Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2696
Se grande finanza e UE tifano per la controriforma Renzi-Boschi
di Enrico Grazzini
Non si può veramente capire perché la Costituzione Italiana viene stravolta così malamente dal premier Matteo Renzi senza comprendere quanto i mercati finanziari e l'Unione Europea - che istituzionalizza di fatto la loro rapace supremazia – abbiano premuto e spingano per una svolta autoritaria e antidemocratica in modo da potersi garantire il potere sovranazionale sugli stati europei. Non è insomma plausibile condurre una battaglia efficace contro lo stravolgimento costituzionale progettato dal governo senza contrastare contemporaneamente le forze economiche internazionali (grandi banche d'affari, fondi speculativi, ecc) e le istituzioni politiche sovranazionali ed estere (Troika, Commissione UE, BCE, governo tedesco) che hanno spinto la coppia Renzi-Boschi a proporre di avanzare su una strada anti-democratica di quasi-regime.
Purtroppo sono molto pochi quelli che all'interno delle forze progressiste vedono il legame tra la pressione della grande finanza internazionale e dell'Unione Europea da una parte e la svolta autoritaria contro la Costituzione Italiana dall'altra[1].
- Details
- Hits: 2975

La rivolta che non c'è
di Paolo Bartolini
Ragioni e passioni per una resistenza creativa al tecno-capitalismo
Il nostro è un tempo di paradossi: il precipitare delle crisi innescate dall’insostenibilità del capitalismo spettacolare integrato dovrebbe sollecitare azioni riparative di vasta portata nel breve periodo. L’emergenza climatica, il dissesto ambientale, la tragedia dei migranti e gli effetti rovinosi delle politiche di austerity sulle condizioni di vita di moltissime persone, sono convulsioni che scuotono il corpo febbricitante dell’Occidente denunciando la fine delle vecchie egemonie. Tali questioni offrirebbero seri motivi per rilanciare, senza ulteriori rinvii, un impegno politico collettivo che funga da antidoto contro le derive dell’indifferenza e del nichilismo compiuto. Ma – lo dicono da tempo i commentatori più lucidi del presente – l’intreccio di tali eventi macroscopici raramente produce delle risposte degne di rilievo. I ceti subalterni, che avrebbero tutte le ragioni per insorgere mettendo in discussione l’attuale assetto dei rapporti di potere, sembrano ipnotizzati, svuotati e impotenti. Il fenomeno francese della Nuit Debout è un primo segnale in controtendenza, positivo nel suo emergere, ma pur sempre aurorale.
Il paradosso cui facevamo cenno è, dunque, quello di un’epoca estrema (si parla, per noi occidentali, dell’imminente “fine di un mondo”) che non può affatto contare su dei soggetti capaci di agire in modo sensato e liberante perché, a monte, manca un’analisi accurata delle situazioni concrete in cui le dinamiche di dominio del sistema tecno-capitalista1 si riproducono ed articolano.
- Details
- Hits: 3651
Il giorno della civetta
Cinque considerazioni sul voto amministrativo
di Redazione
Il giorno della civetta, dal romanzo di Sciascia e dalla riduzione cinematografica di Damiani, è quello che permette di capire chi vale e chi è solo fatto di parole. A quest'ultima categoria appartiene sicuramente, ma non c'era bisogno del voto delle amministrative per saperlo, Matteo Renzi. Non solo perché il PD ha perso in tre aree metropolitane su quattro (e non è poco) ma soprattutto perché, voto dopo voto, è Matteo Renzi stesso a rendersi sempre più improbabile. Con dichiarazioni tipiche di chi prova a ripetere schemi vincenti, simili al bonus 80 euro, in un campionato dove tutte le squadre sono attrezzate proprio al contropiede su questi schemi. Un logoramento dell'immagine, dovuto anche a una sovrapposizione mediale del premier, che rischia di essergli fatale al referendum di ottobre (periodo in cui si concentrano spesso, oltretutto, tutte le tensioni sociali della stagione autunno-inverno).
Il voto delle amministrative va saputo leggere bene. Allora regalerà più certezze analitiche che politiche.
Cominciamo però dall’impolitico, ovvero dall’astensione molto alta, qualche prima certezza viene fuori. Nei decenni passati l’alta astensione era considerata un fenomeno tipico della affluent society, la società del raggiunto benessere. Dove il disinteresse per la politica coincideva con stabili livelli di consumo. Oggi, in Italia, l’alta astensione coincide con la regressione dei diritti materiali di cittadinanza, dei consumi e della capacità di far circolare ricchezza. Chi vuol pescare, a vario titolo, in questa fascia di popolazione deve saperci entrare (spesso astensione e analfabetismo da società digitale coincidono) e non è facile. Ma veniamo al resto.
- Details
- Hits: 2186

Commenti sui risultati dei ballottaggi
Si è rotta la diga
di Redazione Contropiano
La vera partita comincia ora. La batosta subita da Renzi e dal centrodestra rivela che gli equilibri sociali consolidati si sono ormai rotti, a partire fondamentalmente dalle realtà metropolitane. Governare questo paese secondo le linee guida dell’Unione Europea e della Troika diventa dunque di fatto molto più difficile, mentre l’alternativa possibile e concreta resta avvolta – purtroppo – nella nebbia delle buone intenzioni inconsapevoli delle caratteristiche fondamentali del “sistema”.
Ma ora si può cominciare a giocare una partita che prima era semplicemente bloccata e già vinta dal potere più fetido.
Non vi può essere alcun dubbio che la sconfitta subita da Renzi – per certi versi clamorosa quanto a dimensioni e realtà sociali – sia anche la sconfitta delle politiche di austerità, malamente mascherate da provvedimenti “populisti”, come gli 80 euro, ma saldamente incentrate su un diluvio di misure che più antipopolari non si può:
* * * * *
Ballottaggi: una prima analisi dei risultati
di Aldo Giannuli
Al momento in cui scriviamo i risultati si può solo abbozzare un giudizio, non essendo ancora disponibili i dati in cifra assoluta. A quanto pare è andata così, in primo luogo l’astensione è cresciuta –come sempre accade nei ballottaggi- e al di là del solito, per cui ha votato solo la metà degli elettori, ma non nelle due città dove era più incerta la sfida, Milano e Torino, e dove la flessione fra primo e secondo turno è stata più contenuta.
