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Post-strutturalismo e politica

Recensione di Gabriele Vissio

D’Alessandro Ruggero, Giacomantonio Francesco, Post-strutturalismo e politica. Foucault, Deleuze, Derrida, Perugia, Morlacchi Editore University Press, 2015, pp. 113, euro 14, ISBN: 9788860746986

F 0 1Il volume di D’Alessandro e Giacomantonio presenta una sintesi del pensiero dei tre grandi classici della stagione post-strutturalista francese – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida – alla luce dei rapporti che essi intrattengono con la questione politica. Diciamo la “questione politica” perché l’intento del volume non è tanto quello di esporre la filosofia politica di Foucault, Deleuze e Derrida – posto che si possa parlare, per ciascuno di questi autori, di una filosofia politica in senso classico – quanto quello di rintracciare all’interno del loro pensiero il “segno” della politica.

In effetti, l’ambizione ultima del saggio, è quella di tratteggiare alcune linee guida che servano alla comprensione del complesso e ambiguo rapporto che intercorre tra la corrente post-strutturalista, ben più ampia del terzetto di autori presi in considerazione, e la dimensione politica.

Che vi sia un rapporto tra il post-strutturalismo e la politica è cosa assodata, tanto dalla letteratura critica quanto dall’effettiva biografia dei protagonisti di quella stagione. Per limitarsi alle scelte di D’Alessandro e Giacomantonio basti pensare al coinvolgimento di Foucault nelle battaglie di quegli anni – dal periodo tunisino alla direzione del dipartimento di filosofia dell’Università “sperimentale” di Vincennes dopo gli eventi del ’68, dalla fondazione del «GIP – Groupe d'Information sur les Prisons» (a cui collaborerà anche lo stesso Deleuze), alla partecipazione al vivace dibattito intorno alla riforma della cosiddetta «loi de la pudeur». Si pensi anche a Deleuze e all’importanza filosofica e biografica che ebbero per lui vicende come quelle della resistenza – cui prese parte il fratello Georges, perdendovi la vita – o eventi come il Maggio ’68, quel “joli mai” senza il quale non sarebbe stata nemmeno pensabile un’opera come “L’Anti-Edipo”: infatti, non solo, come rilevano D’Alessandro e Giacomantonio, «i concetti che ne sono alla base respirano quell’air du temps» e «il Maggio è assolutamente leggibile in termini di rivoluzione del desiderio» (p. 52), ma neppure sarebbe potuta nascere la coppia Deleuze-Guattari, visto che è proprio a seguito di quell’«avvenimento allo stato puro» che inizia la collaborazione tra i due. D’altro canto, per quanto più distante dagli eventi del Maggio ’68, anche la vita di Jacques Derrida non è certo stata priva di coinvolgimenti in battaglie politiche: anch’egli coinvolto nella petizione contro la controversa «loi de la pudeur», è altresì implicato in prima linea nella lotta alla «loi Hady» sull’insegnamento della filosofia e non manca di sfruttare il proprio indiscusso prestigio internazionale per sostenere cause come quelle del gruppo Charta 77 in Cecoslovacchia o di Nelson Mandela in Sudafrica. La politica è insomma presente, nella biografia di questi autori, accanto all’impegno filosofico, spesso in forme e in modalità che confondono i piani e sfumano la distinzione tra i due momenti. Non si tratta tanto e solo di pensiero politico o di riflessione sulla politica, ma piuttosto di un innesco politico del pensare: nel post-strutturalismo si fa filosofia per ragioni eminentemente politiche, per quanto l’oggetto del filosofare possa essere teoreticamente astratto e involuto. La politica è infatti qualcosa di costitutivamente legato all’emergere di queste e di altre filosofie post-strutturaliste che, pur collocandosi in campi d’indagine apparentemente “astratti” (come l’estetica, il linguaggio, i segni, l’analisi della cultura), hanno inteso la propria presenza in questi territori come una scelta politica di campo. Nell’opera di Foucault, per esempio, la stessa scelta dei temi d’interesse rappresenta la dichiarazione consapevole di un certo impegno politico. Basti pensare a ciò che Foucault dice nelle interviste a Jean François e John De Wit del 22 maggio 1981 e, soprattutto, a André Berten il 7 maggio di quell’anno: «Si tratta dunque, attraverso questa analisi storica, di rendere le cose più fragili, o piuttosto di mostrare perché, e come, le cose abbiano potuto costituirsi in questo modo, ma mostrando al contempo che esse si sono costituite attraverso una storia precisa […]. Il nostro rapporto con la follia è un rapporto storicamente costituito. E dal momento che è storicamente costituito, può essere politicamente distrutto» (intervista ora contenuta in