Il pensiero unico della psicologia mainstream
di Tommaso Pasqualetti
Da qualche anno a questa parte, professionisti, influencer, giornalisti, opinionisti, sembrano proporre tutti la medesima narrazione: bisogna andare tutti dallo psicologo. Ma è davvero così?
Piero Coppo, nel suo scritto Le ragioni degli altri. Etnopsichiatria, etnopsicoterapie, riportava come, in uno dei suoi viaggi in Mali, trovò all’interno dei villaggi situati nelle campagne e nelle montagne quella “follia” che, secondo il suo bagaglio esperienziale e professionale, doveva essere il risultato dell’esclusione sociale conseguente al sistema produttivo capitalistico. Vi era, tuttavia, una differenza rispetto ai territori occidentali dove egli operava: in quei villaggi non si poteva dire che esistesse, o fosse mai esistito, il capitalismo. Una rigida epistemologia determinista veniva, dunque, messa in discussione, e in parte sconfessata, dal dato di realtà.
Oggigiorno, soprattutto nella narrazione mediatica e social, sembra che vi sia lo stesso determinismo, ma di segno opposto. Vi è un pensiero unico, praticamente condiviso all’unanimità (alla faccia del pluralismo e del dibattito scientifico basato sul dubbio e la messa in discussione di ciò che sembra veritiero) secondo cui tutti si “dovrebbe andare dallo psicologo” (ma chi lo ha detto?), oppure che la contemporaneità si contraddistingue, rispetto ai periodi passati, per un’epidemia di disturbi mentali… ma andiamo con ordine.
La figura dello psicologo si sta annidando in pressoché tutti gli aspetti della vita sociale, spesso in una chiave macchiettistica e annacquata, per essere digerita da chi, in maniera più che lecita, non possiede le adeguate conoscenze che permettano di valicare i clichés che gravitano intorno a questa figura. L’introduzione coatta di questo ruolo professionale nella narrazione mondana e mainstream, tuttavia, non si limita alla presentazione, in chiave clericale, dello psicologo invitato dal canale dell’influencer X o in televisione a qualche trasmissione al fine di proferire, con tono oracolare, discorsi abbastanza vuoti e retorici; ma – ed è questo a mio modo di vedere che dovrebbe destare abbastanza preoccupazione – si spinge fino a quel discorso, che come un’aura questa figura porta legato indissolubilmente a sé, riassumibile nella formula “bisognerebbe andare tutti dallo psicologo”.
Questo principio, tuttavia, non è solamente un sottotesto limitato alla presentazione di questi personaggi, ma è un mantra che viene ripetuto, a ogni piè sospinto, sia dagli organi direttamente legati al tema, come l’Ordine, sia dai consulenti in relazioni pubbliche (che, come sempre, ci vedono lungo), e filtrato, con linguaggio da pappa del cuore, da influencer, star, giornalisti, opinionisti, intellettuali, ecc… Anche a bazzicare su pagine e siti dove scrivono professionisti del ramo della psicologia, la verità appare lapalissiana, manifesta, senza spazio per una smentita: tutti avremmo bisogno di uno psicologo. Penso che questo assioma porti a conseguenze nefaste e molto pericolose, a cominciare dal fatto che, quando un enunciato trova una platea che non sviluppa una dialettica contraria, siamo davanti al fanatismo duro e puro.
Visto che, per quanto mi riguarda, tutto è fallibile e contestabile, sarebbe bene procedere, in maniera popperiana, alla messa in discussione del dogma, per cercare anche di far sviluppare, nelle persone che non s’intendono della materia, una coscienza critica, visto che la terapia viene presentata, dai cantori poc’anzi citati, come il rimedio a tutti i mali. E quando una cura va bene per tutto e tutti, ci si può benissimo congedare dal fare scientifico per approdare a quello religioso.
Tuttavia, per iniziare una reale critica dell’assioma, è bene fare una breve genealogia del perché esso si sia costituito in maniera così vistosa oggigiorno. L’andare in terapia, per lungo tempo, è stato sinonimo di debolezza e, non raramente, di un’instabilità mentale paragonabile alla follia, ragion per cui le persone che esponevano ad amici e familiari di aver preso parte a un percorso terapeutico venivano talvolta stigmatizzate. Di contrasto, la narrazione del “non c’è nessuna vergogna ad andare dallo psicologo e chiedere aiuto” poteva, appunto, andare bene, ed era anzi doverosa in quell’arco temporale. Proporla oggi, invece, è del tutto anacronistico. Anzi, penso di poter affermare che la questione abbia preso una piega totalmente inversa, ovvero che oggi ci sia diffidenza verso chi in terapia ancora non c’è andato, condita da considerazioni quali “non si mette in discussione” oppure “non ha il coraggio di chiedere aiuto”; dunque questo storytelling, portato avanti anche da una larga fetta di “psicologi”, non regge più.
