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Potere al Popolo: un bilancio necessario

di Rete dei Comunisti

Il risultato delle elezioni del 4 marzo, frutto di un tasso di partecipazione più alto del previsto ed in controtendenza con la consistente crescita dell’astensionismo degli ultimi decenni, ci consegna un quadro più che realistico della società italiana.

Un quadro, caratterizzato dalla punizione dei partiti di governo ed in particolare di quelli socialdemocratici e socialisti, e da un forte spostamento a destra del quadro politico, che allinea la situazione italiana a quella già affermatasi nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti.

Il crollo del Pd e dei suoi alleati – dai turbo-liberisti di ‘+Europa’ ai transfughi ex berlusconiani – e il poco esaltante risultato di Forza Italia creano una condizione di instabilità con cui l’esigenza di governance continentale dovrà fare i conti, e dimostrano quanto sia profonda la crisi egemonica delle classi dominanti nel paese e in Europa. E’ tutto da vedere quanto il tentativo di cooptazione dei Cinque Stelle da parte dei poteri forti potrà andare in porto (la Lega, nonostante la radicalizzazione a destra e i linguaggi ‘antisistema’ è da molto una rodata e responsabile forza di governo, sia sul piano locale che statale).

L’esito del voto è stato un vero e proprio terremoto politico. La feroce offensiva materiale e ideologica dell’UE contro gli strati popolari, i ceti medi e la piccola borghesia, com’era prevedibile, ha generato una forte reazione a livello elettorale – in un quadro di sostanziale e generale passività sociale – nei confronti di chi in questi anni ha imposto e gestito i sacrifici a senso unico.

Di qui il boom di voti affidati al Movimento 5 Stelle e alla Lega nella speranza che qualcosa cambi. Quella dei settori popolari è ovviamente una fiducia mal riposta ma del tutto comprensibile visti i disastri sociali ed economici provocati da anni di governi del PD e di egemonia del centro-sinistra, e che comunque manifesta una qualche forma di opposizione, per quanto ambigua e contraddittoria, quanto meno agli effetti delle politiche dell’UE se non all’UE in quanto tale.

Il voto popolare è stato infatti orientato – oltre che dal diffondersi del razzismo e da una guerra tra poveri che costituiscono il brodo di cultura di un processo di fascistizzazione di una parte della società italiana che non va sottovalutato, al di là dei magri risultati delle formazioni apertamente neofasciste – a premiare quelle forze politiche che, a torto o a ragione, sono state percepite come euroscettiche, critiche nei confronti delle imposizioni politiche di Bruxelles. Se è vero che negli ultimi mesi, subodorando un accesso alla stanza dei bottoni, sia la Lega che il M5S hanno accelerato la dismissione dei punti di programma incompatibili con l’accettazione da parte dell’establishment continentale e hanno tentato di accreditarsi come possibili partner di un governo ‘responsabile’ nei confronti delle esigenze dell’UE – queste due forze politiche sono state identificate a livello popolare come uno strumento di opposizione ad una ‘sinistra’ – il PD e il suo blocco di potere – che in questi anni ha entusiasticamente applicato ogni diktat generando un massacro sociale senza precedenti.

Le elezioni di domenica hanno certificato, in maniera incontrovertibile, un tramonto definitivo della sinistra come opzione politica con caratteri di massa già evidenziato dai magri risultati delle scorse tornate elettorali. La fine non di una sinistra in particolare ma della sinistra in quanto tale, in tutte le sue versioni: moderata, radicale, identitaria. La crisi generalizzata delle sinistre non riguarda solo il nostro paese ma ha ormai una dimensione continentale. 

D’altronde la “sinistra” ha perso ogni carattere di emancipazione sociale, si è integrata nei dispositivi della governance capitalistica ed ha fatto proprie le categorie ideologiche e materiali del mercato, delle compatibilità, dell’impossibilità della trasformazione della società. Una lunga e costante mutazione genetica che ha comportato la cesura con i settori popolari.

Il risultato di Potere al Popolo non può che essere considerato in linea con una condizione generale che non può essere rimossa e sulla quale occorre fare un bilancio complessivo. Il risultato di PaP non va esaltato perché rappresenta il punto più basso nella storia della sinistra radicale ma non va neanche sottovalutato, perché costituisce un capitale politico e umano non trascurabile da cui ripartire sulla base di un bilancio realistico e onesto. A patto però di proseguire sul sentiero giusto.

