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Wikileaks, il WTO e la guerra psicologica
di Comidad
Il presidente dell'Iran Ahmadinejad ha immediatamente catalogato il caso Wikileaks nell'ambito della guerra psicologica, un concetto che nel dibattito politico iraniano non solo è abituale, ma viene anche richiamato in modo appropriato, con chiaro riferimento agli aspetti tecnici del problema. Per un Paese che cerchi di difendersi dal colonialismo, il concetto di "guerra psicologica" infatti costituisce una di quelle categorie-chiave essenziali per comprendere il mondo in cui si vive.
La guerra psicologica risulta tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale, e la colonia perfetta è quella inconsapevole di esserlo; quindi non c'è da stupirsi che sui notiziari italiani le parole di Ahmadinejad siano scivolate senza commenti né spiegazioni, ed anche quando l'espressione "guerra psicologica" è stata per un attimo evocata, essa è rimasta a galleggiare in un oceano di indeterminatezza, senza mai far luce con un esempio o con un riferimento storico.
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Del vendolismo e del grillismo
Bruno Casati
Le uniche note positive sono oggi date, almeno in Italia, dalla lotta dei metalmeccanici FIOM, dal movimento dei migranti che cercano di riscattare la loro condizione di schiavi, dalle proteste degli studenti e degli insegnanti che, ma nessuno lo dice, cercano di opporsi al più grande licenziamento di massa mai avvenuto nella storia della Repubblica. E' in campo il diritto al lavoro e alla vita. Ma su tutto ciò è calato il silenzio e si stende il fango delle pratiche di un Governo da brivido e di un Presidente del Consiglio, ormai un cane morto, che si propone "solo" di non andare sotto i processi che lo aspettano. Perché se ci andasse, come ci auguriamo vada, costui non finirebbe i suoi giorni nei paradisi dorati di Santo Domingo, ma nella residenza che un altro santo tiene aperta in quel di piazza Filangeri a Milano. A meno che qualche fine stratega, di cui il PD ad esempio abbonda, non pensi di negoziare la sua fuoriuscita dal Governo offrendogli la Presidenza della Repubblica.
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Il modello che non funziona
di Bruno Amoroso *
Il decennio in corso ha appiattito la politica dell'Unione Europea al potere dei centri finanziari e del sistema dell'euro gestito dalla Bce. L'Ue assomiglia sempre più agli Stati uniti, dove gruppi finanziari e militari di potere sono in grado di assumere la governance dell'intero sistema. La turbolenza finanziaria programmata e provocata da questi gruppi, un atto predatorio organizzato mirante all'espropriazione del risparmio delle persone, è stata una dimostrazione di arroganza che gli eventi successivi hanno pienamente confermato. Così come è stato confermato il loro controllo politico e finanziario sulle istituzioni degli Stati europei. Solo pochi mesi fa l'impressione che le istituzioni europee avrebbero fatto qualcosa per introdurre una maggiore trasparenza e un controllo dei centri e delle istituzioni finanziarie era molto diffusa. Ma queste impressioni si sono rivelate sbagliate. I responsabili della crisi sono divenuti presidenti e membri delle commissioni che dovrebbero controllare e riformare il sistema.
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Divisione del lavoro
di Valerio Bertello
Le due divisioni del lavoro
Nella prima parte si è considerato lo sviluppo della divisione del lavoro ponendo la produttività come l’unico fattore che determina l’affermazione storica di una forza produttiva. Ciò è in ultima analisi vero, ma tale sviluppo è strettamente intrecciato con fattori sociali, innanzitutto i rapporti di produzione, che non possono essere trascurati. Quindi occorre riprendere il discorso ponendo tali rapporti in primo piano.
1. Le due divisioni del lavoro e la contraddizione fondamentale
Il capitalismo sviluppa la divisione cooperativa del lavoro, cioè la cooperazione manifatturiera, come proprio modo specifico di produzione, conferendo al lavoro sociale un nuovo livello di sviluppo che ne fa una forza produttiva integralmente nuova.
