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Questioni di confine: l'umano e la macchina, il postumanesimo e il conflitto sociale

Adriana Perrotta Rabissi e Franco Romanò

Questo articolo è composto da due parti, la prima che riguarda il tema del confine tra umano e macchina, di Adriana Perrotta Rabissi, la seconda che riguarda postumanesimo e conflitto sociale di Franco Romanò

schermata 2016 11 15 alle 18.25.46I parte

Nei tre saggi che compongono il Manifesto Cyborg  Donna Haraway indaga il rapporto tra scienza tecnologia e identità di genere. In contrasto con le posizioni essenzialiste di parte del femminismo adotta la metafora del Cyborg come figura in grado di sovvertire l’ordine del discorso patriarcale e mettere  in crisi l’epistemologia maschile.

In the three essays composing the Cyborg Manifesto Donna Haraway investigates the relationship between science technology and gender identity. In opposition to the essentialist positions taken by part of the feminist movement,she takes cyborg metaphor as a figure able to subvert the order of speech and consequently putting in crisis male epistemology.

* * * *

Preferisco essere cyborg che dea (Donna Haraway)

di Adriana Perrotta Rabissi

Negli anni Novanta del secolo scorso Donna Haraway, filosofa e biologa statunitense, che si dichiara socialista e femminista, si è interrogata sul rapporto scienza, tecnologie e identità di genere e ha scritto tre saggi pubblicati in italiano nel libro, Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Introduzione di Rosi Braidotti, Feltrinelli, Milano, 1995.1

Si tratta di un testo importante, ma in Italia purtroppo ha avuto circolazione e diffusione minori che altrove, forse proprio per l’ambivalenza nei confronti dei temi affrontati, e anche perché contrastava le posizioni essenzialiste elaborate dal femminismo della differenza sessuale, egemone nei media italiani.

Haraway è fermamente contraria a ogni concezione essenzialistica della soggettività e a ogni rappresentazione bionaturalistica dei corpi, che vanno considerati nel loro intreccio di materia e pratiche culturali di significazione.

Le ricerche di Haraway costituiscono la base sulla quale si è sviluppato il pensiero del femminismo postumanista e  antispecista contemporaneo, inoltre si collocano all’origine di riflessioni che diventano oggi quanto mai attuali, soprattutto alla luce della recente convergenza tra pulsioni neoliberiste e pulsioni neofondametaliste, che pongono l’accento sulla dimensione sessuata del corpo, naturalizzando i parametri comportamentali stabiliti all’interno del discorso patriarcale.

Haraway scriveva trent’anni fa di possibilità che molt* di noi conoscevano solo nell’ambito della letteratura fantascientifica, mentre lei parlava dal paese più avanzato in scienza e tecnologia; nel frattempo si sono intensificate scoperte e invenzioni che in qualche modo ci hanno strett* tra sogni di onnipotenza e incubi, tra la speranza che le biotecnologie migliorino la vita delle persone, eliminando patologie, disabilità, contingenze che ci ostacolano nel quotidiano, aiutandoci per di più a ampliare le possibilità di azione dei nostri corpi concreti, e il timore di superare limiti etici e sociali e perdere in umanità e relazionalità tra le persone.

Del resto l’eccessiva insistenza sulla naturalità dei nostri corpi occidentali non tiene conto dello sviluppo delle tecnologie riabilitative e riparatrici adottate nell’ultimo secolo, dai by-pass, agli impianti dentali.

Oggi per esempio va incrementandosi l’uso di mezzi di trasporto senza guidatori, sia su gomme che su rotaie, presentati come una garanzia per le/gli utenti perché limiterebbero i rischi di incidenti provocati da errori umani, nessuna considerazione del fatto che gli errori si sono moltiplicati in ragione dello sfruttamento intensivo dei guidatori.

Oppure si inventano protesi sempre più sofisticate, quale il braccio messo a punto da un ingegnere giapponese che è controllato da impulsi elettrici prodotti dal corpo, il che porterà a risultati impensabili nel campo delle protesi, per non parlare dello stadio ormai avanzato di creazione di Intelligenza artificiale.

