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Qatar: i nuovi padroni del calcio

Tito Sommartino

In questi giorni si parla molto del trasferimento di Neymar al PSG e dell'operazione tutta qatariota per aggirare le regole del fair play finanziario. Riproponiamo un articolo che abbiamo scritto nell'aprile 2015

Il Barcellona

Hanno iniziato nel 2011 sponsorizzando per primi la maglia fino a quel momento (quasi) immacolata del Barcellona. 150 milioni di euro in 5 anni, questa è la cifra astronomica che la Qatar Foundation ha versato nelle casse del Barça. Non un marchio commerciale – tenne a precisare il club catalano – ma un logo istituzionale che appartiene a un’organizzazione internazionale no profit per la difesa dei bambini. Una giustificazione comica quella dei dirigenti blaugrana. Un po’ perché se così fosse realmente stato, quei 150 milioni di euro, la sponsorizzazione più cara della storia calcistica, venivano sottratti a dei bambini bisognosi. Un po’ perché così come il marchio Unicef sul petto, il primo della storia del club (gratuito ma con un ritorno di immagine inestimabile), servì da apripista ai 150 milioni della fondazione qatariota, altrettanto fece la fondazione stessa con lo sponsor (vero stavolta) che la rimpiazzò appena due anni dopo: la compagnia aerea del… Qatar.

 

Il PSG

Non ci vuole la scienza per capire che dietro la Qatar Foundation e la Qatar Airways c’è il Qatar-stato che ha scelto il calcio per veicolare il proprio nome nel mondo. Già, perché questo califfato senza storia ma con tanto gas naturale e tantissimo petrolio non si è accontentato di sponsorizzare quella che all’epoca era senza dubbio la squadra più forte al mondo e un club se l’è proprio comprato. E non un club qualsiasi ma il Paris Saint Germain, grazie – sembra – anche alla scesa in campo dell’allora presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, accesissimo tifoso dei rossoblu transalpini. Ad acquistarne il 70% nel 2011, ufficialmente, è la Qatar Investment Authority, rappresentata dall’azionista di maggioranza Nasser Al-Khelaïfi, un imprenditore ex tennista ed attuale presidente della federazione qatariota di tennis, vicepresidente della sua federazione tennistica continentale ed ex direttore di Al Jazeera Sports. Un quarantenne brillante, belloccio e discretamente ricco che gioca a fare il presidente di una delle cinque squadre più ricche del mondo con soldi non suoi (se non per una piccola parte) bensì dell’emirato che per trasformare il PSG in una delle squadre più forti al mondo non sta badando a spese.

 

I mondiali del 2022

Questo emirato completamente desertico grande quanto l’Abruzzo, senz’acqua né vegetazione, con un caldo umido e afoso e un vento insopportabile che rendono i due terzi dei giorni dell’anno invivibili eppure è talmente potente da essere riuscito a vincere (il termine corretto sarebbe “comprare”) i Mondiali di calcio del 2022. Ce l’ha fatta ungendo un po’ tutti. Alcuni voti sarebbero stati comprati perfino con forniture di gas, secondo quanto sostiene il “Sunday Times” che riferisce di un accordo fra Thailandia e Qatar: un milione di tonnellate all’anno di gas a un prezzo di favore che permetterebbe ai thailandesi di risparmiare svariate decine di milioni di dollari. Sempre il “Sunday Times” rivela anche che a fine ottobre 2010, a poco più di un mese dalla votazione, l’allora presidente della federazione calcistica asiatica, Mohamed Bin Hammam, sarebbe stato invitato dall’allora premier russo Vladimir Putin per discutere di “rapporti bilaterali” fra i due Paesi in ambito sportivo. Due giorni dopo l’incontro anche l’emiro del Qatar sarebbe volato a Mosca per trattare un’intesa sulla produzione comune di gas fra i due stati.

Tutto questo con la volontaria cecità dei vari Blatter e Platini che pur di far disputare i mondiali in Qatar hanno fatto spallucce di fronte alla radiazione a vita dal Comitato Esecutivo della Fifa di Bin Hammam, riconosciuto colpevole di aver comprato i voti dei presidenti delle federazioni calcistiche centroamericane. Nemmeno quello che è stato chiamato il Qatargate è servito a togliere l’assegnazione dei mondiali al piccolo emirato arabo. Anzi, pur di tutelare gli interessi degli sceicchi, per la prima volta nella storia si è deciso di giocare il torneo d’inverno, con finale già in programma per il 18 dicembre. Significa che il Qatar ha messo sul piatto talmente tanti soldi, e per tutti, da dettare legge a campionati nazionali straricchi quali la Premier League, La Liga e la Bundesliga.

 

Uno stato canaglia

Un emirato quindi che unge bene ma che non unge tutti. Nei cantieri per i Mondiali si sta infatti consumando una vera strage: ad oggi sarebbero già morti 1.200 operai per incidenti e infarto. Gli operai impiegati, più di un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, hanno turni di lavoro di sedici ore, sono ridotti in condizioni di schiavitù e lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra.

