
La cultura e la politica
Piergiorgio Giacchè
La Rivoluzione Culturale
Ai miei tempi – ciascuno ha i suoi e i miei erano quegli anni sessanta, formidabili per alcuni e insopportabili per altri – c’è stata una rivoluzione culturale. Niente di cinese per fortuna, ma due ridefinizioni dei concetti e degli ambiti della politica e della cultura che hanno avuto un effetto sconvolgente. La ridefinizione della “politica” sembrò al momento la più incisiva e la più coraggiosa: forgiata con il contributo teorico di pochi ma verificata dalla militanza di tanti se non di tutti gli studenti del movimento, fu sistematizzata in un articolo di Carlo Donolo su “Quaderni Piacentini”, che aveva appunto per titolo La politica ridefinita.
Molte delle riflessioni personali mossero da quel punto di partenza, mentre dall’altra – ma veramente dall’altra – fin troppe riunioni collettive si spesero nella ricerca della linea: nella rincorsa di un arrivo che poi fu la deriva di una politica peggiore di quella che si voleva e si doveva ridefinire. Quasi nello stesso momento e nello stesso movimento si stava però finalmente affermando anche una “ridefinizione della cultura”: in realtà una scoperta vecchia come il mondo ma messa in forma nuova dalle scienze antropologiche e sociologiche, che in quei tempi e per quegli studenti sembravano andare di moda.
Anche quella della cultura con la c minuscola – così come è successo alla Politica con la P maiuscola – avrebbe poi avuto le sue dimenticanze e decadenze, ma in modo molto più subdolo e lento, se è vero che è rimasta sottesa dentro le variazioni e le aberrazioni che hanno fatto della cultura un vero brodo, anzi un tutto-fa-brodo i cui vapori durano più dei sapori.
Dovevamo aspettarcelo. Quella definizione antropologica di cultura si era diffusa con esagerata facilità per non sospettare che fosse fin troppo conciliante con l’unica vera rivoluzione di quei tempi e dei nostri tempi: quella della “società dei consumi e/o dello spettacolo”, sempre più dei consumi culturali e della politica come spettacolo… Ma questa è un’altra storia, cioè la Storia così com’è andata, ma non come era stata pensata.
Allora, per restare nei tempi e ricordarne i modi, non si può negare che la nuova definizione di cultura comportò un traumatico e benefico effetto, se è vero che la caduta della vecchia C maiuscola è stata affrontata da molti come un difficile cambio di dimensione e non come una facile liberazione. Non tutti i pinocchi di allora erano per andare a teatro invece di frequentare la scuola: come si sa, nelle scuole ci si chiudevano dentro proprio per studiare il perché e il come opporsi a quel paese dei balocchi e dei profumi dentro il quale si era nati e cresciuti. L’anticonsumismo era allora l’ideale di base che ispirava tutte le ideologie di vertice: una paradossale rivolta contro se stessi, contro la classe borghese di appartenenza o di aspirazione, contro l’abbondanza e l’obsolescenza delle merci e perfino contro i vantaggi della ricchezza e i privilegi del potere… Come si vede, una rivoluzione tutta culturale, alla quale si aderiva per davvero, e non tanto amati e non tutti armati come oggi racconta la Storia.
Per la cronaca invece, cosa diceva (e ancora oggi dice) la “nuova” definizione di cultura? Che la cultura non è né alta né bassa, che non è esclusiva delle civiltà più avanzate né delle classi sociali più istruite. Che anzi è per così dire “popolare”, nel senso che ogni popolo e anzi ogni gruppo sociale ce l’ha e non può non averla. Che poi non si riduce agli “usi e costumi” del reparto tradizioni, ma che riguarda la mentalità e la modalità, i pensieri e le azioni, il linguaggio e i comportamenti nella loro incessante evoluzione. Che insomma è la concreta conoscenza e coscienza sociale. “La cultura è”, per dirla come nei libri, “l’insieme delle rappresentazioni mentali socialmente elaborate e condivise”.