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Democrazia del tumulto
Francesco Raparelli
In ogni città si trovino questi sua umori diversi; e nasce da questo che il populo desidera non essere comandato ne' oppresso da grandi, e li grandi desiderano comandare e opprimere il populo. "Machiavelli, Principe IX"
Ci rivolgiamo ad un grande italiano – che non si è distinto nella produzione di scarpe ‒ per trovare le parole giuste, per raccontare le passioni politiche di questi giorni felici. Con una certa insistenza, infatti, sono proprio le passioni ad occupare la scena del discorso politico e giornalistico: per il Censis gli italiani hanno perso il desiderio, mentre Diamanti rintraccia negli studenti che si mobilitano un diffuso risentimento.
Proviamo a dirla così: mai come in questi giorni (salvo riferimenti nobili alle gesta degli anni migliori) il desiderio degli italiani è stato tanto creativo. Desiderio di libertà e gioia del tumulto. Indignazione, contro quello che Luciano Ferrari Bravo definì con largo anticipo Stato-mafia o Stato-racket (nefasta espressione politica della crisi della rappresentanza), di certo nessuna mentalità da schiavi, nessun risentimento.
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La pericolosa restaurazione europea
Rosaria Rita Canale e Ugo Marani
Il concomitante verificarsi in Europa – a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - di situazioni di persistente ed elevata disoccupazione, da un lato, e di crescita del disavanzo e del debito pubblico, dall’altro, aveva fatto riemergere, anche all’interno del paradigma teorico consolidato, dubbi sul fronte della politica economica. Sul versante fiscale, riguardo la necessità incondizionata di contenere la spesa e di risanare il debito pubblico; sul fronte della politica monetaria, circa il mero perseguimento del solo obiettivo della stabilità dei prezzi. Nonostante però le condizioni economiche di molti paesi non siano, da allora, mutate e la crisi non possa dirsi passata, si assiste oggi ad un nuova chiusura sul fronte della politica fiscale e ad un atteggiamento apparentemente più accomodante sul fronte di quella monetaria, senza, tuttavia, che la minaccia di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia fugata.
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Le origini culturali della crisi
Alessandro Roncaglia*
Negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere infinite volte che gli economisti non hanno previsto la crisi finanziaria ed economica che ci ha travolto. Perfino la regina d’Inghilterra se ne è lamentata. Di fronte a queste critiche, la nostra professione deve porsi con urgenza almeno tre domande. Primo, a nostra parziale discolpa: cosa significa, nel nostro caso, prevedere un evento? Secondo, a parziale critica della superficialità dei mezzi di informazione: è vero che gli economisti non hanno previsto la crisi? Terzo, e più importante: se, come vedremo, alcuni l’hanno prevista e altri no, da cosa è dipesa la relativa preveggenza degli uni e la relativa cecità degli altri?
La terza domanda ci porterà a una questione fondamentale, che merita certo una trattazione più approfondita di quella possibile in un breve intervento come il mio: la responsabilità di un orientamento culturale tuttora prevalente tra gli economisti – che può essere indicato, sempre in modo necessariamente vago, mainstream, o Washington consensus, o fondamentalismo liberista – nel favorire il formarsi della situazione di cui la crisi sarebbe divenuta uno sbocco inevitabile.
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Intervista a Domenico Losurdo
a cura di Sara Milazzo
La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista
Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana. Di fronte a tale attacco si distende un deserto, l'assenza di un'opposizione di classe e di massa che possa in qualche modo respingere l'offensiva della reazione e rilanciare una controffensiva. Quello che io le chiedo è : come è accaduto tutto questo? Cosa manca, come ricostruire una diga, una resistenza, un contrattacco?
Possiamo fare una distinzione tra due problemi che accompagnano la storia della Repubblica in tutto il suo arco. Il primo problema è la sperequazione tra nord e sud: già Togliatti ha sottolineato che la «questione meridionale» è una questione nazionale e oggi stiamo vedendo come la mancata soluzione del sottosviluppo nel Sud rischia di mettere in pericolo l’unità nazionale.
