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L’eterno ritorno degli alieni

di Paolo Godani

Ognuno di noi, in segreto, attende da sempre l’arrivo degli alieni. Tutti, più o meno consapevolmente, aspettiamo che accada finalmente qualcosa nella nostra vita che si porti via tutto il nostro tempo e tutta la nostra attenzione; ma si tratta quasi sempre di un’attesa individuale, mentre l’arrivo degli alieni non può che riguardare tutti: nessuno potrebbe sottrarsi all’attrazione dell’evento. È forse per questo che gli alieni hanno sempre così grande successo al cinema. O forse è perché il cinema stesso è una specie di sbarco alieno in miniatura: per qualche ora, se il film è anche solo minimamente ben fatto, siamo collettivamente in balia dei suoi eventi.

L’attesa per l’arrivo degli alieni non va confusa con l’attesa della fine del mondo. Quando The Big Short si apre con l’esergo tratto da 1Q84 di Murakami: “Tutti, nel profondo del cuore, stanno aspettando l’arrivo della fine del mondo”, o quando Melancholia di Lars Von Trier inscena l’avvicinarsi inesorabile del pianeta azzurro, si sta parlando di tutt’altre cose: della fine di un mondo, quello fatto di sfruttamento, truffe e povertà, governato dalla finanza globale, oppure della sensazione da fine del mondo, che ognuno di noi può provare, anche senza scomodare gli astri, quando siamo talmente angosciati che ci capita di sobbalzare terrorizzati da un nonnulla.

Arrival non fa questa confusione. Nessuna contaminazione di genere, nessuna fantascienza apocalittica. Anzi, in qualche modo il film di Denis Villeneuve (tratto dal racconto di Ted Chiang, Story of Your Life, 2002) mette in discussione lo stesso carattere evenemenziale dell’arrivo alieno. Non che manchi il momento nel quale cambia tutto, l’evento che non è possibile ignorare, che segna la frattura del tempo in un prima e in un poi, che attrae interamente la nostra attenzione e quella di tutti gli abitanti della Terra: dodici astronavi appaiono in diverse regioni del nostro pianeta. Ma il fatto è gli alieni, abitanti di questi colossi (che peraltro non pesano sulla Terra, ma si librano immobili a mezz’aria), sembrano venuti con un solo scopo: insegnarci qualcosa sul tempo, e dunque anche sulla natura  di ciò che siamo soliti chiamare “evento”.

L’avvento degli alieni non si limita a segnare il tempo. Ciò che accade è che il tempo venga sospeso: tutto lo scorrere del tempo, e non solo quello da loro in avanti. Gli alieni, come il Messia, non si limitano a interrompere il tempo, inaugurando così un nuovo eone, né si accontentano dunque di prospettare un altro avvenire rispetto a quello atteso. Quello che fanno è piuttosto di sospendere tutto il tempo, facendo il modo che il futuro non si distingua più dal passato. Sospendere tutto il tempo significa sospendere innanzitutto il passato, cioè sottrarlo all’apparente inesistenza a cui è condannato, redimerlo; uniformare il futuro e il passato significa, d’altra parte, mostrare che le cose che non ci sono più e quelle che non ci sono ancora sono nondimeno, esistono al loro posto, ed esistono nello stesso modo e nello stesso senso in cui esistono le cose reali.

La cosa singolare è che questa sospensione del tempo avvenga, in fondo, grazie alla scrittura. Scopriamo molto presto, infatti, che questi alieni parlano e scrivono, ma ciò che scrivono non corrisponde in nulla a quanto proferiscono: parlare e scrivere sono atti differenti. Per loro non ha senso immaginare che una parola detta possa avere lo stesso significato di una parola scritta, come non lo avrebbe per noi se scoprissimo una creatura per la quale a una parola detta corrisponde una bracciata di nuoto. Il punto è che gli alieni di Chiang-Villeneuve vivono e sentono il tempo nei due diversi modi dettati rispettivamente dal loro modo di parlare e dalla loro maniera di scrivere: parlando, vivono come noi, presi tra il prima e il poi, immobili ma sul treno in corsa del presente; scrivendo, invece, vivono in un senso differente, per il quale ogni paesaggio che si è scorto, che si sta scorgendo e che si scorgerà dal treno in corsa è già tutto presente. Ogni loro segno scritto, in effetti, è un circolo, ma un circolo sempre molto complesso, come se dovesse contenere, in infinite variazioni, tutti i significati o tutti gli avvenimenti della vita e del mondo.

La linguista Louise Banks, protagonista del film insieme al fisico Ian Donnelly, mentre si impegna in una traduzione radicale che le consenta di apprendere la lingua aliena, verifica che possedere una lingua significa innanzitutto possedere una visione del mondo. E usare una lingua radicalmente straniera significa iniziare a pensare in una maniera che, in effetti, è del tutto aliena al nostro modo consueto. Così, per lei come per gli eptapodi con i quali inizia a scambiare messaggi scritti, il mondo si presenta non più come una successione lineare di fatti, ma nella coesistenza e nella compresenza di tutti i suoi eventi.

