
Dalla sinistra senza popolo alla destra muscolare
Note sul processo di fascistizzazione
di Eros Barone
Lacroix - Dunque noi avremmo fatto della libertà una puttana! Danton - Del resto cosa ci sarebbe! La libertà e le puttane sono le cose più cosmopolitiche di questa terra.
Georg Büchner, La morte di Danton. 1
1. Un convitato di pietra: l’astensione
L’affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Torino, Milano, Bologna e Roma) ha caratterizzato le recenti elezioni amministrative. Tuttavia, va detto che tale affermazione è il sottoprodotto non di uno smottamento elettorale del blocco di centrodestra, ma della dimensione eccezionale di un'astensione dal voto che ha interessato prevalentemente quei ceti medi produttivi i quali, se si riconoscono nella Lega, non si riconoscono però nella linea perseguita dal suo attuale segretario. Così la scelta di aderire alla maggioranza di governo che sostiene il governo Draghi e dunque di sostenere una politica di unità nazionale ha sicuramente pesato sul voto, potenziando le contraddizioni già esistenti tra la Lega e Fratelli d'Italia sul terreno della lotta per l’egemonia all’interno di una coalizione che vede queste due forze, ad un tempo, alleate e concorrenti. L’analisi dei flussi elettorali dimostra peraltro che Fratelli d'Italia non ha tratto un vantaggio proporzionale dal netto arretramento della Lega, poiché in gran parte il deflusso leghista ha alimentato il ricco serbatoio dell'astensione. Ad ogni modo, è questa la prova che le due principali forze della destra italiana controllano un blocco sociale ed elettorale potenzialmente maggioritario.
‘Rebus sic stantibus’, è da osservare che sarebbe del tutto fallace ricavare da questa premessa la previsione di una vittoria del centrosinistra nelle prossime elezioni politiche, giacché una previsione siffatta non tiene conto sia delle differenze tra le elezioni amministrative e le elezioni politiche, sia della diversità intercorrente tra le une e le altre in termini di spinta alla partecipazione elettorale e di incidenza delle candidature, sia infine delle differenze tra il voto dei grandi centri urbani e il voto dei piccoli centri della provincia. Va inoltre considerato il carattere magmatico della coalizione del centrosinistra, in cui il Movimento 5 Stelle, pur avendo aderito per iniziativa del suo gruppo dirigente alla coalizione col PD, è incorso in una pesante sconfitta elettorale che ne ha depotenziato l’iniziativa nella formazione delle nuove maggioranze di centrosinistra. Significativa è stata infine la notevole affermazione politica del centrista Calenda a Roma per gli effetti che è in grado di determinare nel processo di aggregazione delle forze borghesi moderate e per le contraddizioni che tale processo può determinare rispetto all’orientamento bipolare dei due schieramenti maggiori. Da questo punto di vista, è facile prevedere che la questione della nuova legge elettorale sarà al centro delle trattative e dello scontro politico fra i partiti impegnati nella definizione di un sistema di rappresentanza della borghesia che sia funzionale, per entrambi gli schieramenti, alla progressiva demolizione della Carta costituzionale e alla gestione, più o meno larvata e più o meno accelerata, del processo di fascistizzazione in corso. 2 L’obiettivo delle forze borghesi moderate è infatti quello di una riforma elettorale di tipo proporzionale che valga a creare uno spazio più ampio per un’aggregazione politica centrista capace di tagliare le ali “populiste” e protrarre, stabilizzandola, l'esperienza dei governi di unità nazionale.
Dal canto suo, il governo Draghi, quale esempio paradigmatico di un bonapartismo formalmente cogestito, ma in realtà eterocefalo in quanto ferreamente subordinato ai poteri istituzionali dell’imperialismo europeo, continuerà a dirigere il paese con il sostegno più o meno contrattato delle cinque destre (PD, FI, M5S, Lega e FdI), facendo assegnamento sulla passività della maggioranza dei settori popolari e ignorando le poche e isolate opposizioni di alcuni settori operai (GKN e altri).
2. La marginalità di una sinistra senza popolo
Il primo problema da affrontare, nella prospettiva della costruzione del partito comunista, è in effetti l’analisi della società italiana, divenuta ormai una sconosciuta sia per coloro che dovrebbero governarla sia per la sinistra di classe, generalmente priva, a parte alcune eccezioni, di sensori atti a metterla in comunicazione con l’ambiente che la circonda e a consentirle di interpretarlo. 3 Alla base vi è una sorta di analfabetismo cognitivo di ritorno che colpisce l’insieme della sinistra di classe: base e vertici.
Pertanto prioritaria non è, come si diceva retoricamente alcuni anni fa, una fabbrica del programma, bensì una fabbrica della conoscenza che permetta di dare risposte chiare, documentate e argomentate alle seguenti domande: a chi ci si deve rivolgere? chi si deve rappresentare? come sono distribuiti sul territorio locale e nazionale i soggetti sociali a cui presentare la proposta politica di un partito comunista? Di qui, chi si è e che cosa si vuole? Queste sono la grammatica e la logica di un partito che si fondi sul primato della conoscenza scientifica, non degli slogan più o meno canori e delle formule più o meno vuote.
Basti pensare che l’analisi dell’‘attuale società’ era una caratteristica qualificante soprattutto della sinistra comunista, la quale attraverso le sue forme organizzate conquistava il possesso politico del territorio, e di qui costruiva giorno per giorno consenso ed egemonia. D’altronde, la cosiddetta fine delle narrazioni ideologiche ha trascinato dietro di sé la fine della figura politica dell’intellettuale, da cui trae origine quel fenomeno che va sotto il titolo di “crisi della politica”, 4 origine di una crisi della cultura politica che ha portato a selezionare il personale politico della “seconda repubblica” non più sul terreno della razionalità ma su quello delle capacità mediatiche. Questo processo, devastando i meccanismi di selezione delle élite, che non si sa più come e dove vengano prodotte, preparate e selezionate, ha provocato il crollo delle classi dirigenti in tutto il mondo: vince chi convince che sta vendendo il prodotto migliore.