L’altro problema è un’ingiustizia sociale che si manifesta in modo particolarmente clamoroso nel fenomeno dell’evasione fiscale. E’ appena il caso di dire che questo flagello non è stato contenuto in alcun modo, anzi, semmai è diventato più scandaloso, più esplicito.
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Cina e crisi: chi ha paura dell’agnello cattivo?
Alberto Bagnai
Crisi e guerra delle valute: tutta colpa della Cina? Contestazione di alcuni luoghi comuni sui cattivi cinesi che spendono poco e risparmiano troppo
Dopo la crisi per un po’ siamo diventati (quasi) tutti keynesiani, e tutti esperti di Cina, e i risultati si vedono. Ad esempio, vorrei commentare un recente intervento di Luigi Zingales sulla "guerra delle valute" pubblicato dall’Espresso. Secondo Zingales dall’inizio della crisi “ogni paese vuole svalutare la sua moneta per aumentare le esportazioni e ridurre la disoccupazione”, ma questa “è una politica miope ed egoista” perché “scarica il costo della crisi sui partner commerciali”. La Cina tiene lo yuan “artificialmente basso rispetto al dollaro”, ma “la soluzione non è in una rivalutazione dello yuan”, poiché “il vero problema è che la Cina nel suo complesso consuma molto meno di quello che produce”. Mentre “nello scorso decennio l’eccesso di consumo negli Usa ha compensato l’eccesso di risparmio in Cina”, ora “gli Usa non possono più permettersi” di assorbire l’eccesso di produzione cinese. Questo genera quindi “un eccesso di offerta a livello mondiale, che forza una deflazione”.
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Dentro la crisi
Emilio Quadrelli
L'irrompere di quella che, a rigore di logica, sembra essere la più grave crisi strutturale del capitalismo, di ben lunga più acuta e catastrofica di quella del 1929 le cui ricadute, com'è noto, hanno finito con l'innescare il secondo conflitto mondiale, ha reso nuovamente attuale Marx e la sua analisi del capitalismo. Per anni Das Kapital era caduto nel dimenticatoio della storia mentre il marxismo, e ancor più il richiamarsi a questo, era diventato oggetto di derisioni che finivano con l'accomunare il ceto politico e intellettuale schierato apertamente e senza remore con l'imperialismo e l'intellighenzia cosiddetta critica. Per entrambi il richiamo a Marx e al marxismo non mostrava altro che la palese esemplificazione dell’incapacità a comprendere a fondo le "novità" che il mondo postmoderno, postmateriale, postclassi e così via poneva sotto gli occhi di tutti[1].
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La prossima crisi: ecco come il businnes sfrenato ci ucciderà
Nafeez Mosaddeq Ahmed
Il 2008 è stato l’anno della convergenza delle crisi. Gli aumenti del prezzo del petrolio così come degli alimenti principali, entrambi prodotti dalla combinazione di problemi nella produzione e nel rifornimento, dalla domanda salita alle stelle con il conseguente incremento del commercio di merci nel mercato dei futures. Allora le banche hanno collassato, i governi le hanno salvate con interventi mirati a puntellare un sistema finanziario che crollava.
Come ho già sostenuto in un precedente articolo (trad italiana) su Ceasefire, questa convergenza di crisi energetica, alimentare ed economica non è stata un incidente, ma il risultato inevitabile del modello di business sfrenato adottato da un sistema politico-economico mondiale che ora ha raggiunto i propri limiti interni, oltre ad aver superato quelli dell’ambiente.
Nonostante le rassicurazioni ufficiali secondo le quali il peggio è passato e le economie si stanno riprendendo e sono tornate a crescere, la tendenza attuale ci indica che il peggio deve ancora venire, e che i politici non hanno idea di quali siano le cause strutturali della convergenza di queste crisi.
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Con amici come questi… Lo smembramento dell 'economia irlandese
Michael Burke
La discussione mainstream in Gran Bretagna sulla crisi economica e finanziaria che ha travolto l'Irlanda è dominata dalla questione se i contribuenti britannici dovrebbero partecipare a un salvataggio degli 'irlandesi'. Il Cancelliere George Osborne afferma che 8 miliardi di sterline saranno resi disponibili come parte del pacchetto di salvataggio in quanto 'aiutare un amico in difficoltà' è l'interesse nazionale della Gran Bretagna mentre l’estrema destra del partito Tory obietta che vengono fatti tagli in Gran Bretagna mentre ' il paese paga 'per aiutare un membro della zona euro.
