Voi fate la guerra, noi la rivoluzione
di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo impero in Mesopotamia e una Gran Bretagna un po’ più sfuggente, ma rapace e offesa per essere stata tenuta, questa volta, un po’ da parte. Intanto i popoli muoiono sotto le bombe, o di fame, o di disperazione. Le ragioni sono composite, materiali e immateriali, e se vogliamo possiamo ridere maliziosi di un Trump egoista e malvagio, immobiliarista avido di potere che cerca di far dimenticare le sue relazioni pericolose con Epstein, o di un Bibi Netanyahu che fa la guerra per non finire sotto processo che domina lo sciocco Trump, ma a denti molto stretti. Ci sono questioni geopolitiche, di passaggio dal bipolarismo al multipolarismo o al monopolarismo, ma continuo a credere che la spiega attraverso cui interpretare tutto, almeno nel medio termine, sia, pur sempre, economica. Compatibile e coerente con una strategia duratura di dominio. Una sorte di Usa über alles, contro la Cina, ma, a ben vedere, contro tutti. Il motto potrebbe essere “distruggere per ricostruire” come va bene al Grande Fratello.
Siamo a un cambio di mondo, il digitale, l’IA cambierà radicalmente il modo di produrre, il lavoro come lo abbiamo conosciuto è destinato a scomparire o, quanto meno, a dislocarsi in modo molto differente da oggi (ne parleremo). C’è in ballo anche la transizione energetica, che dovrebbe completarsi nel 2050, ma intanto serve energia per potenziare le nuove tecnologie e arrivare per primi a completare il cambio del modello di sviluppo guidato dalla rivoluzione digitale e dalla IA. Se fosse questa la vera ragione sottostante a tutte le guerre degli ultimi trenta/trentacinque anni?
Chi per primo completerà la trasformazione digitale sarà padrone del mondo, ma, adesso, è necessario potenziare la capacità delle nuove tecnologie, e le nuove tecnologie divorano energia.
Per crescere ne vogliono tanta e la vogliono subito. L’energia verde fa elegante il governo che la sbandiera ma è insufficiente, l’energia nucleare per ora ha costi d’impianto troppo ingenti, tempi di costruzione lunghissimi e, prima, occorre chiarire, se e quando, si potrà utilizzare a livello industriale la fusione che per ora non c’è. L’energia decisiva per arrivare al 2030, quando si stima che l’energia nucleare inizierà ad essere veramente competitiva, resta il gas, resta il petrolio. Dopo il 2030 si deciderà chi comanderà davvero, oggi bisogna rimpinzarsi di fonti energetiche, o, comunque impedire che altri le usino, destabilizzando chi le possiede, e se non si può farlo direttamente almeno facendoli massacrare l’un l’altro, amici o nemici non importa, arabi sunniti contro arabi sciiti, arabi e turchi contro i curdi, pakistani contro gli afgani, russi contro ucraini, europei allo sbando divisi e contrapposti, eccetera, eccetera. Poi si penserà alla Cina, con la quale si può condividere, temporaneamente, una tregua armata. Per ora, naturalmente. L’importante è controllare le risorse sino al salto esplosivo (in tutti i sensi) del nucleare, l’energia del sole, poi si regoleranno i conti, forse. E definire un progetto per le eccedenze umane, che potrebbero non essere docili, nonostante i gadget materiali e ideologici da cui siamo inondati.
La frontiera digitale e i suoi sviluppi
Gli investimenti Usa sulla IA erano, nel 2025 già 10 volte maggiori di quelli europei; nel 2026, stanno esplodendo con una crescita stimata del 62%. Dietro tutto ciò, ci sono le migliaia di startup, che forse finiranno in una bolla e a cui le banche statunitensi chiedono un’alta redditività per finanziarle, che, intanto, per far fronte alla crescita hanno bisogno di energia e si costruiscono impianti energetici “prima del contatore” usando i gas naturali o il carbone che costano poco (oggi si usa soprattutto un mix di rete elettrica locale con tanta energia fossile, rinnovabili acquistate tramite accordi commerciali, e, sempre più spesso, gas naturale dedicato per garantire continuità).
Poi ci sono le grandi artefici del digitale. Cinque o sei aziende private americane controllano i modelli più avanzati: OpenAI, Google DeepMind, Anthropic, Meta, Microsoft (come finanziatore e distributore di OpenAI), in misura crescente xAI di Elon Musk. Sono tutte americane, tutte private, tutte concentrate in un raggio di pochi chilometri tra San Francisco e Seattle.
In Cina ci sono: Baidu, Alibaba, Tencent e il nuovo arrivato DeepSeek, che operano dentro i vincoli del Partito Comunista, quindi il vero decisore è il vertice politico cinese.
