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La lettera del Presidente, la questione del potere d’acquisto e l’euro

di Jacques Sapir

MacronSapirNella lettera con cui si è rivolto ai Francesi dopo le imponenti manifestazioni dei “Gilet Gialli” – espressione dell’esasperazione dei cittadini sempre più impoveriti – Emmanuel Macron non fa cenno alla questione cruciale: la perdita del potere d’acquisto da parte dei lavoratori. L’economista Jacques Sapir spiega ancora una volta il perché di questo silenzio: finché la Francia resta intrappolata nel sistema dell’euro, alzare il livello dei salari non è possibile, perché – nell’impossibilità di svalutare la moneta – questo comporterebbe una perdita di competitività dei prodotti sui mercati esteri peggiorando il deficit commerciale del Paese. E Macron vuole restare nell’euro a ogni costo. Sapir dimostra come una svalutazione della moneta avrebbe un importante effetto redistributivo a favore dei salari più bassi. Fino a quando l’Europa – la vera Europa, l’Europa dei cittadini – potrà tollerare le follie dell’Unione europea e la dittatura della moneta unica, un sistema totalmente asservito agli interessi dei più ricchi? 

* * * *

Il presidente della Repubblica ha inviato la sua “lettera ai francesi”. Un testo assai ampio, che copre molti argomenti. Eppure in questo documento, a volte inutilmente lungo, manca un argomento importante: la questione del potere d’acquisto. Questo problema non è affrontato in nessuno dei quattro punti, benché sia essenziale. Per essere più precisi, la questione è trattata, in maniera estremamente parziale, solo nell’ottica di una possibile riduzione delle tasse. Si tratta di un punto di vista molto angusto. Tuttavia, nella “lettera” c’è un’ammissione: “…perché i salari sono troppo bassi perché tutti possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro…”. Questa, in effetti, è una delle cause della rabbia che è stata espressa per due mesi dal movimento dei Gilet Gialli, accanto a rivendicazioni riguardanti la democrazia.

Si noterà, tuttavia, che [il Presidente] non usa mai il termine”potere d’acquisto”. È quindi necessario rinfrescare la memoria a Emmanuel Macron e anche capire quali sono le ragioni per cui non è più preciso e più esplicito su quella che è una delle principali rivendicazioni dei Gilet Gialli.

 

L’aumento del salario minimo orario

La questione di un aumento del salario minimo orario (Smic) è centrale in tutte le affermazioni dei Gilet Gialli. Il Presidente ritiene, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [1]. Invece non è così, anche se il reddito aggiuntivo (perché di questo si tratta) di circa 90 euro sarà il benvenuto in molte case. Ma c’è un blocco da parte del potere per quanto riguarda la questione dello Smic. Questo blocco del resto non è specifico del potere. Il Rassemblement National, ex FN, rifiuta il salario minimo, preferendo un complesso sistema di esenzioni dagli oneri sociali [2] . Quanto a Nicolas Dupont-Aignan, lega un possibile aumento del salario minimo a una diminuzione dei contributi dovuti da parte dei datori di lavoro (quelli che sono chiamati, in modo non corretto, “carichi”)[3] . Jean-Luc Mélenchon, da parte sua, propone un forte aumento del salario minimo, ma sembra poco preoccupato dall’impatto sulla competitività dell’economia francese di questa misura. È quindi necessario fare il punto su questo problema, che Emmanuel Macron ha voluto escludere dal “dibattito nazionale”.

Dalla “svolta” del 1982-1983, il salario minimo orario, che è uno dei principali strumenti di garanzia per i salari bassi, non è aumentato allo stesso passo della produttività. Vale la pena ricordare un principio: se i salari aumentano allo stesso ritmo della produttività, la spartizione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività aumenta più velocemente rispetto ai salari, la quota dei profitti aumenta, a scapito dei salari. Oggi il divario tra l’evoluzione dello Smic e quella degli aumenti di produttività è notevole. Ci vorrebbe un recupero intorno al 20%. Questo significherebbe un aumento di circa 240 euro al mese per lo Smic, ben al di più e oltre il meccanismo messo a punto dal governo per aumentare di 100 euro il reddito di alcuni degli “smicards” [lavoratori con salario orario pari a quello minimo, ndT].

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Grafico 1 – Confronto tra l’evoluzione generale della produttività e quella del salario minimo orario (Smic) a prezzi costanti. Linea blu: produttività, indice 100=1980 Linea rossa: salario minimo orario reale, indice 100=1980. Fonte: dati INSEE.

