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la citta futura

La posta in gioco della guerra in Siria

Per un’interpretazione non ideologica del conflitto siriano dopo la presa di Aleppo

di Renato Caputo

guerra aleppoPer comprendere realmente gli eventi siriani occorre uscire dalla tenebra del quotidiano e interpretare i fatti in una più ampia prospettiva storica. È indispensabile tener presenti le ragioni socio-economiche del conflitto, che rendono possibile interpretare in modo non ideologico gli aspetti sovrastrutturali della guerra. È necessario, infine, inquadrare gli eventi nella dinamica dialettica del conflitto sociale, che caratterizza le società in guerra.

Rimanere legati alla narrazione dei fatti del giorno è certo utile a conoscere nuovi particolari del conflitto in corso in Siria, ma rischia di far perdere di vista la complessa, in quanto dialettica e intimamente contraddittoria, contestualizzazione storica in cui i singoli eventi debbono venir ricompresi. Per poter provare a ricostruire tale contesto è necessaria una certa distanza non solo spaziale, ma anche temporale dagli eventi. La riflessione, infatti, non può che essere successiva all’azione storico-politica, per quanto diviene poi decisiva, quale fondamento razionale delle nuove azioni politiche. Inoltre rende necessario uno sguardo di insieme, per così dire dall’alto degli eventi, che consente di comprendere, dopo aver fatto esperienza dei singoli alberi (i diversi eventi di cui sono state piene le cronache di questi anni), che essi sono davvero intellegibili solo all’interno della foresta (la totalità del contesto storico) di cui sono parte costituente. Tanto più che – sino a quando non si assume tale posizione per così dire sopraelevata e, per quanto possibile distaccata – non si può che rimanere prigionieri della logica intrinseca a ogni conflitto, in cui diviene in qualche modo necessario prendere parte, ossia assumere una posizione partigiana e, quindi, parziale che non può che comportare una interpretazione ideologica, funzionale all’azione politica. In tal modo si assiste a interpretazioni tutte necessariamente unilaterali degli eventi, che impediscono il reciproco riconoscimento e non possono che sfociare in un conflitto, per così dire, per la vita e per la morte.

Tale conflitto e tale logica partigiana hanno finito per dividere e, dunque, ulteriormente indebolire il fronte della sinistra, rendendolo ancora più inefficace a contrastare la resistibile ascesa al potere delle forze della reazione. Così le forze della sinistra moderata hanno, ancora una volta, preso posizione a favore delle potenze imperialiste che, in quanto democratiche e liberali, favorirebbero in ogni modo il progresso e la pacificazione in territori dominati da Stati totalitari e da un fondamentalismo che non può che sfociare nel terrorismo. Le forze della sinistra radicale si sono schierate dalla parte delle vittime, dei civili schiacciati fra opposti interessi, entrambi egualmente esecrabili. Da qui la classica posizione del né, né, ossia con il regime di Assad, con i ribelli egemonizzati dai fondamentalisti e, dunque, con i paesi del Golfo, la Turchia e le potenze occidentali schierate con questi ultimi, né con Russia, Iran, Hezbollah e milizie sciite schierate con il governo siriano. Ciò ha portato diversi esponenti di tale sinistra – per uscire dalla contraddizione propria dell’anima bella che si pone al di sopra e contro il conflitto, senza però fare nulla di concreto per consentirne la soluzione, limitandosi appunto a compiangerne le vittime innocenti – a schierarsi con la componente più sinceramente democratica, individuata nella sinistra kurda. La sinistra comunista a sua volta si è divisa, ancora una volta, fra i post-stalinisti che, legati alla logica campista e frontista, necessaria a isolare e battere le forze della reazione, si sono schierate a difesa del governo siriano e i post-troskisti che hanno al contrario, in nome della centralità della rivoluzione, preso posizione a favore dei ribelli.

