I sudditi e la legge del taglione
di Emiliano Brancaccio
Tariffe di guerra Molti si illudevano che il commercio sarebbe stato libero per sempre, «fino ai più remoti recessi dell’inferno», come avrebbe detto Schumpeter. Adesso che nell’inferno siamo davvero piombati, si sorprendono che la libertà degli scambi sia destinata alle fiamme
Molti si illudevano che il commercio sarebbe stato libero per sempre, «fino ai più remoti recessi dell’inferno», come avrebbe detto Schumpeter. Adesso che nell’inferno siamo davvero piombati, si sorprendono che la libertà degli scambi sia destinata alle fiamme.
Eppure il problema era lì, evidente anche agli sprovveduti. Il globalismo senza regole creava uno squilibrio crescente nei rapporti commerciali, con paesi che importavano troppo e paesi che esportavano troppo. E un conseguente accumulo di sbilanciamenti finanziari, con gli esportatori a veder montare i crediti e gli importatori a farsi sommergere da una montagna di debiti. I più sommersi di tutti: gli Stati uniti, con un passivo netto verso il resto del mondo che ormai supera i 23 mila miliardi di dollari.
È dalla crisi del 2008 che le amministrazioni Usa hanno intuito che l’amore americano per le importazioni ha messo il debito su una traiettoria pericolosa.
Da allora, i civil servants di Washington hanno inesorabilmente aumentato le barriere commerciali e finanziarie, tariffarie e non tariffarie. E il mondo, come spesso accade, li ha seguiti a ruota.
L’implicazione è che se nel 2010 si registravano a livello mondiale 56 provvedimenti discriminatori dei commerci, nel 2023 siamo arrivati a contarne 376, un incremento di oltre sei volte.
L’era protezionista, insomma, è arrivata da un pezzo. Trump non sta facendo altro che portare la restrizione degli scambi alla sua estrema conseguenza: la guerra, commerciale e non solo.
È un conflitto che per il momento la nuova America trumpiana prova a scatenare contro l’intero globo. Fino a ieri gli Stati uniti applicavano la dottrina del friend shoring: fare affari con gli «amici» canadesi ed europei e tenere alla larga i «nemici» russi, cinesi e arabi non allineati. Adesso, però, la minaccia protezionista americana si rivolge contro tutti, in modo apparentemente indiscriminato. Sembra così avverarsi il monito di Xi Jinping: «Perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia: il vento e la pioggia possono esser tenuti fuori, ma lo sono anche l’aria e la luce». Il risultato è che si spara alla cieca, senza più distinguere nemmeno i vecchi alleati.
Grande è dunque la confusione sotto il cielo, al punto che tutti i piani messi in campo dai vertici europei potrebbero diventare carta straccia. Non ultimo il rapporto Draghi, che dell’alleanza politico-economica con gli Stati uniti aveva fatto la sua stella polare. L’America ci ha prima costretti a comprare la sua energia a caro prezzo, adesso pretende di metter pure una sovrattassa sulle nostre merci. Potrebbe esser troppo anche per il più subalterno dei vassalli.
Ma non è solo la bussola atlantista che rischia di incepparsi. A ben vedere, è tutto il cardiogramma dell’Unione europea che torna in questi giorni a fibrillare. Tra i pochi collanti rimasti della politica comunitaria c’è infatti il regime dei commerci coi paesi extra-Ue, ancora sostanzialmente unico per tutti i membri dell’Unione. Se però adesso il presidente americano gioca a blandire singolarmente ciascun paese Ue, è possibile che qualche genio abbocchi all’amo e faccia saltare in aria il mercato unico. Primi sospettati, guarda caso: Meloni e il suo governo.
L’Unione europea era l’unica potenza nelle condizioni di mettere attorno a un tavolo il grande debitore americano e il grande creditore cinese per avviare una trattativa economica internazionale, la madre di tutti i concreti processi di pace. Non è stata in grado quando appariva unita, poco probabile che ci provi oggi.