Qualcuno obietterà che un aumento del 20% dello Smic avrebbe gravi conseguenze sulla competitività dell’economia francese. Questo è l’argomento sostenuto dal governo, ma anche da Marine Le Pen e da Nicolas Dupont-Aignan. Non è un’affermazione falsa. Nella misura in cui non siamo più padroni della nostra moneta, a causa dell’euro, qualsiasi aumento dei salari, che verrebbe in parte trasferito sui prezzi, porterebbe ad aggravare il nostro deficit commerciale che è un indicatore molto più importante e molto più reale del deficit e del debito pubblico.

Tuttavia, l’impatto dell’aumento dei salari sui prezzi non sarà pari all’entità di questo aumento. Gli stipendi rappresentano in media un terzo del prezzo. Se ipotizziamo un aumento del 20% del salario minimo, necessario per riportare giustizia nel campo del lavoro, allora l’aumento conseguente sui prezzi all’esportazione sarebbe di circa il 6%, che – effettivamente – è tale da poter provocare, su mercati molto competitivi, un calo delle nostre esportazioni E [maiuscolo nel testo] un aumento delle nostre importazioni. Ma bisogna fare il ragionamento opposto: che cosa accadde quando, nel maggio 1968, il governo aumentò il salario minimo del 35%? La Francia svalutò subito dopo, e negli anni successivi conobbe una forte crescita.

 

Il blocco dovuto all’euro

Bisogna dunque capire che, su questo argomento, il blocco principale viene dall’euro. E possiamo dimostrarlo guardando a ciò che accadrebbe se la Francia non fosse nell’euro.

Qualsiasi deprezzamento della valuta provoca un aumento del prezzo dei prodotti importati e fa calare il prezzo delle nostre esportazioni. Ma qual è la parte dei nostri consumi che viene importata? In media è circa il 48%, ma può toccare il 60% per le famiglie più ricche, mentre scende al 40% per i più poveri. Comprendiamo quindi l’attaccamento alla stabilità del cambio da parte dei più ricchi (perché hanno il massimo da guadagnare) e la relativa indifferenza dei più poveri. Ma che cosa accadrebbe con un aumento del 20% del salario minimo, accompagnato da una svalutazione del 20%?

Una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento del 20% sui prezzi dei prodotti importati, con un aumento complessivo dei prezzi in media del 9,6%. Possiamo vedere che il reale aumento del salario sarebbe quindi del 20% -9,6% = 10,4%. L’inflazione indotta dalla svalutazione sarebbe quindi pari a meno della metà dell’aumento dei salari. In effetti, il potere d’acquisto delle famiglie più povere sarebbe meno intaccato, perché consumano meno beni importati rispetto ai ricchi. L’aumento del potere d’acquisto sarebbe del 12% (20% -8%) per i più poveri e dell’8% (20% -12%) per i più ricchi, a condizione che tutti gli stipendi aumentino tanto quanto il salario minimo. Poiché questa ipotesi è irragionevole (per molte ragioni), maggiore è il livello del reddito familiare, minore è il vantaggio. Al limite, per i redditi che non sono per nulla influenzati dall’aumento del salario minimo, vi sarebbe una perdita di potere d’acquisto. La svalutazione della valuta avrebbe quindi un significativo effetto redistributivo sui redditi.

Per quanto riguarda i prezzi all’esportazione, subirebbe un aumento che può essere calcolato (con approssimazione) come equivalente all’aumento dei prezzi indotto dall’aumento di salario minimo PIU’ l’aumento indotto dall’inflazione sui salari bassi MENO l’ammontare della svalutazione della moneta, ossia:

6% + 8% – 20% = -6%

Vediamo che, in questo scenario, i prodotti francesi, nonostante l’inflazione e l’aumento dei salari, migliorerebbero la loro competitività sui mercati di esportazione, ma anche sul mercato interno. Aggiungiamo che l’aumento dei prezzi, indotto dall’aumento dei salari e dalla svalutazione della moneta, non è immediato, ma diffuso nell’economia, con un ritardo che può arrivare per alcuni settori ai sei mesi e per altri a 18 mesi. L’aumento delle esportazioni o i guadagni sul mercato interno compenserebbero in parte il calo dei profitti dovuto all’aumento del salario minimo. L’aumento del volume di produzione generato dai proventi delle esportazioni e dai guadagni sul mercato interno porterebbe a maggiori investimenti. Il PIL del Paese vedrebbe aumentare il suo tasso di crescita sia per l’aumento della produzione sia per i maggiori investimenti.

È questo il meccanismo che viene respinto da Emmanuel Macron, perché implica, bisogna dirlo, che la Francia esca dall’euro. È per questo motivo, per l’attaccamento fanatico all’euro, che il Presidente evoca così poco, e in maniera solo indiretta, la questione del salario minimo e quella del potere d’acquisto. A contrario, questo significa che la questione del potere d’acquisto per le “classi popolari” può essere seriamente affrontata solo ponendo la questione dell’uscita della Francia dall’euro.