L'incapacità dell’ establishment britannico di discutere su cosa fare per l'Irlanda senza tirare fuori una serie di pregiudizi è ben noto – e ci sorprende ancor di più l'incapacità di distinguere tra un finanziamento fruttifero e un bel regalo. In realtà al prestito di 8 miliardi di sterline sarà sicuramente applicato dalla Gran Bretagna il tasso di interesse più elevato (5% o più) mentre essa stessa sta pagando il 3% o meno, rendendo di conseguenza il “regalo” un ritorno vantaggioso.
Ma lo Scacchiere britannico non è entrato nel business finanziario e nemmeno un centesimo degli 8 miliardi di sterline saranno utilizzati per mantenere l’occupazione di un lavoratore irlandese, o per evitare che una scuola o un ospedale vengano chiusi.
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Emergenza permanente
Slavoj Žižek
Durante le proteste scoppiate quest’anno contro le misure di austerità nella zona euro (in Grecia e, in misura minore, in Irlanda, Italia e Spagna), abbiamo visto imporsi due versioni. Quella dell’establishment propone una visione “naturale” e depoliticizzata della crisi.
Le misure di regolamentazione sono presentate non come decisioni fondate su scelte politiche, ma come imperativi dettati da una logica finanziaria neutra: se vogliamo stabilizzare le nostre economie, dobbiamo ingoiare il boccone amaro.
L’altra versione – quella dei lavoratori, degli studenti e dei pensionati – presenta le misure di austerità come l’ennesimo tentativo da parte del capitale finanziario internazionale di smantellare ciò che resta dello stato sociale. Per i primi, il Fondo monetario internazionale è un custode neutrale della disciplina e dell’ordine; per gli altri, è l’oppressivo agente del capitale globale.
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Quali possibili sbocchi per la crisi politica italiana?
Leonardo Mazzei
Da due settimane l'interminabile crisi politica del governo Berlusconi è stata messa nel freezer da una mossa bipartisan del presidente della repubblica. Il congelamento è stato giustificato dalla necessità di approvare la cosiddetta "Legge di Stabilità", ma in realtà gli scopi principali del traccheggiare quirinalizio sono ben altri. In questo modo, Napolitano - conferma vivente della ben nota legge secondo cui ogni presidente della repubblica riesce sempre a far rimpiangere (e ce ne vuole!) i suoi predecessori - è riuscito infatti ad accontentare tanto il partito berlusconiano, quanto l'eterogeneo fronte che sta cercando di disarcionare il Cavaliere, ed in particolare la sua componente terzo-polista.
Questi ultimi hanno avuto così a disposizione un bel mesetto per mettere a punto i loro disegni, mentre il capo del governo ha avuto il regalo di poter fissare la data della votazione sulla fiducia proprio per il 14 dicembre, guarda caso il giorno in cui è prevista la sentenza della Corte costituzionale sul "legittimo impedimento". Ovviamente, quel giorno saranno "impediti" a presenziare proprio gli avvocati di Berlusconi, Nicolò Ghedini e Piero Longo, entrambi parlamentari impegnati in un decisivo voto di fiducia.