Non era immaginabile un risultato di molto superiore per una lista che si è rappresentata come un’esperienza di sinistra radicale e coerente in un quadro in cui l’appeal e la credibilità della sinistra, tranne in alcune sacche sopravvissute nelle ex regioni rosse, sono ormai completamente consumate. Anche i tempi stretti con cui è stata realizzata la proposta non sono state le condizioni migliori in cui operare. 

Potere al Popolo ha avuto il grande merito di riattivare – o attivare ex novo – tanti militanti o attivisti politici, ma anche sociali e sindacali suscitando entusiasmo e protagonismo, e si tratta di un risultato importante in un quadro di crescente disillusione e passività frutto della situazione generale ma anche dei catastrofici errori compiuti negli ultimi anni dalle direzioni delle forze politiche della sinistra radicale. A condurre la campagna elettorale, in molti casi, non sono stati ‘comitati elettorali’ formatisi all’occorrenza e che si scioglieranno conclusa la tornata elettorale in attesa della prossima, ma un tessuto di militanti già attivi sul terreno del conflitto sociale, politico, territoriale, sindacale, che nelle elezioni ha trovato una prosecuzione e una rappresentazione.

Da non sottovalutare anche un altro elemento di avanzamento: per la prima volta la coalizione sociale e politica della sinistra radicale ha dichiarato la propria totale indipendenza e alterità non solo nei confronti del PD, ma anche dei suoi storici collaboratori di centrosinistra e sinistra moderata momentaneamente orfani dell’alleanza con la ‘casa madre’. Un elemento di chiarezza che andrà sviluppato e applicato anche nei prossimi appuntamenti elettorali locali.

Si tratta di un patrimonio che dobbiamo assolutamente evitare di sperperare con una prospettiva meramente elettoralistica e che invece va valorizzato e ‘concimato’ facendo di Potere al Popolo un progetto politico coerente e complessivo da fondare sull’indipendenza, sull’organizzazione, sul conflitto e sull’internità al blocco sociale di riferimento, cioè alla classe.

Per far questo, per dare gambe, continuità ed efficacia al progetto, occorre, tutti e tutte insieme, rettificare parzialmente il tiro e trarre insegnamenti da questa faticosa campagna elettorale.

Tranne in pochi casi PaP, pur ponendosi giustamente sul piano della rappresentazione dei conflitti e delle vertenze, non è riuscita a penetrare e ad intercettare quei settori del blocco sociale che devono e possono essere il pilastro del rilancio di un progetto politico che metta al centro non le sovrastrutture ideologiche e le idiosincrasie della sinistra – ormai incomprensibili per i nostri referenti sociali – ma gli interessi e i bisogni delle classi popolari.

Un programma “lenzuolo”, fatto di tanti punti onesti e in alcuni casi anche coraggiosi, non basta. Serve mordente, riconoscibilità, diversità. In questo senso, a nostro avviso, la scelta di non approfondire la posizione sull’Unione Europea e di non indicare chiaramente la prospettiva della rottura con l’UE, oltre che la fuoriuscita dalla Nato e dall’Eurozona, come condizione minima per invertire la rotta e rimediare allo sfascio sociale e culturale che abbiamo tutti insieme efficacemente denunciato, ha rappresentato un’occasione sprecata. La questione del giudizio sull’Unione Europea non può essere considerato un punto di programma tra e come gli altri, ma va al contrario elevato a tratto distintivo che permetta al progetto di indicare una via alternativa. Se si denunciano le conseguenze di una situazione intollerabile per i settori popolari, se ne devono indicare anche le cause; e una volta individuate le cause, occorre essere conseguenti e proporre una cesura, una rottura in grado di rovesciare il tavolo.

Dobbiamo essere in grado di additare, ai nostri referenti sociali e di classe, oltre che ai militanti e agli attivisti, un nemico da battere al quale opporre un’alternativa. Un’alternativa che per noi non coincide con una prospettiva di chiusura nazionalistica e autarchica nei confini nazionali, bensì con un’area, un’aggregazione mediterranea di popoli improntata non a relazioni di gerarchia come nell’Ue ma di eguaglianza, a partire dal rilancio del settore pubblico, della spesa sociale, delle nazionalizzazioni.

Sappiamo che sull’Unione Europea, all’interno di Potere al Popolo, ci sono opinioni e giudizi diversi, ma rimandare o peggio rimuovere il dibattito non ci renderà più forti, al contrario ci renderà più deboli e meno credibili e incisivi.

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