Nell’opinione pubblica queste innovazioni suscitano sentimenti contrastanti, sono percepite o come grandi successi in grado di migliorare la qualità della vita, o come violazioni di leggi naturali e quindi destinate a portare scompiglio e disordine.

Haraway affronta la questione invitando le donne a non rifiutare il confronto con le nuove tecnologie, che, scrive nel 1991, avranno un impatto sempre maggiore sulla loro vita.

Nel contrastare la tradizionale diffidenza del femminismo occidentale nei confronti di questi ambiti, mette in risalto il paradosso per cui accanto a possibilità di sviluppi positivi e di liberazione di energie, soprattutto nel campo della comunicazione, si profilano anche processi di intensificazione dello sfruttamento, in certe aree del mondo e in certe fasce di popolazione, in particolare di donne e di bambine/i.

La cifra che adotta nella sua riflessione è quella dell’ironia, talvolta feroce, ai limiti del sarcasmo e sovente del paradosso.

Inizia infatti con queste parole il saggio che apre il volume, intitolato Sogno ironico di un linguaggio comune per donne nel circuito integrato:

In questo saggio mi propongo di costruire un ironico mito politico fedele al femminismo, al socialismo e al materialismo. E forse più fedele ancora, come l'empietà e non come la venerazione o l'identificazione. Da sempre l'empietà richiede che prendiamo molto sul serio le cose. Perciò non conosco posizione migliore all’interno delle tradizioni religioso-secolari ed evangeliche della politica statunitense, non escluso il femminismo socialista. L'empietà ci protegge dal moralismo ufficiale che abbiamo introiettato, ma ribadisce che c'è bisogno di una comunità.

L'empietà non è apostasia. L'ironia investe contraddizioni che non sono riducibili a un tutto più vasto neanche dialetticamente, descrive la tensione che si produce tenendo insieme cose magari vere e necessarie ma incompatibili. L'ironia è umorismo e gioco serio. L’ironia è, inoltre, una strategia retorica e un metodo politico che il femminismo socialista dovrebbe valorizzare di più. Al centro della mia fede ironica, della mia empietà c’è l’immagine del cyborg.2

All’interno del femminismo italiano, come ho già detto, il suo discorso è stato osteggiato, è stata rifiutata la figura del cyborg intesa non come metafora della condizione umana ma come realtà tesa a nascondere in un’ennesima astrazione la concretezza dei corpi sessuati; si è inoltre osservato che il cyborg è figlio della scienza maschile che crea bombe intelligenti e gli altri strumenti di sterminio di massa impiegati in guerra.

Da parte di poche si è colta la critica implicita nel suo discorso ai rischi di nuove forme di dominio comportate dall’accelerazione del progresso tecnologico e l’esortazione a prepararsi a contrastarle utilizzando le tecnologie informatiche per cercare di sovvertire l’ordine del discorso patriarcale a partire dalla messa in crisi dell’epistemologia maschile.

Haraway analizza i campi del sapere nei quali è iniziata la ricerca e si è progressivamente affermata l'applicazione delle nuove tecnologie, che sono i due settori militare e medico, allora osserva:

Il cyborg salta il gradino dell’unità originaria [la simbiosi pre-edipica], dell’identificazione con la natura in senso occidentale: questa è la sua promessa illegittima che potrebbe portare al sovvertimento della sua teleologia da guerre stellari ... Superando la polarità di pubblico e privato,  il cyborg definisce una  polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos. Natura e cultura vengono ripensate; l’una non può più essere la risorsa che l’altra fa sua e incorpora …Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica, per quanto senza progetto edipico… Certo, il problema sta nel fatto che i cyborg sono figli illegittimi del militarismo e del capitalismo patriarcale, per non parlare del socialismo di stato. Ma i figli illegittimi sono spesso estremamente infedeli alle loro origini: i padri, in fondo, non sono essenziali.3

Il primo saggio si conclude con una sorta di programma-proclama:

Le immagini possono aiutarci a esprimere due tesi cruciali a questo saggio: primo, la produzione di teorie universali e totalizzanti è un grave errore che esclude gran parte della realtà, e questo forse sempre, ma certamente ora; in secondo luogo, assumersi la responsabilità delle relazioni sociali della scienza e della tecnologia significa rifiutare una metafisica antiscientifica, una demonologia della tecnologia, e di conseguenza significa accettare il difficile compito di ricostruire i confini della vita quotidiana, in parziale connessione ad altri, in comunicazione con tutte le nostre parti. Il punto non è solo che la scienza e la tecnologia offrono all'umanità il mezzo di ottenere grandi soddisfazioni e sono matrici di complesse dominazioni. Le immagini cyborg possono indicarci una via d'uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti. Questo è il sogno non di un linguaggio comune, ma di una potente eteroglossia infedele. E’ l'immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supersalvatori della nuova destra. Significa costruire e distruggere allo stesso tempo macchine, identità, categorie, relazioni, storie spaziali. Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea.4

Le nuove tecnologie applicate ai campi della produzione e della riproduzione hanno modificato insieme con gli scenari sociali e economici anche i termini e i modi di costruzione delle soggettività, oggi che sono saltati i confini e le definizioni a cui ci eravamo abituate/i,

l'insicurezza che assale, di fronte ai risvolti più immediati e quotidiani di queste trasformazioni possono indurre alla ricerca frettolosa di un nuovi ordini, fondati  su nuovi sogni universalistici e  totalizzanti, oppure sospingerci verso vecchie appartenenze, di cui si è persa di vista la storicità della costruzione, per elevarle a categorie ontologiche.

Haraway appartiene al filone di epistemologhe che tengono saldamente intrecciate nelle loro analisi e nelle loro  teorie corporeità e pensiero in alternativa a modello dicotomico dominante della modernità occidentale.

Il nodo teorico del suo discorso  consiste nel tentativo di dissolvere  vecchi confini istituiti dai saperi tradizionali, a cominciare dai dualismi mente/corpo, macchina/animale, idealismo/materialismo, infatti, osserva:

Nelle tradizioni della scienza e delle politiche occidentali, la tradizione del capitalismo razzista e fallocentrico, la tradizione del progresso, la tradizione dell'appropriazione della natura come risorsa della produzione di cultura, la tradizione della riproduzione di sé dallo specchio dell'altro, la relazione tra organismo e macchina è stata una guerra di confine. Le poste in gioco di questa guerra sono state i territori della produzione, riproduzione e immaginazione. Questo saggio vuole essere un argomento a sostegno del piacere  di confondere i confini e della nostra responsabilità nella loro costruzione.5

Così propone uno slittamento un po’ perverso di prospettiva secondo la quale, superando l'orrore di contaminazioni e ibridismi -di cui il cyborg è appunto l'immagine provocatoria- e al contempo vincendo il disagio per identità sempre parziali e punti di vista contraddittori, si possono stringere coalizioni basate sull'affinità non sull'identità, valorizzando al massimo la disordinata polifonia dell'oggi, per dar luogo a forme di lotta collettiva contro gli esiti politici e sociali dell’informatica del dominio a livello planetario.


Note
1 Donna J. Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Introduzione di Rosi Braidotti, Traduzione e cura di Liana Borghi, Feltrinelli, Milano¨ 1995
2 ibidem, pp. 39-40
3 ibidem, p. 42
4 ibidem, p. 84
5 ibidem, p. 41

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II parte

Partendo da alcune affermazioni di Papadopoulos e Braidotti, il saggio cerca di individuare in quale modo il pensiero post umanista possa contribuire a creare movimenti di resistenza.

Starting from some statements by Papadopoulos and Braidotti, the essay tries to focus on the the way how post human thought may contribute to the creation of resistence movements.

* * * *

Postumano e conflitto sociale

di Franco Romanò

Ho preso come nucleo paradigmatico di questa riflessione una citazione di Popadopoulos del 2010, contenuta nel capitolo dell'introduzione di Rosi Braidotti a la Camera blu intitolato Zoe è il principio guida.