Il che è un dato che fa riflettere: se questa è la tendenza nazionale, questo significa la fine della rappresentatività del parlamento, perché una forza che, magari, ha avuto il 20% dei voti al primo turno si aggiudica il 54% dei seggi grazie ad un 1% percento in più in un secondo turno dove, per ipotesi, ha votato il 48% degli elettori e, magari, batte un altro partito che aveva avuto il 38% al primo turno. Vi riesce di immaginare una cosa più disrappresentativa?
* * * * *
Ballottaggi amari
di Augusto Illuminati
Che bilancio possiamo trarre dai ballottaggi? Non facciamo parte dei vincitori (tranne che a Napoli), però a nostro modo abbiamo vinto anche noi. Se vincere vuol dire cominciare a sgomberare la strada da ostacoli, abbiamo vinto
Il Faraone è sgomento per le piaghe, ma noi stiamo ancora in Egitto. Se vincere vuol dire costruire basi positive sufficienti per avviare un’alternativa, allora non ci siamo, se non inizialmente a Napoli.
Abbiamo goduto come ricci per la sconfitta tattica e strategica di Renzi e per lo scacco dell’arroganza sabaudo-fordista di Fassino e della liquidità postfordista del “doganiere” Giachetti. Non parliamo neppure delle campagne tutte fallite di Repubblica, la cui irrilevanza dovrebbe spingere alle dimissioni il suo direttore, secondo solo al menagramo Stefano Esposito nella navetta Torino-Roma.
Ma la nostra (sempre eccetto Napoli) non è la schietta gioia che spinozianamente si collega a un incremento di potenza di cui noi stessi siamo causa.
* * * * *
Renzi azzoppato ma... nessun dorma!
Moreno Pasquinelli
Non avevamo dubbi che i ballottaggi avrebbero confermato ed anzi appesantito la batosta subita da Renzi e dal Pd al primo turno. E non avevamo dubbi che il Movimento 5 Stelle, dove aveva un adeguato radicamento, sarebbe uscito vincente.
Non ci volevano doti profetiche per capirlo, bastava sintonizzarsi col rumore sociale di fondo, sentire ciò che ribolle nella pentola sociale. Di passata ricordiamo che noi abbiamo dato indicazione di voto per i candidati Cinque Stelle ed a Napoli per De Magistris — "Colpire il Pd per cacciare il governo Renzi".
Escono con le ossa rotte tutti quei cretini che avevano pronosticato una lunga vita al governo Renzi, quelli che cianciavano di una stabilizzazione politica della crisi italiana,
* * * * *
Lo stupore e la rabbia dei commentatori per lo schiaffo al ducetto
di Carlo Formenti
Stupore, frustrazione, rabbia, denegazione, depistaggio, seduzione: questi gli atteggiamenti che ho visto/ascoltato affiorare sui volti e nelle parole di politici, giornalisti ed <<esperti>> mentre seguivo (rimbalzando fra Rai1, Rai3 e La7) le reazioni a caldo a exit poll e proiezioni la notte di domenica scorsa.
Stupore: non se lo aspettavano, malgrado gli innumerevoli segnali di irritazione (a partire dai tassi di astensionismo sempre più elevati) che da tempo salivano dal basso, le élite di questo Paese erano convinte di poter seguitare a manipolare a tempo indeterminato un’opinione pubblica che, evidentemente, stimano incapace di intendere e di volere.
Frustrazione e rabbia: lo spettacolo più spassoso, in tal senso, lo ha offerto l’ineffabile Piepoli che, dando un limpido saggio della sua <<obiettività scientifica>> in veste di analista-sondaggista, commentava in diretta, con espressioni di stizza degne di un Gollum derubato del suo tesoro, la débâcle dei propri datori di lavoro.
* * * * *
Via Matteo Renzi chiusa per frana
di ilsimplicissimus
Qualche giorno fa avevo spezzato una lancia a favore della Raggi e dio sa con quanta difficoltà. Ma ieri notte ho avuto la riprova e la consolazione di non essermi sbagliato, vedendo come in un incubo il modo e i riflessi pavloviani in cui la vecchia, asfittica compagnia di giro di tromboni giornalisti e commentatori, praticamente a reti unificate visto che il dissenso è ormai inesistente, ha cercato di dare un’interpretazione del voto che farebbe invidia al brigante Musolino travestito da Heidi. Non voglio nemmeno occuparmi delle cose miserabili, come la traduzione di titolo di un quotidiano inglese: “Per la prima volta una donna alla guida della città” come Per la prima volta un populista alla guida della città (rai24). O il fatto che l’ex assessore Esposito, importato da Marino a Roma e poi tornato nelle braccia di Fassino, nero come la notte, abbia sostenuto che chissà cosa faranno i cinque stelle nella capitale, ” certo manca un urbanista”, mentre l’unica squadra in tutti i luoghi in cui si è votato che comprende un urbanista è proprio quella della Raggi con Paolo Berdini.
* * * * *
#VirginiaRaggi & Co. - Ballottaggi e spartiacque
di Piotr
Effetto #CinqueStelle. Gli inamovibili, destinati a perdurare, grandi o piccoli, oggi stanno scomparendo a un ritmo maggiore del rinoceronte bianco
1. La mia educazione politica è avvenuta nella sinistra extraparlamentare degli anni Sessanta-Settanta. La mia formazione filosofica è all'insegna di Marx.