Ma questo dimostra che non è vero che in Italia non ci sono valori condivisi e in altri paesi sì, poiché dappertutto il valore comune è l’utilità. L’utilitarismo politico è oggi il vero legame sociale che sancisce sul campo la vittoria del modo di vita capitalistico. E che cos’altro è l’utilitarismo se non un calco fedele della struttura psicologica dell’‘homo oeconomicus’, che è, questo sì veramente, l’autentico individuo sociale moderno? Nell’antropologia dello ‘homo oeconomicus’ l’individuo è infatti sociale per ‘default’, conformemente alle leggi del mercato capitalistico.
Se dunque, in base a questo cieco e brutale utilitarismo, il principio è quello per cui il governo deve curare gli interessi, allora non è difficile capire sia le cause della mobilitazione reazionaria della piccola borghesia tradizionale, ossia delle categorie e dei ceti in qualche misura colpiti da una politica governativa completamente subordinata agli interessi del grande capitale bancario e finanziario, sia le ragioni della mobilitazione crescente del ceto medio ‘di sinistra’, mentre nel mondo del lavoro salariato dominano, da un lato, il collaborazionismo confederale, espressione politica dei ristretti interessi dell’aristocrazia operaia, e dall’altro un sindacalismo di base talmente corporativo e subalterno da non esitare ad allearsi con un movimento reazionario egemonizzato dall’estrema destra fascista, quale è il movimento ‘no vax’ e ‘no green pass’. 5
In realtà, la mondializzazione dell’economia capitalistica ha costituito il passaggio decisivo e, quando ha coinciso con il crollo della costruzione del socialismo, l’intero campo anticapitalista si è sfaldato. La colpa delle sinistre postcomuniste e post-socialdemocratiche, unite nella sconfitta, è stata quella di aver colto i soli aspetti apparentemente innovativi del passaggio, lasciandosi sfuggire i sostanziali aspetti reazionari. Occorreva denunciare le pesanti conseguenze negative che ricadevano sulla condizione sociale della maggioranza della popolazione: le nuove forme di espropriazione mediate dalla precarietà del lavoro, le nuove forme di alienazione mediate dall’uso del tempo libero, l’emarginazione sociale prodotta dai nuovi saperi tecnologici, l’insicurezza crescente nelle prospettive di esistenza, il netto peggioramento nella qualità della vita, la volgarità dei mezzi di comunicazione di massa, la battuta d’arresto per tutti i movimenti di emancipazione e di liberazione. Ecco perché senza una critica radicale della civiltà e senza la proposta di un nuovo umanesimo antitetico alle brutali leggi oggettive del capitale, non potranno mai nascere e svilupparsi né un partito che corrisponda agli interessi strategici del mondo del lavoro sfruttato né una sinistra di classe che ritrovi il suo popolo.
Il voto della sinistra politica, quale è scaturito da questa tornata elettorale, non è e non può essere indipendente dalle dinamiche della lotta di classe. Così è stato sempre, in Italia e in Europa. Negli ultimi dieci anni i pochi successi della sinistra sono stati il sottoprodotto di conflitti sociali. Così è stato per lo sviluppo di “Syriza” in Grecia, scaturito dalle grandi mobilitazioni di massa contro l'austerità; così è stato per lo stesso “Podemos” in Spagna, sospinto dall’ondata delle grandi manifestazioni di piazza della giovane generazione degli ‘indignados’. Sennonché, come era inevitabile, le esperienze di governo di “Syriza” e di “Podemos” hanno pienamente confermato che anche i successi elettorali più strepitosi sono effimeri se sfociano nelle compromissioni ministeriali.
L’Italia ha oggi il poco invidiabile primato di essere, insieme con la Polonia e l’Ungheria, uno dei paesi più reazionari dell’Unione Europea. Enormi, nel determinare questo esito politico, sono le responsabilità del Partito della Rifondazione Comunista, che ha polverizzato un importante patrimonio politico e ideale con la partecipazione subalterna al governo Prodi (2006-2008), facendosi cogliere, installato in questa nefasta collocazione, dall’esplodere, nel 2008, della grande crisi capitalistica mondiale e sottoscrivendo di propria iniziativa lo scambio tra l’accettazione delle missioni militari, la detassazione dei profitti, la precarizzazione del lavoro, i tagli ai servizi sociali (sanità e scuola in primo luogo) e l’ottenimento di un ministero, di qualche sottosegretariato e della presidenza della Camera dei deputati. Da qui è sortita l’implosione di quel partito opportunista, preludio del crollo futuro e dell’attuale irrilevanza. Nello spazio che in tal modo si è venuto a creare è poi passato, come un rullo compressore, il ciclo del populismo reazionario nelle sue diverse, ma equivalenti, incarnazioni (il grillismo, il salvinismo e il criptofascismo della Meloni).
La crisi della sinistra parte da queste esperienze fallimentari e non dalla frantumazione, come pretende il senso comune di tanti orfani della vecchia Rifondazione, giacché è vero il contrario, e cioè che la frantumazione è l'effetto del crollo del PRC, non la sua causa. La crisi della sinistra si configura allora come un ‘mixtum compositum’ di revisionismo, riformismo e trasformismo, sfociato in un adeguamento subalterno, gabellato talvolta come prova di spregiudicatezza e di realismo, al sistema borghese-capitalistico. Un cedimento che ha la sua base nella piccola borghesia intellettuale, un cedimento che ha avuto profonde ripercussioni sullo stato d’animo e sugli orientamenti di vasti settori della classe operaia, un cedimento che non ha coinvolto soltanto le formazioni responsabili delle politiche collaborazioniste, ma si è esteso anche a quelle forze della sinistra comunista che tali politiche hanno denunciato e combattuto, poiché, per usare un’immagine nautica, è inevitabile che, quando si abbassa il livello del mare, si arenino tutte le imbarcazioni, anche quelle la cui rotta è differente dalla rotta delle altre.
Pensare di risolvere una crisi così profonda con espedienti elettoralistici è veramente una povera illusione. A maggior ragione è tale quando, nel nome della più ampia unità di cui, come a tutti è noto, deve dotarsi un’aggregazione elettorale, si arriva a cancellare la stessa identità della sinistra comunista, dando vita a liste genericamente democratiche improntate ad un progressismo da ‘boy scout’ o ad un buonismo del tipo di “Emergency”, quali la lista Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, La Sinistra e così via degenerando. Tutti stratagemmi presentati ogni volta come la soluzione finalmente scoperta per uscire dalla marginalità, e ogni volta, per dirla col Bardo, squallidi come il vento che soffia tra le foglie secche nei mesi autunnali.
