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La nascita dell’Unione Sindacale di Base
Nuove potenzialità per una battaglia sindacale indipendente a tutto campo
a cura della redazione di Contropiano
La costituzione formale e l’avvio del nuovo soggetto sindacale unitario – l’Unione Sindacale di Base – previsto per maggio, costituisce, senza ombra di dubbio, un fatto politico rilevante che travalica lo specifico ridotto della “questione sindacale” e segna positivamente questa complessa e difficile stagione sociale che stiamo attraversando.
Come è noto, la Rete dei Comunisti ha sempre sostenuto tutte le esperienze del sindacalismo di base ed indipendente le quali, a vario titolo, e con percorsi politici ed organizzativi non sempre lineari, hanno costituito, nel corso dei decenni che stanno alle nostre spalle, un importante spaccato del movimento dei lavoratori e delle più generali forme con cui si è connaturato il conflitto sociale nel nostro paese.
La nascita, quindi, di una nuova confederazione - l’Unione Sindacale di Base - come risultato di un complesso lavorio di discussione, confronto e di ulteriore ricerca sul campo, avviato dalla Federazione delle RdB, dall’SdL Intecategoriale, da consistenti pezzi della CUB e da tanti compagni, lavoratori, attivisti senza tessera, mostra concretamente – ben oltre gli effettivi numerici delle organizzazioni citate – la volontà politica e la determinazione necessaria per lanciare una inedita e riqualificata proposta di nuova identità e di più avanzata prospettiva di lotta e di organizzazione [1].
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La sentenza sui fatti della Diaz
Tiziano Bagarolo
Condivido molto dell'amaro commento di Marco Revelli sul "manifesto" (che pubblico qui sotto) a proposito della sentenza della Corte d'Appello di Genova che, a distanza di quasi dieci anni, ha riconosciuto la verità sui "fatti della scuola Diaz" nei giorni del G8 di Genova. E finalmente ha condannato gli autori materiali di quell'ignobile "macelleria messicana" (parole di funzionario di PS durante la deposizione al processo), anche se non ancora i "mandanti", cioè il governo di allora (non lo si dimentichi).
Ma non condivido un punto centrale. Ossia che la reazione del governo – che immediatamente ha fatto sentire la sua voce per garantire ai condannati che non subiranno conseguenze (questo è il senso dei pesantissimi interventi "assolutori" di Maroni, Mantovani & C.) – la si debba al fatto che "sono della stessa pasta e della stessa cricca" (ossia gentaglia senza senso delle istituzioni e della giustizia...).
Non lo credo proprio. Sono assolutamente certo che – magari con un altro "stile", forse con meno pubblicità – un governo di centrosinistra nella sostanza non avrebbe agito diversamente. D'altra parte, non è forse vero che Manganelli (nomen omen), responsabile dell'ordine pubblico a Genova durante il G8, è stato successivamente chiamato a fare il consulente alla sicurezza da Amato, il ministro degli interni di Prodi? Governo che, per altro, si guardò bene dall'istituire quella commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 tante volte reclamata dal PRC...
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Perché l’Unione Europea non funziona
di Vladimiro Giacchè
Il caos intorno alla Grecia è la spia di un problema strutturale: si è impedito che l’Europa potesse avere una politica fiscale comune nell’illusione che fosse sufficiente il libero mercato
Il conflitto scoppiato all’interno dell’Unione europea sul caso greco è soltanto l’ultima e più clamorosa dimostrazione dell’assoluta incapacità delle istituzioni europee di gestire la crisi economica in corso. I motivi di questo disastro non sono contingenti, ma affondano le loro radici nel processo di costruzione dell’Europa e nella sua architettura istituzionale. Di cui questa crisi sta mettendo in luce tutti i limiti. La crisi ha in effetti evidenziato, e aggravato, un’accentuata divergenza tra le economie della zona euro: in termini di crescita, di inflazione e di incremento del debito pubblico.
Quello che sta accadendo è l’incubo dei fautori dell’unità economica dell’Europa: il prodursi di choc asimmetrici, ossia di una crisi che colpisce in misura molto diversa i paesi dell’Unione, con i più deboli tra essi ormai impossibilitati ad adoperare la leva delle svalutazioni competitive per raddrizzare le loro economie. E che quindi rischiano di avvitarsi in una spirale drammatica: crisi economica, debito fuori controllo (anche per la riduzione delle entrate fiscali a causa della crisi) e necessità di una terapia d’urto contro il debito che ha l’effetto di aggravare la crisi.