M. Foucault, “Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia. Corso di Lovanio (1981)”, Einaudi, Torino 2013, pp. 235). La scelta degli oggetti di indagine (la follia, le scienze umane, la prigione, la sessualità) interseca le diverse lotte politiche in cui Foucault si impegna, in una coerenza che – ammette lo stesso Foucualt – non è teorica ma strategica: «La repressione della sessualità è interessante solo nella misura in cui, da una parte, fa soffrire un certo numero di persone, ancora oggi; e dall’altra perché ha assunto forme sempre diverse, pur essendo sempre esistita» (M. Foucault, Intervista di André Berten, in “Mal fare, dir vero”, op. cit., p. 239). È nell’ottica di una strategia esplicitamente politica che vengono determinati gli oggetti di interesse del progetto foucaultiano: è perché, in definitiva, ci sono ancora persone che soffrono per il manicomio, per la prigione e per la sessualità, persone che sono escluse dal discorso di verità su ciò che è «umano», che questi temi vengono rivestiti di un qualche interesse. Non è la speculazione a determinare l’oggetto di interesse storico e filosofico, ma lo spessore politico della contemporaneità. Lo stesso si potrebbe dire sull’origine del progetto filosofico di Deleuze-Guattari: «Per Deleuze, il passaggio alla politica», scrive D’Alessandro, «è segnato dalle settimane del Quartier Latin, con la loro forza di rottura» (p. 52), al punto da contribuire a determinare persino la nozione deleuziana di filosofo e di lavoro filosofico. «Se il filosofo è colui che lavora con i concetti, questi hanno sempre un contenuto politico, in quanto mai astratti dalla società», continua D’Alessandro, perché «i concetti sono mutevoli e nomadi, pronti a costituire armi per combattere il Potere (con la P maiuscola impressa a fuoco da Foucault), ovunque esso si annidi» (p. 52). Forse si potrebbe andare oltre la lettura dello stesso D’Alessandro, ricordando come il pensiero, nell’accezione deleuziana, sia sempre una lotta – un pólemos – un combattimento-contro qualcosa e qualcuno, in primo luogo contro se stessi. Ma questo pensare come combattere contro l’ovvio è anche un esplorare nuove possibilità, identità radicalmente alternative, generare concetti nuovi e inediti: «Pensare suscita l’indifferenza generale. E tuttavia non è sbagliato dire che è un esercizio pericoloso […]. Non si pensa senza diventare altro, qualcosa che non pensa, una bestia, un vegetale, una molecola, una particella, che ritornano sul pensiero e lo rilanciano» (cfr. G. Deleuze, F. Guattari, “Che cos’è la filosofia?”, Einaudi, Torino 1996, p. 32). Un’idea che in realtà parte da lontano, che si riconnette a un certo modo di intendere lo stile de Les Lumières come espressione della funzione emancipatrice del pensiero, dove l’emancipazione è in primo luogo una lotta condotta contro le convinzioni irriflesse, contro il pregiudizievole autocompiacimento nel «già noto» e nel tradizionale. Lo stesso intento, in fondo, che anima l’impresa teorico-politica della decostruzione derridiana come impresa illuministica. Un illuminismo che il filosofo non ha mai cessato di difendere e rivendicare, soprattutto davanti a quei critici, come Habermas, che vedevano nel suo progetto decostruttivo, un oscurantismo segnato da una visione estetizzante e vuota della verità. Al contrario, Derrida ha sempre opposto un netto rifiuto ai tentativi di identificare la sua prospettiva con una propaggine del postmodernismo o di visioni “deboliste”, difendendo sempre la genuina vocazione illuminista della decostruzione. Come ricorda Giacomantonio, per Derrida «sono i filosofi e i teorici della comunicazione, del dialogo, del consenso, dell’univocità o della trasparenza, a dispensarsi dalla volontà di ascoltare e comprendere l’altro e a fare opera di oscurantismo, mentre la decostruzione è da lui [Derrida] intesa come una nuova forma di Illuminismo» (p. 81). Ed è un Illuminismo conscio del proprio ruolo politico, quello che anima gli intenti della decostruzione: nel suo assumere come ogni forma di comunicazione, anche la meno sospetta, tracci da se stessa un segno non detto, un ineliminabile rimosso, che ne costituisce la condizione stessa di possibilità, la decostruzione si presenta come pratica emancipatrice che, in un certo senso riprende e radicalizza, la portata politica di quel «sapere aude» che animò il miglior Illuminismo europeo. È a questa pratica di emancipazione che è necessario guardare per realizzare quella «democrazia a venire», fatta di «un’alterità senza differenza gerarchica», di cui parla Derrida nei suoi scritti più esplicitamente politici (cfr. J. Derrida, “Politiche dell’amicizia”, Raffaello Cortina, Milano 1995; J. Derrida, “Oggi l’Europa”, Garzanti, Milano 1991).