3. Un governo borghese minoritario e una crescente mobilitazione reazionaria
Data la sua natura di classe, non dissimulata ma palesata dal sostegno corale delle quattro destre e dall’opposizione di facciata di quella estrema, che cosa può fare il governo Draghi se non colpire i lavoratori e i disoccupati? In questo senso i provvedimenti che integrano la nuova Legge di stabilità sono quanto mai eloquenti, come indicano, per fare qualche esempio, la riforma fiscale con l'abbassamento delle tasse sulle rendite finanziarie (dal 26% al 23%), la cancellazione dell'IRAP (che finanzia la sanità pubblica) e l'incentivo fiscale alle fusioni d'impresa (altri 4 miliardi al padronato), mentre, per quanto concerne la famosa "quota 100", si prevede un succedaneo più graduale della legge Fornero (quota 102 il primo anno, quota 104 il secondo e così via). Alla sanità, in piena pandemia, vengono destinate le briciole (2 miliardi in più al fondo sanitario, ossia meno della metà degli sconti fiscali offerti al padronato e alle banche). Ma la coperta è corta, soprattutto quando si tratta di garantire il reddito dei lavoratori, talché in tema di ammortizzatori sociali, la grande riforma stambureggiata dal ministro Orlando, sono stanziati appena 3 miliardi e poco più, il che pone la parola fine all'estensione della cassa integrazione alle imprese di piccole dimensioni (da 1 a 5 addetti). Riguardo poi ai tanto pubblicizzati provvedimenti contro le delocalizzazioni, è bastato il veto della Confindustria per archiviare l'argomento. Ad essere garantita, come sempre per il padronato, è la libertà di licenziare i lavoratori e l’alternativa offerta dal governo è tra l’estensione dello sblocco dei licenziamenti per la piccola impresa e l'industria tessile già a partire dal 31 ottobre e, per gli imprenditori che non volessero licenziare, il beneficio di una cassa gratuita per tredici settimane, naturalmente a carico delle finanze pubbliche, cioè a carico dei lavoratori.
“Libertà, libertà”, gridano i partecipanti ai cortei ‘no vax’ e ‘no green pass’. Preferiscono il Covid-19 al tampone e, più in generale, alla propria e all’altrui salute. Del resto, che valore può avere per chi non si pèrita di esibire il proprio disprezzo verso la salute di tutti e di ciascuno, la libertà dai licenziamenti e dalla fatica di giungere (omicidi bianchi permettendo) a 67 anni di età per ottenere pensioni da fame? Dal canto suo, il governo gioca sporco e usa il movimento ‘no green pass’ e i gruppi reazionari che lo dirigono per l’ennesimo attacco alle condizioni dei lavoratori salariati. Così i fondi europei che avrebbero dovuto salvare l'Italia saranno usati per impinguare le casseforti di industriali e banchieri. Ma il capitalismo è un gigantesco gioco dell’oca in cui si finisce sempre col tornare alla casella di partenza, e un siffatto esito regressivo è reso possibile anche dalla politica collaborazionista di una burocrazia sindacale che, se da un lato protesta giustamente contro i fascisti, dall’altro non muove un dito per difendere i lavoratori, contribuendo così a spingerli nelle braccia dei demagoghi reazionari di turno e degli irrazionalismi più paranoici.
Di fronte alla pressione della mobilitazione reazionaria innescata dalle molteplici contraddizioni politiche e ideologiche presenti nella fase attuale si pone quindi un’esigenza tassativa per tutta la sinistra di classe, politica e sindacale: quella di definire ed organizzare un'opposizione radicale al padronato e al governo sui nodi veri dello scontro sociale. Non è più accettabile inseguire i ‘no vax’ e i ‘no green pass’ sul loro viscido terreno, come è stato fatto in occasione dello sciopero dell'11 ottobre, quando una sinistra allo sbando e un sindacalismo acefalo hanno finito con lo svolgere il penoso ruolo di ruote di scorta e di “compagni di strada” della mobilitazione reazionaria, contribuendo a coonestare tale mobilitazione e alimentando la confusione anche all'interno delle avanguardie. La linea da riprendere è invece quella esattamente opposta: rilanciare la centralità della piattaforma originaria dello sciopero di ottobre, generalizzare le indicazioni di classe ìnsite nella lotta dei lavoratori della GKN e nella memorabile manifestazione del 18 settembre a Firenze, preparare le condizioni di un vero, grande sciopero generale, unitario e di massa, da incardinare attorno ad una piattaforma di lotta unificante capace di interessare diciassette milioni di salariati.
4. Gli artigli della mobilitazione reazionaria
“Basta con la distinzione tra fascismo e comunismo, ideologismi che sono serviti solo a dividere il popolo”. È quanto ha dichiarato Stefano Puzzer, capo di un sindacato autonomo del Porto di Trieste infiltrato da elementi di destra, e oggi impegnato nello sciopero contro il “green pass”. Difficile farlo passare per un’avanguardia, a meno che non si intenda far passare una retroguardia reazionaria per un’avanguardia di classe; opportuno tenere presente, al fine di evitare di prendere fischi per fiaschi, il coacervo di torbidi interessi corporativi che costui rappresenta. D’altronde, il fenomeno per cui posizioni e concezioni reazionarie possono penetrare in settori di lavoratori, e condurre anche a scioperi, non è un fatto nuovo, poiché nella lunga storia del movimento operaio si è verificato tante volte. Nel tardo Ottocento e nel primo Novecento vi sono stati scioperi contro la parificazione dei diritti tra uomini e donne, scioperi contro l'uguaglianza tra lavoratori bianchi e neri, scioperi contro i diritti degli immigrati, persino scioperi a favore di guerre imperialiste. Pertanto, lo sciopero non è di per sé una garanzia della natura progressiva delle sue ragioni. I comunisti, se sono tali, sanno e devono distinguere, se è necessario andando controcorrente rispetto al senso comune dei lavoratori, quando questo è segnato da posizioni regressive. Viceversa chi, prescindendo da un’analisi della loro natura di classe e dei loro obiettivi, inneggia indifferentemente ad ogni lotta e ad ogni movimento per il solo fatto di essere tali, può anche credere di essere un rivoluzionario, ma svolge in realtà un ruolo controrivoluzionario e fa il gioco delle forze reazionarie.