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La valigia di Berlusconi
Augusto Illuminati
Abbiamo fatto il tifo per Obama? Certo. Siamo entusiasti dei risultati? No. Neppure molti americani radicals. Però quella campagna elettorale, dove confluirono poteri forti e mobilitazione generazionale, soldi pesanti di varia e sospetta origine e raccolta fondi sul web, disegnò un modello innovativo dentro (solo in parte contro) la macchina elettorale consueta e sconvolse gli equilibri politici. La gestione simultanea e conflittuale di quegli effetti e della crisi –gestione che ancora non si è assestata– è la storia contemporanea degli Usa. E avrebbero torto quegli elementi radicali, antagonistici americani che avessero voluto restarne fuori, anticipando con sussiego le difficoltà, i compromessi, le marce indietro rispetto al programma che l’insolito candidato avrebbe poi compiuto. Tanto quanto avrebbe avuto torto chi si fosse legato mani e piedi a quei sogni e a quelle promesse. Lo stesso vale per quanti hanno partecipato da spettatori a quella campagna –coinvolti, addirittura vittime potenziali, ma senza possibilità di intervento.
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Attacco al sistema!
Dream Theater
L’Euro è sotto assedio. Ed i motivi della speculazione sono sotto gli occhi di tutti. Come possiamo negare l’evidenza ed accettare ancora una volta l’ennesima truffa montata dal sistema parassita che sta speculando alle nostre spalle?
Hedge fund, credit default swap e rating: lo scandalo continua
Ormai credo sia noto a tutti il fatto che contro l’Euro ci sia una presa di posizione violenta da parte della speculazione. Ma quanto sta uscendo fuori in questi giorni è la drammatica conferma di tutto quanto noi temavamo da tempo.
Ma andiamo con ordine, e riportiamo i fatti, indiscutibili e testimoni di quanto è accaduto.
Giorno 15 febbraio. Su IntermarketAndMore pubblico un post. Ma non un articolo come molti altri.
L’articolo era questo: si intitolava “Mercato incerto ma l’Euro ha la strada segnata”.
Un titolo come tanti altri, forse un po’ troppo retorico? Non proprio, perché poi, nell’articolo giustifico questa mia definizione. E la giustifico con questa frase: “La pressione è fortemente speculativa contro l’Euro".
Ma non solo. Riporto anche un grafico dove vengono rappresentati gli short speculativi.
Nell’aria c’era puzza di bruciato. Qualcosa evidentemente non funzionava. Mai si erano visti certi attacchi contro la moneta unica.
Oggi, dopo tanti mesi si viene a scoprire la verità.
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Crisi, l’Europa guarda il dito
Rosita Donnini
Il vecchio detto “Il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito” si può applicare alle ricette delle istituzioni e dei governi dell’Unione, che non avranno altri effetti che ostacolare la già debole ripresa. Nulla verso le cause strutturali, la sperequazione del reddito e la mancanza di investimenti
La crisi che ha colpito l'eurozona nelle ultime settimane - la cosiddetta "tragedia greca" - è stata apparentemente fronteggiata con una manovra che contiene due importanti novità o anomalie: a) l'utilizzazione forzata dell'articolo del Trattato che prevede un soccorso finanziario ad un paese membro solo nel caso di "calamità naturali" o di "eventi che non è in grado di padroneggiare"; b) la caduta del muro che aveva sinora impedito l'emissione di eurobonds, la cui utilizzazione era stata a suo tempo auspicata, fra gli altri, da Prodi e da Tremonti.
Il fenomeno - peraltro ben lungi dall'essere esaurito - ha dato luogo ad una girandola di interpretazioni, diagnosi e terapie differenti, come quelle di Trichet, De Grawe, Attali e Roubini. Occorre però spiegare preliminarmente un vero e proprio giallo, che ha dato alla vicenda un aspetto paradossale nelle spiegazioni ufficiali; giallo che forse verrà chiarito dalla manovrina o manovrona di quello stesso Tremonti che, un mese fa, la bollava come impossibile. Le motivazioni ufficiali dell'intervento delle autorità dell'Unione sono state due: il pericolo del "default" greco e quello del "contagio". Giustificazioni che lasciano perplessi. L'equilibrio monetario dell'eurozona è ovviamente connesso alla dinamica della massa monetaria. Conseguentemente la pericolosità dei disavanzi e dei debiti pubblici andrebbe riferita al loro rapporto NON con i rispettivi redditi nazionali, ma con quello complessivo dell'eurozona stessa.