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Non, je ne regrette rien
di Augusto Illuminati
Cos’è una vittoria? Stiamo a una definizione stringata, quella con cui una studentessa di Palermo chiude il video blob Mal di scuola: andrà come andrà, ma io c’ho provato, io c’ero, io non ho rimpianti. La controriforma Gelmini ancora non sappiano se passerà alla Camera il 30, se si incaglierà al Senato a dicembre, se sopravvivrà a una crisi di governo ma ormai che importa? Tutta l’agenda è saltata. Lo tsunami si è messo in moto e la realtà ha fatto irruzione nel teatro delle ombre politiche, di tradimenti e complotti, delle mozioni di fiducia e sfiducia, dei festini di Arcore e della maniche rimboccate, di futuristi e ulivi ristretti o allargati, porcelli, provincelli e mattarelli. Le dimostrazioni di strada, i flash mob e le occupazioni hanno centrato lo snodo essenziale fra la grottesca politica governativa e il “rispettabile” disegno europeo che sta alle spalle e la condiziona: la riduzione selvaggia della spesa e lo smantellamento dello Stato sociale e del compromesso contrattuale sul mercato del lavoro. Aggiungiamo anche la crisi manifesta della società della conoscenza, cioè dell’utopia di un capitalismo immateriale, espansivo e compassionevole. Per questo la dimensione delle lotte è stata europea e biopolitica, aggredendo non solo il degrado dell’istruzione, ma l’intera pratica della precarizzazione della forza-lavoro in tutte le componenti: Atene, Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Lisbona.
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Beni comuni. Un diritto alla libertà oltre lo stato e il mercato
Ugo Mattei
La modernità ha creato le condizioni affinché solo la sovranità nazionale o l'attività delle imprese private potessero gestire al meglio aria, acqua, terra, energia e conoscenza. Una visione meccanicista che nega il fatto che si tratta di diritti e bisogni individuali il cui riconoscimento e affermazione deve vedere la diretta gestione da parte della collettività
I bisogni di bene comune non producono profitti se il diritto non li rende artificialmente capaci di tali profitti. Infatti il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c'è più.
In un certo senso i servizi essenziali resi dai beni comuni sono simili al lavoro domestico che si nota solo quando non viene fatto. Per esempio, i servizi che le mangrovie o la barriera corallina offrono agli abitanti della costa non sono «apprezzati» perché spesso non sono neppure noti ai loro fruitori: in questo senso i desideri che essi soddisfano non sono «paganti». Quando gli italiani distrussero la barriera corallina in Somalia per consentire alle grandi navi da trasporto di attraccare a Mogadiscio per portar via il bottino coloniale, aprirono un varco per gli squali attratti in frotte dal sangue scaricato in mare dal locale macello. La spiaggia di Mogadiscio divenne uno dei posti più pericolosi del mondo per la balneazione. Per ricreare una barriera capace di trattenere gli squali lontano dalla riva ci vorrebbero moltissimi soldi e moltissima tecnologia. Solo nel momento della sostituzione si può avere un'idea (ancorché molto riduttiva e approssimativa) del valore del bene comune. Discorso analogo vale per le mangrovie, distrutte in gran parte per allevare i famigerati gamberetti: esse svolgevano un servizio inestimnabile per proteggere i villaggi della costa dalle onde di tsunami.
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Perché la Germania salva l’Irlanda
di Vladimiro Giacchè
1. Salvataggio, ma di chi? Siamo al secondo salvataggio in Europa. Al secondo salvataggio delle banche tedesche. Come già nel caso della Grecia, chi sicuramente guadagna dalla soluzione della crisi irlandese, infatti, sono i creditori. Che vedono scongiurato il rischio di non riavere indietro i soldi incautamente prestati alle banche e allo Stato irlandese. E anche adesso, come nel caso della Grecia, tra i primi creditori ci sono le banche tedesche: allora in compagnia delle banche francesi, adesso assieme alle banche inglesi. Tra parentesi, è questo il motivo per cui in questo caso anche la Gran Bretagna si è detta disponibile a partecipare al salvataggio. Considerando che l’esposizione del Regno Unito sull’Irlanda è di 188 miliardi di euro (quello tedesco “appena” di 184), il meno che si possa dire è che si tratta di un aiuto interessato.
2. I cittadini pagano la crisi delle banche. Nel caso del paziente irlandese, quello che è avvenuto è chiarissimo: 1) lo Stato ha salvato le due maggiori banche del Paese, travolte dalla crisi immobiliare, con iniezioni di capitale per decine di miliardi di euro; 2) questo ha fatto esplodere il deficit pubblico, che è schizzato al 32% su base annua (il limite di Maastricht è al 3%), imprimendo una tremenda accelerazione al debito pubblico;
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Il capitalismo è morto
di Paolo Giussani
Joe Bageant
1.