Ad essere unti, e bene, sono anche alcuni gruppi terroristici islamici quali Al Qaeda e Isis.

Un rapporto pubblicato dal Center on Sanctions & Illicit Finance individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private (con l’avallo della famiglia reale e del governo) ai gruppi terroristici islamisti. Secondo le informazioni emerse negli ultimi anni, infatti, in Qatar troverebbero dimora almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS. Il Qatar non perseguita a livello giuridico i finanziatori di questi gruppi terroristici semplicemente perché non ha alcuna intenzione né volontà di farlo: la limitata popolazione dello Stato, le sue ingenti risorse a disposizione, nonché la sua dimensione ridotta fanno apparire paradossale l’ipotesi che la situazione esistente all’interno del Qatar possa essere meglio conosciuta all’esterno che al suo interno.

L’analisi del Center on Sanctions & Illicit Finance, riporta l’esempio di alcuni di questi personaggi. Uno di questi è Abdulrahman Al-Nuaymi, soggetto delle sanzioni statunitensi dallo scorso dicembre, e inserito nella blacklist anche dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. La sua figura è forse una delle più esemplificative degli stretti rapporti che intercorrono tra le istituzioni e le élites qatariote – o quantomeno del loro tacito benestare – e i finanziatori di gruppi terroristici. L’uomo è accusato di aver finanziato le cellule irachene di Al-Qaeda sin dal 2003 – e, in misura minore Al-Shabaab – con versamenti pari a 2 milioni di dollari al mese, oltre ad essere uno dei fondatori di Asbat Al-Ansar, gruppo fondamentalista sunnita libanese. Il Qatar, però, si è rifiutato di arrestarlo. Tornato a Doha da Istanbul dopo essere inserito nella blacklist, l’uomo ha proclamato la propria innocenza e non è stato neanche sfiorato dalla giustizia qatarina. Esponente di primo livello della Qatar University (fondata dalla famiglia reale nel 1973) nel 2004 è stato eletto, Presidente del Centro Arabo per la ricerca e gli Studi politici dopo aver ricoperto ruoli di primo piano in diverse organizzazioni, quali la Qatar Islamic Bank e la Qatar Football Association.

Intanto, e solo adesso alla scadenza del contratto stipulato cinque anni fa (senza cioè rinunciare a un dollaro), il Barcellona ha comunicato di non voler rinnovare la sponsorizzazione col Qatar per “cambiamenti nella situazione politica e sociale del paese arabo”.

Ma come ha fatto il Qatar a sviluppare negli anni un modello politico ed economico tanto influente? Tre sono i fattori di questa rapida ascesa: 1) la straordinaria ricchezza economica dovuta, manco a dirlo, alle risorse naturali; 2) la grande abilità diplomatica dimostrata dalla famiglia Al Thani (alla guida del Qatar dall’indipendenza del 1971); 3) il successo di Al Jazeera, il network televisivo voluto proprio dalla famiglia Al Thani che ha ormai l’egemonia dell’informazione in larghe parti del mondo arabo.

Dal punto di vista geopolitico la famiglia Al Thani ha sempre sostenuto la fratellanza musulmana, in particolare in Egitto, ed ha quindi finanziato interventi per la ricostruzione nella striscia di Gaza controllata da Hamas. La caduta di Morsi in Egitto li ha però fatti tornare sui propri passi per riavvicinarsi alle strategie dell’Arabia Saudita.

 

Il sistema Qatar

Come ha scritto David Conn sul The Guardian, il “sistema Qatar” ha esteso di anno in anno la sua influenza. La Aspire Academy è stata sponsor del Congresso della Federazione Africana (2010), la QSI ha comprato il Paris Saint-Germain (2011), la Qatar Airways è oggi sponsor del Barcelona e nel 2022 il Qatar ospiterà nientemeno che i Mondiali. Il tutto mentre, nel 2010, veniva presa la decisione in merito alla sede dei Mondiali di Calcio del 2022. Questo percorso avviene all’interno di un piano strategico denominato “Qatar National Vision 2030”

(QNV 2030) che stabilisce i principi per uno sviluppo sostenibile ed equilibrato del Qatar, sulla base di un’economia vivace e prospera, della giustizia sociale, della stabilità del Paese e della parità di opportunità per tutti. La “Sport Sector Strategy”, che avrà fine nel 2016 (SSS) è solo una delle quattordici strategie settoriali del QNV.

Secondo alcuni osservatori, riporta Conn, la strategia adottata dal Qatar ha un doppio obiettivo: 1) costruire una fitta rete di relazioni economiche, in particolare con le nazioni occidentali, come base per un’economia post-petrolifera; 2) difendersi contro il gigante dell’area, l’Arabia Saudita, cercando di uscire dal cono d’ombra che questa proietta sugli altri paesi del Golfo.

Quando i soliti pappagalli vi diranno che la politica deve restare fuori dalle curve raccontategli la favola del Qatar.


Articolo tratto dal cartaceo di Senza Soste n.103 (aprile 2015)
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