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La falange macedone
Leon Zingales
La falange macedone, configurazione ritenuta invincibile, fu sconfitta organizzando un fulmineo attacco ai lati. Durante la Seconda guerra mondiale, le truppe naziste superarono la linea Maginot (che i francesi credevano fosse una resistenza invincibile nei confronti delle armate tedesche) semplicemente aggirandola con un blitz noto come Fall Gleb invadendo Belgio ed Olanda.
La Storia è piena di esempi di come il pensiero creativo e divergente distrugga l’ortodossia rigida che erige dighe che si pensano indistruttibili. La BCE ha stanziato 750 Miliardi di Euro per bloccare i cali dei prezzi (e quindi l’aumento dei rendimenti) dei titoli sovrani dei paesi della moneta unica sotto l’attacco degli speculatori credendo di erigere un fortino invincibile. Poveri illusi pervasi da un dogmatismo senza limiti: la barriera è in procinto di essere raggirata e si sta preparando un altro assalto (che potrebbe essere fatale) contro la moneta unica.
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La rottamazione dell'intelligenza
Franco Berardi Bifo
Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.
«Tutti devono sapere» è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.
Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere.
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GEAB 44 (Aprile) Italiano, completo
Tradotto in esclusiva per Informazione Scorretta
A cura di Eleonora, Marco, Marko, Francesco, Martina di Informazione Scorretta
1- Prospettiva
Crisi sistemica globale / USA-UK.
L’esplosiva coppia della seconda metà del 2010: estate 2010
La battaglia della Banca d’Inghilterra / Inverno 2010
La Fed a rischio di bancarotta
Come anticipato da LEAP/E2020 parecchi mesi or sono, e in contrasto con i resoconti dei media e degli “esperti” delle ultime settimane, l’Eurozona ha effettivamente fornito alla Grecia sostegno e credibilità (in special modo riguardo a una buona gestione futura, la sola garanzia di fuga possibile dal circolo vizioso del crescente debito pubblico)[1]. Pertanto non vi sarà alcun default greco, anche se l’emotività riguardo alla situazione greca è un indicatore autentico di una crescente consapevolezza riguardo alla difficoltà di reperire il denaro necessario per finanziare l’enorme debito pubblico occidentale: una situazione ormai “insostenibile”, come sottolineato recentemente in un report della Bank of International Settlements.
Il polverone sollevato sulla Grecia dai media, in particolare inglesi e statunitensi, mirava a nascondere alla maggior parte dei protagonisti della scena economica, finanziaria e politica il fatto che il problema Grecia non era il segnale di una imminente crisi dell’Eurozona[2] bensì, in effetti, una prima avvisaglia del prossimo grande shock della crisi sistemica globale, vale a dire una collisione tra le economie virtuali britannica e statunitense da un lato, fondate su livelli insostenibili di debito pubblico e privato, e dall’altro la combinazione dei prestiti in scadenza dal 2011 in poi e della carenza globale di fondi disponibili per un rifinanziamento a basso tasso degli stessi.
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Dall'alba al tramonto. Per l'Italia un drammatico giorno che vale almeno un anno
Nique la police
Per capire le scosse telluriche globali che hanno raggiunto l'Italia, e che la Borsa ha certificato con una perdita secca di oltre il 5% nella giornata di venerdì, bisogna partire da uno degli epicentri (perchè non ce n'è solo uno) che è emerso con l'ormai abituale velocità.
E, per capirsi davvero bene, bisogna aggiungere una considerazione. Il mondo occidentale conosce periodicamente l'esperienza della accellerazione degli eventi storici. Esattamente dall'epoca della rivoluzione francese, la prima in cui si poteva ragionevolmente affermare che esistevano "giorni che valgono anni". Oggi possiamo affermarlo anche noi con quello che sta avvenendo dall'inizio del mese di maggio, sia a livello continentale che nazionale, con l'accellerazione della crisi dell'euro (intravista da un decennio, precipitata con gli effetti continentali del salvataggio delle grandi banche, scatenata non appena l'effetto Grecia non si è potuto più rimuovere).