Può quindi non stupire che i miei amici e conoscenti abbiano guardato con sconcerto il progressivo allontanamento delle mie simpatie dai partiti e movimenti che si autodichiaravano di sinistra e utilizzavano la simbologia e la terminologia che più sentivo mie per ammantare ragionamenti che ritenevo sempre più inaccettabili. Non perché li ritenessi "vecchi", ma proprio perché erano - e sono - sbagliati.
Come disse ironicamente una volta Gioachino Rossini commentando la composizione di un giovane musicista, quando c'è del nuovo e del bello, il bello può essere vecchio e il nuovo può essere brutto.
* * * * *
La rottamazione del rottamatore
di Fabrizio Casari
E’ un voto netto, senz’appello, che indica due letture distinte ma non distanti. Quella di un voto contro Matteo Renzi e il PD, e l’affermazione decisa del M5S, che del governo Renzi è avversario acerrimo. Movimento 5 Stelle che da ieri smette di essere un’ipotesi, un’incertezza, una scommessa politica. E’ ora, a tutti gli effetti, una forza di governo, sebbene la sua affermazione risulti ancora a macchia di leopardo, con consensi importantissimi in alcune zone del paese e maggiori difficoltà in altre. Vedremo da oggi quale sarà la capacità di proporsi come alternativa di medio-lungo termine per un movimento che, difficile da inquadrare ideologicamente, rappresenta certamente una forza di rottura del sistema politico italiano.
Ma sarebbe un errore leggere solo come voto di protesta il consenso ai M5S: il voto di protesta si registra semmai nell’astensione, mentre il voto ai pentastellati appare piuttosto come consapevole, ragionato, che identifica nella novità politica una rappresentanza possibile.
- Details
- Hits: 2619
Survival economy
di Giovanna Cracco
Il processo di globalizzazione non si arresta. Una tappa dietro l’altra, le politiche degli Stati proseguono nella creazione di un unico libero mercato mondiale, senza barriere protezionistiche per merci, servizi e capitali.
A Occidente dodici Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno firmato il TPP, il Trattato di libero scambio dell’area del Pacifico (1), e sono in corso i negoziati tra Usa e Europa per il TTIP (2).
A Oriente la Cina preme per esse-re riconosciuta dall’Unione europea come ‘economia di mercato’, un cambiamento di status che cancellerebbe i dazi doganali oggi applicati ai suoi prodotti. Difficilmente accadrà ora, ma è solo questione di tempo. A fine 2016 avrebbe dovuto infatti concludersi il processo avviato nel 2001, quando il Paese asiatico entrò nel Wto accettando un periodo di osservazione di quindici anni. Oggi gli Stati Uniti fanno pressione per respingere la richiesta, e l’Europa va nella medesima direzione. Ufficialmente la politica cine-se è ancora troppo presente nella struttura produttiva per essere considerata un’economia di mercato, in realtà, visto l’evolversi della crisi nei Paesi a capitalismo avanzato, aprire adesso le porte alle merci cinesi a basso prezzo significherebbe annientare l’industria manifatturiera ancora rimasta nel Vecchio Continente. Il 12 maggio scorso dunque il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza (546 sì, 28 no e 77 astenuti) una risoluzione contraria, e anche la Commissione si sta allineando.
- Details
- Hits: 8989
Operai e capitale: 50 anni
di Toni Negri e Mario Tronti
Pubblichiamo qui due contributi ad una giornata di studio su Operai e capitale nel cinquantenario della sua pubblicazione. Il seminario si è tenuto all’Università Paris X Nanterre l’11 giugno 2016. Nella discussione, oltre ad Andrea Cavazzini, Fabrizio Carlino, Yaan Moulier Boutang, Etienne Balibar, Morgane Mertueil, sono intervenuti Toni Negri e con una lettera Mario Tronti. Qui pubblichiamo il testo di Toni Negri e la lettera di Mario Tronti. Indicano due vie di lettura nel corso di un cinquantennio – due vie per interpretare il presente (EN)
Che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx
di Toni Negri
Nel 1966, nella sua prima edizione, Operai e capitale termina con l’impegno a studiare “che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx” (Operai e capitale, Einaudi, Torino; 1966, p.263). Il postscriptum del 1970 alla seconda edizione di Operai e capitale, analizza la classe operaia nel New Deal e ne descrive le trasformazioni della composizione tecnica (fordismo) e della composizione politica (il sindacalismo ed il riformismo dal New Deal allo Stato del welfare, appunto). Tronti non riconosce tuttavia, per la classe operaia, una differenza strutturale di composizione tecnica e politica fra fordismo e anni ‘70. Non vi è modificazione dei processi lavorativi, taylorismo e keynesismo restano egemoni ed i rapporti politici di classe tuttora dominati dallo Stato-piano. Tra la prima edizione e la seconda di Operai e capitale c’è stato tuttavia il ‘68: a Tronti non sembrava però che fosse avvenuta gran cosa. La classe operaia nel ‘68 e seguenti (in particolare “l’autunno caldo” italiano) è ancora tutta dentro fordismo e New Deal. Affermandolo, Tronti aveva, a mio parere, insieme ragione e torto.