Sennonché, quando posizioni reazionarie si diffondono anche tra i lavoratori è necessario interrogarsi sulle cause di un tale fenomeno. In questo senso il movimento ‘no vax’ e ‘no green pass’ rappresenta lo sbocco reazionario di un malcontento diffuso che, non trovando risposte alternative, finisce con l’individuare nel ‘green pass’ un falso bersaglio su cui scaricare la rabbia per l'erosione dei salari, per il crescente carovita, per la minaccia degli sfratti, per l'attacco al posto di lavoro e per le tante carenze di una sanità pubblica massacrata dai continui tagli. Ciò nondimeno, per quanto legittime, queste motivazioni non costituiscono ragioni sufficienti per accodarsi ad un movimento reazionario egemonizzato da forze dichiaratamente fasciste, che è poi quanto hanno scelto di fare talune organizzazioni dello stesso sindacalismo di classe. È invece una ragione più che sufficiente per costruire una vera prospettiva classista e anticapitalista che ricomponga l'unità di lotta delle masse lavoratrici attorno ad una piattaforma di lotta generale ed unificante contro il padronato, contro il governo, in una parola contro la linea di unità nazionale rappresentata da Draghi e sostenuta dalle burocrazie dei sindacati confederali. Ma per questo occorre applicare la massima scolastica “distingue frequenter”, dividendo nettamente ciò che è proprio di un’avanguardia e ciò che è proprio di una retroguardia: insomma, per esemplificare, tra la lotta degli operai della GKN e quella del porto di Trieste. La prima è il fattore propulsivo di una possibile riscossa dei lavoratori tesa ad affermare le ragioni generali del lavoro, la seconda è un falso movimento, espressione di interessi e di concezioni che sono antitetici a quelli di un autentico movimento di classe.
5. L’assalto alla Cgil
La domanda è questa: “Come è potuto succedere che un manipolo di fascisti uscito da una manifestazione di 10.000 persone snodatasi per le vie di Roma abbia fatto irruzione nella sede centrale della CGIL, mettendo a soqquadro ogni cosa? Perché hanno osato tanto e soprattutto perché agiscono come i rappresentanti legittimi delle proteste di questi giorni?”. A quanto pare, sbarazzarsi degli operai, farli schiacciare dai padroni con salari da fame e licenziamenti, svolgere un’azione sistematica per renderli incapaci di qualsiasi reazione conto il governo dei padroni e le sue misure a favore degli industriali, tutto ciò ha prodotto il risultato che è sotto gli occhi di tutti: la gestione del malcontento della piccola borghesia ed anche del sottoproletariato è passata nelle mani delle formazioni fasciste, di quelle forze che proclamano la necessità di cambiare forma al regime politico, sostenendo che il governo, i partiti e lo stesso sistema della rappresentanza siano i responsabili diretti della crisi che sta attraversando la società. Il loro sguardo è naturalmente rivolto al passato, ma per orientarsi nel presente: ed allora un uomo solo al comando, un governo forte che non deve contrattare le sue decisioni con nessuno, il fascismo come modello e come pratica politica. La piccola borghesia proprietaria ed anche taluni settori di operai precari e disoccupati si aggregano pertanto a queste formazioni, compreso il sottoproletariato che è sempre alla ricerca di compratori.
Sennonché tutte queste vittime della crisi che cosa dovrebbero fare? Rivolgersi a Draghi e alla oligarchia finanziaria di cui egli è il ‘grand commis’? Accettare una riduzione di salari e di reddito in silenzio, mentre le classi dominanti e i loro rappresentanti politici si dividono miliardi? La rabbia e il rancore di queste mezze classi e degli strati più disperati del proletariato delle periferie diviene allora incontenibile e cerca uno sbocco per esprimersi: uno sbocco che dovrebbe trovare nel movimento degli operai se questo non fosse paralizzato da quell’insano spirito di collaborazione con il potere della Confindustria, che gli hanno inculcato i suoi capi politici e sindacali. E invero un movimento degli operai contro le classi dominanti diverrebbe il collettore di questa rabbia e ne farebbe un punto di forza. Come? Chiarendo chi è il vero responsabile della pauperizzazione in corso. Il dilemma è chiaro come il sole e consiste nel risolvere il problema di quale classe debba essere egemone: se quella degli operai per il superamento del sistema dello sfruttamento capitalistico, o se le bande fasciste che usano il movimento per un’uscita dalla crisi apertamente reazionaria. Bande le quali sono poi sempre pronte non solo a farsi carico dell’esercizio della violenza padronale, ma anche a sostenere la repressione dello Stato dei padroni qualora si produca una rivolta operaia di carattere anticapitalistico. Già oggi scaricano sui migranti il problema della disoccupazione, già oggi partecipano a bastonare i picchetti operai travestiti da uomini della sicurezza.
I caporioni fascisti che egemonizzano questi movimenti di protesta hanno tutto l’interesse a sostenere che la rovina della piccola proprietà, la rovina della bottega, così come della pizzeria e dei suoi dipendenti, è da attribuire alle scelte della politica, alle misure che il governo della santa alleanza del denaro, diretto dal banchiere Draghi, sta varando. E infatti i fascisti, seguendo il loro istinto di classe, hanno trovato naturale attaccare la CGIL e poterla additare ai manifestanti come la stampella del governo, mentre in realtà volevano saldare un conto storico con l’organizzazione militante della classe loro nemica per eccellenza, quella degli operai sindacalizzati.
