Negli anni Settanta e Ottanta «Primo Maggio» è stata una rivista importante per tante persone impegnate nelle lotte sociali e civili.Non sarà un pranzo di gala. Come uscire dalla catastrofe del capitalismo
di Ascanio Bernardeschi
L’ultimo libro di Emiliano Brancaccio illustra che la legge generale di riproduzione e tendenza del capitalismo lo rende una minaccia perfino per la democrazia liberale. L’alternativa è la pianificazione collettiva come propulsore della libera individualità sociale
Emiliano Brancaccio, Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, a cura di Giacomo Russo Spena, ed. Meltemi, 2020.
È uscito a metà novembre un libro dell’economista Emiliano Brancaccio che dovrebbe essere letto e può essere letto agevolmente anche da chi non ha dimestichezza con l’economia, perché lascia fuori dal campo i tecnicismi per dirci l’essenziale di questa crisi e perché ci indica una risposta radicale necessaria per superare il capitalismo e non per salvarlo.
Brancaccio, docente di politica economica all’Università del Sannio, è considerato un economista eretico. È autore di numerosi saggi pubblicati da riviste internazionali e ha promosso il Monito degli economisti contro le politiche europee di austerity.
Il libro si compone di tre parti.
Nella prima vengono riproposti otto suoi articoli o interviste sulla crisi e sulle misure necessarie per affrontarla. Leggendoli si apprende quanto l’autore fosse stato preveggente a pronosticare – già l’anno precedente – la crisi del 2008 e poi a criticare gli indirizzi di politica economica vanamente seguiti per uscirne. Ma già in questi brevi articoli emergono alcune riflessione che Brancaccio svilupperà nel prosieguo del libro: sulla centralizzazione del capitale e la polarizzazione delle classi, sui ritardi della sinistra nel comprendere i cambiamenti del capitalismo, sull’insufficienza delle politiche keynesiane nell’attuale fase e sugli spazi che le politiche di austerità aprono alla destra reazionaria (Sostenere l’austerity e poi dichiararsi antifascisti? Un’ipocrisia). La serie si conclude con un’intervista pubblicata nel giugno scorso da “Jacobin” in cui si invoca un “comunismo scientifico”, cioè il superamento dei diritti e dei brevetti, che limitano la circolazione libera e l’utilizzo comune dei progressi scientifici, come sta avvenendo, per esempio, per i vaccini anti-Covid.



L’operaismo politico italiano e la Scuola di Francoforte sono, indubbiamente, due grandi movimenti teorico-politici del Novecento. Hanno alcuni tratti comuni dal punto di vista dei riferimenti genealogici, innanzitutto la rottura con l’ortodossia e il dogmatismo marxisti; hanno, soprattutto, profonde divergenze nello sviluppo politico. Alla ricerca dell’emergenza delle nuove soggettività della lotta di classe, l’operaismo; la constatazione di un’integrazione ormai avvenuta, di una società divenuta gabbia totalitaria, la prima generazione francofortese. In questo articolo Patrick Cuninghame analizza il rapporto di comunanze e contrasti tra i due movimenti di pensiero in particolare attraverso le analisi di Toni Negri, dalla teoria dello Stato-piano fino al concetto di impero. Tenendo ben presente, ci dice l’autore, che mentre l’operaismo è stato un pensiero incarnato in una costellazione di esperienze rivoluzionarie militanti, la Teoria critica è rimasta ai margini dell’attività politica diretta, finendo spesso per limitarsi a osservare le macerie della storia.
Zitto, il nemico ti cancella
Ogni crisi è occasione per il capitale di ristrutturarsi. Questo vale a maggior ragione per la crisi odierna, che è la più profonda dal ’29 e imporrà cambiamenti che vanno studiati, dal punto di vista del lavoro salariato, per capire come si trasformerà il modo di produzione capitalistico e, di conseguenza, il terreno di lotta fra le classi.
Le edizioni MarxVentuno hanno appena pubblicato un utile volume dal titolo La Cina è capitalista? L'opera è frutto di una felice collaborazione tra un ricercatore del centro di economia della Sorbona e un economista, professore dell'Università Tshinghua di Pechino. Gli autori intendono dimostrare come la convinzione diffusa che la Cina sia una nazione capitalista sia un luogo comune; al contrario, la Cina deve il proprio attuale successo internazionale proprio al fatto di essere un'economia socialista. Insomma: il socialismo funziona: la dimostrazione avviene sotto un profilo essenzialmente storico-economico, con una vera e propria caterva di dati, grafici, indicatori, senza che questo pregiudichi in nulla la leggibilità di una scrittura estremamente coinvolgente … Per i numeri, rinviamo il lettore al volume, mentre qui vorremmo riassumerne e discutere le tesi principali argomentate dai due autori.
Le prese di posizione sulla pandemia di Giorgio Agamben, ora raccolte nel volume 