Il resto del mondo – Europa inclusa – non ha oggi nessun modello frontier competitivo. Zero. A queste vanno aggiunte le aziende che analizzano Big Data per combinare difesa con IA, come Palantir, e sono una sorta di bisturi specializzato per analisi dati critiche per governi e sicurezza. Anche in questo ambito il dominio USA è reale, ma Israele e Gran Bretagna sono i poli non- americani più forti nel settore. C’è anche un attore spesso sottovalutato, pressocché “invisibile” nel dibattito pubblico: Nvidia. Chiunque voglia addestrare modelli IA avanzati dipende dai suoi chip. Nvidia controlla circa il 90% del mercato dei chip per IA. Jensen Huang, il suo CEO nato a Taiwan residente in Usa e grande fornitore anche della Cina, è probabilmente l’uomo con più potere strutturale nell’ecosistema IA globale, più di molti capi di stato. Chi controlla i chip controlla chi può giocare la partita.
I data center che alimentano questi colossi industriali dell’IA stanno crescendo a ritmi straordinari e si stima che il consumo energetico globale dell’IA raddoppi ogni pochi anni. Grandi aziende come Microsoft, Google e Amazon hanno già rivisto al rialzo le proprie stime di fabbisogno elettrico.
Loro resteranno a galla e saranno i padroni del mondo e Trump è il loro uomo, il burattino guidato da burattinai visionari con progetti megagalattici come nei peggiori romanzi di fantascienza. Loro hanno bisogno di energia, subito e a basso costo per essere pronte ai grandi investimenti del futuro prossimo, individuato, come già detto, dopo il 2030.
Perché a queste aziende serve Trump? L’accelerazione è fondamentale, ma, come abbiamo detto implementare l’IA vuol dire energia, tanta energia, e, finché non ne inventeranno una a buon mercato qui o nello spazio, hanno bisogno di energia fossile, vale a dire sempre il vecchio buon PETROLIO, quello che negli anni settanta serviva per le industrie automobilistiche e che adesso serve per sviluppare l’IA. Senza dimenticare i grandi azionisti delle armi e del petrolio, e di tutto, ovviamente statunitensi: Big Three, Black Rock, Vanguard, State Street. Pasolini lo sapeva.
Trump fa questo lavoro sporco per loro, in cambio gli daranno le noccioline della ricostruzione di Gaza e, chissà, dopo l’ennesima guerra anche un premio Nobel per la pace! Sono personalità spregiudicate, affascinate dalla potenza sprigionata dalle nuove tecnologie, che portano lontano, nell’immaginazione, nello spazio, nell’inconscio e persino oltre la morte.
Ma andiamo per ordine. Il progetto dell’IA nasce nell’ambito di agenzie governative statunitensi nel 1956 e prosegue, tra alti e bassi, sino agli anni ottanta quando le aziende iniziano ad investire nei cosiddetti “sistemi esperti”, ma decollano veramente alla fine degli anni Novanta con l’avvento del Deep Blue e, poco dopo, dei Big data per poi esplodere nel 2012, l’anno di svolta con i successi del Deep Learning e poi sempre più rapidamente.
“Mi sono fatta persuasa” che le guerre Usa punteggino questo itinerario, all’inizio soprattutto per testare le scoperte e potenziare gli eserciti, ma subito dopo per accantonare le riserve di energia necessarie per una domanda di energia in crescita esponenziale e stoppare sul nascere potenziali concorrenti. Insomma un progetto deliberato, perseguito da tutti i presidenti succedutesi alla Casa bianca. Non ci credete? Forse sarebbe meglio seguire con più attenzione gli scienziati che studiano i quanti invece di Sanremo o sniffare cocaina o sfondarsi nella depressione.
Proviamo a mettere in fila le ultime guerre iniziate dagli Usa, Naturalmente non c’è niente di originale, ma confrontiamo le date.
IRAQ
1991 Guerra del Golfo, operazione Desert Storm, presidente Usa George H.W. Bush
1998 Operazione Desert Fox, bombardamento su siti militari iracheni, presidente Usa Bill Clinton
2003 invasione dell’Iraq, con la falsa accusa di possedere armi di distruzioni di massa, e anche per “liberare il popolo iracheno dalla dittatura di Saddam Husseim (impiccato il 30 dicembre del 2006 all’alba a Camp Justice (?), Bagdad) e del suo sostegno al terrorismo. Abbiamo visto come è finito quel paese, una preda per tutti. Presidente Usa George W. Bush.
AFGHANISTAN
2001 operazione Enduring Freedom, come risposta agli attacchi alle Torre gemelle dell’11 settembre contro i talebani e Al-Qaeda. Presidente Usa George W. Bush. Una guerra che durò sino al 2021, con il ritiro ordinato da Joe Biden, ad agosto. Troppo difficile e costoso aprire i pozzi.