Una definizione che pare esageratamente estesa a guardarla in superficie come la somma di tutti i mondi ideali e i modi reali di ogni gruppo umano, ma che si può e si deve scavare in profondità come la miniera delle infinite maniere di confrontarsi con la natura e di strutturarsi in società: con tutto l’insieme della natura e per ogni frazione di società – si avvertiva – scoprendo così per la prima volta sia il regno dell’ecologia sia il sogno di una globalizzazione di là da sperare, molto diversa da quella di là da venire… Alla superficiale vastità da descrivere corrisponde dunque una densità da interrogare che non è solo il terreno di studio dell’antropologo ma anche la terra del lavoro critico di ciascuno – se davvero “ciascuno è un uomo” e magari vuol diventare un “uomo nuovo”, come predicano da sempre tutte le rivoluzioni.
La nuova definizione di cultura ha provocato dunque una rivoluzione? Forse soltanto un invito al suo “pranzo di gala”, che a dispetto del detto e del credo materialistico, può immaginarsi come l’occasione dove si apparecchia la riflessione e la critica, cioè una parte non trascurabile delle rivoluzioni. La sua parte appunto “culturale”. A quella tavola fin troppo piena di portate da saggiare si sono seduti molti degli studenti e dei militanti di allora, malgrado poi la memoria di quell’impegno intellettuale si sia voluta nascondere come una vergogna. “La vergogna è un sentimento rivoluzionario” – diceva Marx, il profeta di allora – ma questo sentimento autocritico non lo si può certo applicare ai rari momenti di sincera critica e di entusiasmo etico che la mensa della cultura ridefinita era riuscita a mettere in bocca a tutti e nella testa di ciascuno.
A guardare e ricordare bene infatti, la militanza culturale nacque prima di quella politica, anche se confinata nello sfondo e non portata fino in fondo. Prima cioè di mimare gli uffici stampa e propaganda di partito, si inventarono i controcorsi nella scuola, si diffusero gli anticorpi della controinformazione, si scoprirono gli antimondi delle istituzioni totali, si contestarono i salotti e i festival in nome della contro-cultura. Malgrado i gruppetti e i giornaletti politici, ci fu un periodo in cui le “manifestazioni” servivano per incontrarsi più che per contarsi, i cortei per testimoniare la disobbedienza e la minoranza di un numero di partecipanti talvolta più basso dei cartelli tenuti in alto.
Il cinema militante prima del videotape e il teatro politico prima di Dario Fo si praticarono poco e forse male, ma parteciparono anch’essi dei molti disordinati e improvvisati modi di “fare cultura” per tutti, aprendosi a tutte le culture del mondo. L’identità del movimento era del resto immediatamente transnazionale e i modelli e i bisogni dell’altro venivano prima del conosci te stesso, per via di un’attenzione verso gli altri che si scopriva come una necessità intellettuale prima di vantarsi come un’opzione morale.
Infine o prima di tutto, la “parola” – da leggere e da scrivere e da dire – era il mezzo di tutti e il motore di tutto, in quella babele diurna di assemblee e dibattiti e documenti… che ha preceduto la lunga notte di riunioni strategiche e di decisioni tattiche che segnarono il passaggio alla struttura politica e il progressivo abbandono delle pratiche culturali e artistiche “sovrastrutturali”.
Niente di male in questa maturazione, se non fosse che ogni volta che vince la politica sulla cultura, qualcuno mette davvero mano alla pistola… E quindi alla lettera cancella “di colpo”, persino dalla memoria individuale, quella mutazione prodotta dalla scoperta della cultura minuscola e plurale che stava in ogni luogo e in ogni uomo. Nuovo!
La Riforma Politica & Commerciale
La definizione antropologica di cultura è comunque passata, seppure in tutti i sensi. è stata cioè data per acquisita e poi definitivamente assorbita, stratificandosi sotto a tutte le antiche definizioni e le nuove improvvisazioni di un termine, di un ambito, di un settore, di un ingrediente – la cultura – destinato a ridefinirsi in tutte le salse e per tutte le stagioni. Per esempio (e per fortuna) la stessa Cultura maiuscola – delle conoscenze scientifiche e speculazioni filosofiche e meditazioni religiose e produzioni artistiche e letterarie – non ha mai cessato di esistere e di insistere a testa alta: anche ai miei tempi – checché se ne dica – nessuna ghigliottina del maggio francese ha mai tagliato la testa alla sapienza e alla bellezza ereditata dalla storia. Anzi, la divisione e poi la circolazione fra le culture basse e la cultura alta ha prodotto innesti e interrogazioni, dibattiti e produzioni di grande profondità e fertilità. Per fare un opposto esempio (e per sfortuna) le attuali infinite subculture in cui si sbriciola e si moltiplica il modo di vivere e di pensare di ogni gruppo sociale possono oggi tutte vantare l’autonomia e ascendere alla dignità di “modello culturale”, sia pure incoerente ed effimero come si vuole e come ci serve nell’attuale “società liquida”. E gli esempi potrebbero continuare e di sicuro infatti continueranno ancora…
C’è qualcosa da rivedere allora, forse non nel concetto ma nell’oggetto “cultura”, affidato alla gestione commerciale e alla gestazione politica che l’ha cresciuto e moltiplicato nella società dei consumi e dello spettacolo. Nella “società della cultura”?
