I comunisti e le elezioni
Renato Caputo e Pasquale Vecchiarelli
I. Delucidazioni a livello concettuale dei compiti dei comunisti in occasione delle elezioni per la selezione del personale volto a dirigere uno Stato imperialista
Da un punto di vista oggettivo le elezioni sono, al contempo, secondo le celebri definizioni di Marx e di Engels, uno strumento per stabilire quale componente della classe dominante avrà per un certo numero di anni la direzione del paese e uno strumento essenziale, un termometro atto a misurare il livello della coscienza di classe. Dal primo punto di vista dunque, nello Stato inteso come sovrastruttura della dominante struttura del modo di produzione capitalistico, le elezioni servono a definire la forma che assume la dittatura della borghesia. In effetti, secondo la nota concezione marxista dello Stato, quest’ultimo rappresenta la forma del dominio a livello strutturale, economico sociale, della classe dominante e del suo blocco sociale sulle classi subalterne. Da tale punto di vista, quindi, la democrazia è effettuale solo all’interno della classe dominante e del suo blocco sociale, mentre nei riguardi delle classi subalterne rappresenta la forma di dominio del nemico di classe.
Perciò appare evidente che il risultato delle elezioni abbia un significato più formale che sostanziale dal punto di vista delle avanguardie delle classi sociali subalterne.



In occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre, si sta opportunamente riaprendo la discussione sul significato e il valore storico di quella straordinaria svolta che ha segnato di sé l’intero XX secolo e che si riflette, per alcuni aspetti, a partire dal mutamento dei rapporti di forza tra aree del mondo, sulla nostra stessa contemporaneità.
Il peggior servizio che si possa prestare a un grande evento sociale, di portata storica, come quello in Russia nei primi anni del XX secolo è di renderlo un mito. I miti la storia li disvela per quel che sono, crollano evidenziando l’imponenza del grande evento.


Un nuovo libro sulla Cina? Non ce ne sono già tanti ed essi non crescono a vista d’occhio? Non c’è dubbio: la Repubblica popolare cinese non cessa di attrarre l’attenzione del mondo intero. Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo.
1. Mi limiterò a fornire alcuni punti di riferimento per orientarsi sulle tensioni cui sono sottoposti gli Stati nazionali e sulle finalità strategiche, cioè perseguite attraverso tappe graduali "tattiche", programmatiche ed efficienti, cui mira la creazione di queste tensioni.
Questo fine settimana si concluderanno le nostre celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Un ricordo inevitabile e necessario, che è proseguito lungo due linee guida: da una parte, organizzando iniziative specifiche sull’Ottobre – assemblee, art work, dibattiti, lavori editoriali, manifesti, scritte, striscioni; dall’altra, cercando di far vivere il senso della Rivoluzione dentro la nostra attività politica quotidiana. Un tentativo oggi maledettamente difficile vista la profonda inattualità che subisce l’idea stessa di rivoluzione, di cambiamento, di rottura. Sono d’altronde questi i tempi che ci sono stati dati in sorte, e se il presente ha assunto l’aspetto della distopia reazionaria è anche responsabilità nostra. In questo anno si sono accavallati multiformi ricordi della Rivoluzione. Ognuno, inevitabilmente, ha rievocato il suo modo di intendere l’evento centrale del XX secolo. La politica e il giornalismo liberale, forti dello scampato pericolo, ne hanno celebrato la distanza storica ormai (apparentemente) incolmabile, tirando il classico sospiro di sollievo, lasciandosi anzi andare alle concessioni tipiche di chi sa di non avere più niente da temere. La cultura e la politica ancora comunista si è al contrario adeguata all’anniversario inaggirabile. Purtroppo, nel nostro come negli altri casi, si è trattato di celebrare un evento storico disattivato. Il senso della Rivoluzione, ovviamente, vive nelle lotte di classe e non nelle mummificazioni celebrative. Eppure andava celebrata, fosse solo per ostinazione. In tal senso, oltre che invitare tutti a passarci a trovare questo fine settimana, pubblichiamo qui di seguito l’introduzione che il Comitato per le celebrazioni dell’Ottobre ha scritto per la ripubblicazione del piccolo capolavoro di Lukács, Lenin. Un testo, tra i tanti, fuoriuscito dai radar dell’interesse militante, e tuttavia proprio per questo utile a chiarire il significato storico-politico dell’azione di Lenin nella Rivoluzione. Buona lettura
