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marx xxi

La morte di Fidel Castro e il surrealismo di Saviano

di Domenico Losurdo

Oltre che dai presunti «dissidenti» di Miami, la morte di Fidel Castro è stata celebrata in modo scomposto da Roberto Saviano che ha scritto: «Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore […] Giustificò ogni violenza». Naturalmente, nulla viene detto dell’interminabile embargo o blocco con cui l’imperialismo ha cercato di condannare alla capitolazione o alla morte per inedia un popolo «oppositore», e nulla viene detto degli innumerevoli tentativi della Cia di assassinare il leader cubano, il dissidente per eccellenza nei confronti dell’Impero. Saviano preferisce identificarsi con gli assassini dando lezioni di democrazia e di nonviolenza alle loro vittime e ai loro bersagli. Ne scaturisce un testo all’insegna del surrealismo, il surrealismo dell’ideologia dominante. È un surrealismo da me denunciato in due libri dai quali riprendo alcuni estratti (ringraziando gli Editori) [D.L.].

castro HChi coltiva la violenza?

«Newsweek», riferisce degli innumerevoli tentativi di assassinare Fidel Castro. Vi si sofferma a lungo, concentrandosi soprattutto sui particolari tecnici o sugli aspetti più o meno pittoreschi: gli «agenti tossici» da utilizzare, i «sigari preferiti» dalla vittima, il «fazzoletto trattato con batteri», il ruolo affidato alla «mafia», la somma da versare al sicario. Ma in queste pagine invano si cercherebbe un giudizio di condanna morale sul ricorso all’arma del terrorismo: è il termine stesso ad essere bandito; esso appare chiaramente sconveniente allorché si tratta di definire gli assassini perpetrati o tentati dai servizi segreti statunitensi. Questi, tra gli anni ’50 e ’60, elaborano piani ingegnosi per neutralizzare o eliminare fisicamente Stalin in Unione Sovietica, Arbenz in Guatemala, Lumumba nel Congo, Sukarno in Indonesia, e dirigenti politici e militari di altri paesi. I vertici della Cia partono dal presupposto – riferisce il libro senza alcuna distanza critica – che ogni mezzo è lecito allorché si tratta di sbarazzarsi di «cani rabbiosi» [1]. 

Nel corso della guerra fredda entrambe le parti si sono impegnate in operazioni, tentativi e progetti che è difficile non definire terroristici. A distinguersi è stata la superpotenza che ama atteggiarsi a coscienza morale dell’umanità: «Il cinese Ciu En-lai avrebbe dovuto saltare in aria sull’aereo dell’Air India diretto alla conferenza dei Paesi non allineati in programma a Bandung, in Indonesia, ma all’ultimo minuto cambiò programma ed il velivolo esplose senza di lui» [2], trascinando comunque nella morte persone che erano innocenti due volte (non erano neppure cittadini del paese nemico).

Tale vicenda non è certo terminata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’«International Herald Tribune» del 27-28 luglio 1996 riporta una notizia ripresa dalla TV israeliana: «Il presidente Saddam Hussein è sfuggito a stento ad un attentato alla sua vita, mentre lasciava uno dei suoi palazzi a Baghdad, pochi minuti prima che una bomba esplodesse dinanzi all’edificio». Circa quattro anni dopo, il medesimo quotidiano annuncia giubilante: la Cia ha stanziato somme enormi «per trovare un generale o un colonnello che conficchi una pallottola nel cervello di Saddam» [3].

E ora passiamo alla Jugoslavia. Nei giorni e nelle settimane che precedono le elezioni del 2000, la stampa americana riferisce compiaciuta delle difficoltà che incontra Milosevic nello svolgimento della campagna elettorale: «Timoroso di essere assassinato, il cinquantottenne presidente appare raramente in pubblico e solo per pronunciare dinanzi ai suoi seguaci brevi discorsi sui mali del fascismo» [4]. Erano tutt’altro che immaginarie quelle preoccupazioni. A partire dalla fine dei bombardamenti aerei, si erano verificati nel paese attentati ed esecuzioni misteriose. Al loro significato accenna più tardi un altro giornalista statunitense: non ci sarà pace nei Balcani «sino a quando Milosevic non viene tratto in inganno e colpito o trascinato via dal potere in una bara» [5]. Chiaramente, anche per il presidente jugoslavo si era alla ricerca di un terrorista audace e fortunato! E veniamo ora ai giorni nostri. Un noto telepredicatore, Pat Robertson, di incrollabile fede cristiana e americana, si lascia sfuggire un consiglio che poi cerca invano di rimangiarsi: perché i servizi segreti del suo paese non si sbrigano a riportare ordine in Venezuela eliminando fisicamente il suo presidente, democraticamente eletto, Hugo Chavez? L’amministrazione Bush si limita a definire «inappropriato» questo invito: e cioè, all’occorrenza certe cose si fanno, ma non si proclamano pubblicamente!