Il primo epicentro che ha fatto capire in quale contesto si sta trovando adesso l'Italia parte quindi dagli Usa. In questi giorni infatti è stata aperta una guerra tra le autorità di controllo americane e le grandi banche nel tentativo di certificare i conti reali di queste ultime e governare le politiche finanziarie Usa.
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Il mare, la frontiera, il rifiuto: drill, baby, drill
di Cesare Del Frate
Costruita nel 2001 dalla coreana Hyundai e battente bandiera delle isole Marshall, la piattaforma della British Petroleum Deepwater Horizon era un titano tecnologico partorito dal connubio fra economia del petrolio, deregolamentazione dei mercati, ricerca scientifica privatizzata, neoliberismo selvaggio e rifugio nei paradisi fiscali. Il suo collasso ha provocato la morte di 11 operai e ha fatto esplodere uno dei disastri ecologici più gravi degli ultimi decenni, 5.000 barili di greggio ogni giorno eruttano dal pozzo alimentando la marea nera nel Golfo del Messico: cosa ci dice tale catastrofe sull’anarchia di mercato contemporanea?
Niente rivoluzione verde, almeno per ora, nonostante Obama l’avesse annunciata con toni profetici: proprio il Presidente ha deciso di rilanciare il nucleare e le trivellazioni negli oceani, annullando la moratoria che impediva le seconde sulle coste dell’Alaska e del Golfo del Messico, per l’appunto. Il bello è che Obama ha dato pubblicamente l’annuncio della scelta infausta nell’hangar della base militare di Andrews, nel Maryland, con sullo sfondo un caccia F18 (però alimentato a biocarburante, specchietto per le allodole ecologiste). Tipico trucchetto della nuova amministrazione, che cerca di convincere i movimenti dal basso e la società civile di politiche che fino all’altro ieri erano esattamente ciò contro cui Obama avrebbe dovuto combattere una volta eletto.
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Lo spettro di Vendola
di Augusto Illuminati
Cosa comincia a muoversi, molto ma molto lentamente, nella palude italiana? Intanto sotto la pressione della crisi greca, che le misure d’emergenza europee stentano a tamponare soprattutto dopo la disfatta simmetrica dei laburisti in Inghilterra e della Cdu in Germania, gli smagliamenti dell’equilibrio italiano assumono un rilievo più drammatico e meno farsesco. La gestione del debito pubblico fa cadere le promesse di un taglio delle tasse ed evidenzia le conseguenze della crescita infinitesimale del Pil, mentre la disoccupazione cresce e si rivela fenomeno di lungo periodo. La demagogia berlusconiana non ha più smalto e regge solo con il consenso della Lega e la mediazione di Tremonti, vero dominus del governo. Altro che taglio delle tasse, ora si parla di un anticipo della manovra economica alla seconda metà del 2010. Saranno lacrime e sangue, che già il Pd è disposto a donare. Non si tratta solo del logorio finiano, ma tutto il PdL sta collassando e la carica di coordinatore è di colpo diventata una maledizione biblica: prima le dimissioni di Scajola, che era il candidato monocratico a sostituire i tre segretari attuali, poi il trascinamento verso l’abisso giudiziario del loro n. 1 Verdini, infine le ombre che si addensano sul fedelissimo Bondi, che ha messo un parrucchiere a dirigere gli Uffizi.
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Se cade anche il muro dell'euro
Alberto Bagnai
La crisi fa emergere il problema originario dell'euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile
La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.
Debito pubblico e debito estero
Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%).
Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?
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Ecofin, i risultati
Felice Capretta
Euforiche le borse mentre scriviamo rimbalzano tutte in area positiva.
Il comportamento ricorda il paziente maniaco-depressivo, probabilmente non a caso.
Le borse stanno rimbalzando perchè ieri, nel cuore della notte e dopo 14 ore di riunione, l’Ecofin ha partorito le misure di salvataggio della zona euro.
Si tratta di poco più che una grida manzoniana.
Il programma di salvataggio vale 720 MLD EUR, praticamente un trilione di dollari.