È forse possibile superare tali inconciliabili posizioni grazie alla mutata situazione che si è venuta a creare sul terreno dopo la riconquista di Aleppo da parte delle forze governative. Tale riconquista pare assimilabile alla riconquista di Stalingrado che ha segnato la svolta decisiva nella seconda guerra mondiale. Se, dunque, per quanto dura e sanguinosa e ancora lunga possa essere la guerra, le sorti del conflitto sono in qualche modo segnate, ciò rende finalmente possibile assumere la necessaria distanza critica fra le parti in conflitto, congedandosi dalle interpretazioni ideologiche funzionali alla lotta politica, per assumere il punto di vista obiettivo e dialettico proprio dell’interpretazione scientifica.

A questo scopo non si può che partire dal contesto strutturale, ovvero socio-economico, caratterizzato dall’ultima e sempre più catastrofica crisi che sta sconvolgendo da oltre quarant’anni i paesi dominanti, a capitalismo avanzato. Tale crisi, fondata sulla caduta tendenziale del saggio del profitto, ha prodotto la crisi della tattica della coesistenza pacifica, fra chi intendeva sviluppare la transizione al socialismo e chi mirava a sviluppare l’economia capitalista. I margini di mediazione, ossia le politiche riformiste, che hanno prodotto lo “stato sociale”, ossia il Welfare State, si sono progressivamente ristretti e l’ideologia della coesistenza pacifica è stata travolta dalla dura realtà che imponeva, ai sostenitori del modo di produzione capitalistico, di rilanciare la spesa militare e la politica aggressiva neocolonialista e imperialista a livello internazionale. Così chi si è ostinato a difendere la prospettiva sempre più idealistica della coesistenza pacifica ha finito per soccombere senza colpo ferire alla implacabile logica della guerra fredda.

Tale logica della coesistenza pacifica è stata reinterpretata e aggiornata, alla luce della nuova fase, dalla principale potenza che si era fatta paladina delle forze antimperialiste e anticolonialiste: la Repubblica popolare cinese. In tal modo, con l’autodissoluzione del blocco sovietico e la politica di distensione portata avanti dalla Cina, il principale nemico – necessario a giustificare la spesa militare, le nuove guerre post-guerra fredda, e il rilancio su grande scala della politica neoimperialista – sono divenuti i paesi governati da forze fondate sul movimento di lotta al colonialismo e all’imperialismo. Non a caso le guerre post-guerra fredda hanno travolto paesi come la Jugoslavia, l’Iraq, la Libia e la Siria, oltre a colpire la resistenza libanese e palestinese e a minacciare in modo sempre più diretto paesi come l’Iran e il Venezuela.

Principale testa di ponte di tale politica neoimperialista non poteva che essere la distopia sionista volta a imporre con la forza la costruzione di uno Stato confessionale ebraico all’interno del mondo arabo-musulmano. Fra le vittime di tale distopico progetto vi è certamente la Siria, la quale vive dal 1967 la tragedia dell’occupazione delle alture del Golan che, elevandosi proprio al di sopra della capitale Damasco, costituisce una vera e propria spada di Damocle che minaccia di abbattersi su questo paese. Perciò la Siria, anche dopo il crollo del blocco sovietico – il suo principale alleato – non ha potuto che portare avanti, pur con tutte le contraddizioni del caso, la propria posizione di fattuale antagonismo alle politiche neoimperialiste. Proprio per questo il paese è rimasto fra i principali target del maggiore sponsor della politica neoimperialista, ovvero gli Usa, che hanno definito tale paese uno Stato canaglia, in quanto tale al di fuori di qualsiasi tutela da parte del diritto internazionale e, quindi, sempre a rischio di una aggressione imperialista.