Anche se non siamo negli anni Venti del secolo scorso qualcosa dalla storia si può sempre imparare, in particolare riflettendo sul fatto che, quando i socialisti e i capi sindacali chiesero allo Stato ed alle forze dell’ordine di difendere le organizzazioni dei lavoratori dagli assalti fascisti, ottennero, da un lato, solo la repressione delle azioni di resistenza degli operai alle aggressioni e, dall’altro, la copertura dello Stato alle incursioni fasciste. Ad un osservatore attento non può sfuggire quanto nelle manifestazioni del 9 ottobre scorso i caporioni fascisti fossero in sintonia con i poliziotti. Di fatto, l’assalto alla sede della CGIL è stato preparato con cura dai suoi autori e agevolato da una condotta lassista e permissiva delle forze dell’ordine. Una generica condanna della violenza senza specificazioni è stata poi il ‘leitmotiv’ delle dichiarazioni rilasciate dagli esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia, laddove da parte degli antifascisti di regime non si è saputo rispondere a questi signori se non con queruli richiami, in cui la condanna del fascismo e del contenuto fascista dell’assalto in parola non è mai stata espressa chiaramente. Dopodiché, tutti sono corsi a testimoniare la loro solidarietà al sindacato, ognuno per i propri interessi, dai partiti alla Confindustria. Sennonché Landini deve rendersi conto che chi potrà difendere veramente il sindacato storico degli operai in Italia saranno gli operai stessi, mentre quando si fanno troppi compromessi con il padrone si perde la loro fiducia ed allora diventa più facile per il fascismo rialzare la testa.
6. Dall’astensione all’astensionismo: una direttrice strategica per la costruzione del partito comunista
Tornando al tema dell’astensione evocato nel primo paragrafo di questo articolo, è bene precisare, per il suo valore e la sua portata di direttrice strategica, che la tesi con cui Lenin risolve la questione del parlamentarismo e della partecipazione alle elezioni si basa essenzialmente sull’uso rivoluzionario della tribuna parlamentare nel quadro della combinazione del lavoro legale con quello illegale. In tal senso l’esperienza bolscevica dimostrava che il partito rivoluzionario aveva sfruttato bene questa possibilità, che il partito non era caduto nel “cretinismo parlamentare” e che la tattica parlamentare aveva permesso al partito di portare avanti (non di abbandonare o di ridurre) il lavoro di preparazione della rivoluzione socialista. Per questo motivo la tattica bolscevica, dice Lenin, non ha una validità soltanto “russa”, ma “universale”. La tesi di Lenin è importantissima e la sua mancata assimilazione è stata uno dei fattori della disgregazione e degenerazione del movimento comunista.
Ma perché è importantissima la tesi di Lenin? Forse perché dice che bisogna utilizzare da rivoluzionari la tribuna parlamentare? Una simile interpretazione, oltre che sbagliata, sarebbe puerile. In realtà, la tesi di Lenin è importantissima perché sostiene che l’attività di un partito rivoluzionario è una combinazione di lavoro legale e di lavoro illegale, e per queste ragioni e per questo fine ben preciso, e non tanto per un generico “fine socialista” invocato da ogni opportunista, la tribuna parlamentare deve essere utilizzata. La tribuna parlamentare rientra, infatti, nell’àmbito del lavoro legale, alla stessa stregua dei giornali, dei sindacati, delle cooperative, delle sezioni ecc.
Del resto, è ovvio che per il sistema capitalistico il piano strategico rivoluzionario sia illegale, in quanto va contro i suoi dispositivi di difesa e di conservazione. Da questo punto di vista, stabilire ciò che è legale e ciò che è illegale nella attività generale di un partito rivoluzionario è un problema che riguarda la borghesia e non il partito che si propone di rovesciare tutto l’ordinamento capitalistico. Pertanto un partito realmente rivoluzionario cercherà di utilizzare tutte le possibilità di lavoro legale che oggettivamente sono presenti in una determinata situazione (sindacati, giornali, sezioni, tribuna parlamentare ecc.) per poter continuare la sua propaganda ed accumulare forze per la rivoluzione socialista.
Se si riflette sulle esperienze degli ultimi cento anni di lotta di classe, si giunge inevitabilmente alla conclusione che, mentre il proletariato non ha assimilato la lezione bolscevica, il capitalismo ne ha fatto tesoro. In effetti, il capitalismo permette un lavoro legale oggi in certi paesi, perché la situazione generale è controrivoluzionaria. Ma laddove le sue crisi generano forme più intense di lotta di classe non esita a mettere in moto i suoi apparati repressivi e a sviluppare il processo di fascistizzazione, sia nella società che nelle istituzioni, al fine di annullare ogni possibilità di lavoro legale e di propaganda rivoluzionaria. Per questo il compito rivoluzionario che sta di fronte al movimento di classe e alle forze autenticamente comuniste è quello che consiste nel passare dall’astensione all’astensionismo. Per questo non ha senso strategico ed è uno spreco delle poche energie disponibili cercare di utilizzare la tribuna parlamentare in paesi come l’Italia, in cui il partito rivoluzionario è ancora nella fase di preparazione dei quadri e l’attuale corso della lotta di classe riduce ai minimi termini gli spazi di iniziativa e di propaganda.
7. La centralità del lavoro salariato
La centralità della classe dei lavoratori salariati (o, se si preferisce, dei venditori di forza-lavoro) risulta da una duplice cinematica: a mano a mano che si diffonde nel pianeta il modo di produzione capitalistico, cresce insieme con esso il peso del lavoro salariato, che (secondo i dati dell’OIL) 6 passa da 1,3 miliardi di persone nel 1965 a 2,4 miliardi nel 1995, sino a 3 miliardi nel 2000 con una previsione di 3,6 miliardi nel 2025. Naturalmente, occorre tenere conto del fatto che questa espansione in pari tempo produce una crescita della disoccupazione di massa, poiché la velocità di espulsione della manodopera rurale è nettamente superiore alla capacità di assorbimento di industria e servizi. Sempre secondo l’OIL, una persona su tre è disoccupata, e ciò significa che «un miliardo di persone nel mondo, un terzo della forza-lavoro, vive in condizioni precarie e con scarse protezioni sociali». In conclusione, la mondializzazione capitalistica produce simultaneamente l’espansione del lavoro dipendente e la sua svalorizzazione.
Lungi dall’essere, come è stato detto da un amante respinto, “la più grande delusione della vita di un intellettuale” (laddove quest’ultimo, come è ovvio, ha il volto sognante di un intellettuale affetto da romanticismo piccolo-borghese), la classe operaia (cioè la classe dei lavoratori salariati produttori di valore divenuta cosciente di sé stessa) è la più grande scoperta all’interno della società e il più grande investimento sul futuro che possa compiere un intellettuale capace di ragionare (non in termini soggettivistici e autoreferenziali ma) in termini di continenti e di generazioni.