A fianco di questo impianto interpretativo troviamo un altro cardine ancora più inscalfibile, visto che è protetto e saldato continuamente da tutto ciò che la fabbrica dello spettacolo ci presenta ogni giorno: ossia l’algofobia, la paura del dolore (Byung-Chul Han, 2021). Tutto ciò che non si attaglia a una vita pressoché perfetta, qualsiasi circostanza, oppure ostacolo, che si frappone all’edonismo reaganiano e puerile che risiede nell’ordine simbolico condiviso dalla collettività, da una quarantina di anni a questa parte, risulta essere motivo di frustrazione e di disagio, e deve dunque essere eliminato. In pratica, per la visione egemonica, ogni giorno dovrebbe essere Natale, e se vi sono incongruenze tra questa visione ideale e la realtà quotidiana, allora sei “malato”, e urge un qualche intervento per “riassestare” la tua salute con una processualità esistenziale immacolata da ombre, che viene presentata come un dato di fatto e non come una reificazione. Il mettere in discussione o, peggio, il ritrarsi da questa visione della vita, vista come naturale dai più come se stessimo parlando delle emigrazioni degli uccelli o delle fasi lunari, è come una dichiarazione, a se stessi e agli altri, di aver imboccato una strada interiore sbagliata. Urge dunque un intervento psicoterapeutico, per riportare il soggetto sulla “giusta via”, rispetto alla quale i vagoni del soggetto hanno imboccato binari estranei. Questa visione dominante, che se messa in discussione conferma i presupposti che va sostenendo (ovvero che sei malato perché non riesci a “godertela”, ergo ad adattarti), è sorretta da un’aleturgia molto strutturata e difficile da captare, soprattutto per chi non si è mai congedato, neppur per un istante, da tale epistemologia dell’esistenza.
In primo luogo, essa è propagata e giustificata da un esercito di cantori (professionisti, influencer, ecc.) riconducibili alla figura della crocerossina, queste missionarie che vedono malattie da tutte la parti, sentendosi incaricate, non si sa bene da chi e per quale ragione, di salvare le persone. Come dico sempre, se vuoi salvare la gente vai a fare il bagnino o arruolati con gli Avengers, ma non pretendere di ergerti a salvatore di qualcun altro. Anche qua si può ben vedere come l’intervento terapeutico viene investito di un’aura teologica, come quando il prete che deve salvare il peccatore si fa raccontare le malefatte per “esorcizzare” il male presente in questi. Queste persone si muovono secondo il fondamento, indiscutibile, che l’aiuto è sempre qualcosa di buono e splendido, a prescindere dalle circostanze. Si tratta di un pregiudizio molto presente, come sottolineavano anche importanti terapeuti quali Cecchin, Lane e Ray nel loro scritto Verità e Pregiudizi. Un approccio sistematico alla psicoterapia. Basti leggere le approvazioni che scendono copiose ad ogni comunicato dell’Ordine degli psicologi (cappate retoriche e autoreferenziali di nulla mischiato col niente), per rendersi conto della loro atavica adesione alla setta: ormai hanno strutturato, nella loro forma mentis, il presupposto che ci sia sempre qualcosa di “malato” da scovare e, di conseguenza, da guarire. Ciò è facilmente ravvisabile dagli ultimi periodi che abbiamo vissuto: non appena è entrata in scena la pandemia, subito a parlare di “psicopandemia”. Guerra in Ucraina? Sarà meglio aggiornare il DSM con qualche disturbo ad essa correlata, così che tra qualche anno diventi un dato di fatto, e non una costruzione ad hoc per racchiudere, sotto qualche criterio, aspetti contingenti legati a una specifica situazione e discordanti rispetto al normale fluire dell’esistenza. Il principio che muove queste persone è semplice: dare sempre un nome a ciò che non è identificabile e facilmente categorizzabile, pena il naufragare nel mare magnum dell’incertezza, dell’angoscia, del dubbio, del non conosciuto. La nosografia è l’arma con la quale queste persone mettono insieme i punti sullo sfondo e magicamente “tutto torna”, come ammoniva Allen Frances – il quale guidò la task force che ha pubblicato il DSM-IV – nel suo libro Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie. Ovviamente, ideologizzati come sono, non si rendono conto del “come” e del processo che porta alla costituzione di tale formalismo: basta che passi un po’ di tempo, nemmeno troppo, e quelle malattie diventano entità naturali, come il raffreddore. Ci sono, ci sono sempre state e sempre ci saranno (ovviamente le sconfiggeremo con il nostro intervento terapeutico salvifico, anch’esso calato dall’alto per dotazione divina dal Dio della normalità).