Ciò ha portato la Siria a mantenere salda l’alleanza con la Russia, alla quale ha lasciato il controllo di una decisiva base, l’unica sul Mediterraneo, obiettivo storico della politica estera russa. Dal momento che la Russia resta l’unica potenza in possesso di un deterrente militare in grado di costringere a scendere a patti lo strapotere della Nato, un’aggressione diretta, per quanto voluta e preparata, non è stata possibile. Da qui i piani elaborati dagli Stati Uniti e portati avanti dalla Nato di aggirare il problema mirando all’implosione del paese, fomentando le contraddizioni sul piano etnico e religioso, sulla base della tradizionale logica imperiale del divide et impera. Da qui il costante sostegno ai principali rappresentanti degli islamisti sunniti, tradizionali nemici del governo laico, prodotto dal movimento di decolonizzazione, e da sempre sostenuto dalla minoranza alauita, fautrice di una concezione della religione più moderna e razionale. Ciò ha portato a sostenere la Fratellanza musulmana, attraverso il suo principale sponsor a livello internazionale, la Turchia di Erdogan, e i fondamentalisti wahabiti, principali responsabili del terrorismo internazionale, che hanno come principali sponsor i regimi teocratici delle petromonarchie del Golfo. Più complesso è stato il supporto alla principale minoranza etnica, ossia i kurdi siriani, in quanto egemonizzati dalle forze della sinistra laica.

D’altra parte l’ordine nel quale colpire i propri nemici dipende anche essenzialmente dalla loro debolezza. Questo spiega, almeno in parte, perché la guerra ha travolto l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia, ha sconvolto e devastato la Siria, ha colpito il Sudan, mentre ha solo lambito altri stati definiti egualmente “canaglia” come Cuba, Venezuela, Iran e Repubblica Democratica Popolare di Corea. La debolezza dipende non solo dal mancato possesso di armi in funzione di deterrenza, di cui si è dotata la Rdpc e in parte l’Iran, dal sostegno internazionale di cui hanno goduto Cuba e Venezuela, ma dalla capacità di egemonia del blocco sociale al governo del paese. La crisi di tale egemonia ha reso relativamente facile sconfiggere paesi come la Jugoslavia, l’Iraq e la Libia e ha, sino a questo momento, impedito di colpire gli altri obiettivi nel mirino del neoimperialismo.

La Siria rappresenta un caso intermedio e questo spiega perché, pur essendo stata duramente colpita, non è stata piegata. Il governo di Assad non ha fatto, in effetti, i gravi errori dei governi iracheni e libici, che si sono troppo isolati a livello internazionale e hanno puntato troppo – per mantenere il potere – sul monopolio della violenza legittima e troppo poco sull’egemonia. La Siria, pur piuttosto isolata fra i paesi arabi, ha potuto godere del supporto indispensabile della Russia e poi del fronte sciita capeggiato dall’Iran. Inoltre il suo governo, oltre che mediante il controllo dell’esercito, ha potuto resistere in quanto gode tuttora di una capacità di egemonia su una parte non trascurabile della popolazione siriana anche perché, al contrario, i ribelli hanno troppo contato sulla forza, sulla violenza, sulla guerra di movimento, fidando sul supporto delle potenze reazionarie e imperialiste, piuttosto che sulla egemonica guerra di posizione

La capacità di egemonia che ha permesso, insieme al controllo dell’esercito e a un’abile politica delle alleanze, al governo siriano di mantenere e riconquistare ampi tratti del territorio, ha le proprie radici nella storia del paese. Quest’ultima è egualmente indispensabile per intendere le ragioni della guerra in Siria e il ginepraio di interessi nazionali e internazionali che ne rendono difficile la comprensione.

 L’attuale governo siriano è espressione del Partito del Risorgimento Arabo Socialista meglio noto come Partito Baʿth, che ha profondamente caratterizzato la storia della Siria moderna, dal compimento del processo di decolonizzazione fino alle attuali tragiche vicissitudini. Tale partito ha ancora oggi una certa credibilità fra una parte non marginale dei siriani, in quanto è stato l’indubbio protagonista di un processo rivoluzionario, che è alla base della modernizzazione del paese mediante il rovesciamento dell’Ancien régime. Sorto come movimento anticolonialista e panarabo, guidato da esponenti del ceto medio riflessivo, il partito si è costituito attraverso la fusione con una formazione socialista che aveva la sua base di massa nei contadini, componente decisamente maggioritaria del proletariato siriano.