Anche se...guardando nel dettaglio la decisione dell’Ecofin, ci ricorda improvvisamente di qualcosa di già visto su due fronti: da una parte, ricorda molto da vicino il TARP di Hank Paulson, ex Goldman Sachs, all’indomani del crollo di Lehman Brothers. Dall’altra, ci ricorda il salvataggio in extremis delle sponde greche fatto dall’Unione Europea.
Si tratta in pratica dell’impegno da parte degli stati a sborsare 440 MLD EUR, più 220 MLD EUR da parte del FMI, più qualcosina dalla Commissione Europea. Più, l’impegno della BCE ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
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Pianeta Operaio
Rossana Rossanda
«Quando il potere è operaio», un libro manifestolibri curato da Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto sull'Assemblea autonoma di Porto Marghera. Saggi e testimonianze su una pagina dello scontro di classe degli anni Settanta e che ha costituito una rottura nella storia della classe operaia. E che continua a porre domande irrinviabili per questo presente
Oggi tutti danno gli operai per morti e sepolti. Ma fra gli anni Sessanta e Ottanta, in Europa, la sfida per il potere è stata autentica, ha messo paura ai padroni ed essi hanno dovuto rispondervi non solo in termini repressivi ma riorganizzando brutalmente proprietà e tecnologia. Questa storia non è stata fatta con qualche obbiettività. Si è per un poco accennato a un «caso italiano», ma è presto affogato nel concetto magmatico di globalizzazione, dove tutti i gatti sono bigi e la classe operaia è un fantasma.
Quando il potere è operaio, a cura di Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto, pubblicato ora dalla Manifestolibri, ce ne rende la memoria. È di Porto Marghera la storia densa, effettiva, che si incrocia appassionatamente con le «grandi narrazioni» del secolo passato: ragioni di vita, speranze, scontri fin mortali di classe che hanno modificato la scena antropologica e politica del retroterra veneziano. La prima percezione che ne viene è la complessità della fenomenologia operaia: Torino, Milano, Venezia e dintorni hanno avuto proletariati di origine diversa - figli di operai da due generazioni, figli di artigiani, figli di coltivatori diretti o braccianti, figli di mezzadri, per parlare degli immigrati dal mezzogiorno che penetrano nel nord e ne diventano parte integrante.
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Fino all'ultimo respiro. Le borse festeggiano lo stadio maturo dell'indebitamento europeo
Nique la Police
Come sanno i lettori di Senza Soste della scorsa settimana, avevamo ampiamente previsto che alla seduta delle borse del lunedì il rialzo sarebbe stato il segno prevalente. Nelle ultime ore possiamo parlare di rialzi persino spettacolari, per chi ama codificare il rialzo degli indici come spettacolo. Al momento, se ci fermiamo allo scenario nazionale, dalla stampa di opposizione alla presidenza del consiglio prevalgono manifestazioni vicine al giubilo. A parte che, in questi casi, l’uso dei media come euforizzante per l’opinione pubblica è la norma (crollerebbero altrimenti consenso politico e fiducia nel risparmio), gli stati stanno facendo speculazione al rialzo per difendere i propri titoli e per questo servono tutti i mezzi e tutte le strategie di comunicazione. Poi c’è l’elettore del centrosinistra che guarda il Tg3, e magari legge Repubblica, e si convince che è in atto una strategia efficace di salvataggio dell’Europa. Ma non è oggetto di questo articolo occuparsi di fenomeni di credulità popolare né di chi ne abusa (come hanno fatto i Ciampi, i Veltroni, i Prodi imponendo negli anni ’90 dei “sacrifici per l’Europa” che oggi rivelano tutto il loro tratto di tragica inutilità).