Le nosografie psichiatriche-psicologiche mutano periodicamente, si estinguono, cambiano i criteri, e variano culturalmente; ma gli adepti non se ne curano. Se il DMS afferma X, chi sono io per metterlo in discussione? Oltretutto, siamo o non siamo la società più avanzata? Se in Occidente si afferma X, mentre in Burkina Faso Y, la verità è, de facto, X. Ogni entità patologica, per costoro, è atemporale, anzi, è una vera e propria essenza, come il diavolo da far fuoriuscire dalla carne dell’indemoniato. Qualcosa che “esiste”, è lì. Come cantava qualcuno, persone malate decidono che cosa sia malato. Invece di presentare i principi esplicativi e le euristiche di vario genere come se fossero entità, si dovrebbe educare il pubblico, estraneo alla materia, a scorgere questa differenza e a interpretare le informazioni sapendo che i significati proposti sono costrutti (sempre distorti dal bagaglio esperienziale e ideologico del soggetto promotore) e non il riflesso di una realtà ontologicamente esistente.
È anche troppo scontato rivolgere a costoro la domanda su che cosa intendano per “normalità” o salute mentale: probabilmente risponderebbero con una perifrasi del tipo “stato di benessere sociale, individuale, mentale, professionale”; che è un po’ come dire il “mondo è bello”. Sì, ok, sono d’accordo, ma che cosa mi hai detto? Insomma, per la malattia sappiamo puntigliosamente a cosa riferirci, e come individuarla; per quanto concerne la normalità, invece, non si riscontra lo stesso bisogno, si sa cos’è, è una manifestazione pura, non ha bisogno di essere declinata con le parole. I più arguti, invece, risponderebbero con la definizione dell’OMS, che però, di nuovo, risulta essere generica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla, difatti, di uno stato “totale” di benessere (fisico, mentale e sociale), e non solo della mera assenza di infermità. Questa definizione rivela al meglio quello che i tedeschi chiamano lo Zeitgeist, vale a dire lo spirito del tempo: non vi è spazio per il dolore nelle nostre esistenze, e se ve ne fosse non potremmo godere di una condizione salutare, saremmo in un certo senso infermi o malati. Ora, qualcuno mi porti un esempio di una persona che nella vita non ha problemi. Un problema qualsiasi, anche sciocco, basta a confutare questa assunzione della “totalità”. Popper diceva che la vita non è altro che una serie di problemi da risolvere. E qualcun altro che, se si vuole vedere qualcuno senza problemi, è bene recarsi al cimitero. Ci si rende conto che quando queste superstrutture portano avanti questi motti utopici (o distopici, dipende dai punti di vista), come si potrebbero sentire nel Mondo di Patty o in qualche libro per l’infanzia, allora la legittimazione del discorso riferito alla vita esente dal male è compiuto. Tutto deve essere sempre candido, armonioso, esente da conflittualità, facile e a portata di mano, come un click sul palmare. Certo, il dolore può talvolta subentrare, come il rumore di una posata che viene a contatto accidentalmente con il piatto: ci stordisce per qualche secondo, ma subito dobbiamo tornare a disinteressarcene. È stato solo un micro-episodio che ha spostato il nostro sguardo dalla normale processualità. Dimenticarlo subito, altrimenti la via per gli inferi è presto imboccata. E, se non si può tornare sui nostri passi, abbiamo influencer, professionisti, opinionisti, i quali con un video di qualche minuto sui social ci rincuorano del fatto che “non c’è nulla di male a chiedere aiuto, non è normale sentire quel rumore, chiedi aiuto”, invitandoti, successivamente, a raccontare alla tua bolla sociale, senza alcun minimo pudore, ciò che vi siete detti tu ed il tuo terapeuta. Perché si sa, tenere dei segreti è sintomo di “nascondere qualcosa”. Niente deve discordare rispetto al normale. Il male non deve esistere, e soprattutto non è tuo. È loro, è della chiacchiera.