Sebbene in Siria, al contrario che in Iraq, abbia prevalso l’ala sinistra del Ba’th, quella più legata a una visione del mondo socialisteggiante, la scarsità di intellettuali organici al proletariato, anche per la prevalenza del proletariato rurale su quello urbano, ha fatto sì che il partito conquistasse il potere con un colpo di Stato militare. Da allora i militari hanno avuto un peso decisivo nella politica siriana che, se ha a lungo favorito il pieno controllo del monopolio della violenza legale non ha favorito lo sviluppo di una adeguata capacità di egemonia, anche per il relativamente limitato sviluppo della società civile. Così, nonostante il prevalere dopo la conquista del potere della componente filosovietica, la modernizzazione e il tentativo di sviluppare una transizione al socialismo, a partire da un significativo processo di nazionalizzazioni, ha mantenuto un’impronta autoritaria e dirigista, una rivoluzione più dall’alto che dal basso.

Il mancato sviluppo della democrazia socialista, lo scarso sviluppo della coscienza di classe e di conseguenza il mancato innesco della lotta di classe dal basso, attraverso lo sviluppo di movimenti sociali, ha favorito, dopo la cocente sconfitta nella Guerra dei sei giorni, l’affermazione dell’ala moderata del partito guidata da Hafez el-Assad. In tal modo l’élite, più o meno influenzata dal marxismo, ma non in grado di sviluppare adeguatamente un corpo di intellettuali organici, è stata progressivamente emarginata e si è affermato una sorta di dispotismo illuminato, di cesarismo progressivo. In tal modo, il già problematico avvio della transizione al socialismo ha subito una decisa battuta di arresto, alla già carente rivoluzione dal basso si è sostituita una rivoluzione passiva, che ha favorito l’affermazione di un’ideologia panaraba, nazionalista, antimperialista e antisionista, ma essenzialmente interclassista.

Con la crisi del movimento antimperialista, ulteriormente accentuata dal crollo del blocco sovietico, principale alleato a livello internazionale della Siria, il paese si è trovato sempre più in difficoltà e la capacità di egemonia del partito unico al governo è entrata progressivamente in crisi, facendo sì che il suo potere si fondasse sempre più sul monopolio della violenza legale. Inoltre il laicismo della classe dirigente, che ha il suo fondamento nel fatto che il Ba’th ha attratto soprattutto esponenti delle minoranze religiose, piuttosto diffuse nel paese, non è stato in grado di penetrare e di radicarsi a fondo nelle masse popolari, sempre meno coinvolte nella vita politica attiva. Inoltre, l’appoggio all’Iran nella guerra con l’Iraq, ha fatto sì che il partito-stato non abbia più potuto sventolare la bandiera del panarabismo e i settori più arretrati del popolo siriano sono divenuti facile preda della propaganda islamista fomentata e diffusa dai paesi arabi maggiormente reazionari e dalla Fratellanza islamica, con la collaborazione della Turchia e dei paesi occidentali.

L’opposizione islamista è stata domata con il pugno di ferro dal Ba’th sempre più dominato da Assad padre, ma la lotta all’oppio del popolo non può esser certo vinta mediante politiche proibizioniste, imposte dall’alto, ma soltanto risolvendo i bisogni reali delle masse e favorendo il loro sviluppo culturale e politico. Così l’islamismo ha continuato a diffondersi nei settori più arretrati del popolo siriano, rimanendo la principale forza di opposizione, pur non rappresentando certo un’alternativa progressista.