È in uscita, 
Capitalismo o morte? In un'intervista pubblicata nel dicembre del 2019, il famoso marxista americano David Harvey ha reso assai chiaro, con una franchezza deprimente, in che cosa possa rapidamente degenerare la teoria di Marx, quando, dopo decenni, si continua ad ignorare in maniera sovrana la crisi sistemica, e di conseguenza non si dà forma ad un adeguato concetto di crisi [*1]. Rivoluzione? Una «fantasia comunista», oramai non viviamo più nel 19° secolo. Il capitale è «too big to fail», è diventato troppo necessario, e pertanto non possiamo permetterci il suo crollo. D'altra parte, le cose devono essere «mantenute in movimento», dal momento che in caso contrario «moriremmo quasi tutti di fame». E c'è bisogno anche che investiamo il nostro tempo per «rianimarlo», questo capitale, dice Harvey. Forse si potrebbe lavorare lentamente ad una riconfigurazione graduale del capitale, ma un «rovesciamento rivoluzionario» è qualcosa che «non può e non deve accadere»; e bisogna anche si lavori attivamente per fare in modo che non avvenga. Allo stesso tempo, alla fine il professore marxista ha osservato anche che il capitale è diventato «troppo grande, troppo mostruoso» per poter sopravvivere. Insomma, si tratterebbe di un «percorso suicida».
Suona paradossale, nelle settimane del distanziamento sociale e del ripiegamento solitario, presentare un testo che raccoglie gli esiti di un dialogo. Eppure questo tempo sospeso è stato anche il tempo in cui si sono creati e alimentati rapporti, affinate e precisate nuove idee, concepiti e realizzati nuovi progetti.


Al prossimo capodanno, avvolto nel coprifuoco notturno, s’aprirà il genetliaco secolare, almeno secondo la datazione accettata, del 
La situazione sanitaria che si sta creando nel mondo in seguito alla seconda ondata del Covid-19 impone riflessioni politiche che non sono facili. Infatti, per fare un’analisi scientifica, si dovrebbe essere in grado di partire da competenze tecniche (epidemiologiche, mediche, sanitarie) che evidentemente sono molto complesse, spesso sono viziate dal punto di vista di chi le formula e soprattutto possono condurre a una guerra tra negazionisti e “affermazionisti” che seppellisce sotto una sterile polemica la corretta disamina della situazione. Cercheremo in queste riflessioni di astenerci da tali diatribe ma, dovendo pervenire a un punto di vista politico, che poi è quello che interessa i comunisti, non possiamo non tenere conto di alcuni dati.