Ormai c’è chi spera solo che l’Europa si riscatti con un po’ di legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente, tariffa per tariffa. Nella bolgia della crisi del vecchio ordine liberista è la mossa più scontata. Ed è anche la via per gettare il capitalismo mondiale in un girone d’inferno ancor più rovente.










































Comments
Non ci vedo nessuna disinvoltura nell affermazione di Brancaccio che dice una cosa notoria e cioè la maggiore propensione dell economia.americana all importazione dovuta alla sua diminuita competitività internazionale. Inoltre mi sfugge l importanza attribuita all " arbitraggio salariale" anche già come termine, dato che la deflazione salariale è una conseguenza diretta delle scorribande planetarie del capitale finanziario e non la causa prima. Inoltre la concessione ai vassalli del surplus di dollari forse è il capovolgimento di una realtà in cui nei decenni sono stati investiti miliardi di dollari nel tentativo di tenere insieme un controllo geopolitico che aveva necessariamente anche un tornaconto sul piano dell export. Infine il protezionismo è palesemente l extrèma ratio di un impero indebitato fino al collo e non ha niente a che fare con la sicurezza nazionale. La realtà sta nel processo difficilmente arrestabile del declino USA, che sta diventando vittima delle sue stesse opzioni economiche e antropologiche, proprio come diceva Marx, tant' è vero che sta frettolosamente cambiando il tenore del suo colonialismo, abbaiando e ruggendo a dritta e a manca come una belva in gabbia, cose che mal si conciliano con la sicurezza nazionale. Ne vedremo delle belle ma nel frattempo ci conforta l avere il professor Brancaccio fra i nostri riferimenti.
"L’Unione europea era l’unica potenza nelle condizioni di mettere attorno a un tavolo il grande debitore americano e il grande creditore cinese per avviare una trattativa economica internazionale, la madre di tutti i concreti processi di pace."
Sembrava un devoto a Padre Pio...
EU: Pace Potenza Assertività...
Ma di cosa parla?
Deplorevole anche sperare che la classe politica venga illuminata finalmente a pensarla "come noi" e per esempio si ribelli all'affronto statunitense facendo saltare il tavolo (quando parla dei "vassalli").
Questo è Fideismo
Ma il manifesto è un giornale cattolico ?
FB
Questa disinvolta affermazione del vaporoso,al solito, è abbastanza esemplare a segnalare limiti di analisi e indulgenza all’intrigo ideologistico.
La globalizzazione, al di la delle ricorsive falsificazioni apologetiche, è stata caratterizzata da un processo guidato dall’arbitraggio salariale e dalla imposizione-rafforzamento dell’imperialismo del dollaro. Pertanto solo parzialmente è l’amore delle “volgari” masse americane, intestardite compratici delle merci apple e di tante altre importate, a mettere il debito su una supposta traiettoria pericolosa.
Debito americano, la cui convenzionale problematizzazione è, peraltro, fondamentalmente una ossessione delle teste d’uovo che propagandano la pseudo-metafisica e i dogmi liberisti.
Sul piano storico l’imperialismo praticato dall’impero è sempre stato abbastanza lineare, il surplus in dollari andava visto come una concessione ai vassalli e paesi inferiori, o per momentanee ragioni geopolitiche, o per gradualmente inserirsi, da una prospettiva di subalternità, nel progetto imperiale di accumulazione finanziaria, estrazione di plusvalore e appropriazione tecnologica, secondo i tipici canoni di dominio coloniale. Il caso da manuale del Giappone, annichilito nelle sue velleità di inseguire una apparente autonoma accumulazione, sulla base di mercantilismo e opportunistici surplus in dollari, ha messo in evidenza i gradi e confini di tolleranza dell’impero e sue controreazioni.
Il fattore protezionismo, infine, che da un punto di vista di romanticismo e di equivoci, si può dire che appartenga con una certa coerenza alla storia di Trump, acquisisce oggi per l’impero una dimensione di strategia di sicurezza nazionale e conservazione del ruolo egemone, da andare oltre le categorie della economia volgare e le semplificazioni moralistiche divulgative.