Dal prestigioso blog di macroeconomia di Nouriel Roubini EconoMonitor traiamo un’autorevole analisi su uno dei concetti forse più trascurati della teoria macroeconomica keynesiana, la preferenza degli agenti economici per la liquidità. Questo concetto viene rivalutato qui come una chiave di lettura utile per spiegare la persistenza dell’attuale crisi economica globale, e le misure raccomandate da Keynes per una tale eventualità, se applicate, vengono indicate come la soluzione più rapida ed efficace per stimolare un’autentica ripresa. Sfortunatamente questo concetto, sommerso dalla predominanza di politiche mainstream di stampo liberista, e trascurato anche dai fan keynesiani dell’ultima ora, non si è ancora affermato come sarebbe auspicabile, né le politiche raccomandate sono state mai applicate. Per questo motivo riteniamo importante aprire anche qui un dibattito che possa accendere i riflettori sull’argomento.
Che gli interessi cancellino la morale, coprendo con i termini giusti la sua cancellazione, è cosa risaputa. Qualunque Stato, democratico o totalitario, repubblicano o monarchico, reazionario o progressista ha sempre chiamato diplomazia le azioni a tutela dei propri interessi e “grande diplomatico” colui che per gli interessi dello Stato sapeva andare al di sopra della morale guadagnandoci addirittura onori e gloria. Un’occhiata alla biografia del grande M. de Talleyrand servirebbe ai tanti che fanno gli stupiti di fronte alle alleanze mutevoli che ci consegna la cronaca prima di trasformarsi in storia.
Nel cercare di comprendere l’attuale fase (e crisi) economica e produttiva, emergono sempre più frequentemente temi all’apparenza sconnessi, o perlomeno appartenenti a differenti livelli di discorso, ma che si trovano a convergere in determinate circostanze. La digitalizzazione e quindi la robotizzazione dei processi, insieme alla datificazione delle vite, determinano spostamenti di capitali enormi, riportando al centro la questione della precarizzazione del lavoro culturale e cognitivo. Il dibattito sulle trasformazioni del lavoro ha incluso fin dagli anni Novanta il rapporto tra mente e macchina, rapporto che recentemente si è fatto sempre più simbiotico. Non sarà un caso se uno degli uomini più ricchi e influenti del pianeta abbia guadagnato la sua posizione grazie a una piattaforma che come prima cosa alla mattina ti chiede “a cosa stai pensando?”
L'indipendenza delle banche centrali è sempre più oggetto di dibattito e di contrasti accesi in tutto il mondo, sia in ambito accademico che nella sfera politica
Tous les garçons et les filles de mon âge
Cosa unisce l'Europa del 1848, il Biennio rosso 1916-17 con l’epica e poi tragica rivoluzione sovietica, in seguito la tedesca 1918-19 e successivamente la straordinaria cinese (1946-49), con consecutive rivolte di liberazione nazionale degli anni '50 e '60, sfociate a loro volta negli anni sessanta e settanta in straordinari movimenti sociali mondiali, soprattutto giovanili? Possono essere interpretate come tappe significative di maturazione dei potenziali di riscatto dell’umanità.
Le teorie hanno due nemici impenitenti, le contraddizioni tra teorie e piccoli fatti e i grandi fatti fuori teoria. Il primo nemico lavora di guerriglia accumulando anomalie fino a che c’è una rivoluzione paradigmatica che impone il cambiamento delle teoria. Quella nuova si troverà di nuovo con la stesso problema e con lo stesso esito finale ma per un certo tempo sarà vigente perché più “adatta”. Il secondo nemico invece convive con la teoria dominante semplicemente spartendosi le aree di dominio. In sostanza le teorie hanno una vigenza locale, presuppongono un universale da una particolare, almeno fino a che eventi di contesto non rendono impossibile ignorare questo altro mondo in cui quella teoria incontra grandi fatti del tutto alieni ai suoi paradigmi. Questo secondo caso è quello del nuovo incontro tra mondo occidentale e mondo cinese. La Cina è un grande fatto fuori teoria per i paradigmi occidentali e quindi anche il reciproco, tant’è che i cinesi, quando usano concetti provenienti dal linguaggio-pensiero occidentale, ci tengono a specificare la dicitura “con caratteristiche cinesi”. Quali sono queste “caratteristiche cinesi”?