Si direbbe che, nel far pesare una minaccia sui dirigenti politici di ogni paese, la Cia sia subentrata ai terroristi anarchici all’opera tra Otto e Novecento. C’è però almeno una differenza da tener presente. Ad essere colpiti sono ora non solo i nemici, ma anche gli alleati divenuti ingombranti. Diamo di nuovo la parola all’autorevole quotidiano statunitense già precedentemente citato. Siamo agli inizi degli anni ‘60: «Frustrata dal fallimento di Ngo Dinh Diem – il mandarino e nazionalista cattolico che gli Stati Uniti avevano riportato dall'esilio americano e installato al potere – l'amministrazione Kennedy istigò un colpo di Stato militare e acconsentì al suo assassinio» [6]. E’ appena il caso di aggiungere che il responsabile di questa operazione, egli stesso vittima di un misterioso attentato, ben lungi dall’essere condannato all’inferno destinato ai terroristi, fa bella mostra di sé nel pantheon dei campioni della libertà e della democrazia.

(da Domenico Losurdo, Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari, cap. I, § 1)

* * * *

Chi sono i dissidenti?

Nell’epoca classica del colonialismo, dopo averlo strappato per i loro cittadini (soldati, mercanti e missionari), le grandi potenze coloniali finivano con l’imporre l’estensione del privilegio dell’extra-territorialità ai cristiani locali, a coloro che si erano convertiti alla cultura e ai valori dei conquistatori o aspiranti conquistatori. Se i missionari di un tempo hanno trovato i loro eredi nelle ONG, i convertiti al cristianesimo fanno pensare agli odierni «dissidenti». Sì, i «dissidenti» riconosciuti e consacrati come tali dall’Occidente tendono a godere di una sorta di extra-territorialità di fatto. Essi vengono prima insigniti dei più prestigiosi riconoscimenti (Premio Nobel per la Pace, Premio Sakharov per la libertà di pensiero istituito dal Parlamento europeo nel 1988, Premio per la Pace dei librai tedeschi, conferito in occasione della Fiera del Libro di Francoforte, premi letterari di ogni genere); dopo di che si sviluppa una campagna, con la minaccia anche di sanzioni commerciali e diplomatiche, perché gli insigniti di tali riconoscimenti siano rimessi in libertà o possano svolgere senza impedimenti la loro azione. 

La loro azione può anche essere criminosa, come è avvenuto in Ucraina tra il novembre 2013 e il febbraio dell’anno: secondo Washington e Bruxelles, le bande paramilitari che assaltavano e occupavano piazze ed edifici pubblici, che si trinceravano come in previsione di una prova di forza militare e, con la complicità o sotto la supervisione dell’Occidente, preparavano il colpo di Stato, non dovevano essere toccate, anzi neppure ostacolate; persino a membri di organizzazioni di ispirazione antisemita e fascistoide, purché consacrati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea quali «dissidenti» e «democratici», andava riconosciuto il privilegio dell’extra-territorialità! Chi non rispettava questo privilegio era un nemico giurato dei diritti umani e doveva essere trattato di conseguenza!

Onorandola e ricompensandola, i premi prestigiosi e numerosi già visti servono anche a promuovere e fomentare la dissidenza; e allo stesso scopo mirano le cattedre universitarie, le borse di studio ecc. messe generosamente a disposizione dei «dissidenti» che raggiungono l’Occidente [...] Come i cristiani convertiti dell’epoca classica del colonialismo, anche gli odierni «dissidenti» hanno le loro ragioni, ma come si accede a tale qualifica e a tale riconoscimento? Perché, piuttosto che «dissidente», Edward Snowden dev’essere considerato un traditore o un criminale, e un criminale così pericoloso che, pur di catturarlo, gli USA e l’Occidente erano autorizzati a dirottare l’aereo del Presidente boliviano e a violare la legalità internazionale?

Sulla categoria di «dissidente» e sul suo significato e uso conviene riflettere ulteriormente. Sono da considerare «dissidenti» coloro che negli anni della guerra fredda, ad esempio in Germania, erano arrestati e incarcerati in quanto membri del Partito comunista? O coloro che, sospettati di nutrire idee sovversive, si vedevano sbarrato l’accesso all’insegnamento nelle scuole, nelle università e negli altri settori del pubblico impiego? A questi militanti o semplici cittadini, perseguitati con l’avallo e spesso su sollecitazione di Washington, assieme ai diritti umani erano negate anche la qualifica di «dissidente» così come le attenzioni e i riconoscimenti ad essa connesse. I «non-dissidenti» di cui qui si parla erano più sfortunati degli odierni «dissidenti» cari all’Occidente, a quanto pare l’unica autorità cui spetta il diritto di attribuire una qualifica altamente onorifica. 