Dovevamo già saperlo, dopo quanto si era visto in tempi e movimenti “in statu nascenti”: la politica e la cultura non vanno d’accordo, anche se sono sempre in amore. Perché possano convivere utilmente, si devono contrastare. L’altra è infatti la critica dell’una e viceversa, altrimenti né l’una né l’altra hanno un senso ovvero un progetto. E delle due, la cultura dovrebbe riconoscersi Altra per prima, visto che si definisce all’interno del panorama immenso delle “culture altre”. E in ogni caso è proprio lo scarto tra cultura e politica il terreno di ricerca che si dovrebbe sempre privilegiare in Antropologia culturale, se si fosse seguito il messaggio e proseguito il viaggio dei padri esploratori e fondatori di quella scienza: più dell’andata vale infatti il “viaggio di ritorno”, quello che frutta comparazioni e contraddizioni utili all’analisi critica e magari anche al miglioramento della propria società.
Così era andata fino ai fatidici anni sessanta, quando l’antropologia è stata adottata dalla politica nuova e poi anche dalla politica vecchia come una sorta di “ideologia di ricambio”: una vittoria che ha prima convertito tutti e poi – inevitabilmente – invertito il segno critico del già rivoluzionario concetto di cultura. La festa delle diversità fa crescere la libertà ma poi sfinisce nell’uguaglianza, come non volevasi dimostrare.
Per la politica si tratta di una contraddizione troppo difficile da gestire, a meno di non semplificarla nelle dichiarazioni di diritti e nelle distribuzioni di servizi. E infine – perché no? – dissolverla nel grande mare dei consumi. Infine (ma anche dal suo inizio) il Mercato è onnivoro per vocazione e globale per antonomasia. Se da sempre scambia perline con gli indigeni e mette sveglie al collo ai cannibali, figuriamoci se nel suo reparto culturale non trovano posto i reperti dei viaggi e i precipitati dei concetti della scienza antropologica, per quanto radicale possa sembrare la sua critica e per quanto insolubile sia per davvero la contraddizione fra identità e alterità.
Sarebbe lungo anche se non difficile ricostruire i passaggi o reperire le prove di queste operazioni, ma non ne vale la pena visto che gli effetti e i difetti sono nelle teste di tutti. Non c’è nessuno da processare e niente da lamentare ma è certo diventato complicato e però necessario cercare di capire come o cosa – in cultura – sia diventata la cultura. Non sarà colpa di nessuno ma responsabilità di tutti – e però degli antropologi e sociologi in prima fila – se il concetto di cultura è passato da rivoluzionario (in qualche modo) a conservatore (in tutti i sensi). Quello che è successo, nell’andare di due diversi tempi, si può in fondo riassumere come una perdita di radicalità di senso e un guadagno di accessibilità nell’uso della stessa definizione “rivoluzionaria” di cultura. è bastato avvicinarsi troppo alla politica e sollecitare un possibile uso “alternativo” al posto dell’irriducibile senso di “alterità”, e la diversità delle culture tradizionali e popolari ha riconquistato un suo posto nella storia e un suo significato nella società contemporanea; è bastato poi tradurre in “varietà” indefinita la “pluralità” indefinibile delle culture altre e lontane per assegnare alla stessa alterità un ruolo e un valore fra i consumi e i servizi di quel Mercato che oggi è la dimensione non più dominante ma globalizzante “da la quale nullo omo vivente po’ scampare”. E tanto meno vuole.