In questo senso, la sinistra ha dentro di sé una lunga storia che parte dalla prima rivoluzione industriale alla fine del Settecento, passa attraverso tutte le esperienze di lotta e organizzazione dell’Ottocento (cooperativismo, mutualismo, sindacalismo, internazionalismo) e giunge alle grandi esperienze del Novecento (rivoluzioni, costruzione di regimi socialisti, guerre di liberazione contro il nazifascismo, compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro, sconfitta del primo “assalto al cielo”). Protagonista di tutte queste esperienze è stato il movimento operaio, un soggetto sociale incentrato sulla classe operaia, con una propria organizzazione e una propria teoria. Nel ciclo neoliberista, che sta giungendo al termine mentre è in pieno svolgimento la terza crisi generale del capitalismo iniziatasi intorno alla prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, la centralità politica della classe operaia è stata negata, ma la crisi stessa ne ripropone costantemente la centralità sociale. Il passaggio da questo tipo di centralità (che si chiama essenzialmente sfruttamento, precarietà e disoccupazione) a quel tipo di centralità (che si chiama sempre sfruttamento, ma implica anche una potenziale egemonia) ha un nome preciso e insostituibile: partito comunista per la rivoluzione socialista.
Da qui occorre ripartire: da una forza politica e sindacale, che deduce dalla centralità economica del plusvalore nel sistema capitalistico la centralità politica della classe operaia nel rovesciamento di tale sistema. Una forza sindacale e politica capace di usare l’arma della lotta di classe e lo strumento dell’organizzazione non solo per fronteggiare l’impatto della crisi con le sue inevitabili ristrutturazioni produttive, non solo per sostenere i lavoratori che vengono colpiti dalla crisi, soprattutto nei settori più deboli e meno protetti, e che saranno colpiti una seconda volta, all’uscita dalla crisi, anche nei settori più forti e più sicuri. L’istanza che legittima una forza di questo tipo infatti non nasce unicamente da un’elementare esigenza difensiva, ma nasce innanzitutto dalla necessità di proporre un’alternativa di civiltà e di ‘ordine nuovo’ al caos e alla barbarie scatenati dal capitalismo.
Perciò, a quei pochi compagni i quali affermano che dovremmo tornare al passato per preparare un futuro migliore, è giusto riferire una frase del filosofo Enzo Paci, scritta per il terzo Catalogo della casa editrice Il Saggiatore, in cui la loro affermazione viene ripresa e approfondita: «La vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire».
E invero i comunisti erano i soli, fino a qualche anno fa, a parlare di grandi crisi economiche come quella del 1929, mentre gli economisti ufficiali e il sistema dei ‘mass media’ sostenevano che ormai gli Stati avevano i mezzi per evitarle, riducendole a semplici recessioni. I comunisti sono ancora i soli a parlare di autentiche rivoluzioni (e non di quelle ‘colorate’, semplici camuffamenti di colpi di Stato orditi dall’imperialismo). I comunisti, inoltre, sono ancora gli unici a sostenere che la crescente polarizzazione sociale, in atto da decenni, non può essere ricomposta con mezzi ordinari. Pertanto, a questo punto appare difficile negare la verità di un’antica massima cinese la quale afferma che alla rivoluzione nessuno crede, prima che questa si manifesti. Vedremo se i comunisti avranno avuto ragione anche questa volta.









































Ciao Eros, effettivamente non sarebbe solo stimolante, ma necessario lavorare sulla nozione di fascismo. Perché a pelle ne sento la puzza peggio di quando mi trovavo davanti a quella bella vasca di resina entro cui veniva impregnata la fibra di vetro destinata a diventare, tramite polimerizzazione, vetroresina. Neanche la doccia tirava via quella puzza.
Ma occorre a questo punto ragionare su come la concezione stessa di fascismo si sia evoluta.
Evoluta, per esempio, rispetto all'esemplare lavoro di Giorgio Dimitrov al VII Congresso del Comintern il 2 agosto 1935, e di cui ho recuperato il pdf della traduzione integrale.
http://www.piattaformacomunista.com/DIMITROV_rapporto_VII_Congresso_IC.pdf
L'originale, invece, si può trovare per esempio qui:
https://kprf-ugra.ru/archives/11709
Evoluta ma non completamente stravolta. Prendiamo per esempio un brano all'inizio di queste 58 pagine di intervento:
"Il fascismo non è nè un potere al di sopra delle classi, nè il potere della piccola borghesia o del sottoproletariato sul capitale finanziario. Il fascismo è il potere dello stesso capitale finanziario." (orig. Фашизм — это не надклассовая власть и не власть мелкой буржуазии или люмпен-пролетариата над финансовым капиталом. Фашизм — это власть самого финансового капитала. )
Io qui potrei già partire con qualche considerazione.
Non ci son più manganello e olio di ricino, nelle forme storicamente date, perché come Fabio giustamente noti
Non c'è più un "pericolo rosso", già moribondo a fine anni Novanta e soffocato definitivamente, come un cuscino in faccia, nei maglioni in cachemere di Bertinotti.
Non c'è neppure un partito fascista, se è per questo, con la sua tessera, il suo sabato fascista, le sue adunate, le sue marcette, le sue camere del lavoro bruciate, i suoi cadaveri, le sue fogne.
"La lotta di classe esiste, e l'abbiam vinta noi", dice il padrone sogghignando.
E che bisogno ha, a questo punto, il padrone, di ricorrere a un ennesimo giro di vite? Perché di questo stiamo parlando?
Cosa disse il Ferrucci al vile Maramaldo... "Tu uccidi un uomo morto"... di questo stiamo parlando? Si e no. Che il fascio nella sua componente ultrà a maglietta nera e testa rasata si stia continuando a togliere tante soddisfazioni è un dato di fatto. Ma non è SOLO questo il fascismo di cui parla Eros, non è SOLO questo il fascismo di cui sentiamo tutti la puzza.