Chiaramente, siamo in presenza di una categoria usata strumentalmente e anzi spesso brandita come arma. Prendiamo un esponente dell’opposizione filo-occidentale a Cuba: egli è certo un «dissidente» rispetto al potere in vigore nel suo paese, che però è a sua volta «dissidente» rispetto al potere esercitato dagli USA a livello planetario e, in modo particolarmente stringente, in America Latina. Se si critica la pena detentiva inflitta al primo «dissidente», a maggior ragione occorre criticare il tentativo di mettere a tacere il secondo «dissidente» mediante l’invasione armata dell’isola e l’assassinio del suo leader.

Il cerchio concentrico delle dissidenze può essere anche più complicato: il XIV Dalai Lama e i suoi seguaci sono «dissidenti» rispetto al potere centrale vigente in Cina, la quale a sua volta è stata per decenni su iniziativa di Washington esclusa persino dall’ONU in quanto colpevole di essere «dissidente» e di alimentare la dissidenza anti-statunitense e anti-occidentale. Fin qui, non ci sono novità rispetto alla situazione precedentemente analizzata. L’elemento nuovo (e quasi sempre rimosso) è costituito dai «dissidenti» rispetto al XIV Dalai Lama. Essi non sono pochi e sono tutt’altro che rassegnati: nel 1992, nel corso del suo viaggio a Londra, il XIV Dalai Lama fu oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusava di essere un «dittatore spietato» e un «oppressore della libertà religiosa» (Lopez jr. 1998, pp. 193-94). A esprimersi così sono i devoti di una divinità tibetana (Dorje Shugden) a lungo venerata dallo stesso XIV Dalai Lama, anche se poi egli l’ha messa al bando nel 1975. Non tutti l’hanno seguito in questo percorso; e coloro che si ostinano ad attenersi alla vecchia fede sono colpiti da scomunica, isolamento sociale, intimidazione o vera e propria violenza. Di qui le loro proteste a Londra e altrove. In conclusione: abbiamo tre cerchi di dissidenza, ma agli occhi dell’Occidente gli unici «dissidenti» degni di questo nome e meritevoli di rispetto sono coloro che si schierano contro la Repubblica popolare cinese o contro altri paesi colpevoli di essere dissidenti nei confronti di Washington e di Bruxelles. Ai «dissidenti» da esso sovranamente designati l’Occidente cerca non solo di garantire il privilegio dell’extra-territorialità e altri privilegi materiali, una volta che abbiano lasciato il loro paese di origine, ma attribuisce anche la dignità di santi e martiri della religione civile dei diritti umani, di cui si atteggia a interprete e custode.

(Domenico Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma, cap. 6, § 8)

* * * *

Qual è il paese «numero 1 nell’imprigionare i suoi cittadini?»

[Nel corso delle campagne elettorali statunitensi] – riconosce «The New York Times» – vengono ignorati e rimossi i problemi reali, i temi e i dati che dovrebbero essere i più inquietanti: fra i 35 paesi all’avanguardia nella lotta contro la «povertà infantile» e la «mortalità infantile» gli Stati Uniti occupano rispettivamente il 34° e il 49° posto; essi se la cavano piuttosto male anche per quanto riguarda la «mobilità sociale». Un primato invece è incontestabile ma è tutt’altro che lusinghiero: la superpotenza mondiale «è il numero 1 nell’imprigionare i suoi cittadini, con un tasso di incarcerazione ben superiore a quello della Russia, di Cuba, dell’Iran o della Cina» (Shane 2012). E non si pensi che le condizioni carcerarie siano particolarmente miti negli Stati Uniti. Questi amano presentarsi come l’incarnazione dei diritti umani, e si atteggiano in tal modo in contrapposizione in particolare alla Cina. Sennonché, allorché in quest’ultimo paese i circoli più filo-occidentali vengono a sapere che nella maggior parte degli Stati della repubblica nordamericana le donne detenute sono costrette a partorire incatenate, essi restano increduli e inorriditi (Tatlow 2012). È un tema, invece, che sembra attirare scarsa attenzione negli USA: i problemi reali del paese svolgono un ruolo marginale in campagne elettorali che sono quanto mai vivaci ma che sembrano impegnate in primo luogo a discutere e a contendere sul modo migliore di celebrare e trasfigurare la plutocrazia di fatto vigente come la democrazia più antica e più eccellente, e sul modo migliore di ribadire, estendere o gestire il potere imperiale della Casa Bianca ovvero sul candidato più qualificato a esercitarlo […]