Questo ordine del discorso, per citare la famosa e rinomata lezione di Foucault (1972), si serve sia di una polizia discorsiva, la quale, come affermò il filosofo transalpino, si deve riattivare in ciascuno dei suoi discorsi (prendere per indiscutibile l’assunto dell’intervento terapeutico, il male che non deve esistere, la vita come perfetta e idilliaca), sia di una psicopolizia orwelliana che, come ho sostenuto in precedenza, è riconducibile all’azione delle crocerossine, le quali con la loro attenzione selettiva devono scovare il male in ogni azione verbale o comportamentale degli altri, denunciare il misfatto, per poi accompagnare gli individui verso le redenzione.
In secondo luogo, vi è la continua denuncia riguardo il dilagare, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione, dei disturbi mentali. Non si mette mai in evidenza il fatto che questa “epidemia” venga alimentata, ed esacerbata, dalle narrazioni che si propongono. Come rileva Cassie Redlich dell’OMS (intervistato da Federica Sgorbissa all’interno della rivista Mind), “[u]na delle narrative predominanti, in questo momento, descrive la salute mentale dei più giovani come terribile, un peso schiacciante sulle spalle di un’intera generazione…Se ripetiamo costantemente ai giovani che stanno male, potrebbero convincersi che sia vero, indipendentemente dalla realtà dei fatti”. Anche Frank Furedi, nel suo scritto Il Nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, metteva in guardia contro queste profezie che si auto-adempiono, riportando un caso di contadini britannici, di norma stoici e solitari nell’affrontare le peripezie esistenziali, i quali, venuti a contatto con una campagna di counseling in seguito a un evento epidemico, mostrarono un innalzamento del tasso suicidario, causato dall’elaborazione del trauma tramite un nuovo linguaggio (quello fornito dall’equipe che diede loro sostegno) il quale rimpiazzò il bagaglio di strumenti ancestrali e di risorse presente nel loro repertorio, viste le continue carestie a cui era stata sottoposta la categoria nel passato.
Tramite la slogan “andiamo tutti dallo psicologo” si può venire a creare un cortocircuito in cui, in primis, non si interviene prontamente rispetto ai ragazzi che presentano realmente dei problemi, in quanto tutte le problematiche e i disturbi vengono livellati a prescindere dalla loro effettiva gravità; in secondo luogo, si può far credere ai coetanei dei primi, completamente sani, di “essere malati”, in quanto se così non fosse di certo non sarebbero andati da uno psicologo, con la conseguente attuazione della tipica profezia che si autoavvera: il ragazzo inizierà a rimuginare continuamente sul proprio stato psichico e, probabilmente, svilupperà sintomi depressivi o ansiogeni per davvero. Un vero capolavoro della propaganda pro-psicologo a tutti i costi. Come scriveva Friedrich Nietzsche, la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Altro esempio, anch’esso con conseguenze nefaste: più il discorso riferito alla soppressione del dolore e al giusto e indiscutibile intervento terapeutico circola nei social, e di conseguenza nel dibattito pubblico, più la gente si troverà a parlare di malattie, disagio, ecc. Come si sa, è reale solo ciò di cui si parla e su cui la nostra lente coscienziosa si sofferma. Bene, è noto, o dovrebbe esserlo almeno per chi conosce la psicologia, l’effetto Werther, proposto da Philips in tempi non sospetti: più si parla di una cosa (nel caso del lavoro di Philips era il suicidio), più questa è come se si propagasse, aumentando la sua frequenza, tramite il contagio e l’imitazione. Più sulle prime pagine troviamo la notizia di un suicidio, più il luogo dove è avvenuto l’evento e quelli dove si legge la notizia vedranno incrementarsi il tasso suicidario, nello specifico tra le fasce d’età e tra il genere del primo essere umano a compiere quel gesto. Questo meccanismo, basandosi sulla riprova sociale, si può estendere ad altri settori, anche meno tragici. Più avremo influencer, psicologi-star, professionisti, che parlano delle malattie mentali, più la gente si “ammalerà”. Tutti all’improvviso si renderanno conto di avere aspetti in comune con la figura proto-topica che il personaggio porta ad esempio per fare visualizzazioni e di conseguenza, incredibilmente (si fa per dire), ci saranno più malati. La risonanza crea quei fenomeni che inizialmente denuncia come circostanziati a determinate persone o fasce, e così il problema diventa endemico. Più parlate del dolore, del malessere, più tutti vi sembreranno malati. Quello che, invece, dovrebbe essere divulgato, è quando intervenire e quali strumenti offrire alle persone per capire se intervenire.