Hafez el-Assad è riuscito a resistere agli attacchi dell’imperialismo – sempre più oggettivamente colluso con l’opposizione islamista – grazie all’alleanza con la Russia e l’Iran e grazie al sostegno dato alla coalizione imperialista che ha aggredito l’Iraq nella prima Guerra del Golfo. In tal modo però, il governo ha dovuto sostanzialmente ammainare la stessa bandiera dell’antimperialismo, uno dei capisaldi della propria capacità di egemonia.

Inoltre il culto della personalità costruito intorno alla figura di Hafez el-Assad non poteva che creare un pauroso vuoto di potere alla sua morte, al punto che il partito – per mantenere il potere – ha dovuto cooptare come capo del governo il figlio Bashar, sostanzialmente privo della vocazione alla gestione del potere e del carisma necessario al suo esercizio. Nella difficile situazione internazionale, creatasi con la fase di restaurazione apertasi dopo la dissoluzione del blocco sovietico, e dinanzi all’offensiva imperialista scatenatasi dopo gli oscuri eventi dell’11 settembre, il Ba’th ha cercato di mantenere il potere portando avanti una politica di distensione a livello internazionale e di coesistenza pacifica con i proprio nemici reazionari, a partire dalla Turchia di Erdogan. Si è così affermato un processo di liberalizzazione, per diversi aspetti assimilabile in parte alla Perestroika, in parte alla politica seguita negli ultimi anni dalla Cina.

Ciò ha rafforzato l’appoggio al governo della componente progressista della borghesia, sempre più affermatasi come classe dominante, e del ceto medio riflessivo, ma ha ulteriormente indebolito la capacità di egemonia sulle masse popolari, sempre meno coinvolte nella politica attiva e sempre più indebolite dal punto di vista sociale. Tale situazione esplosiva non poteva che deflagrare con le Primavere arabe che – pur originate da un grandioso movimento popolare sorto contro il bonapartismo regressivo dei governi egiziano e tunisino, per altro corrotti e filo imperialisti – rimanendo prive di una direzione consapevole, non sono state in grado di passare dalla ribellione alla rivoluzione. Anzi, esse sono state facilmente strumentalizzate in paesi come la Libia, la Siria e lo stesso Egitto, dalla principale opposizione organizzata, quella islamista, per altro potentemente sostenuta non solo dalle petromonarchie del Golfo, ma dalla Turchia e dalle potenze occidentali.

Indeboliti dalla perdita di egemonia, dovendo ricorrere nuovamente al monopolio della violenza legale, i governi libici e siriani hanno rapidamente perduto il controllo della situazione, anche per l’intervento diretto e indiretto delle potenze imperialiste, delle monarchie dispotiche del Golfo e della Turchia, in cui ha prevalso il cesarismo regressivo di Erdogan.

Se la Libia è stata rapidamente travolta, la Siria – grazie alle più sagge politiche di alleanze a livello internazionale, al sostegno delle minoranze religiose e a una maggiore capacità, per quanto residuale, di egemonia – è riuscita a resistere. L’intervento della Russia ha impedito l’aggressione imperialista, il sostegno dell’internazionale sciita, che ha svolto negli ultimi anni una funzione oggettivamente antimperialista, ha consentito, grazie anche alla copertura aerea russa, di contrattaccare le forze ribelli sempre più egemonizzate dalle componenti fondamentaliste e dall’internazionale terrorista sunnita.

Ciò ha reso sempre più difficile un intervento diretto nel conflitto dell’imperialismo occidentale, tanto che gli Stati Uniti, dinanzi alle difficoltà a gestire a livello internazionale le sempre più palesi connivenze con il terrorismo islamico, hanno finito con il ripiegare sull’appoggio agli indipendentisti curdi, anche perché i rapporti con l’Arabia saudita si erano guastati dopo l’accordo con l’Iran. Inoltre i rapporti con la Turchia erano divenuti tesi, per l’appoggio alla componente della classe dominante che, dopo la rottura con Erdogan, ha sempre più cercato sostegno nel mondo occidentale. L’alleanza con Ankara è definitivamente saltata con l’appoggio indiretto al fallito colpo di stato in Turchia e con l’appoggio agli indipendentisti curdi di sinistra in Siria, principale spina nel fianco della politica sciovinista di Erdogan.