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Il 'Dibattito TSSI' - Le basi da cui ripartire per la ricerca nelle scienze sociali
[Raccolgo qui un'altra puntata, svoltasi sul sito Marxiana, dell'annoso dibattito sulla validità della teoria marxiana del valore. Il contributo iniziale di Macheda ha visto i successivi interventi di Duccio Cavalieri, Guglielmo Carchedi, Ascanio Berardeschi, ancora Cavalieri e Carchedi, e infine Luca Michelini. Potete trovare il testo della raccolta di scritti "La validità della teoria del valore-lavoro e la tendenza alla crisi" a cura di Francesco Macheda al seguente link: in attesa di autorizzazione da parte della rivista "Proteo", tg]
Prefazione
Fino ad oggi i critici di Marx hanno stravolto il suo pensiero al fine di scovare ‘l’incoerenza interna’ che ne invalidasse il corollario politico – ossia la necessità del superamento del sistema economico attuale a favore di uno che mettesse al centro il soddisfacimento dei bisogni umani. La reintroduzione del metodo d’indagine dialettico e la diacronia del processo di produzione – i due capisaldi dell’indagine di Marx – ha permesso alla Temporal Single-System Interpretation (TSSI) di svelare l’inconsistenza delle critiche rivolte al metodo della trasformazione dei valori in prezzi, cardine della teoria marxiana della legge del valore-lavoro e fondamento della sua critica all’economia politica. Tuttavia, sebbene le tesi sostenute della TSSI abbiano conosciuto ampia diffusione e credito nel mondo anglosassone, esse rimangono praticamente sconosciute – o per meglio dire boicottate – nel panorama accademico e politico italiano.
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Cgil: la svolta c’è. A destra
di Dino Greco
Seguiamo sempre con particolare interesse i fatti del movimento sindacale italiano. Ed in modo speciale ciò che si muove dentro la più grande e prestigiosa delle organizzazioni dei lavoratori, la Cgil, che ha appena concluso i lavori del suo XVI congresso. Quest’attenzione, mista a speranza, dipende dalla convinzione che lì resiste ancora un punto di coagulo del lavoro proletario potenzialmente capace di produrre azione collettiva, conflitto sociale e consapevolezza di sé: come classe e - almeno nelle espressioni più mature - come soggetto politico. Non è cosa trascurabile, nello scenario cupamente degenerativo della politica e nello zoppicante barcamenarsi della sinistra italiana. Eppure, l’accumulo di temi, di domande e problemi irrisolti che reclamavano un serio sforzo di elaborazione non hanno per nulla trovato, nel semestre di dibattito precongressuale e, soprattutto, nel suo esito finale, una risposta convincente.
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La dittatura dell'ignoranza
Guido Viale
Ma perché nel paese che ha avuto il più grande partito comunista e il più forte movimento operaio dell’Occidente, una cultura di sinistra egemone per almeno tre decenni, una delle manifestazioni più radicali e prolungate del «’68» e la maggiore proliferazione dei gruppi della sinistra radicale siamo poi caduti tanto in basso da diventare lo zimbello di tutta l’Europa, sia di destra che di sinistra?
Per alcuni, perché non sono stati elaborati quegli anticorpi che hanno permesso invece ad altri popoli e paesi di non venir travolti – o di venir travolti in misura minore – dall’ondata di demagogia e populismo che ha accompagnato gli sviluppi della globalizzazione nel corso degli ultimi due decenni; e che rischia di avere effetti ancora più deleteri con lo scoppio e il prolungarsi – a tempo indeterminato – della crisi economica. Per altri, perché la maggior parte delle risorse di quelle organizzazioni, o di una parte preponderante di esse, è stata per anni impegnata nel contenere, nel contrastare, nello screditare, assai più che nell’assecondare, le spinte sociali di cui pretendevano la rappresentanza; lasciando così liberi i germi della reazione di sviluppare indisturbati tutte le loro potenzialità; o addirittura alimentandoli.
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Lavoro autonomo in crescita anche se colpito dalla crisi
di Sergio Bologna
Nella costellazione della precarietà, il lavoro autonomo non gode certo di buona salute, anche se è spesso il modo per evitare una disoccupazione di lunga durata. In assenza di politiche del lavoro, la sua unica possibilità per sopravvivere ai colpi della crisi è riappropriarsi delle risorse destinante alla formazione
Nella provincia di Milano, la più ricca d’Italia (in termini di valore prodotto, non di reddito pro capite), secondo alcune statistiche recenti, riguardanti il primo semestre 2009, le assunzioni a termine avevano toccato punte dell’80%, portando l’incidenza di questa forma contrattuale al 56% dell’occupazione totale dipendente. Se a questo si aggiunge un 12% tra lavoro interinale e intermittente, risulta che nelle nuove assunzioni i lavoratori dipendenti con contratti a tempo indeterminato stanno sotto la soglia del 30%, ma di questi un quarto circa ha un contratto part time. Aggiungiamo le collaborazioni occasionali, cresciute del 30% nello stesso periodo, e mettiamoci su il dato impressionante che il 38,9% degli assunti a tempo indeterminato dopo 18 mesi ha cambiato lavoro – ed avremo un’idea, parziale ma non distorta, di quanto siamo diventati «flessibili». La precarietà, condizione tipica del lavoro autonomo e parasubordinato, si sta estendendo a macchia d’olio a tutti i rapporti di lavoro, quindi deve essere assunta come il punto di partenza di qualunque discorso sulla condizione umana oggi.