Byung-Chul Han, nel suo scritto Psicopolitica, rimarca come tutta questa attenzione improvvisa verso la salute mentale sia il risultato di un processo di produzione nel quale non vi è più, come in passato, il “corpo”, ma la psiche come oggetto dello sfruttamento; il dolore (disturbi, stress, dissonanze, ecc.) rappresenterebbero solo un intralcio all’incremento dell’efficienza e della prestazione lavorativa. Difatti, questa tendenza a scacciare tutto ciò che non è solare è riconducibile all’imperativo neoliberista dell’auto-ottimizzazione, secondo il quale pensieri, umori scuri, blocchi, rimuginii, rappresentano un ostacolo all’efficienza della produttività, alla prestazione e dunque al profitto dell’impresa. Il nemico, per il lavoratore, non è più il capo, secondo la classica dialettica conflittuale servo-padrone, ma sono i suoi pensieri “negativi”; il vecchio conflitto di classe viene traslato dall’esteriorità all’interiorità, e il soggetto si trova a monitorare i suoi stati interiori, per “punirsi” prontamente non appena vede inghippi di qualsiasi genere, pena il non raggiungimento degli obiettivi prefissati. Per il capitale, tutto ciò che è dolore è d’intralcio alla crescita. L’unica “sofferenza” accettabile è quella che fa capire al lavoratore che deve darsi da fare, dunque un dolore propedeutico all’adesione completa alla visione d’azienda, in cui, recita il mantra, “bisogna mettersi in gioco”.
Foucault riportava come la società disciplinare fosse incline a impiegare il dolore fisico in un calcolo disciplinare, più scandito e meno ravvisabile rispetto al corpo suppliziato o amputato delle epoche passate; il dolore veniva integrato nell’apprendimento dell’individuo e dunque utilizzato in una tecnica disciplinare di dominio, per determinare l’uomo come mezzo di produzione. Secondo il filosofo sudcoreano, invece, nella società della prestazione, successiva a quella disciplinare delineata da Foucault, la negatività come gli obblighi, i divieti o le punizioni cedono il passo a positività come la motivazione, l’auto-ottimizzazione o l’autorealizzazione. Gli spazi disciplinari vengono sostituiti da aree di benessere. Il dolore perde qualsiasi appiglio col potere e dominio. Viene depoliticizzato diventando una questione medica. La nuova forma di dominio, secondo Han, è riassumibile nel motto “sii felice”. Tale mutamento del potere e dell’ordine sociale spiegherebbe il bisogno di correggere la negatività (qualunque forma essa assuma) riportata negli articoli e nelle dichiarazioni dei professionisti della psiche. Le limitazioni e i disagi provocati dalle norme non produrrebbero un accrescimento della ricchezza, ma un ostacolo al suo ottenimento, almeno secondo il mutamento sociale appena adombrato. Non a caso, tutte le campagne sul “benessere mentale” sono finanziate da grandi corporation.
Il pensiero unico, tuttavia, non verte tanto su quale scuola di pensiero o quale analisi si debbano adottare per comprendere questo disagio, ma sul fatto che questo male sia strutturalmente ineluttabile. E dunque bisogna solo incerottare, qua e là, le sue conseguenze nefaste tramite misure assistenziali, invece di combattere alla radice le cause che lo alimentano. Mai mettere in discussione l’ordine costituito: il dolore è sempre e solo un fatto privato, possibilmente da eliminare quanto prima. E quand’anche viene presentato come il frutto di un sistema economico malato, non si mette in discussione il sistema, ma si propone un rimedio ad hoc che interviene sulla sintomatologia. Come scrisse Noam Chomsky nel suo scritto Le dieci leggi del potere, in riferimento all’ADHD, “noi come società abbiamo deciso che è troppo costoso modificare l’ambiente in cui vive il bambino. Così dobbiamo modificare il bambino” (pp. 38-39, 2018).













































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