Domenico Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma, cap. 2, § 2


NOTE
[1] Thomas 1995, pp. 225-229, 233 e passim.
[2] Molinari 2002.
[3] Hoagland 2000a.
[4] J. Smith 2000.
[5] Hoagland 2000b.
[6] Pfaff 2004.
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Comments   

#1 Eros Barone 2016-12-06 21:09
Per la verità mi aspettavo da Losurdo una confutazione più aderente al merito del giudizio espresso da Saviano.
Cercherò pertanto di dare una risposta puntuale, osservando che l'impressione che si ricava dal ‘tweet’ che Roberto Saviano ha eruttato in occasione della morte di Fidel Castro è quanto mai sgradevole, poiché l’effetto che la sua denigrazione del grande rivoluzionario e statista cubano produce nasce, per un verso, da un’ottica riduttiva e formalistica e, per un altro verso, dall’uso di un linguaggio e di un’impostazione che, se non somigliano a quelli della propaganda anticomunista degli anni ’50 del secolo scorso, sembrano molto affini al linguaggio e all’impostazione che caratterizzano, nei nostri giorni, la propaganda anticastrista dei profughi cubani di Miami, giustamente qualificati dalla stragrande maggioranza del popolo cubano come ‘gusanos’ (vermi) e con un altro termine che la decenza ci vieta di nominare. È questo, d’altronde, il livello intellettuale e morale cui giunge, si fa per dire, l’anticomunismo di un intellettuale di corte, quale è Saviano. Naturalmente, ognuno è libero, quale che sia la sua provenienza, di scegliere il branco a cui unirsi; ognuno, per dirla con Hegel, può scegliere, se ne ha il bisogno e la vocazione, di “ululare con i lupi”.

Tuttavia, coloro che credono che la morte di Fidel Castro significhi l’inizio della fine del socialismo a Cuba sbagliano di grosso. Nella società cubana, se si guarda ai settori più significativi, compresi i vescovi della Chiesa cattolica, e se si escludono alcuni gruppi ristretti a cui non importa un bel nulla che il futuro di Cuba assomigli al presente dell’Honduras, del Guatemala o del Salvador, non vi sono né tracce né segnali dell’aspirazione ad un ritorno al capitalismo. Del resto, Cuba non è affatto ostile ai cambiamenti. Lo stesso Raúl Castro innescò a suo tempo, attraverso le organizzazioni di massa e le associazioni professionali, raccogliendo e vagliando più di un milione di suggerimenti, una vasta e prolungata campagna di critiche alla rivoluzione. I cubani, dal canto loro, sanno molto bene che le difficoltà create dalla particolare situazione del loro paese sono di quattro tipi: Cuba è un’isola; Cuba è l’unico Stato socialista dell’Occidente; essa è priva dell’appoggio che le garantiva l’Unione Sovietica ed è sottoposta al blocco degli Stati Uniti da più di cinquant’anni.

Nonostante tutto ciò, il paese ebbe a meritare gli elogi di Giovanni Paolo II in occasione della sua visita del 1998 e recentemente apprezzamenti di analogo tenore da parte di papa Francesco. Del resto, non è irrilevante il fatto che, nell’Indice di Sviluppo Umano dell’Onu, tra i primi settanta paesi del mondo, considerati i migliori dal punto di vista della qualità della vita, Cuba, dove non si paga per il diritto universale alla salute e all’istruzione, occupi il sessantasettesimo posto. Né ritengo che possano essere considerati irrilevanti i seguenti dati: Cuba presenta un tasso di alfabetizzazione che sfiora il 100%; può contare su 1 medico ogni 160 abitanti; fa registrare un indice di mortalità infantile di 5,3 ogni mille nati vivi (negli Usa sono 7); può vantare 800.000 laureati in 67 università, nelle quali entrano ogni anno 606.000 studenti. Inoltre, oggi Cuba mantiene medici e professori che lavorano in più di 100 paesi. Cuba si aprirà ai cambiamenti quando cesserà il blocco degli Stati Uniti e quando la base navale nordamericana di Guantanamo, utilizzata attualmente come carcere clandestino per presunti terroristi e assurta a simbolo mondiale della mancanza di rispetto per i diritti umani e civili, verrà smantellata. Ma tutto questo per Saviano conta meno di zero, perché secondo lui a Cuba è morto “un dittatore” che “incarcerò ogni oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare”.
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