Nei film di fantascienza, in genere, il tempo viene chiamato in causa o per far sbarcare il protagonista in un futuro remoto, dove ciò che nel presente immaginiamo come un germe di futuro si è già pienamente sviluppato, oppure per farlo retrocedere verso un passato più o meno prossimo, al fine di modificare il corso degli eventi. Questa seconda modalità presuppone indubbiamente una concezione del tempo, o almeno del passato, come qualcosa che sussiste in permanenza, che accompagna il presente perché ne rappresenta le condizioni di possibilità: la serie degli eventi passati viene concepita come una catena di cause che ha prodotto il presente. Ma presuppone anche che sia possibile modificare l’andamento di quella serie, sostituendo almeno uno dei suoi anelli. Il mondo delineato da questo genere di fantascienza è senza dubbio frutto di una fiction hors-science1, cioè di un racconto che contraddice i fondamenti logici ed epistemologici che governano questo nostro mondo. La nostra possibilità di immaginare che le cose possano andare diversamente, o che avrebbero potuto prodursi diversamente da come in effetti si sono prodotte, è certo senza limiti, ma può dar luogo sia a mondi possibili che comunque si conformano alle regole di funzionamento di questo mondo, sia a mondi che per esistere devono invece sospendere la validità di queste regole. In tal caso, il mondo della finzione fantascientifica è propriamente impossibile. Ma persino quando si parla di viaggi nel tempo si può dare il caso di un mondo fittizio possibile2.

Un viaggio nel tempo che si realizzasse come una sorta di visita immacolata, come quella di chi fosse presente nel passato senza però poter in alcun modo influire su di esso, sarebbe senza dubbio un viaggio conforme alla logica fondamentale del nostro mondo. In tal caso, infatti, il viaggio nel tempo non sarebbe niente di più che una visione, non diversa, nella sua essenza, da quella dell’astronomo che osserva attualmente ciò che ad una stella è occorso in un passato lontano anni-luce.

È appunto questo il caso di Arrival, dove però la visione non riguarda il passato, bensì il futuro, dove la visione è cioè una memoria del futuro: “Ricordo come sarà guardarti quando avrai solo un giorno di vita”, si può leggere ad esempio in Storia della tua vita3. Il presente di Louise, una volta decifrata la scrittura aliena, appare come il passato di un futuro già scritto. Per lei, sapere ciò che sarà implica la possibilità di riflettere sulla necessità delle decisioni prese – non certo la possibilità chimerica di cambiarle. È come se a Louise fosse permesso di percepire la doppia vita di ogni istante decisivo: il suo essere, al contempo, il momento angosciante di una decisione libera e il momento liberatorio in cui ci si accorge che quella stessa decisione non implicava alcuna alternativa, dunque nessuna libertà.

Questo duplicarsi di un momento del tempo, questa possibilità di leggere una decisione o un evento sia come ciò che si sta compiendo sia come ciò che ha già avuto luogo, fa sì che al senso della necessità si accompagni anche un diverso modo di percepire lo scorrere del tempo.

In ciò che gli alieni insegnano a Louise, la memoria (o un suo uso iperbolico) sostituisce il viaggio nel tempo. Se non c’è bisogno di andare sul posto, sia esso il passato o il futuro, per vedere come stanno le cose, ed è invece sufficiente vederle nel ricordo, è perché ogni cosa non esiste soltanto nel momento in cui accade, ma sussiste già in ogni momento presente. Se posso ricordare un evento passato, il momento di un passato che non c’è più, è perché in qualche modo quel passato c’è ancora. Gli eptapodi sanno, però, che se questo è vero per il passato, non può che essere vero anche per il futuro; dalle navi mastodontiche e leggere che sorvolano la Terra, ci mostrano come sia un’illusione infantile la nostra convinzione che il futuro non sia scritto, e ci insegnano soprattutto che la scrittura del tempo rivela come ogni cosa sia sempre là, sussistente, indipendentemente dal suo esserci ora, prima o poi.

Inevitabilmente, il modo in cui ci viene raccontata questa compresenza di passato, presente e futuro è quello stesso governato dal tempo della successione. La compiuta sfericità della coesistenza continua a sfuggire a noi umani, anche quando, con Louise, iniziamo a sentire il futuro con la stessa intensità del presente. Il cinema e il racconto, come il tempo vissuto, devono scorrere tra un inizio e una fine, anche quando iniziamo a percorrere il tempo immobile in tutte le sue direzioni. Ma, in ogni caso, gli eventi che popolano la nostra vita, e il nostro modo di percepirli, non sono più gli stessi. Il nostro punto di osservazione inizia a non essere più quello di chi sta nel mezzo degli eventi, trascinato senza sosta dal loro fluire, o quello dello spettatore che viene trasportato dal susseguirsi delle immagini, ma quello di uno sguardo aereo, capace di cogliere in un solo colpo d’occhio la storia compiuta, l’essere della pellicola tutta intera. Anche noi allora sospettiamo che sia possibile vivere una vita in sorvolo – perdendo certo la suspense del futuro e la pietas per il passato, ma conquistando forse la capacità di sentire e sperimentare, in ogni cosa esistente e in ogni attimo della nostra vita, l’aspetto della sua eternità.

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