L’economista Emiliano Brancaccio è sicuramente un punto di riferimento nel panorama dell’economia critica italiana ed un militante impegnato nel campo della sinistra radicale. Il testo che qui si commenta è stato pubblicato
Nel dibattito pubblico di questi ultimi giorni ha tenuto banco la proposta di emendamento alla legge di bilancio di introduzione di un’imposta patrimoniale che andrebbe ad incidere su quella platea di contribuenti che detengano un patrimonio immobiliare e mobiliare netto superiore complessivamente ai 500.000 €. La proposta, a firma di alcuni deputati di PD e LeU, prevede 4 diverse aliquote: 0,2% tra i 500.000€ e un milione di €; 0,5% da un milione a 5 milione di €; 1% tra 5 e 50 milioni di €; 2% sopra i 50 milioni di €. A queste aliquote, solo per l’anno 2021, se ne aggiunge un’altra: il 3% sui patrimoni superiori al miliardo di €. La stessa proposta di emendamento all’art. 194 della legge di bilancio disporrebbe la contestuale esenzione per le persone fisiche dall’Imposta Municipale Propria, dall’imposta di bollo sui conti correnti e sui conti di deposito titoli.
Le recenti mobilitazioni dei contadini contro le misure il governo Modi in India ci obbligano a riprendere una seria riflessione in merito alla questione agraria nel modo di produzione capitalistico e al ruolo del mondo contadino. E lo dobbiamo fare, come correnti che si richiamano agli ideali del socialismo e del comunismo, sgombrando il campo dagli ideologismi che ci trasciniamo dietro da circa due secoli. Questo vuol dire abbandonare ogni ipotesi positivista, permanendo l’attuale modo di produzione che rappresenta un movimento storico dei rapporti degli uomini con i mezzi di produzione.
La bella riflessione di Mario Reale sul mio pezzo intorno ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi affronta essenzialmente tre questioni, che sono di grande rilievo nel presente contesto politico. Cercherò di snodarvi attorno le mie considerazioni tenendo conto che ciascuna di tali questioni trapassa nell’altra secondo una logica ascendente, di crescente importanza tematica.

World Economic Forum, Global Health Security, gennaio 2019: “La quantità e la diversità degli eventi pandemici è aumentata nel corso degli ultimi trent’anni, una tendenza che si prevede si intensificherà. […] La globalizzazione ha reso il mondo più vulnerabile agli impatti sociali ed economici derivanti da focolai di malattie infettive. Una stima di potenziali pandemie per il 21° secolo ne quantifica il costo economico annuale in 60 miliardi di dollari. Un’altra stima misura il costo di una pandemia per influenza in 570 miliardi di dollari l’anno […] Gli economisti valutano che, nei prossimi decenni, le pandemie causeranno perdite economiche medie annue dello 0,7% del Pil globale – una minaccia di dimensioni simili a quella stimata per il cambiamento climatico. È un livello di rischio che le imprese non possono più permettersi di ignorare”.

Tra il 1951 e il 1995 c’era la Scuola Radio Elettra (SRE) di Torino. Era una scuola per corrispondenza ideata da un chimico, Vittorio Veglia, e da un ingegnere polacco, Tomasz Carver Paszkowski. Al massimo della sua espansione la SRE aprì distaccamenti in Francia, Germania, Spagna e nel continente africano. Offriva a tutti coloro che non avevano potuto, voluto o saputo conseguire il diploma quinquennale di periti elettronici una formazione a distanza secondo un piano di studi personalizzato in 30-50 lezioni, senza scadenze prefissate e senza limiti di età; ma soprattutto senza che l’allievo si dovesse spostare da casa, e garantendogli di fatto il successo formativo.
1. All’alba del nuovo decennio
Il recente dibattito sulla patrimoniale, innescato da un emendamento alla Legge di bilancio di
Cosa dice la filosofia di Alain Badiou? E cosa dice riguardo alla politica? Domande ambiziose e impegnative, sul pensiero di uno dei più importanti filosofi contemporanei, eclettico e prolifico, complesso e provocatorio. Attorno a tali questioni si sviluppa l’articolo di Valerio Romitelli, alimentato dal seminario che insieme a Luca Jourdan ha organizzato all’Università di Bologna. Romitelli mette da subito a critica due formule, tanto enfatiche quanto alla fin fine paralizzanti: «tutto è politica» oppure «la politica non conta nulla». Per andare in un’altra direzione, bisogna appunto considerare la politica come esperienza, confrontandosi con alcuni concetti fondamentali: eguaglianza e sottrazione, oggettività e soggettività, evento e comunismo. Dentro questa matassa, oggi quanto mai ingarbugliata, si possono trovare dei fili per pensare e ripensare la politica.




