- Details
- Hits: 4871
La Cina, l’anticolonialismo e lo spettro del comunismo
di Domenico Losurdo
Comprendere la Cina – Vi proponiamo un estratto dell’ultimo libro del Professor Domenico Losurdo, “Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente”, Carocci, Roma, maggio 2016. La storia della RPC può essere vista anche alla luce del complesso rapporto con gli Stati Uniti
L’INIZIO COMPLICATO DELLA RPC – Per quanto riguarda la Cina, già prima della fondazione della Repubblica popolare, gli USA intervenivano per impedire che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia giungesse alla sua naturale conclusione, e cioè alla ricostituzione dell’unità nazionale e territoriale del grande Paese asiatico, compromessa e distrutta a partire dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista. E, invece, dispiegando la loro forza militare e agitando in più occasioni la minaccia del ricorso all’arma nucleare, gli USA imponevano la separazione de facto della Repubblica di Cina (Taiwan) dalla Repubblica popolare di Cina. Erano gli anni in cui la superpotenza apparentemente invincibile era lacerata da un dibattito rivelatore: «who lost China?» Chi era responsabile della perdita di un Paese di enorme importanza strategica e di un mercato potenzialmente illimitato? E in che modo si poteva porre rimedio alla situazione disgraziatamente venutasi a creare? Per oltre due decenni la Repubblica popolare di Cina è stata esclusa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Al tempo stesso, essa subiva un embargo che mirava a condannarla alla fame e all’inedia o comunque al sottosviluppo e all’arretratezza. A quella economica s’intrecciavano altre forme di guerra: l’amministrazione Eisenhower assicurava l’«appoggio ai raid di Taiwan contro la Cina continentale e contro ‘il commercio per via marittima con la Cina comunista’»; al tempo stesso la CIA garantiva «armi, addestramento e supporto logistico» ai «guerriglieri» tibetani (Friedberg 2011, p. 67), e alimentava in tutti i modi ogni forma di opposizione e «dissidenza» nei confronti del governo di Pechino.
- Details
- Hits: 4162
Velinari e bischeri
di Fulvio Grimaldi
Né-Nè
Nel Comitato No Guerra No Nato di cui faccio parte si è sviluppata in questi giorni una polemica da me innescata e che riguardava l’eterna questione dell’equidistanza, volgarmente né-né, per alcuni irrinunciabile valore. Questione per la prima volta scaturita ai tempi della guerra contro la Serbia, da me raccontata sotto le bombe su Belgrado, e in cui avevo definito la variegata folla di pellegrini a Sarajevo, tra disobbedienti di Casarini, rifondaroli e sinistri tutti, sedicenti nonviolenti e realtà ecclesiali varie, in quel modo: quelli del né con la Nato, né con Milosevic. Quelli puliti e intonsi alla finestra, freschi di Mastrolindo, senza macchia.
E’ una genia che si ripresenta in tutte le occasioni in cui tocca prendere la scomoda e compromettente decisione di schierarsi: né con i Taliban, né con Saddam, né con Gheddafi, né con Assad e, specularmente, né con gli Usa e con la Nato. C’era stato un antecedente, né con le BR, né con lo Stato, ma era falso, non c’entra niente perché lì si negava l’adesione a due facce della stessa medaglia. Come se oggi si dicesse né con Obama, né con Al Baghdadi, né con Trump, né con Killary. Come quando il Gasparazzo di Lotta Continua giustamente decideva né con il padrone., né con il sindacato. Tautologico.
Il né-né si è consolidato e istituzionalizzato. Ha trasceso vecchi accostamenti a pesci in barile, cerchiobottisti, panciafichisti.
- Details
- Hits: 3810
Gli spacciatori di eterna gioia
Benedetto Vecchi
Desideri, bisogni e stili di vita sono sottoposti a un costante lavoro di manipolazione in nome delle virtù tossiche dell’individuo proprietario. «L’industria della felicità» di William Davies per Einaudi
Il carnet dei suoi prodotti è vario. Spazia da pillole che mettono a tacere tutte le inquietudini a promesse di un futuro radioso dove non ci sarà posto per dolore, fame, sofferenza, ma il core business è di quelli che non lasciano indifferenti, perché è il sogno inseguito da filosofi, preti, militanti politici di ogni tipo, visto che si tratta della felicità. Merce tanto pregiata quanto scarsa da diventare un manufatto sul quale si addensano, appunto, una miriade di stimati professionisti e una moltitudine di addetti alla sua produzione. Ha il potere di un oggetto mutante del desiderio, che si adatta a ogni richiesta del singolo. E tuttavia, avverte William Davies nel libro L’industria della felicità (Einaudi, pp. 233, euro 20), è una promessa quasi sempre non mantenuta. Sta di fatto che il potere seduttivo dell’industria della felicità sta nelle aspettative, sempre deluse, che continua ad alimentare.
Davies passa al setaccio secoli di filosofia, psicologia e tecniche di marketing in un confronto minuzioso con testi dimenticati ai margini delle rispettive discipline, evidenziando però il loro potere di condizionamento sul lungo periodo. Ne emerge un saggio che può essere inserito nella variegata costellazione teorica che, tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, ha cercato di spiegare la capacità del neoliberismo di costruire un consenso ampio, facendo leva proprio sulla promessa di felicità. In questa costellazione, trovano posto sociologi, storici e economisti della new left inglese e statunitense, ambito dove si è formato Davies. Forti sono infatti gli echi delle analisi di Stuart Hall sulle capacità egemoniche di Margaret Thatcher, ma evidenti sono i riferimenti alle tesi di David Harvey sulla indubbia flessibilità e adattabilità ambientale del vangelo neoliberista.
- Details
- Hits: 4471
Il pianeta dei superflui
di Gerd Bedszent
Già nel suo testo del 1991, "Die Krise die aus dem Osten kam" [La crisi che è venuta dall'Est], Robert Kurz indica come causa della crescente miseria delle masse a livello mondiale «l'assoluta incapacità da parte della moderna società capitalista di riuscire ad incorporare nel suo processo di riproduzione la stragrande maggioranza dell'umanità globale». E conclude: «Già adesso le masse sradicate del mondo diventano una minaccia per le isole di normalità e di benessere dell'Occidente, che stanno diminuendo.» (in Helmut, orgs., "Der Krieg der Köpfe" Horlemann Verlag, 1991, p. 150 sg.).
È più che dubbio che al sociologo urbano statunitense, Mike Davis, sia capitato mai di leggere questo testo. In ogni caso, Davis descrive, nel suo libro "Il pianeta degli slum" [Ed. italiana Feltrinelli], pubblicato per la prima volta nel 2006 e rieditato in un'edizione ampliata, la miseria della popolazione in crescita permanente alla periferia delle grandi città come Mumbai, Kinshasa o Città del Messico. L'autore si pone nella tradizione dei reportage e delle ricerche di critica sociale svolte sul terreno, come ad esempio l'analisi pioneristica di Friedrich Engels, "La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845, cui anche Davis occasionalmente fa riferimento.