"это власть самого финансового капитала".. "è il potere dello stesso capitale finanziario". Un potere che, rotti gli argini di paletti novecenteschi, DILAGA. Dilaga, più che per cattiveria, perché DEVE dilagare. Per continuare a esistere in quanto tale, ovvero accumulare, massimizzare, portare a casa il più possibile, TOGLIERSI DALLE SCATOLE QUEGLI INUTILI, DESUETI, ANACRONISTICI ORPELLI dati dalla nostra Carta costituzionale, per esempio, o dallo Statuto dei lavoratori, o dallo stesso Parlamento. A maggior ragione oggi, NEL MEZZO DI UN CONFLITTO INTERIMPERIALISTICO SENZA PRECEDENTI E SENZA ESCLUSIONE DI COLPI.
Ecco, allora, che definire questo fascismo è a mio avviso importante. Definirlo porta a riconoscerlo, a sentirne il fetore lontano un miglio, e questo porta a combatterlo o, quantomeno, a cercare di farlo.
Visti gli attuali rapporti di forza, non siamo alle porte di Berlino! Non possiamo dire, con le parole del capobrigata ai suoi scappati di casa di mezza europa nell'ultima puntata dello sceneggiato sovietico "Lo scudo e la spada" (Щит и меч): "Allora, compagni "internazionale", questa battaglia non è l'ultima, ma è lo stesso decisiva" (Что ж, товарищи “интернационал”, это наш не последний, но решительный бой), rifacendo il verso al ritornello in russo dell'Internazionale.
No, davanti non abbiamo il cartello "Berlino". E neanche "Stalingrado" se è per quello. Stiamo arretrando e basta.
Ma da qualche parte bisogna pure incominciare. E la tua provocazione Fabio forse offre davvero la prima traccia di un percorso di ricerca che porti a una più profonda, autentica "analisi della società italiana, divenuta ormai una sconosciuta sia per coloro che dovrebbero governarla sia per la sinistra di classe, generalmente priva, a parte alcune eccezioni, di sensori atti a metterla in comunicazione con l’ambiente che la circonda e a consentirle di interpretarlo."
Un'analisi di quello che siamo diventati in questo mezzo secolo, o in questi 75 anni. insieme all'analisi del processo di fascistizzazione, neanche tanto strisciante a questo punto, in corso. insieme all'elaborazione di strategie che da questa analisi partano e comincino a mettere dei contropaletti, ad arginare una deriva che sembra ormai inarrestabile.
Scappo
Ciao a tutti
Paolo Selmi
One of the things I like about what I have done in my book is to bring out the meaning of the word konspiratsiia, which was used by those revolutionaries in the underground. That word is never translated as "conspiracy" -- if you read the earlier versions you will find that the term is usually translated as "secrecy". But what konspiratsiia means in the context of the Russian underground is the set of rules by which you do not get yourself arrested by the police, what I call the "fine art of not getting arrested". What we have here is a "konspiratsiia underground": that is, a "conspiracy" which is not based on the usual logic associated with the word, but precisely the opposite: having an underground organisation that has mass roots through organising strikes, distributing literature and so on. Konspiratsiia is thus the opposite of conspiracy. A conspiracy means keeping information and knowledge within the small group, so that it can go and knock off somebody or lead a palace coup. Konspiratsiia is the opposite -- it is about getting knowledge and ideas out to as many people as possible.
Potresti far luce su questo punto? Magari a qualcuno potrebbe interessare.....
Grazie.
se il buon giorno si vede dal mattino, questa è una buona giornata, visto che mi inviti a nozze.
Dunque, cospirare, con-spirare, respirare insieme. Direi che a questo punto la forzatura, se di forzatura vogliamo parlare, è più nel senso attuale del termine che in una supposta variante russa di significato. Supposta perché... poi ci arrivamo! :-)
un passo alla volta. Quindi, "respirare insieme", fermiamoci qui un secondo. se dovessimo attenerci esclusivamente al senso letterale, la parola avrebbe anche un risultato ESCLUSIVAMENTE positivo. cosa c'è di più bello di avere massima unità di intenti?
8.12 ce la faccio ancora, recupero dallo scaffale impolverato l'ernout meillet
spiro as avi atum are... souffler, che a quest'ora a dire il vero mi fa venire in mente altro... poi i composti... niente da fare. Categorico.
"conspiro = [equivalente greco antico] usite uniquement au sens moral de "conspirer", atteste depuis lucrece et cicecorn"
Quindi niente. se respiri insieme a qualcuno, è perché respirate contro un altro. punto.
Non compare nel Vasmer, il maggior dizionario etimologico del russo. ma fa niente. mica tutte le parole importate devono comparire.
Compare, in maniera sistematica, nel moderno dizionario storico dei gallicismi della lingua russa.
Исторический словарь галлицизмов русского языка. - М.: Словарное издательство ЭТС http://www.ets.ru/pg/r/dict/gall_dict.htm. Николай Иванович Епишкин epishkinni
Lo riporto e ci lavoro sopra in pausa sigaretta, se ne vale la pena.
КОНСПИРАЦИЯ и, ж. conspiration f. 1. Заговор. Павленков 1911. Тайный заговор. Сл. 18. В Бретани дознались о конспирации, или о злоумышлении на настоящее правительство, которое де поджигал кардинал Алберонии. Вед. 1719 2 346. Здесь пронесся слух, что министерство проведало о какой-то составляемой будто-бы министром в. и. в. и некоторыми членами правительства конспирации. 1741. Кантемир Деп. // К. 1868 2 132. Никаких конспираций и следа нет .. нет нечего конспираций. Кантемир Соч. 2 301. Открытие конспирации против Царицы в Стокгольме обнародовали. АВ 2 387. Слушать соизволила <императрица> ... Реляцию камергера Чернышева .. о разглашении якобы в России конспирации. АВ 4 315. В его доме.., где у них <большевиков> была конспирация. В. Д. Чменова-Тяньшанская-Болдырева Восп. // Звезда 1996 2 119.
2. Методы, применяемые нелегальной подпольной организацией для сохранения в тайне ее деятельности. СИС 1985. - Зачем? - гордо вздернула старуха седеющую голову. - Удивляюсь .. Все эти конспирасьон? Ах не будет проку. В. Иванов 236.