Tale rovesciamento delle alleanze, prodotto dalla politica al solito estremamente spregiudicata e utilitarista degli Stati uniti, dominati dall’ideologia liberista che dà l’assoluta preminenza al profitto privato, non poteva che favorire il progressivo riavvicinamento fra la Turchia e la Russia, favorito dalle tendenze bonapartiste dei rispettivi governi.

Questi continui rovesciamenti delle alleanze – ancora più radicali dopo la vittoria elettorale dell’ultrareazionario Trump che, per distinguersi dalle politiche della precedente amministrazione, sembra disponibile a un riavvicinamento con la Russia e di conseguenza a una più netta presa di distanza dal fondamentalismo islamico – non possono che creare sconcerto in quelle componenti della sinistra schieratesi in modo poco critico con una delle forze in campo. Difficile sostenere infatti le tesi filo occidentali delle sinistre moderate, considerata la sostanziale connivenza dell’Occidente con il fondamentalismo islamico e, in primis, con i regimi dispotici del Golfo. Difficile sostenere la bandiera della Russia di Putin, quale campione della lotta all’imperialismo, dopo la sua alleanza con Erdogan e il possibile riavvicinamento con gli Usa di Trump. Altrettanto difficile appare la posizione di chi si è schierato incondizionatamente con i curdi, sempre più egemonizzati da posizioni nazionaliste, che li hanno portati ad accettare l’alleanza con l’imperialismo americano; per non parlare di chi si è schierato incondizionatamente con i ribelli siriani, egemonizzati dalle componenti reazionarie. Sempre più urgente appare, dunque, l’esigenza da parte della sinistra di rielaborare una propria autonoma visione del mondo, sulla cui base rilanciare una azione politica non più subalterna a forze politiche egemonizzate da altre classi sociali. 

Commenti   

#5 Francesco De Simone 2017-01-23 16:18
http://vocidallestero.it/2016/03/21/robert-kennedy-jr-spiega-la-causa-della-guerra-in-siria/
Citazione
#4 Francesco De Simone 2017-01-23 16:16
Caro Renato Caputo mica ce l'ho fatta a leggere tutta la tua immane tiella di aria fritta. Io mi affido al figlio e nipote di assassinati per farmi un'idea sulla Siria e su tante altre cosucce della CIA
Se vuoi ti invito a leggere
http://vocidallestero.it/2016/03/21/robert-kennedy-jr-spiega-la-causa-della-guerra-in-siria/
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#3 tonino 2017-01-22 23:13
Citazione Renato Caputo:
Sarebbe utile per un giudizio equilibrato leggere anche la seconda parte dell'articolo al seguente link: https://www.lacittafutura.it/esteri/la-posta-in-gioco-della-guerra-in-siria-parte-ii.html


L'articolo postato su sinistrainrete comprende anche la seconda puntata con i minimi necessari aggiustamenti
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#2 Renato Caputo 2017-01-22 20:06
Sarebbe utile per un giudizio equilibrato leggere anche la seconda parte dell'articolo al seguente link: https://www.lacittafutura.it/esteri/la-posta-in-gioco-della-guerra-in-siria-parte-ii.html
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#1 Fulvio Grimaldi 2017-01-22 16:39
Pippe di chi guarda e pontifica dalla finestra e non hai mai guardato in faccia un siriano in Siria. Mi dispiace, tanta scienza sprecata nell'iperuranio.
Di questo passo ci rivediamo nel day after.
Un po' di geopolitica, per favore. Come insegnano sia Marx sia Lenin.
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