Marx è considerato il principale studioso e teorico del proletariato di fabbrica, cosa indubbiamente vera ma molto più complessa di quanto si pensi ordinariamente. Lo studio delle comunità contadine occupa un posto rilevante nei suoi lavori, per certi aspetti è un tema che attraversa tutta la sua opera, venendo a trovare nelle riflessioni sulla Russia un esito sorprendente e sconcertante. Il procedimento che adotta è storico e teorico, la spinta a concettualizzare attraverso quadri sintetici che abbracciano intere epoche è costantemente sorvegliata da verifiche puntuali, perché – come dirà ai suoi interlocutori russi – eventi di sorprendente analogia ma che si verificano in contesti diversi producono esiti del tutto differenti. L’intera ricerca è ispirata dalla ricostruzione della genealogia del capitale, del suo sviluppo e presa sulla società. In tale percorso si registra una dislocazione, un cambiamento non privo di contraddizioni e ripensamenti, nella posizione di Marx sul capitalismo e la rivoluzione.
È sempre opportuno trarre dal passato indicazioni per il presente e orientamenti per l’avvenire, e ricavare, dai grandi momenti della storia dell’umanità, conoscenza e insegnamenti. L’insegnamento che deriva dai grandi processi storici e sociali, al tempo stesso, ne segnala il rilievo, la portata più che ordinaria in termini di connotazioni e di implicazioni; e ne tradisce l’attualità, il fatto che caratteri e movenze fondamentali di quegli eventi storici siano in grado di parlare all’oggi, di consentirci di leggere il tempo presente, di consegnarci una traccia per la trasformazione.
E’ il web il perno dell’ecosistema mediatico nell’era digitale. E’ il luogo di produzione, diffusione e consumo di un massivo volume di informazione, nonché di costruzione e orientamento dell’opinione pubblica. Ma se questo da tempo non rappresenta più una novità, la comprensione delle dinamiche che determinano i ritmi e l’impatto dei contenuti della rete, e l’identificazione dei suoi protagonisti, sono aspetti che impegnano sempre più studi quantitativi su larga scala.
Mi spiace parecchio per lo sbarellamento romanticheggiante di tanti compagni, alcuni dei quali considero anche amici.
Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.
Non lo possono fare apertamente. Così lo fanno di nascosto. Come dei ladri. Oppure come delle blatte, che si muovono solo al buio, e quando accendi la luce si rifugiano in qualche angolo nascosto alla vista.
L’occasione che ha ispirato questo convegno è il ventesimo anniversario della pubblicazione del libro “ll lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia.” Era un volume collettaneo curato da Andrea Fumagalli e da me, pubblicato da Feltrinelli nel 1997.
1.
Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato - e quanto giustificatamente - la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori. Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato
Diciamolo: la sovranità nazionale è diventata irrilevante nell’economia internazionale sempre più complessa e interdipendente. L’approfondirsi della globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L’internazionalizzazione della finanza e la crescente importanza delle grandi aziende multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli Stati di perseguire autonomamente le politiche sociali ed economiche, in particolare quelle progressiste, e di offrire prosperità ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi “riuniscano” la loro sovranità e la trasferiscano in istituzioni sovranazionali (come l’Unione Europea) che siano sufficientemente grandi e potenti da far sentire la loro voce, riguadagnando così a livello sovranazionale quella sovranità che è stata persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro “reale” sovranità, gli stati devono limitare la loro sovranità formale.
I. Il giudizio sulla crisi




































