
La grande bellezza
Due recensioni da Lo Straniero
Vi presentiamo due recensioni, apparse nel numero 157, luglio 2013, del film di Sorrentino vincitore dell'ultimo Oscar.
I burattini romani di Sorrentino
di Dario Zonta
Come tutti quei registi di certa ambizione, anche Paolo Sorrentino è caduto nella tentazione di raccontare Roma. Mettendosi alle spalle la folta e ingombrante schiera di chi è riuscito e di chi ha fallito, il regista napoletano - volente o nolente - si è dovuto misurare con l'autore che meglio ha saputo declinare il paradigma del provinciale a Roma: Federico Fellini. La dolce vita e il mancato Moraldo in città, seguito ideale di I vitelloni, sono necessari punti di riferimento, come Roma, monumento alla decadenza della città eterna (ma ha anche guardato al Satyricon). Anche se a parole Sorrentino ha preso le distanze da qualsiasi riferimento felliniano (come conviene che sia), nei fatti La grande bellezza si pone come rivisitazione di quello stesso immaginario alla luce non solo della trasformazione antropologica della società italiana, ma anche del personale sentimento e delle intime idiosincrasie del regista campano. Sorrentino ha insidiato il suo affresco con una miriade di figure allegoriche, genericamente prese in prestito dalla volgarità del contemporaneo, ma alla fine staccate dalla sua contingenza.
Poeti muti post-esistenzialisti, nobili d'antiche casate scritturati a ore per serate di gala, bambine-artiste costrette a performance di body-painting, cardinali in odore di soglio pontificio ossessionati dalle ricette culinarie, attrici cocainomani fallite in procinto di scrivere un romanzo, erotomani imprenditori di giocattoli, scrittrici di partito con sicura carriera televisiva, direttori nani di quotidiani di tendenza, miliardarie rifatte, isterici collezionisti d'arte, dame d'alto borgo, maghi della finanza esperti di sartoria, santone oracolari e pauperiste con suite all'Hassler! Sono tutte figure bidimensionali su intercambiabili sfondi di cartapesta, senza storia, senza necessità, senza concretezza. Un bestiario umano che sfila nel circo, fustigato dall'eloquio forbito del protagonista Jep Gambardella che dispensa bastone e carota seguendo il ritmo del suo umore mondano.
Queste involontarie controfigure, doppi di originali già mostruosi, si accalcano intorno a Jep, scrittore acclamato di un unico romanzo giovanile, che trasferitosi a Roma dalla provincia, ne diventa il seduttore e il cantore privilegiato. Il compimento del sessantacinquesimo compleanno, festeggiato in un party barocco e decadente, dovrebbe essere la molla per una sua presunta crisi esistenziale, l'escamotage narrativo che avvia il film. Il viaggio che ne segue è un affondo nel cuore nero di Roma, portato dallo sguardo di questo comprimario assuefatto e corrotto. Pochi altri personaggi emergono al suo fianco, come l'amico che vuole diventare drammaturgo, un Moraldo laziale vestito un po' goffamente da Carlo Verdone, e come l'avvenente spogliarellista cinquantenne, dolente e misteriosa, interpretata coraggiosamente da una Ferilli più che credibile.
Con poche eccezioni, le figure di corredo non sembrano avere una vita propria. Burattini comandati da Mangiafuoco, eterodiretti da una scrittura verticale e sempre giudicante, interpreti e figuranti sembrano non respirare, schiacciati dall'imperativo letterario che li ha pensati. A nessun personaggio è dato di evadere, e anche chi fugge dal circo eretto con grande magnificenza da Sorrentino, lo fa per morte sicura o per sparizione improvvisa (a esclusione di Verdone che si ritrae dal gioco al massacro tornando nella provincia da cui è venuto).
Perso in mille rivoli, La grande bellezza non racconta la crisi di un uomo e del suo mondo: la crisi di Jep è senza convinzione; come i trenini delle sue feste, non porta da nessuna parte, ed è arrivata su di lui come una condanna stanca che cade indiscriminatamente su tutto e tutti, e per questo intimamente assolutoria. A Jep piace troppo quel mondo per averne uno sguardo distaccato e critico, e non a caso, alla fine del film, prenderà la decisione di tornare a scrivere un romanzo, passando d'un balzo dagli abissi ai picchi del suo narcisismo. Il ritratto di questa società decadente e notturna che si nasconde dentro i palazzi romani, mai visibile agli occhi di un comune mortale, così staccata dalla realtà, diventa solamente pittoresco. Non avendo un corrispettivo nel mondo reale, è frutto di pura invenzione, tra l'altro scandita da una selezione arbitraria quanto significativa: di tutti i mondi rappresentati, manca all'appello quello politico e quello televisivo. Verrebbe da chiedersi: da dove vengono questi personaggi, chi hanno come modello, da cosa sono stati plasmati, chi li ha ridotti così se, volutamente, Sorrentino fa sparire dal contesto la politica e la televisione, ovvero gli artefici primari della dissoluzione del costume che racconta?