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Futuro Grecia
di Raffaele Sciortino
La Grecia è oggi l'oggetto immaginario di una proiezione. Capro espiatorio dei malanni dell'euro, bersaglio di esorcismi di massa nei confronti della crisi globale - non era in via di superamento? -, punto di precipitazione della costruzione europea. Insomma il "colpevole" finalmente rinvenuto della situazione delittuosa. Ma come ogni falsa proiezione che configura anche ciò che è più familiare come nemico (Adorno), essa si basa sulla inconfessabile sensazione che il male - la presa ferrea della ricchezza astratta finanziaria sulle nostre vite - è già qui e non necessita del contagio per diffondersi.
Crisis is not over
Finito il primo round della crisi globale, la finanziarizzazione ha oggi cambiato veste producendo la bolla speculativa dei debiti sovrani. La logica, neanche tanto recondita, l'aveva ben sintetizzata Stiglitz qualche mese fa: "I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato».
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Le cause della crisi del debito sovrano Ue e dell'Euro
Domenico Moro
L'attacco alla periferia debole di Eurolandia appare come un tentativo di indebolire, disarticolandola, l'area euro, in funzione di una difesa degli Usa come centro finanziario mondiale, e può avere solo due sbocchi. O una accelerazione della Ue verso una integrazione politica o uno sfaldamento dell'area euro stessa
Ricordano i lettori quella cena a Manhattan dell'8 febbraio,
quando negli uffici di un piccolo broker si ritrovarono gli uomini
del Soros Fund, di Sac Capital, di Greenlight Capital, di Brigade C.
e forse di Paulson? Tutti quei gestori si riunirono per studiare
un attacco combinato all'euro.
W. Riolfi, il Sole24ore 5 maggio 2010
Il piano di aiuti alla Grecia varato dalla Ue non sembra avere raggiunto i suoi obiettivi, cioè la messa in sicurezza dell'euro. L'euro è crollato sotto l'1,30 contro il dollaro, mentre, come titolano i quotidiani oggi in prima pagina, l'effetto contagio si estenderebbe alla Spagna. Si tratta un Paese molto più grande e importante, le cui difficoltà possono avere un impatto molto più pesante sull'area euro della piccola Grecia.
1. La crisi dell'economia è alla base della crisi del debito sovrano
La crisi di sovraccumulazione di capitale e merci, manifestatasi nel 2008 come crisi finanziaria, ha cambiato faccia e si presenta nella forma di crisi del debito statale, ovvero sotto forma di crescita incontrollata del debito e del deficit pubblico, che è aumentato mediamente dal 2,2% del 2007 al 10,1% di fine 2009. Questo perché lo Stato, come ha sempre fatto dinanzi ai fallimenti del mercato autoregolato, è dovuto correre al salvataggio di imprese e banche. Gli aiuti di Stato al settore bancario hanno superato i 14mila miliardi di dollari, una cifra, pari a un quarto del Pil mondiale, che non ha paragoni nella storia.
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Chi declina e chi no
Pierre Carniti
I morsi della crisi si sono fatti sentire sul reddito delle famiglie (-2,8%) e sui consumi (-1,9). Ma queste sono medie, e mentre varie ricerche dicono che la diseguaglianza è in forte aumento, molti marchi del lusso hanno mostrato ottimi bilanci sostenuti dagli acquisti di circa milioni di persone. Forse per questo il tema della povertà è rimosso dal dibattito pubblico
Secondo i dati forniti dall’Istat, nel 2009 le famiglie italiane sono diventate più povere. Infatti il loro reddito è sceso in media del 2,8 per cento. Mentre il potere d’acquisto, in termini reali, è calato di 2,6 punti percentuali rispetto ad un anno prima. Calano di conseguenza anche i consumi (inclusi quelli alimentari) che in un anno sono diminuiti dell’1,9 per cento.