3. перен. Сохранение тайны. СИС 1985. ♦ Conspiration du silence. Заговор молчания, т. е. политика замалчивания. Здешняя либеральная печать устроила против романа la conspiration du silence, решила игнорировать его. 24. 1. 1887. Б. Маркевич - П. К. Шабельскому. // М. 1888 146. Конспирационный ая, ое. Оно <предложение> составляет часть конспирационного плана. Слово 1879 7 2 86. Конспиролог а, м. Конспирологи разных стран мира пытаются понять смысл благой каменной вести. ЗС 2003 6 68.
окказ. Конспиративит а, м. Коммунисты превратили конспирацию в культ со своими обрядами и обычаями, с особым священным языком. Проведя несколько лет в подобной атмосфере, большинство партийцев обнаруживает симптомы конспиративита - душевного состояния, граничившего с паранойей. ИЛ 2002 7 212.- Лекс. Михельсон 1898: конспирация; САН 1912: конспира/ция; Сл. 18: конспирация 1711.
l'ozerov invece è molto, molto più sbrigativo e indicativo. fermiamoci qui
КОНСПИРА́ЦИЯ, -и, жен. Методы, применяемые нелегальной организацией для сохранения в тайне своей деятельности и членов; соблюдение тайны. Строгая к. Соблюдать конспирацию.
| прил. конспирационный, -ая, -ое.
Толковый словарь Ожегова. С.И. Ожегов, Н.Ю. Шведова. 1949-1992.
COSPIRAZIONE. METODI impiegati da organizzazione illegale per CONSERVARE NEL SEGRETO le proprie ATTIVITA' E MEMBRI; osservanza del segreto.
ESEMPI, "OSSERVANZA RIGIDA DELLA COSPIRAZIONE" "OSSERVARE LA COSPIRAZIONE"
quindi l'anglofono ci ricama sopra, ma il nocciolo è che per i russi konspiracija è METODO anzitutto, non la congiura di per sè.
scappo al timbro
ciao
paolo
1 - Lars T Lih è affidabile ancora una volta. I bolscevichi sottopongono ad attività pratico-critica tutto il portato dei movimenti rivoluzionari europei e russi del XIX secolo, compresi i populisti e gli anarchici, e ne inverano i metodi. Il termine in questione non è un francesismo, ma diventa carne e sangue nelle lotte operaie, vive e sopravvive ai Soviet del 1905.
2 - Il Metodo non è separabile dal Movimento (Marx: La rivoluzione lavora con metodo...), dal Soggetto (storico), dall'Objekt (che sta di fronte); analiticamente separabile, ma non nella pratica, in quanto il primo che arriva impone il proprio passo, distingue normativamente cosa sia legittimo e cosa non lo sia. Tukhachevsky ha buon gioco contro Trotsky (Malaparte, Tecnica di un colpo di Stato), salvo poi essere a sua volta giocato; Kyrov viene suppostamente ucciso da un complotto di bolscevichi di Leningrado, i quali vengono passati per le armi da coloro i quali verranno poi passati per le armi, e nessuna prova rimane di quanto accaduto (Salisbury, I novecento giorni di Leningrado). Certo, il tuo omonimo diceva che nessuna Legge è legittima se uccide un Giusto. Quindi...
3 - Accettare il terreno sul quale il nemico (di classe) decide cosa sia legale e cosa non lo sia è partire con il piede sbagliato: ipostatizza cosa sia inammissibile, e soffoca il Bewegung nella gabbia dello Impossibile. L'agire si autocensura, che come dice Serrat è la peggiore forma di censura. Non c'è nulla di "ciclico" in questo.
4 - La osservanza è corporativa, non politica: anche all'interno degli affari della polis, ipostatizza conflitti tra artigiani, tra bande, tra clan. Ti respiri le tue scorregge: come diceva Lassalle, la rivoluzione non la facciamo ma intanto ci teniamo in allenamento, as sa mai.
PS Non sapevo che Cicerone fosse Cicecorn in francese! Che lingua!
Grazie
Hai ragione su tutti e quattro i punti. Konspiracija come sinonimo di PROTOCOLLO, in un certo senso. In quel senso.
Poi, giusto per incasinare a tutti la vita, ho letto ora con attenzione il dizionario dei gallicismi e dice praticamente che c'è anche l'uso "tradizionale" del termine, relegando alla fine quello di cui parla l'Ozerov.
Quindi occorre capire, dal contesto sempre, quando tradurre in un modo e quando nell'altro.
Però "osservare la konspiracija"; "seguire rigidamente la konspiracija" diciamo che è METODO, punto.
Non lascio cadere il tuo discorso su ILLEGALITA' che poi riprende l'argomento sollevato da Eros. E' solo che è finita la pausa sigaretta. ci pensavo anche mentre venivo al lavoro, vantaggi del pedalare sullo schiacciare il pedale, la testa va dove vuoi.
Secondo me dovremmo tornare alla konspiracija, al metodo, ai protocolli.
Ma non per giocare a fare i carbonari. Ma perché viviamo in un mondo dove per annichilirti ci sono strumenti MOLTO più efficaci del manganello e dell'olio di ricino. Persino questi sproloqui, o pezzi delle mie mail, se fossi / nel momento in cui diventassi un elemento sensibile, potrebbero essere usati per annichilirmi. Anche se non faccio festini, anche se ho una condotta morale integerrima. Altro che "male non fare, paura non avere".
E allora in questo XXI secolo occorre anche una formazione del militante in questo senso. Con protocolli che impongano, a chi fa un certo tipo di scelta e, soprattutto, si assume un certo tipo di responsabilità, l'osservanza di una precisa konspiracija, che non getti al vento mesi, anni di lavoro DI TUTTI per una cazzata, un'ingenuità, una parola di troppo, eccetera DI UN SINGOLO.
Mi sarebbe piaciuto tornare su questo punto in una risposta a Eros sulla sua conclusione... ma vista come si sta mettendo la giornata dubito di riuscirci. Eppure questo argomento secondo me è importante. E non ha niente a che vedere con la carboneria, e neppure con le firme dei pentastellati ai regolamenti e neppure sull'introduzione di norme da caserma... è una cosa di più serio. E dovrebbe riguardare METODICAMENTE la condotta di iscritti, militanti, quadri.
Ri-scappo
ciao
paolo
Mi premeva lasciare aperto il giudizio sul carattere di feticcio delle forme di lotta; per il resto, mi attengo a Wittgenstein: sulle cose delle quali non possiamo parlare, necessita osservare silenzio. Grazie