 

L’impatto sui nostri partner

Cosa succederebbe dal punto di vista dei nostri partner? È chiaro che se la Francia decidesse di lasciare l’euro, alcuni paesi non avrebbero altra scelta che seguirci. È il caso dell’Italia e della Spagna, ma probabilmente anche del Portogallo e del Belgio. Viceversa, i paesi del “Nord”, come la Germania e i Paesi Bassi, resterebbero nell’euro o lo ribattezzerebbero “marco”. Ma senza i “paesi del Sud”, questo marco (o l’euro residuo) verrebbe improvvisamente rivalutato. Il divario nei tassi di cambio con paesi come la Germania e i Paesi Bassi non sarebbe del 20%, ma del 35%. D’altra parte, il divario con la zona del dollaro sarebbe inferiore.

Questo è stato calcolato dal Fondo monetario internazionale [4] .

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Tabella 1 – Entità delle rivalutazioni /svalutazioni dei tassi di cambio in caso di scioglimento della zona euro. Fonte: Diffusione dei tassi di cambio reali nell’External Sector Report del FMI 2017 e consultazioni di esperti su questioni valutarie effettuate all’inizio di agosto 2017.

Si noti che, nel caso di un’uscita di tutti i paesi del Sud, i tassi di cambio di Spagna, Francia e Italia sarebbero svalutati allo stesso modo. Ciò implica che la quota delle importazioni il cui prezzo aumenterebbe a causa della svalutazione del franco potrebbe essere più bassa. Per questo, la quota dei consumi interessati dall’inflazione a seguito della svalutazione del tasso di cambio potrebbe essere solo del 36-38% in media, con una distribuzione ancora più favorevole per le famiglie a basso reddito. L’effetto redistributivo della svalutazione potrebbe quindi essere più potente di quanto indicato.

In termini generali, un’uscita dall’euro consentirebbe ai paesi dell’Europa meridionale di guadagnare sul surplus commerciale tedesco attuale, che rappresenta circa l’8% del PIL della Germania. La distribuzione di tre quarti di questa eccedenza nei paesi dell’Europa meridionale (ovvero 150 miliardi di euro oggi) potrebbe comportare una crescita del PIL del 2% per la Francia al di sopra dell’attuale crescita (ovvero 1,2% + 2,0% = 3,2%). Con il calo della disoccupazione legato a un aumento dell’1,4% -1,5% del PIL, i guadagni in termini di posti di lavoro sarebbero importanti. I calcoli sono stati effettuati altrove e mostrano su un totale di 4,5 milioni di disoccupati “reali”, una diminuzione della disoccupazione da 1,5 milioni a 2,5 milioni in un periodo tra 3 a 5 anni. Va notato che questa forte diminuzione della disoccupazione avvantaggerebbe il sistema dal punto di vista dei sussidi di disoccupazione. Le erogazioni potrebbero essere ridotte. Lo stesso ragionamento vale per i fondi pensione e le casse malattia. Sia i contributi del datore di lavoro che i contributi dei dipendenti sono molto sensibili al fenomeno della disoccupazione. Si potrebbe quindi considerare una riduzione di questi contributi, aumentando così il potere d’acquisto dello stesso importo, oppure, lasciando inalterato il livello dei contributi, potrebbero essere migliorate le condizioni. Se invece questa riduzione fosse applicata nella situazione attuale, porterebbe a un peggioramento del deficit di questi fondi e implicherebbe, quindi, un taglio drastico ai benefici. Tale prospettiva interesserebbe principalmente i più vulnerabili. Inoltre, un calo programmato dei benefici porterebbe coloro che possono aumentare i loro risparmi, causando un ulteriore calo della crescita a causa del calo dei consumi.

Riprendiamo quindi i termini del dibattito. Un aumento del salario minimo insieme all’uscita dall’euro e alla svalutazione del tasso di cambio avrebbero un forte effetto redistributivo sui guadagni, restituendo potere d’acquisto ai redditi più modesti. Non era una delle principali richieste dei Gilet Gialli? D’altra parte, è anche chiaro che dovranno essere messe sul tavolo altre questioni, come l’indicizzazione dell’inflazione di TUTTE le pensioni, almeno fino a un importo di 2.000 euro. Ma si capisce perché, non appena si abbandona la prospettiva di lasciare l’euro e di un recupero da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un salario minimo orario più alto e ai suoi effetti sull’economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l’euro in nessuna circostanza, non parla del salario minimo orario né del potere d’acquisto nella sua lettera.