Anche se la crisi esplosa tre anni fa è solo una manifestazione acuta di una patologia cronica crescente iniziatasi con la fine del boom postbellico negli anni ’70, segna comunque uno spartiacque fra due fasi distinte perché è la prima manifestazione di un crollo generalizzato. Senza il fenomenale intervento pubblico cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, ora il capitalismo mondiale comincerebbe già a essere un ricordo.
2.
Negli anni ’70 la diminuzione del saggio del profitto che ha accompagnato tutta la grande espansione del dopoguerra produce i suoi effetti attraverso una serie di recessioni mondiali. Da questo momento l’accumulazione comincia a procedere in maniera perturbata, seguendo un percorso tendenzialmente declinante e molto oscillante. Le difficoltà in cui finiscono molti settori e aziende e la formazione di vasti capitali liquidi inattivi unite al basso livello dei valori azionari provocano un enorme movimento di fusioni e concentrazioni che fa scattare in alto gli indici di borsa, e di qui, verso l’inizio degli anni ’80, prende il via il grande movimento di spostamento del capitale monetario dalla sfera produttiva a quella speculativa.
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La spirale perversa delle delocalizzazioni
Guglielmo Forges Davanzati
I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del management dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.
Si tratta di rilievi condivisibili che, tuttavia, sembrano non tener conto di una considerazione che prescinde dal singolo caso e che può porsi nei seguenti termini: l’accelerazione dei processi di delocalizzazione industriale conferma che il capitalismo contemporaneo è sempre più caratterizzato dalla piena sovranità della grande impresa. Una piena sovranità che si manifesta anche mediante il potere che essa esercita sulle scelte di politica economica e, in particolare, di politica del lavoro[1]. Sono in molti a ritenere che gli assetti istituzionali e decisionali ereditati dal Novecento siano oggi inadeguati e che le norme giuridiche debbano adeguarsi alle ‘nuove’ esigenze di competizione delle imprese nell’economia globale. A ben vedere, si tratta di una opzione ideologica; d’altronde, non sempre ciò che è nuovo è necessariamente meglio di ciò che lo ha preceduto[2].
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Concrete astrazioni. Modelli logici contraddetti dalla realtà
Luigi Cavallaro
Finalmente riproposto il libro di Henryk Grossmann, considerato a torto la pietra miliare della teoria marxista novecentesca sul crollo inevitabile del capitalismo. Un libro utile per riuscire a comprendere come le imprese e gli stati provano a contrastare le dinamiche economiche e i conflitti che determinano la crisi di una formazione sociale
Per una singolare coincidenza, il 1929 non vide solo il crollo di Wall Street e l'avvio della crisi più profonda del capitalismo occidentale, ma anche l'apparizione, pochi giorni prima del famigerato «martedì nero», di un libro che più di altri poteva ambire a costituirne la spiegazione. Ne era autore Henryk Grossmann, docente all'Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e fervente militante marxista, che sotto il titolo La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalistico aveva appena completato un'imponente studio del pensiero di Marx sulla dinamica del modo di produzione capitalistico.
Benché scopo del volume fosse quello di instaurare un confronto critico con le principali tradizioni marxiste dell'epoca (da Bernstein a Kautsky, da Hilferding a Rosa Luxemburg, con un occhio attento a Lenin e alla sua interpretazione dell'imperialismo), la sua illustrazione della meccanica dell'accumulazione diede luogo ad un curioso paradosso.
Grossmann, infatti, si proponeva di valorizzare quegli aspetti della teoria marxiana della riproduzione allargata che, ove assunti in forma «pura», avrebbero condotto al crollo del sistema per sopravvenuta impossibilità dell'accumulazione stessa, ma non intendeva derivarne alcuna previsione circa un crollo «automatico» del capitalismo: due terzi del volume erano anzi dedicati all'analisi di quelle «controtendenze» che ne avrebbero impedito il verificarsi, trasformando così i presupposti del «crollo» in altrettanti presupposti di crisi.