E meno di tutti pare lo vogliano gli antropologi e i sociologi: gli studenti di ieri e docenti di oggi che sperano che l’università si faccia mercato, o almeno si finga a sua immagine e somiglianza. E pertanto sempre più studiano la cultura come manifattura dei prodotti anziché perdersi nell’analisi dei processi. Così per lo più si spendono in descrizioni minute evitando le grandi interpretazioni, orientano le loro ricerche negli archivi piuttosto che nei terreni, ordinano i loro risultati nei musei invece di portar disordine nei dibattiti, insegnano più risposte che domande e interrogano soltanto agli esami… e via dicendo e sempre meno vivendo la realtà culturale dispersa e diversa che ancora oggi si produce e si manifesta. Qualche antropologo di grido la butta in filosofia, ma la maggior parte arretra nella storia (intesa come patrimonio) o si ricovera appunto in politica (intesa come soprintendenza).
La cultura che – grazie a loro – oggi si ridefinisce ancora una volta, non è più quella con la C maiuscola ma quella con la B di beni culturali. E dopo e dietro di loro, un piccolo esercito di esperti e funzionari, di operatori e di artisti non fanno che elaborare schede e didascalie, riempire teche e allestire mostre, restaurare oggetti e recuperare spazi e infine fabbricare performance e organizzare festival di tutto quello che di culturale può essere tradotto in “bene”, accumulato nel “patrimonio”, trasformato in “investimento”, da parte di una politica cultural-commerciale che finalmente salverà insieme la cultura e la patria – l’Italia essendo appunto la patria dei giacimenti culturali più importanti del mondo!
In basso, di solito a sinistra, gli assessori alla cultura oramai senza mezzi e da sempre senza fini, continuano imperterriti a riempire il territorio e il calendario di feste e di mostre e di sagre sempre più alimentari: la linea eno-etno-gastronomica è la più redditizia, ma anche quella davvero unisce in una sola orgia di cultura l’antropologo e l’indigeno di quest’Italia da mangiare e da bere (tutti miracolati dalla coincidenza fra il sapersi colti nel sentirsi sazi). Ancora più in basso o nel fondo, gli attivisti volontari – animatori e attori e commessi delle fiere dell’orgoglio locale e delle feste di una nuova grande unità – vivono la confusione ma anche la soddisfazione di essere insieme gestori e consumatori (in una parola sola, creatori) di un “ridefinito” paese di balocchi non più a misura di pinocchi somari ma dei migliori studenti del dams…
Il tempo dell’economia
Ma non è poi così diverso questo secondo nostro tempo dai primi miei tempi: abbiamo tutti partecipato alla nuova riforma e non è lecita né forse conveniente alcuna nostalgia rivoluzionaria. Sospendendo il giudizio come vuole il metodo e l’etica dell’antropologia, non sembra poi così lontano il punto di partenza dalla linea d’arrivo della politica culturale all’italiana: tutto e tutti si sono mossi dentro e verso la democrazia che – in cultura – si è realizzata davvero, perdendo qualche parte nobile e qualche sfida difficile (è vero), ma portando tutti e tutto verso il Bene (com’è giusto). Infine i giovani d’oggi sono pur sempre figli di quelli di ieri, e qualcosa deve pure unire l’antico angelo del fango al nuovo demone dell’agriturismo! Forse più di un qualcosa, due cose o due scienze: oltre e dopo l’Antropologia infatti che continua a benedire tutto e il suo contrario, adesso è l’ora dell’Economia, la disciplina che più per forza che per moda è l’ideologia di definitivo ricambio della società e della mentalità.
Uno dei primi titoli a tutta pagina del domenicale del “Sole 24 ore” – che da un anno, con un Manifesto sulla Cultura si è proposto capofila di una rinascente economia della cultura – suonava spudorato ma forse disattento: Siamo seduti sulla nostra fortuna! Così, uno slogan che era una scurrile derisione delle donne facili e di buon-affare, si è trasformato in festoso invito a sfruttare la nostra vera ricchezza economica e dote spirituale. Puntare sulla cultura per vivere di turismo non è poi così diverso dall’antica tradizione cortigiana che è forse ancora la vera vocazione di un popolo che si ritrova tanto ricco di beni quanto più è povero di geni…
Chissà se a partire da qui, cioè da un paese che sta per andare per l’ennesima volta a puttane, non si possa cominciare a fare della ricerca antropologica seria, impegnata a studiare la correnti definizioni e le corrive variazioni della cultura nel tempo presente?








































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