Va chiarito da subito anche il fatto che da parte Davis non c'è quasi alcun approccio alla critica del valore.
- Details
- Hits: 2724
UK, Italia e la sovranità: la sua ragion d'essere e le gerarchie internazionali
di Quarantotto
1. Voci dall'estero ci riporta meritoriamente un articolo di Ambrose Evans-Pritchard che ci racconta come i giudici inglesi si stiano "ribellando" alla corte di giustizia UE. Il problema è così posto:
"Si tratta della prima entusiasmante resistenza della autonomia sovrana contro una Corte di Giustizia europea che ha ormai tratti imperiali, che ha acquisito poteri indiscriminati sotto il Trattato di Lisbona, e che da allora ha fatto leva sulle sue conquiste per rivendicare la giurisdizione su praticamente qualsiasi argomento".
Citata la storia di questa espansione "intollerabile" della giurisdizione europea, e anche l'atteggiamento non cedevole della Corte costituzionale tedesca, che avrebbe censurato la CGUE in più occasioni per essere andata oltre il suo mandato, si riporta che:
"È dunque toccato alla Corte Suprema del Regno Unito – che senza far rumore sta diventando una forza con cui bisogna fare i conti – sollevare la questione se le rivendicazioni di sempre maggior egemonia della Corte di Giustizia europea siano legali, e di che cosa possiamo fare per fermarla.
- Details
- Hits: 2663
Lo stimolo fiscale: decentralizzato o centralizzato?
di Rodolfo Signorino*
Il prof. Rodolfo Signorino, docente di Economia presso l’Università di Palermo, ci ha inviato questo articolo in cui avanza alcune critiche al paper di Thomas Fazi e Guido Iodice “Why further integration is the wrong answer to the EMU’s problems: the case for a decentralised fiscal stimulus”, regentemente premiato dal think tank Progressive Economy di cui abbiamo già parlato.
Segue in fondo al testo la risposta di Fazi e Iodice.
* * *
“The Eurozone looked like a wonderful construction at the time it was built. Yet it appeared to be loaded with design failures. In De Grauwe (1999) I compared the Eurozone to a beautiful villa in which Europeans were ready to enter. Yet it was a villa that did not have a roof. As long as the weather was fine, we would like to have settled in the villa. We would regret it when the weather turned ugly” (De Grauwe 2013).
Come mi capita di dire ai miei studenti, scherzando ma solo fino ad un certo punto, anche nel dibattito macroeconomico esistono le fads.
- Details
- Hits: 3783
Perchè Confindustria scarica le piccole imprese
di Pasquale Cicalese
“Alla più debole produttività dell’Italia nel confronto con gli altri principali paesi europei contribuisce anche una struttura produttiva sbilanciata verso le piccole e piccolissime imprese. La produttività delle imprese italiane con almeno 250 addetti è più del doppio di quella delle aziende con meno di 10 addetti; tale divario è solo del 48 per cento in Germania. Queste differenze si sono ampliate durante la recessione per effetto di un calo maggiore della produttività delle piccole imprese italiane rispetto a quelle tedesche. Per contro le aziende italiane di media dimensione (50-249 addetti), la cui produttività era già lievemente più elevata prima della crisi, tra il 2007 e il 2013 hanno registrato incrementi maggiori di quelli osservati in Germania (”Banca d’italia, Relazione Finale, pag. 64 Roma 31 maggio 2016).
“Gli interventi sugli istituti di gestione delle crisi d’impresa varati l’estate scorsa e le ulteriori misure di recente approvate potranno facilitare il risanamento delle aziende in crisi reversibile e favorire l’uscita dal mercato di quelle non più profittevoli (”Ignazio Visco, Considerazioni finali del Governatore, pag. 12 Roma 31 maggio 2016).
- Details
- Hits: 3168
Comunisti oggi
di Italo Nobile
In questi mesi nella Rete dei Comunisti si è vissuto un dibattito sul ruolo dei comunisti oggi, dibattito necessario per rimettere di nuovo a confronto militanti provenienti da diverse esperienze e provare ad elaborare un linguaggio condiviso.
Chi scrive ha partecipato al dibattito facendone principalmente resoconti che facilitassero questa elaborazione. Tuttavia si sente il bisogno anche di esprimere il proprio personale punto di vista. E fare una prima sintesi problematica di tutti gli stimoli che il termine “comunista” porta con sé, a dispetto delle caricature che si fanno a questo termine creando a piè sospinto il proprio tascabile partito.
-
A questo termine non si deve abdicare nonostante tutte queste parodie. Il nome è il primo momento di un passaggio dall’in sé al per sé che si augura ad ogni individuo e ad ogni organizzazione che iniziano un determinato processo di autocoscienza. Il nome è l’appropriazione di una storia con tutto il suo precipitato di errori e di tragedie. Il nome è la garanzia di un rammemorare sia i contenuti propri di una tradizione politica, sia i momenti storici che costituiscono e devono costituire problema. Rendere quello del nome un problema solo nominalistico vuol dire rischiare di trasformarsi perdendo ciò che invece va salvato e acquisire invece ciò che va rifiutato. La rapida destrutturazione del Pds in Italia non è senza rapporto con la questione del nome, perché nel nome è riassunta tutta l’apertura che una organizzazione che si definisca comunista deve avere verso tutta la sua storia, una storia che è plurale proprio per la sua ricchezza, una storia che va risolta sempre con una sintesi, con una scelta fallibile e non necessitata, una scelta che preservi l’intelligenza, invece di abdicare ad essa in nome della fatalità, in nome di una realtà che è alla fine solo un resoconto capzioso di essa.