Note
[1] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-pourquoi-l-augmentation-du-smic-promise-par-macron-n-en-sera-pas-vraiment -une_3094307.html
[2] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-invitee-de-rtl-from- December 19-7795973392
[3] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-aignan-annonce-qu-il-presentera-une-proposition-de
[4] Vedi http://www.imf.org/en/Publications/Policy-Papers/Issues/2017/07/27/2017-external-sector-report e http://www.imf.org/en/Publications/Policy-Papers/Issues/2016/12/31/2016-External-Sector-Report-PP5057.
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Comments   

#2 mario fadda 2019-01-31 10:01
Quanta approssimazione in interventi come quello di jacques sapir su sinistrainrete
Sempre su questo tasto “lasciamo l’euro”
Mi sembra di sentire Salvini e dimaio
Come se tornare microbo in un mondo di leviatani possa servire, se non agli squaletti di provincia che, mordicchiando qua e là, si garantiscono zuppa ricca, mentre tutti gli altri affogano.
Usciamo dall’euro, così ci ritroviamo alla mercè dello speculatore di turno, che magari dopo vent’anni se la dà da grande mecenate. Come nei due o tre anni di inflazione folle – primi anni ’70 - che ci convinse a entrare nel serpente monetario (e guardate come si impegna nel sociale/cuturale il personaggio che allora guidò lo stormo degli avvoltoi!).
Il problema è ben altro.
Brexit fa capire quanto i britannici (gli inglesi, veramente, perché scozzesi e nordirlandesi mi pare si dissocino un po') siano fuori della storia, affogando nel loro miope egoismo: vivono ancora dei fantasmi di un impero che non c’è più, supponendo che un paese di coloni nel nuovo mondo, da loro emigrati per povertà, poi arricchiti e divenuti potenza mondiale, vogliano garantirli.
Non so prevedere se tra qualche decennio il mondo si strangolerà con india e russia alleate per strozzare la cina, che cercherà sponde in america, magari attraverso il giappone: tra qualche decennio, in verità, si potrebbe assistere all’avverarsi delle previsioni catastrofiche sull’ambiente (mercalli e ambientlisti ci avvisano quasi ogni giorno) e quindi la forza degli eventi potrebbe sopraffare ogni altro interesse.
Non si tratta di mantenere un’europa unita per spirito di competizione e potenza, ma per avviare una evoluzione verso la realizzazione di quella che fu un’intuizione pacifista e che avviò la realizzazione di un confronto mondiale (società delle nazioni, ormai un secolo or sono!), ma di sapere che il futuro non potrà che essere rifondato non sul fai da te nazionalistico, ma sul superamento della logica di blocco, bellica ed economica, come soluzione dei problemi, pur mantenendo la cultura della diversità.
Quote
#1 mario fadda 2019-01-31 10:01
Quanta approssimazione in interventi come quello di jacques sapir su sinistrainrete
Sempre su questo tasto “lasciamo l’euro”
Mi sembra di sentire Salvini e dimaio
Come se tornare microbo in un mondo di leviatani possa servire, se non agli squaletti di provincia che, mordicchiando qua e là, si garantiscono zuppa ricca, mentre tutti gli altri affogano.
Usciamo dall’euro, così ci ritroviamo alla mercè dello speculatore di turno, che magari dopo vent’anni se la dà da grande mecenate. Come nei due o tre anni di inflazione folle – primi anni ’70 - che ci convinse a entrare nel serpente monetario (e guardate come si impegna nel sociale/cuturale il personaggio che allora guidò lo stormo degli avvoltoi!).
Il problema è ben altro.
Brexit fa capire quanto i britannici (gli inglesi, veramente, perché scozzesi e nordirlandesi mi pare si dissocino un po') siano fuori della storia, affogando nel loro miope egoismo: vivono ancora dei fantasmi di un impero che non c’è più, supponendo che un paese di coloni nel nuovo mondo, da loro emigrati per povertà, poi arricchiti e divenuti potenza mondiale, vogliano garantirli.
Non so prevedere se tra qualche decennio il mondo si strangolerà con india e russia alleate per strozzare la cina, che cercherà sponde in america, magari attraverso il giappone: tra qualche decennio, in verità, si potrebbe assistere all’avverarsi delle previsioni catastrofiche sull’ambiente (mercalli e ambientlisti ci avvisano quasi ogni giorno) e quindi la forza degli eventi potrebbe sopraffare ogni altro interesse.
Non si tratta di mantenere un’europa unita per spirito di competizione e potenza, ma per avviare una evoluzione verso la realizzazione di quella che fu un’intuizione pacifista e che avviò la realizzazione di un confronto mondiale (società delle nazioni, ormai un secolo or sono!), ma di sapere che il futuro non potrà che essere rifondato non sul fai da te nazionalistico, ma sul superamento della logica di blocco, bellica ed economica, come soluzione dei problemi, pur mantenendo la cultura della diversità.
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