Queste omissioni trasformano il viaggio di Jep in un carnevale escheriano mai realmente tragico ma solo miseramente grottesco, una ronda impietosa ritratta con altrettanta mancanza di pietà. Il Fellini di La dolce vita non solo mostrava un mondo reale e concreto che si poteva già incontrare sulle strade del centro di Roma, ma aveva sempre nel suo orizzonte un "altrove", elemento che manca nella visione di Sorrentino, come anche la pietas verso le creature notturne e corrotte che ritrae. La grande bellezza è invece freddissima, è un ologramma senza uno sfondo reale. E allora è facile perdersi in questo affascinante gioco, tanto visionario quanto letterario.
A favorire questo distanziamento c'è anche l'approccio volutamente anti-narrativo del film, già sperimentato in This Must Be the Place, ma qui ancora più evidente. Citando Céline e il suo Viaggio al termine della notte, Sorrentino sperimenta una narrazione errante, fatta di continue effrazioni, smottamenti, deliberati scivolamenti da un piano all'altro, da una situazione all'altra, lasciando tracce, abbozzi, improvvisi vagheggiamenti (molti devono essere stati i tagli in fase di montaggio). Alla storia preferisce l'elzeviro, l'affondo veloce, la critica sferzante e sempre erudita. Al dialogo preferisce un monologo straordinariamente punteggiato (e nel film si monologa anche quando si dialoga).
Sorrentino, come il suo Jep, si compiace troppo e crede troppo nella sua bravura che, per citare direttamente il suo personaggio, alla fine rischia di diventare solo un'abilità. Il regista campano non solo non ha risolto il contrasto tra scrittura e regia, ma più passa il tempo più questo contrasto diventa insanabile, soprattutto quando la scrittura tende al letterario. Troppo abile nello scrivere, troppo abile nel girare! Penna e macchina da presa sono in continua competizione, l'una deve superare l'altra. Al dialogo forbitissimo deve corrispondere un movimento di macchina altrettanto funambolico perché non soccomba sotto la pressione della scrittura.
Tutto questo produce una sensazione di artificiosità e gratuità. Il viaggio di This Must Be the Piace e l'affresco di La grande bellezza, così ampi e indeterminati, hanno allontanato Sorrentino dalle necessità di una narrazione coerente, stretta intorno a una storia, un evento, un'idea circoscritta. // divo, che sembra reggere la prova del tempo, nasce da un personaggio concreto e da una ricerca storica determinata. La scrittura era al servizio di qualcosa, ne dipendeva e ne conseguiva. E poi c'è, seppur trasfigurata, l'aderenza a una Storia vera e non lo sfondo di una storia idealizzata e poco necessitata (come in This Must Be the Place, laddove il riferimento alla Shoah era il pretesto per una narrazione itinerante). Il linguaggio che Sorrentino predilige, se lasciato libero senza un appiglio più concreto, lo porta fatalmente a forme eccessive di astrazione e di estetismo, con una facilità di scrittura che diventa gesto, iperbole, zaffiro.
Un film molto brutto
di Nicola Lagioia
Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby's Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.
Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d'ora dall'inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale a La grande bellezza di Paolo Sorrentino.
Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull'Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all'impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell'epoca in cui l'ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos'altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.
Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell'autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jaegermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l'arte - romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale - è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch {To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Bunuel.
Se La grande bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un'altro problema. La storia è ridotta all'osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radicai trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l'Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l'effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l'aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all'estero e rituffarvi nel Paranoici Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole di Aleksandr Sokurov. L'errore - come accade a volte ai talentuosi - è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l'avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c'est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).
La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D'Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l'opera di Marta Marzotto e Roberto D'Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.
Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo ("Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica..."). Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area Pd non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un'intervista su "lo Donna" e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all'Argentina). Ecco un'estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un'idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un'estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell'attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata). Ecco l'elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l'assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l'originale da cui far scendere l'operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di "Chi". Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano. Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell'interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c'è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.
L'immaginario nato fresco con L'uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell'amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura in La grande bellezza. Un film molto brutto di un regista di talento il cui futuro (al contrario di Gambardella) potrebbe essere non alle spalle ma davanti, se solo avesse il coraggio di inseguirlo.









































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