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SIRIA. Trump cambia idea e minaccia di intervenire

di Redazione

Dopo l’attacco di Khan Sheikun, si torna indietro di quattro anni con lo stesso linguaggio e gli stessi pericoli: il definitivo collasso del cessate il fuoco e il rafforzamento, via Usa, dei gruppi più forti sul terreno, salafiti e qaedisti

Roma, 6 aprile 2017, Nena News – Solo una settimana è passata dall’ufficiale apertura degli Stati Uniti al presidente siriano Bashar al-Assad: con una dichiarazione (già sottintesa nella strategia defilata del predecessore Obama) il presidente Trump aveva fatto dire alla sua ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, che la testa di Assad non era più una priorità.

L’attacco di Khan Sheikun e i suoi 74 morti accertati hanno ribaltato la situazione facendo usare a Trump lo stesso linguaggio dell’odiato predecessore: Assad ha superato “molte, moltissime, linee rosse”, ha detto ieri interrogato sulla questione siriana. Intanto al Consiglio di Sicurezza Onu Haley minacciava l’intervento militare contro Assad.

Si torna così indietro al 2013 quando la stessa linea rossa, l’uso presunto di gas tossici contro i civili, mosse Obama: tra agosto e settembre di quattro anni fa Washington si preparò ad intervenire, per essere bloccata dalla diplomazia. Vaticano e Russia impedirono l’operazione militare aprendo la strada al graduale allontanamento degli Stati Uniti dalla crisi, alla consegna all’Onu dell’arsenale chimico governativo e, di lì a poco, all’intervento militare e politico russo.

Ieri lo scontro è andato di scena al Palazzo di Vetro con Mosca che si è schierata a difesa di Assad accusando le opposizioni di produrre mine a base di armi chiniche e definendo “completamente falsi” i rapporti su cui Washington, Parigi e Londra hanno basato la bozza di risoluzione sulla strage di Khan Sheikun: si chiedeva l’apertura di un’inchiesta guidata dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e, a Damasco, di collaborare fornendo informazioni sul giorno dell’attacco, lo scorso mercoledì. Alla fine non si è votato: l’opposizione russa ha rinviato la votazione a data da destinarsi.

Per gli Usa a mentire è il presidente Putin: la ricostruzione del Ministero della Difesa, ha detto Haley, non sta in piedi. “Un affronto all’umanità”; ha aggiunto Trump parlando della necessità di un intervento non meglio specificato. Perché “se l’Onu non è in grado di reagire collettivamente – ha chiosato Haley – spetta ai singoli Stati farlo”.

Sicuramente di Siria parleranno Putin e il segretario di Stato Usa Tillerson, in visita a Mosca l’11 aprile. Ne hanno parlato anche i 70 paesi riuniti per due giorni a Bruxelles alla conferenza indetta da Onu, Ue, Norvegia, Regno Unito, Qatar e Kuwait: sul tavolo hanno messo sei miliardi di dollari entro il 2017 per sostenere la società civile e avviare la ricostruzione.

Ma la guerra è in corso e ora rischia di allargarsi di nuovo. Ad accendere i timori maggiori è la volatilità delle posizioni del presidente Trump, scarsamente consapevole in politica estera e circondato da consiglieri che hanno costruito sulla guerra le loro carriere. Dopo aver elogiato il russo Putin, aver scatenato polemiche e inchieste in casa per il cosiddetto Russiagate, i due si allontanano. A dividerli è anche la Siria, tornata di prepotenza al centro degli interessi internazionali.

Sul terreno il timore è quello di una recrudescenza, la fine definitiva di una tregua per lo più rispettata e che aveva visto attacchi e controffensive solo contro i gruppi islamisti esclusi dall’accordo. Una nuova escalation rischia di far saltare il cessate il fuoco e di rafforzare le opposizioni più forti sul terreno, quelle salafite e qaediste, che da una rinnovata ondata di interventismo Usa potrebbero ricevere armi e finanziamenti come in passato. Tutto in chiave anti-Assad. Da qui i dubbi di molti analisti che continuano a non capire perché mai il presidente siriano avrebbe dovuto compiere un attacco tanto odioso nel momento in cui si avviava a vincere la guerra. Nena News

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