L’impellente questione femminista è questa: come combinare il declino dell’antropocentrismo con i problemi della giustizia sociale? Come può il “post antropocentrismo insorgente” venire in soccorso della nostra specie? (Papadopoulos, 2010)

Con questo interrogativo l’autrice aggredisce un punto centrale di tutta la questione e cioè la difficoltà di far sorgere conflitti dalla mole di analisi e proposte prodotte, ma anche di saper creare un circuito virtuoso fra tali riflessioni e analisi e lotte che esistono già. La stessa Camera blu fornisce un esempio di questo.1 L’intervento di Laura Guidi si riferisce infatti all’esperienza ricchissima di lotte condotte nella Terra dei Fuochi, che vedono le donne in prima linea.2 Tale intervento sembra  un corpo estraneo rispetto a tutti gli altri o al massimo parallelo; eppure in quell’esperienza di lotte confluiscono tematiche ambientali, competenze diffuse e trasversali che si possono ricondurre al discorso intorno al general intellect e molto altro ancora. Diamo per scontato che l’informazione main stream di questo non si occupa, ma il problema ancor più grande è perché non riusciamo a forare il video, cioè a socializzare seppure fra segmenti allargati di movimenti, un’esperienza così importante.  È un nodo che abbiamo già individuato e che viene messo in luce anche dall’intervento di Marino Badiale dedicato a due libri recenti ( J.B. Schor, Nati per comprare, Apogeo 2005, e J. Balkan, Assalto all’infanzia, Feltrinelli 2012) di cui riporto di seguito l’inizio:

Ci siamo chiesti tempo fa "perché la gente non si ribella?", e abbiamo esaminato alcune possibili risposte. Avevamo detto che forse, per trovare risposte convincenti, occorre indagare temi di psicologia e antropologia. Qualche indizio (non una risposta compiuta, s’intende) mi sembra di averlo trovato in questi due libri, che descrivono, in modi diversi ma convergenti, come l’attuale sistema economico stia invadendo la sfera dell’infanzia per trasformare, ad un’età sempre minore, i bambini in consumatori compulsivi. Si tratta di un esempio perfetto di ciò che, assieme al compianto Massimo Bontempelli, avevamo chiamato “capitalismo assoluto”: il fenomeno per il quale la logica del profitto e dell’accumulazione capitalistica si estende a tutti gli ambiti della vita, anche a quelli che tradizionalmente ne erano immuni, o solo marginalmente sfiorati.3

Questo punto di vista allarga ulteriormente il campo dell’analisi e si tratta di un contributo prezioso che tuttavia rimanda alla difficoltà di connettere fra loro diverse esperienze di lotta che esistono già. Lo abbiamo constatato anche noi  a Parma dove abbiamo trovato una platea refrattaria a ogni proposta.4 Ultimamente poi, Latouche, sempre più irritante nella sua spocchia intellettuale e vacuità di propositi, si è inventato lo slogan Bisogna essere atei della crescita. Ora, essere atei di qualcosa significa né più né meno che essere subalterni all’agenda dei credenti in quel qualcosa, rimanendo interni a un falso movimento che non è altro se non un’inconcludente antinomia: è la deriva che subiscono i pensieri antidialettici, incapaci per questo di concepire qualsiasi prassi e la cui sola abilità consiste – come in un’infinita e sfinente partita a tennis -  nel gettare il proprio argomento nel campo avversario e attendere la replica dell’altro giocatore.

Provo a indicare alcune ipotesi possibili su questa difficoltà ad aprire conflitti, cercandola un po’ più in profondità rispetto alla constatazione di per sé evidente che ciascuna lotta è un vaso chiuso e non comunicante e che nella maggioranza dei casi non vede neppure che questo costituisce un problema.