LIBIA
2011 operazione Odyssey Dawan, intervento Nato (Italia di Berlusconi compresa) con forte partecipazione Usa, presidente Barack Obama. Anche la Nato voleva liberare la Libia dal terrorismo e dal dittatore, il colonnello Muammar al Qaddafi, Gheddafi, catturato, picchiato e ucciso con un colpo alla nuca. La guerra civile scoppiata poi non è ancora finita.
IRAN
Sino a ieri, 28 febbraio 2026, non era stata condotta una guerra aperta contro l’Iran, ma si registravano significativi episodi come l’operazione Praying Mantis con attacchi navali Usa contro navi e piattaforme petrolifere iraniane nel Golfo Persico, durante la guerra Iran-Iraq, peraltro istigata dagli Usa. Presidente Usa Ronald Reagan.
2020 assassinio del generale Qasem Soleimani con un drone (tecnologia israeliana), sanzioni e attacchi indiretti tramite proxi. Presidente Usa Donald Trump.
VENEZUELA
3 gennaio 2026 raid Usa su Caracas. Nicolàs Maduro, presidente eletto del Venezuela, e la moglie Cilia Flores sono catturati, condotti in catene negli Usa e incriminati. Presidente Usa Donald Trump.
Tutto ciò, senza dimenticare le pretese sulla Groenlandia e il Canada del solito Donald, le bombe su Belgrado di Bush padre e la guerra in Ucraina del “povero Jeo”.
Tutto noto, saputo e risaputo, ma messo in fila fa un bell’effetto a proposito della “più grande democrazia del mondo” e delle sue ragioni: si tratta, con evidenza, sempre e solo di petrolio, petrolio, petrolio.
Insomma, dall’uccisione di Gheddafi e la balcanizzazione della Libia, dall’annientamento di Saddam e la fine ingloriosa dell’Iraq, al povero Maduro che ballava sulla seconda o terza riserva di petrolio del mondo, alla Groenlandia e adesso all’Iran, senza dimenticare la strage di palestinesi (israeliana ma ampiamente avallata dagli Usa e dalla Gran Bretagna) che tra le loro infinite sfighe si sono trovati a sedere proprio sopra uno dei più grandi giacimenti di gas dell’area del Mediterraneo, si tratta sempre di riserve di petrolio. Per non parlare della guerra Russia Ucraina dove a morire sono russi e ucraini per far grande gli Usa e impedire all’Europa ogni possibile competizioni nel settore dell’IA, impegnarla a sopravvivere e a comprare il pessimo gas Usa che ha fatto salire i costi dell’industria europea alle stelle e l’ha resa assolutamente non competitiva sul piano industriale, serva tra le serve. Come si merita d’altronde, incapace com’è di avere una strategia unitaria, tronfia di una democrazia costruita su una sequenza ininterrotta di 2000 anni di guerre fratricide.
La guerra serve
La guerra serve anche a ridurre le eccedenze di mano d’opera che, inevitabilmente, saranno il risvolto di una IA applicata. Con Paesi impoveriti ridotti a combattersi tra di loro per contendersi le briciole rimaste e per controllare la popolazione che avrà come quasi esclusivo sbocco “lavorativo” il soldato o il terrorista. All’Europa non resterà che agonizzare, senza tecnologia adeguata, costretta a uccidersi da sola logorandosi in guerre per procura, e soffocare le proprie aziende per i costi enormi di una energia inadatta importata via mare, con i dazi che salgono alle stelle per le guerre in corso e lo stretto di Hormuz chiuso chissà sino a quando. Comunque e sempre ubbidiente, anche se Macron fa l’offeso per essere stato tenuto fuori dalla torta e Starmer per non essere stato onorato come i suoi servigi gli avrebbero meritato. Una Europa che sarà assaltata da quell’umanità derelitta e costretta alla fuga dai paesi ex in via di sviluppo, ridotti a bande armate in lotta mortale l’una contro l’altra. Si salverà la Gran Bretagna che ha saggiamente pensato di staccarsi in tempo dall’EU traballante per fare lo scudiero della sua ex colonia come esperta in confini, visto che li ha tracciati col righello un secolo fa, a fare da incursore e spia. E Israele braccio armato degli Usa, i booth on the ground, quelli disposti a fare il lavoro sporco e a calpestare il suolo altrui, spietati e intrisi di sangue come tutti i vassalli che vogliono fare potenti se stessi e felice il re. Hanno un progetto, costruire la Grande Israele, piccolo impero medio-orientale, sterminando i popoli che occupano le terre che vogliono e sorvegliare i pozzi di petrolio per l’imperatore. In cambio avranno anche loro accesso alle fonti di energia.