Il volume si presenta, in definitiva, come una presentazione dei principali snodi del rapporto di Foucault, Deleuze e Derrida con la dimensione dell’agire politico e del legame che in questi autori salda in un’unica analisi il livello delle istituzioni politiche e quello della costruzione dell’identità sociale e della soggettività. Il libro, da questo punto di vista, mantiene fede ai propri propositi e non si configura né come una storia globale del movimento post-strutturalista, né come un saggio di esegesi storico-critica degli autori in oggetto ma piuttosto «un come punto di partenza per ordinare concetti e riflessioni» (p. 9). Da questo punto di vista la lettura dell’opera – anche in virtù della scrittura chiara e allo stile piano degli autori – può essere utile al lettore che accosti per la prima volta queste tematiche o che non abbia un’eccessiva dimestichezza con gli autori trattati, come punto di partenza per ulteriori letture e ricerche. D’Alessandro e Giacomantonio, d’altronde, riconoscono onestamente lo stadio iniziale della ricerca di cui qui tracciano un primo quadro – più che altro una ricognizione di campo – connotata più dall’intento di aprire nuove piste di indagine e cantieri di lavoro che dalla volontà di circoscrivere e determinare con precisione una proposta interpretativa definitiva.

Sarebbe tuttavia interessante cercare di intravedere sin d’ora quali potrebbero essere le «linee di fuga» di una ricerca su post-strutturalismo e politica. Per quanto le strade da battere siano molte e non manchino le implicazioni con le vicende del presente, l’indicazione da seguire potrebbe essere quella data recentemente da François Cusset (URL: http://philosophykitchen.com/2015/05/actualite-de-la-french-theory/): «sulle rovine di questo sogno della French Theory, questo sogno di una performatività politica ed esistenziale della teoria, essa [la French Theory] ci può ancora servire a qualcosa? Può ancora chiarire lotte, armare resistenze, dotare di strumenti operativi i dominati che noi tutti siamo?». In altre parole: gli strumenti elaborati dalla filosofia post-strutturalista o, se si vuole, dai protagonisti della così detta «French Theory», può ancora servire alle nostre lotte presenti? Questa domanda credo ne sottenda però un’altra, forse più radicale: quali sono queste lotte in cui dovremmo impegnare il nostro pensiero? Quali sono i saperi, le pratiche, i concetti e le scritture che occorre oggi impiegare per rendere visibili e quindi trasformabili i nessi politici più rilevanti del tempo presente? È la stessa domanda che, secondo Foucault, è nata nel momento in cui Kant si è domandato «Was ist Aufklärung?» e che, secondo l’archeologo dei saperi, è traducibile in «Che cos’è la nostra attualità? Che cosa accade attorno a noi? Che cos’è il nostro presente?». È una domanda sul senso stesso del filosofare: «Io penso che la filosofia, tra le diverse funzioni che può e che deve avere, abbia anche quella di interrogarsi su ciò che noi siamo nel nostro presente e nella nostra attualità» (M. Foucualt, Intervista di André Berten, in “Mal fare dir vero”, op. cit., p. 228). Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario adottare una prospettiva più ampia di quella offerta dal volumetto di D’Alessandro e Giacomantonio, individuando i contorni di una definizione storiograficamente fondata e teoreticamente convincente di cosa si debba intendere con termini quali «post-strutturalismo» o «French Theory». Bisognerebbe inoltre descrivere la trasformazione della lotta politica avvenuta tra la generazione di quel tempo e quella contemporanea, riannodare le continuità di un processo e riconoscere come tali le fratture e le discontinuità intercorse. Sarebbe insomma necessario comprendere se le proposte dei diversi autori che una letteratura filosofica odierna riconosce come appartenenti a uno specifico “stile” siano realmente accomunabili da alcuni tratti comuni e da alcune tesi di fondo capaci di costruire una griglia ermeneutica coerentemente articolata, in grado di fornire uno strumento di analisi convincente del presente. È uno sforzo che si è effettivamente iniziato a fare da tempo – basti pensare che risalgono già al 1991/1992 i due volumi di François Dosse sulla “Histoire du structuralisme” – ma che non appare per nulla concluso, e che comporta l’impegno dell’attuale generazione di studiosi a fare i conti con un passato recente complesso e problematico da gestire nel suo essere in parte legato a un mondo che, di fatto, non esiste più.


Bibliografia
– G. Deleuze, F. Guattari, “Che cos’è la filosofia?”, Einaudi, Torino 1996
– J. Derrida, “Politiche dell’amicizia”, Raffaello Cortina, Milano 1995
– J. Derrida, “Oggi l’Europa”, Garzanti, Milano 1991
– F. Dosse, Histoire du Structuralisme Tome I : le champ du signe, 1945-1966, Paris, La découverte, 1991
– F. Dosse, Histoire du Structuralisme Tome II : le chant du cygne, 1967 à nos jours, Paris, La découverte, 1992
– M. Foucault, “Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia. Corso di Lovanio (1981)”, Einaudi, Torino 2013
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