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Lo specchio dell'imbarbarimento sociale
Lavoro autonomo e crisi economica, indagine su una realtà diffusa ma misconosciuta.
di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli
Verso il lavoro autonomo di terza generazione
Che il mercato del lavoro sia in continua ebollizione è oramai cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del rapporto di lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita quotidiana. Tuttavia, l'implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita dal lavoro, ha fatto sì che la vita fosse sempre più sottomessa al ricatto del lavoro. Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto e frammentato l'organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel Nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L'asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo, Brescia, Verona, Treviso, Udine, è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana, soprattutto specializzato nei settori della minuteria metallica, dell'abbigliamento, delle calzature, ecc.
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La crisi e le politiche sociali
di Felice Roberto Pizzuti
La sottovalutazione della crisi e, in particolare, delle sue cause di natura reale continua ad essere uno dei maggiori ostacoli al superamento della crisi stessa.
Una spiegazione di questo diffuso atteggiamento va individuata nel persistente predominio sia dei forti interessi economici sia delle visioni politico-culturali legati alle modalità di funzionamento assunte dal sistema economico negli ultimi tre decenni.La «Grande crisi» esplosa nel 2008, il cui decorso è ancora incerto, si è manifestata inizialmente nelle Borse e nel sistema bancario a livello internazionale; ciò ha contribuito a un’interpretazione diffusa che la sua natura sia essenzialmente finanziaria; invece, la crisi riflette anche e soprattutto contraddizioni di natura reale delle relazioni economiche, sociali e politiche tuttora irrisolte.
Le cause più recondite della crisi sono :
• L’aumento dell’incertezza nei mercati, che negli ultimi tre decenni è stata sottovalutata dalle teorie economiche prevalenti, proprio mentre veniva accentuata nei fatti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia;
• Il contemporaneo indebolimento delle istituzioni e delle politiche economiche e sociali preposte a compensare l’instabilità dei mercati;
• Gli effetti negativi dell’accresciuta sperequazione distributiva sugli equilibri economici e sociali;
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La non-violenza e le sue astratte agiografie
Dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale
di Leonardo Pegoraro
La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.
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L'Europa paga gli errori di Berlino
Martin Wolf
Se qualcosa di buono può venir fuori dal disastro irlandese, sarà la consapevolezza che le tradizionali teorie tedesche sui problemi dell'Eurozona sono sbagliate. Qualunque unione valutaria tra economie diverse è inevitabilmente un'avventura pericolosa. Ma se si fonda su idee errate sul modo in cui dovrebbe funzionare, può rivelarsi catastrofica.
La teoria canonica di cui parliamo è che i problemi dell'euro sono legati all'indisciplina di bilancio e alla scarsa flessibilità dell'economia, e che le soluzioni corrette sono rigore nei conti pubblici, riforma strutturale e ristrutturazione del debito. Ma l'Irlanda si trova nei guai per gli eccessi finanziari, non per le negligenze di bilancio; necessita di un intervento di salvataggio nonostante possieda un'economia flessibilissima; e a forza di parlare di ristrutturazione del debito, com'era prevedibile, si è scatenata la crisi. Sono dati di fatto che dovrebbero indurre i tedeschi a rivedere le loro idee. Che poi lo facciano effettivamente, ne dubito.
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India in crisi
di Arundhati Roy
La legge rinchiude il delinquente sventurato
che sottrae l'oca alla proprietà comune
ma libera il delinquente maggiore
che sottrae la proprietà comune all'oca
Anonimo, Inghilterra, 1821
Alle prime ore del mattino del 2 luglio 2010, nelle foreste remote di Adilabad, la Polizia statale dell’Andra Pradesh ha sparato un colpo nel petto di un uomo chiamato Cherukuri Rajkumar, noto ai suoi compagni come Azad.
Azad era un membro del Politbureau del Partito Comunista Indiano (maoista) [illegale per lo Stato indiano], ed era stato nominato dal suo partito come il capo negoziatore degli accordi di pace con il governo dell'India. Perché la polizia ha sparato a bruciapelo e perché ha lasciato scoperte delle tracce eloquenti del suo passaggio, quando avrebbero potuto coprirle tanto facilmente? E' stato un errore oppure un messaggio?
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