La fine del lavoro e le eccedenze umane
La transizione digitale è già in corso, ma la data cruciale dovrebbe essere il 2030, e bisogna fare in fretta a risolvere qualche problemuccio che esploderà tra una manciatina di anni quando si completerà la massiccia automazione dei lavori ripetitivi e semi-qualificati (back office, call center, contabilità di base, logistica). Subito dopo l’IA generativa spazzolerà via il lavoro cognitivo qualificato (analisi dati, scrittura, codice, diagnosi mediche di base, consulenza standardizzata) e, entro una decina di anni, dovrebbe compiersi l’automazione di una ampia quota significativa di professioni oggi considerate “sicure”, come attività bancarie, logistica, eccetera. Quanti posti di lavori salteranno? Non lo so. Milioni e milioni, certamente.
La transizione energetica dovrebbe seguire la stessa scansione, dal 2030 le emissioni globali dovrebbe scendere (niente più macchine a benzina e diesel) e nel 2050 quasi tutta l’elettricità globale dovrà essere pulita.
La simultaneità delle due transizioni produrrà una ecatombe di posti di lavoro, circa un miliardo di persone che dovranno riqualificarsi entro il 2030! I nostri figli e nipoti, intendo le generazioni che hanno 50 anni e 30 e forse anche quelli di 20, hanno studiato cose che non servono a niente, robaccia per dinosauri che non faranno loro trovare neanche uno straccio di lavoro decente, neanche la badante se miglioreranno i robot-infermieri. Neanche gli snobbissimi che si sono formati alla Bocconi avranno molte speranze. Il problema però non è tanto il numero totale ma la distribuzione geografica e professionale: chi perde lavoro nelle miniere di carbone in Polonia o in West Virginia non è necessariamente in grado di lavorare nell’eolico offshore. Il rischio di desertificazione economica locale è reale e già in corso.
E allora cosa fare di tutta questa massa di giovani e giovanissimi senza lavoro, senza stipendio e senza identità? Mandarli in guerra per la patria, per un qualche dio, per i soldi. Un modo per tenerli occupati e contenere le eccedenze.
Semmai morirò per una idea
Ci tocca dunque fare mente locale e capire come proteggere le nostre vite da una crisi strutturale del capitale che sta mettendo in discussione tutte le regole che le nazioni uscite da due guerre mondiale si erano date per scongiurare una terza guerra che invece è qui e distrugge tutto, a cominciare dal diritto internazionale, delle economie e dalla vita dei popoli. Come ci possiamo difendere dalla prepotenza di questa inedito Asse Washington-Tel Aviv (con codazzino a Londra) che detiene il sapere di tecnologie che cambiano la natura stessa della sovranità e che muovono da una struttura costituzionale che fa capo al peggior nazionalismo espresso degli Stati-nazione: colonialismo, etnocentrismo, autoritarismo. Che usa i media quasi esclusivamente come propaganda, anche grazie all’IA generativa che ha reso la produzione di disinformazione di massa quasi gratuita e praticamente indistinguibile dalla realtà. Deepfake, video di leader politici, articoli falsi generati automaticamente in milioni di copie, bot che simulano opinioni pubbliche inesistenti: questi strumenti stanno già erodendo la capacità dei cittadini di distinguere il vero dal falso, presupposto fondamentale della democrazia.
Che fare dunque, visto che arrenderci all’apocalisse è poco utile e scarsamente divertente?
Cosa facciamo noi donne di Occidente? Ci siamo fatte hackerare dal patriarcato e dal capitale, ci siamo fatte complici della nostra stessa oppressione e cooptare dal potere. Abbiamo abdicato alla nostra forza, alla nostra sorellanza. Ricordo che, alla prima Guerra del Golfo, ci eravamo sollevate in tante. A Milano ci eravamo trovate al Cicip-Ciciap per nominarci “Libere di Stato”, esponendo il nostro corpo apolide, libere di non appartenere. Volevamo praticare cammini non convenzionali, esplorare la qualità della relazione con tutte le differenze, per lottare insieme e onorare la vita. Poi ci siamo fatte rubare il tempo dal capitale e rapire dalla modernità che ci ha disperso come onde nel mare. Adesso sappiamo, o cambiamo il mondo o continueremo, di guerra in guerra, a mandare le nostre figlie e i nostri figli a morire, bruciati da questa vita insensata che ci impongono di vivere. Diciamo basta e proviamo a spostare lo sguardo, a costruire dal basso una società che non abbia bisogno di nemici.
Starò sempre dalla parte delle donne che sciolgono i loro capelli per libertà, con quelle che li intrecciano per praticare la sorellanza, con quelle che salgono alla montagna per difendere la vita.
Donna, Vita, Libertà.









































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