Le medie però raccontano sempre solo una metà della storia. L’altra metà è che non per tutti è andata così male. In effetti, con la crescita o la crisi, “piove sempre sul bagnato”. I dati lo confermano. Sulla base dei calcoli della Banca d’Italia il reddito reale dei lavoratori dipendenti in quindici anni (dal 1993 al 2008) è cresciuto in tutto del 4 per cento. Mentre nello stesso periodo il reddito di imprenditori, liberi professionisti, commercianti ed artigiani è aumentato di quasi il 30 per cento. Non stupisce quindi che nel 2009, come informa uno studio della Cia (la Confederazione degli agricoltori), il 40 per cento delle famiglie abbia dovuto tagliare il carrello della spesa alimentare nel quale ora viene riposto meno vino, pesce, carne bovina, olio d’oliva. Addirittura il 60 per cento ha dovuto cambiare menù, optando (nel 35 per cento dei casi) per prodotti di qualità inferiore. Rincorrendo sistematicamente le promozioni degli hard-discount, le cui vendite in un anno sono infatti cresciute di oltre il 15 per cento.
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"Gli errori di Darwin"
Intervista a Massimo Piattelli Palmarini
A un secolo e mezzo dalla pubblicazione delle sue prime opere sull’evoluzione biologica, Darwin fa ancora notizia. Anzi, infiamma gli animi e scatena polemiche. L’ultima, in ordine di tempo, è motivata dall’imminente pubblicazione di Gli errori di Darwin (Feltrinelli), annunciata per il 21 aprile, dopo altrettante polemiche suscitate negli States dall’edizione originale. Il volume, che ha richiesto tre anni di lavoro, è scritto a quattro mani da due scienziati di livello internazionale.
Uno, vanto italiano, è Massimo Piattelli Palmarini, docente di Scienze cognitive all’Università dell’Arizona, dopo una permanenza al Mit di Boston e successivamente al San Raffaele di Milano dove ha creato il dipartimento della sua disciplina. L’altro, Jerry Fodor, è anch’egli un’autorità nelle scienze cognitive, insegna filosofia del linguaggio alla Rutgers University del New Jersey. Ancor prima di uscire nel nostro Paese, il volume di Piattelli Palmarini e Fodor sta riempiendo le pagine culturali e scientifiche dei nostri giornali, con pepati botta e risposta tra scienziati che si occupano di queste tematiche.
Ho raggiunto Massimo Piattelli Palmarini a Venezia, durante una sua parentesi italiana, per un ciclo di seminari universitari. Gli ho chiesto di spiegarci le ragioni di così tanto scalpore per aver controbattuto alcune presunte idee “errate” del darwinismo.
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Il biopotere della finanza
di Andrea Fumagalli
Brevi note sulla crisi dell'eurozona
Nel testo “Dieci tesi sulla crisi finanziaria” e nei saggi di Stefano Lucarelli e Christian Marazzi, pubblicati nel volume collettaneo di UniNomade, “Crisi dell’Economia Globale” (Ombre Corte, 2009), i mercati finanziari vengono definiti forma di “biopotere”. Credo sia necessario partire da questa definizione per comprendere cosa sta avvenendo in Europa e in particolare in Grecia.
1. E' da circa due decenni che i mercati finanziari di fatto determinano il valore delle valute internazionali e i loro rapporti di cambio, una volta venuto meno nel 1971 il rapporto di parità fissa tra dollaro e oro fissato a Bretton Woods nel 1944. Le scelte politiche di liberalizzazione del mercato internazionale dei capitali attuate negli anni ’80 a livello globale, le innovazioni finanziarie (per esempio i derivati) che hanno moltiplicato le operazioni puramente speculative, lo smantellamento dei sistemi pubblici di welfare e la precarizzazione del rapporto di lavoro hanno reso i mercati finanziari il perno su cui si fonda nel capitalismo contemporaneo. Essi rappresentano la base del processo di finanziamento dell’attività di investimento e dei principali meccanismi di distribuzione del reddito e di fatto "assicurano" la vita sociale di milioni di uomini e donne nel mondo.
La prima volta in cui tutto ciò è risultato manifesto è stato nel 1994. In seguito alla mancata firma del trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), dopo la sollevazione zapatista nel Chapas, le principali società finanziarie (da Goldman Sachs alla Lehmann) hanno immediatamente stornato i loro investimenti finanziari speculativi dal Centro America ai mercati del Sud-Est asiatico.
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