalità esterne ed interne (di disciplinamento anche delle forze di opposizione interne, ovvero delle sinistre antisistema) è la riduzione dello spazio nazionale attraverso un vincolo esterno presentato come necessario (p.94). Il risultato è l’archiviazione del “modello renano” (peraltro già in corso da tempo) e la terapia choc necessaria per la “convergenza”. Non a caso in Italia, come la mette l’autore, “una intera classe politica viene contemporaneamente spazzata via dagli scandali portando al potere i Ciampi, gli Amato, i Prodi e Draghi”, fino ad allora figure di secondo piano, consiglieri e non decisori.

Dunque la motivazione principale del progetto europeo è la limitazione della sovranità democratica, il mezzo è la liquidazione di fatto dello Stato Nazionale, e sono queste politiche che hanno alla fine provocato la rivolta degli elettori.

Quale dunque il futuro? Invece di continuare su questa strada che si sta rivelando fallimentare bisogna invertire la rotta e fare affidamento sulla forza e l’intelligenza della democrazia. Per questo bisogna che gli interessati possano prendere la parola e cessare questa politica diretta solo dall’alto.

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