- Details
- Hits: 3446
L'avvizzimento dello Stato
di Paul Mattick
In questi giorni, i critici della politica elettorale possono mettersi a sedere compiaciuti e gustarsi lo spettacolo dei partiti politici allo sbando; le preoccupazioni dell'1%, che in realtà vogliono dai loro governi poco più che tasse basse, sussidi alti, pace sociale e tranquillità, e quanto basta di azione militare sufficiente a tenere il mondo al sicuro per la democrazia; e le elucubrazioni dettate dal panico degli esperti politici cercano di dare un senso a tutto questo reclamando la loro funzione ormai perduta di profeti e di interpreti. Naturalmente, quando (com'è più probabile) Bernie alla fine è stato fatto fuori dalla macchina Democratica e si sta chiedendo ai "progressisti" di tapparsi il naso - come hanno finora fatto in tutte le elezioni - per votare l'odiata Hillary e fermare così il terribile Donald, sembrerà di trovarsi solo ad un passo dal precipizio, l'apparentemente inevitabile risultato degli sforzi elettorali volti a non sacrificare il bene per l'impossibile meglio.
Ma stavolta sempre ci sia qualcosa di speciale. Per prima cosa, entrambi i contendenti più dinamici, Trump e Sanders, sono apparentemente entrati in lizza senza aspettarsi di vincere, e si sono impegnati a fare del loro meglio quando hanno scoperto un inaspettato livello di risposta da parte del pubblico votante. Questo è un altro aspetto della quasi completa assenza di contendenti credibili a parte loro due (e, certo, la Clinton, ma senza Sanders lei sarebbe stata la sola del suo schieramento).
- Details
- Hits: 2756
Quale filosofia per l’Europa?
D. Ferrante e M. Piasienter intervistano Roberto Esposito
A che punto si trova lo sviluppo della “biopolitica affermativa” di Roberto Esposito? Per comprenderlo occorre prendere in considerazione il suo ultimo libro, "Da fuori. Una filosofia per l'Europa", uscito recentemente per Einaudi. In questa intervista, che l'autore ha gentilmente concesso alla nostra rubrica, se ne mette a tema il nucleo centrale e le sue più importanti implicazioni
1. Il tuo libro Da Fuori. Una filosofia per l’Europa sembra situarsi nel punto di incrocio tra due diversi assi: da un lato lo sguardo sulle filosofie dell’Europa, dall’altro uno sguardo sulla filosofia per l’Europa. Il punto di incontro tra questi due vettori potrebbe essere la domanda su che cosa la filosofia possa dire oggi all’Europa. Vorremmo aprire questa intervista proprio ponendole questo quesito, quale ruolo la filosofia dovrebbe giocare nel dibattito attuale sull’Europa?
RE. Se ci si pensa, nei momenti più drammatici della sua storia, l’Europa si è sempre rivolta alla filosofia e, a sua volta, la filosofia si è interrogata sui destini dell’Europa come qualcosa che toccava il suo stesso modo essere. Perché? Quale nodo stringe in maniera indissolubile filosofia ed Europa? Una prima risposta a questa domanda attiene alla nascita europea – in particolare greca – della filosofia. Anche quando si è nutrita di altre tradizioni di pensiero, la connotazione europea ha segnato la filosofia in forma incancellabile. Anche la linea di pensiero che ha assunto il nome di “filosofia analitica”, da alcuni curiosamente opposta alla filosofia “continentale”, è nata nel nostro continente e solo successivamente trasmigrata altrove, in fuga dal nazismo. Ma c’è qualcosa di più, che attiene al carattere filosofico della stessa costituzione dell’Europa. Non avendo confini geografici certi, almeno a est – la sua distinzione dall’Asia è problematica, visto che due grandi Paesi, la Russia e la Turchia sono a cavallo dei due continenti –, l’Europa si è fin dall’inizio pensata tale a partire dalla specificità costitutiva dei suoi principi filosofici: la libertà delle città greche rispetto al regime assoluto asiatico. Benché tali principi siano stati spesso contraddetti e rovesciati nel loro contrario, l’idea di Europa fa tutt’uno con essi.
- Details
- Hits: 3843
Lenin e l'ombra lunga del militarismo
Unione Sovietica, partito bolscevico, Gramsci in alcuni recenti contributi storiografici
di Tommaso Baris
In seguito all’incontro seminariale di martedì 1 marzo tenuto presso il circolo Rosa Luxemburg, pubblichiamo una riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica scritta da Tommaso Baris, docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo
La storiografia italiana si è arricchita recentemente di alcuni importanti contributi sulla storia dell’Unione Sovietica, permettendoci di rendere estremamente più articolata l’immagine dell’Urss costruita nel nostro paese. In particolare punto di partenza di questa riflessione sono i lavori di Silvio Pons e di Andrea Graziosi, che hanno condensato in due importanti volumi sul movimento comunista internazionale e sulla storia dell’Urss un pluriennale lavoro di ricerca[1].
Tra le tante questioni segnalate dai due volumi vale la pena soffermarsi su quella che mi pare cruciale: la forte correlazione esistente tra Grande Guerra e forma politica assunta dal partito bolscevico nel corso della sua presa del potere. Pons insiste molto su questo aspetto cruciale, sul fatto cioè che il bolscevismo, dinanzi al massacro della Prima guerra mondiale, abbia adottato un modello organizzativo strettamente militare, introiettando fortemente nella sua cultura politica le categorie e le forme organizzative tipiche di un moderno esercito di massa in vista del suo diventare il “partito della guerra civile”. L’idea di Pons è che questo tratto burocratico-militare costituisca l’essenza dell’approccio alla politica del bolscevismo e che caratterizzi quindi le scelte politiche non solo nel corso della guerra civile russa scoppiata dopo la presa del Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, ma che continui ad operare anche dopo la stabilizzazione dello Stato sovietico, tanto nelle sue relazioni interne che in quelle esterne.