La prima ipotesi riguarda il soggetto. Papadopoulos afferma come può post antropocentrismo insorgente venire in aiuto alla nostra specie? Difficile dare una risposta anche perché a mio avviso esiste una domanda precedente: Chi insorge? Qual è il soggetto che dovrebbe insorgere? Post antropocentrismo non è un soggetto, sia perché comprende altri viventi con i quali non siamo in grado di comunicare, sia perché, rimanendo nell’ambito dell’anthropos, si può parlare se mai di un pluralità di soggetti con contraddizioni non da poco al loro interno. Tuttavia, sempre Papadopoulos così inquadra il problema nel prosieguo della sua analisi:

La soggettività postumana femminista necessita di una nuova prassi politica. Tali cartografie ci consentono di sviluppare analisi politiche delle soggettività contemporanee basate sul principio del non-profitto e quindi su un’altra etica. Esse attualizzano le possibilità virtuali di un se esteso e relazionale, che funziona nel continuum natura-cultura ed  è tecnologicamente mediato, ma non estraneo al potere e catturato in molteplici rapporti di inclusione ed esclusione. Il femminismo neo-materialista si fonda sull’idea che la materia, compresa quella parte determinata della materia che è l’incarnazione umana, è intelligente e capace di autorganizzazione. Le femministe potrebbero riconsiderare questo modesto punto di partenza, riconoscendo che la vita non è solo nostra - essa è guidata da zoe e geocentrata. Eppure per noi, membri di questa specie, essa sarà sempre antropomorfa, vale a dire radicata e incorporata, incarnata, affettiva e relazionale. È solo accettando e vivendo con flessibilità la nostra struttura antropomorfa e i limiti e le possibilità che essa comporta, che possiamo diventare creativamente zoe-centrati, aprendo alle possibili attualizzazioni delle potenze virtuali. Possiamo ancora superare l’antropocentrismo divenendo corpi antropomorfi senza organi.

In questo passaggio vengono delineati due temi che ci stanno a cuore: strategie di non profitto e cura sono assai contigui, così come il riconoscimento che spetta comunque all’anthropos, seppure diversamente definito, di farsi carico dei problemi che l’era antropocene ha creato. L’accenno finale a un corpo antropomorfo senza organi è un ossimoro che ci ricorda la tensione del paradosso e che mi spinge e ulteriori riflessioni. Mi sembra che un passo avanti significativo, a proposito del soggetto, si trovi in Braidotti, quando afferma che occorre lavorare:

sulle fratture interne a ciascuna posizione del soggetto. Le conseguenze sono di vasta portata, in quanto la morte dell'Uomo ha aperto la strada anche per la decostruzione della Donna: entrambe le categorie vengono messe in discussione alla luce della loro implicita complessità… Il progetto di sviluppare un nuovo tipo di identità nomade post nazionalista europea comporta una disidentificazione dalle identità prestabilite, fondate non solo sul genere e la classe, ma anche sulla nazione. Questo progetto e soprattutto politico, ma contiene anche un forte nucleo affettivo fatto di convinzioni, visioni e desiderio attivo di cambiamento.

Naturalmente c’è molto da lavorare e tali propositi vanno messi in connessione sia con quanto affermano Badiale e Bontempelli nel passaggio che ho già ricordato perché la gente non si ribella? - sia con la riposizione del  “tema della riappropriazione delle forze produttive… che fanno nel libro Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera» Melinda Cooper e Catherine Waldby.”5


Note

1 La camera blu, Journal of gender studies, Gender and The Post human-_Special_ Issue (1).pdf. Direttore responsabile Caterina Arcidiacono. Rivista curata dal Dottorato in Studi di Genere dell'Università di Napoli edita da FILEMA e pubblicata dal Centro di Ateneo per le Biblioteche dell'Università di Napoli Federico II.
2 Laura Guidi, Lottare per ’ambiente nella “terra dei fuochi”. Dieci storie di donne. Marco Armiero (a cura di). Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi. Milano: Jaca Book, 2014
3 Marino Badiale (ARS Liguria), Alle spalle dei rivoluzionari, recensione di J.B. Schor, Nati per comprare, Apogeo 2005 J. Blkan, Assalto all’infanzia, Feltrinelli 2012. Pubblicato sulla rivista Consumatori 16 maggio 206.
4 Ci riferiamo al seminario che si è tenuto nel Polo didattico di via del Prato dell’Università di Parma, il 5-6 novembre 2015, dal titolo “Rigenerare il futuro”, al quale abbiamo partecipato come redazione. Al seminario era ospite Pierre Latouche.
5 Catherine Waldby, Melinda Cooper, Biolavoro globale, Corpi e nuova manodopera. Libri Derive e Approdi, Milano 2015
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