- Details
- Hits: 4049
Ricostruire dal basso un sistema monetario internazionale in Europa e nel mondo
Bruno Amoroso
Il mio amico e collega Jesper Jespersen mi sollecita da tempo a riprendere insieme il progetto di Keynes sulla riforma del sistema monetario internazionale, noto come Bretton Wood. Questo nella convinzione che oggi, come allora (1944), c’è bisogno di una ricostruzione del sistema economico e monetario in Europa e nel mondo, e gli strumenti e le conoscenze necessarie per farlo sono a disposizione. Si è scelta invece la strada della moneta unica e dell’euro, imponendo un processo di integrazione economica a scapito della solidarietà sociale e del co-sviluppo tra paesi, europei e no.
Questo non vale solo per il sistema monetario. Gli squilibri economici e sociali tra l’Europa e il Mediterraneo sono noti da tempo e nel Primo Rapporto sul Mediterraneo elaborato per il CNEL nel 1991 avevamo scritto con chiarezza che l’andamento demografico dei paesi euro-mediterranei e il divario economico segnalavano con chiarezza che di li a venti anni, in assenza di nuove politiche di cooperazione (le chiamammo di co-sviluppo) tra le due sponde saremmo andati incontro al disastro attuale, di una emigrazione selvaggia da quei paesi e una ripresa generale della conflittualità tra stati europei. Fummo accusati (dalla sinistra e sindacati) di allarmismo economico.
Tuttavia quelle elaborazioni contribuirono a dar vita ad alcune spinte positive con il progetto euro-mediterraneo di Barcellona (1995) (“un’area di benessere condiviso”) interrotto poi bruscamente con l’invenzione prodiana delle “politiche di vicinato” (2004), che scambiarono il welfare condiviso con la difesa comune, trasformando una strategia di cooperazione e stabilizzazione in quella di destabilizzazione e di guerra voluta dalla NATO.
- Details
- Hits: 4716
I terminator del lavoro
Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio
Nel futuro la disoccupazione sarà generalizzata. È la previsione che segue le analisi sull’automazione delle attività produttive. Una tesi che ritorna ciclicamente, da oltre cinquant’anni, ogni volta che viene annunciata qualche innovazione tecnologica
Lo scorso anno ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in italiano da Internazionale intitolato Il capitalismo dei Robot. Il testo di Lanchester consta di una documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la pressione dello sviluppo tecnologico e dell’automazione. Tra i dati più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di Watson, ultimo software Ibm in materia di intelligenza artificiale, al gioco a quiz televisivo Jeopardy!, i successi del traduttore di Google e l’annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione di sostituire il milione di dipendenti della celebre azienda elettronica con dei robot. Come scrive Lanchester: «Se mettiamo insieme tutte queste cose, possiamo iniziare a capire perché molte persone pensano che sia in arrivo un grande cambiamento basato sull’influenza dell’informatica e della tecnologia sulla nostra vita quotidiana».
Che molte persone pensino qualcosa del genere è senz’altro vero, basti citare titoli di grande successo come Postcapitalismo di Paul Mason (Il Saggiatore) o altri importanti lavori pubblicati recentemente come Rise of robots di Martin Ford. Sul palco delle Ted Conference, seguite da centinaia di migliaia di persone sui canali video di Youtube, si susseguono giovani e brillanti pensatori che, nel nome del reddito di cittadinanza, snocciolano grafici e tabelle che rivelano impietosamente il trend progressivo e inesorabile della fine del lavoro sotto la pressione dell’automazione.
- Details
- Hits: 2863
Europa, “TINA” e altre illusioni della Sinistra*
Perché DiEM2025 di Varoufakis sta combattendo la battaglia sbagliata
di Will Denayer
La globalizzazione è diventata un’ossessione –denuncia Will Denayer su Flassbeck-economics– che impedisce alle forze progressiste il raggiungimento di qualsiasi obiettivo a qualsiasi livello. Nel voler diventare a tutti i costi “europea” e transnazionale, la Sinistra ha perso di vista che le battaglie si possono e devono ancora combattere quasi interamente a livello nazionale, con le proprie politiche, le proprie scelte e la propria moneta. Nell’avere accettato la leggenda di un Capitale internazionale totalmente libero e onnipotente, al quale bisogna per forza adeguarsi (al limite con qualche correzione), perché “non c’è alternativa”, si è dimenticato che è (ancora e solo) all’interno dei singoli paesi che si possono perseguire concretamente i grandi obiettivi di progresso sociale. Il Capitale è quello che è sempre stato. È il Lavoro che ha smesso di difendersi (per inseguire un’allucinazione)

1. Varoufakis
Questo articolo parla di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. Syriza è sempre stato un complicato conglomerato di gruppi con convinzioni politiche eterogenee, ma da quando è salito al potere nel gennaio 2015 fino alla sua resa sette mesi più tardi, sono emerse due fazioni principali che combattevano una fiera lotta. Da una parte c’era una sinistra composita ma determinata a mantenere le promesse elettorali (il programma di Tessalonica): non ci doveva più essere alcuna austerità, la Grecia avrebbe dovuto negoziare una cancellazione del debito, e se la Troika avesse proseguito per la sua strada portando il paese al limite, questo gruppo avrebbe preferito sostenere l’uscita dall’eurozona. La dirigenza di Syriza, dalla parte opposta, voleva ugualmente mettere fine all’austerità, ma non voleva a nessun costo uscire dall’eurozona.
Come spiega Lapavitsas, la dirigenza di Syriza si era convinta che se avesse rifiutato un nuovo salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte al rischio di un nuovo tumulto finanziario e politico.
- Details
- Hits: 5511
Lavoro digitale e imperialismo
di Christian Fuchs
È trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.
Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni marxiste dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione formino uno dei settori economici più concentrati; come iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo; come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)
- Details
- Hits: 5436
Mitologie e deficit antropologici nel pensiero di Marx e dei marxismi
Roberto Finelli
1. E’ la questione dell’individuazione, della messa in valore della soggettività, rispetto ad una più tradizionale questione sociale, che costituisce oggi, io credo, la linea più durevole e feconda dei movimenti di emancipazione dell’ultimo cinquantennio e la linea di apertura di un possibile futuro in cui le relazioni umane non debbano continuare ad essere mediate e consentite dalla sola mondializzazione delle merci e del capitale. Sulla questione della soggettività, delle sue istanze più esistenziali ed emozionali che non sociali, molto ha avuto a dire e pensare la tradizione più illuminata e rigorosa del femminismo, del pensiero di genere e della differenza, malgrado la resistenza all’ascolto e al confronto praticata al riguardo da molti ambiti dell’emancipazione intellettuale e sociale. Ma, a mio avviso, è soprattutto alle scienze della psicoanalisi nel loro complesso, guardando con maggiore attenzione al freudismo e allo junghismo e con molto maggiore sospetto verso il lacanismo, che siamo debitori di acquisizioni nuove e ulteriori rispetto al tema della costituzione della soggettività personale, in una linea di debito che anche qui spesso non è riconosciuta quanto invece combattuta e marginalizzata. Le scienze psicoanalitiche ci consegnano infatti un arricchimento e una complicazione del concetto di libertà come di quello di società che arricchiscono e nello stesso tempo complicano la già ricca tradizione moderna su questi temi. Libertà ora viene a significare, più che assenza o riduzione da vincoli esterni, limitazione o affrancamento da vincoli interni.
- Details
- Hits: 8020
Brexit o no?
Sogni di una notte d'inizio estate
di Pierluigi Fagan
Il riepilogo del sondaggio dei sondaggi del Financial times (qui), dà la Brexit al 43% vs l’opzione del rimanere in EU, data al 45%, ad oggi. E’ una media di vari sondaggi e ce ne sono di molto sbilanciati in un senso (ORB) o in quello opposto (ICM). Non ho approfondito le metodologie, posso solo dire che quelli a base intervistati più ampia (su i 2/3000 casi ) sono preferibili, in linea di principio. I sondaggi non sempre possono fotografare le reali intenzioni, manca ancora del tempo e comunque sembra che la questione sia in bilico. Ma non è del come andrà che vorremmo parlare ma capire il cosa potrebbe succedere nell’un caso o nell’altro e cosa possiamo noi augurarci che accada.
La ragione più forte per la Brexit è geopolitica a riprova del fatto che è questo il gioco che ordina e dà le condizioni di possibilità a tutti gli altri. Il valore geopolitico della Brexit è la libertà, l’autonomia di sviluppare qualsiasi strategia tra quelle più convenienti, attività nella quale i britannici hanno sviluppato -da qualche secolo- uno storico attaccamento e preferenza. Ad esempio, dal trattare o non trattare e se trattare farlo alle proprie condizioni, gli eventuali trattati di libero scambio, soprattutto scegliendo il “chi”. Non è un mistero che i britannici ritengano strategicamente gli USA una potenza in declino e sanno che una potenza declinante può diventare molto ingombrante da avere come partner, ancorpiù se dominante nella reciproca relazione.
- Details
- Hits: 3569
Precarity save the Queen! Il salario minimo della Corona
Il regime europeo del salario 1
di Lavoro Insubordinato
Quando si tratta di lavoro Buckingham Palace è come McDonald’s. Entrambi i palazzi, quello della regina e quello del fast food più globale del mondo, assumono con «contratti a zero-ore». Insomma, «che mangino brioche!», o meglio, hamburger. È noto infatti che il Big Mac Index inventato dall’Economist a metà degli anni ’80 è diventato uno strumento per misurare non solo il potere d’acquisto, ma anche il salario minimo, o meglio quello che il Regno Unito chiama ormai living wage, un modo di tagliare indiscriminatamente i servizi di welfare in cambio della mera sopravvivenza. La Burgernomics è il segno dei tempi, la nuova Realpolitik del lavoro che riduce il benessere al rapporto tra il lavoratore e il suo hamburger.
Un salario di sopravvivenza
Il contratto a zero ore non è una novità e già nel 2013 se ne contavano più di un milione. Ѐ il cavallo di troia con cui nel 1998 la Gran Bretagna ha introdotto, con il National Minimum Wage Act, la precarietà: si tratta di lavoro a chiamata, senza garanzie, senza orari di lavoro prefissati, senza malattie, senza ferie, un po’ come i voucher nostrani.
- Details
- Hits: 8482
Tornare sui propri passi, ovvero storia e memoria degli anni 70
di Sergio Bologna
“L’autunno caldo è un periodo della storia d’Italia segnato da lotte sindacali operaie che si sviluppa a partire dall’autunno del 1969 in Italia, ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo… I sindacati ufficiali furono condizionati dai Comitati unitari di base (CUB), mentre i governi democristiani che si alternarono in quel periodo (Rumor I e Rumor II) non riuscivano a distinguere le richieste ragionevoli da quelle demagogiche, piegandosi a entrambe pur di arrivare a una pacificazione sociale: i CUB esigevano salari uguali per tutti gli operai in base al principio che «tutti gli stomachi sono uguali», senza differenze di merito e di compenso, concependo il profitto come una truffa, la produttività un servaggio e l’efficienza un complotto, sostenendo invece che la negligenza diventava un merito e il sabotaggio era un giusto colpo inferto alla logica capitalistica”. Ecco alcuni stralci dalla pagina italiana di Wikipedia dedicata all’Autunno caldo. Analisi tratte da libri “astorici” di Montanelli e Cervi ( L’Italia degli anni di piombo, 1991). Una revisione della storia che oggi rischia di diventare dominante.
A partire proprio da questa citazione e dunque da una amara constatazione, martedì 7 giugno 2016, Sergio Bologna ha tenuto alla Casa della Cultura di Milano una bellissima e ricca relazione intitolata “Il lungo autunno: il conflitto sociale degli anni Settanta” – all’interno di un ciclo di incontri curato da Franco Amadori, “L’approdo mancato”.
Page 435 of 651




























































