Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra
di Alessandro Volpi
Perché oppressi da un debito pubblico insostenibile in un contesto di crescente de-dollarizzazione. Le operazioni militari contro il Venezuela, l’Iran, la Nigeria e le minacce contro la Groenlandia servono a garantirsi il controllo delle risorse energetiche e contenere l'ascesa della Cina
Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.
Il debito pubblico insostenibile
Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati, che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.
Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record.
Una simile, rapidissima crescita, discende dalla ricerca costante da parte dei “mercati” di beni rifugio in alternativa alla debolezza del debito Usa e del dollaro, la moneta in cui è denominato tale debito, ma al contempo contribuisce all’avvitarsi della crisi del debito e del dollaro perché il rapido aumento dei prezzi di oro e argento accelera il processo di abbandono dei titoli del debito. Peraltro, per effetto della finanziarizzazione del mercato dell’oro, attraverso futures e opzioni (i contratti a scadenza futura), viene superato il limite dell’investimento in oro per cui non paga cedole e non frutta interessi perché, appunto, gli strumenti derivati, che hanno l’oro come sottostante, consentono lauti rendimenti. Questo processo ha contribuito a spostare la natura dell’argento da materia prima industriale in direzione del bene rifugio su cui costruire un’enorme quantità di ETF, i prodotti finanziari che hanno come sottostante titoli tratti dai principali indici azionari. Il secondo fattore di indebolimento del debito Usa deriva dalla ancora vitale bolla finanziaria, che ha portato il valore di Wall Street a oltre 75 mila miliardi di dollari.
In una ventina d’anni, infatti, alcune società finanziarie hanno conquistato l’economia mondiale e non solo. Si tratta in particolare di quattro o cinque grandi fondi speculativi – a cominciare da Vanguard e BlackRock – che, ancora marginali all’inizio del nuovo millennio, hanno cavalcato le crisi, hanno beneficiato dell’operato delle Banche centrali e dei governi, ed hanno sfruttato, accelerandolo, il processo di smantellamento degli Stati sociali e di privatizzazione della società. In estrema sintesi sono diventati i veri “padroni del mondo”, in grado di condizionare i prezzi e gli scenari economici e politici in maniera assolutamente determinante. Oggi, tali fondi possiedono oltre il 35% del capitale di tutte le più grandi imprese mondiali, di quella che viene definita economia reale, sono decisivi nella tenuta delle monete e nelle sorti dei debiti degli Stati. In tale ottica, oro, argento e azioni fanno una concorrenza sfrenata al debito federale che rischia, in maniera sempre più evidente, un default almeno parziale con il pericolo connesso di fallimento degli Stati Uniti, dove, peraltro, è in atto dalla elezione del nuovo presidente un duro scontro interno alla stessa finanza capitalistica.
Lo scontro tra capitalismi: “democratico” e “trumpiano”
Durante la campagna elettorale di Donald Trump contro Kamala Harris è emerso infatti con chiarezza il contrasto tra due pezzi del capitalismo finanziario a cui hanno fatto seguito effetti e reazioni per molti versi decisamente nuovi nel panorama globale, non certamente limitati ad una singola area del pianeta. La prima componente è quella che ha dominato e sta dominando gran parte dell’economia internazionale, incentrata sul monopolio della raccolta del risparmio e sul controllo delle principali società mondiali, a cominciare dalle big tech, ad opera di pochissimi grandi fondi, capaci di acquisire un peso decisivo anche nella gestione degli intermediari bancari. Tali fondi erano palesemente schierati dalla parte dei democratici, traendo vantaggio dalla normativa di favore sulle partecipazioni incrociate, dagli stimoli ai salvataggi bancari e dai tassi alti praticati dalla Federal Reserve di Jerome Powell, destinati a mettere fuori gioco i loro concorrenti. Contro questo capitalismo delle “Big Three” – Black Rock, Vanguard e State Street – dai tratti decisamente monopolistici, si è collocata la componente finanziaria che ha scommesso su Trump. In tale componente erano e sono presenti grandi e piccoli fondi hedge, in cui sono impegnati gli attuali ministri di Trump come Scott Bessent e Howard Lutnick, i sostenitori del private equity e i fautori delle criptovalute, a cominciare da Peter Thiel e Paul Atkins, ora presidente della Sec (Securities and Exchange Commission, l’ente federale preposto alla vigilanza delle borse valori). Per un simile gruppo, le “regole” delle Big Three non funzionavano: i tassi alti rendevano e rendono difficile l’approvvigionamento per fare le speculazioni e le acquisizioni a leva, le norme stringenti sulle criptovalute ne paralizzavano il “mercato” e l’eccessivo peso assegnato alle grandi banche, legate alle stesse Big Three, indeboliva la disintermediazione, il rapporto “diretto” con i risparmiatori tanto caro agli scommettitori d’assalto.
L’esigenza di una strategia imperiale contro la de-dollarizzazione
Nasce anche da qui l’esigenza stringente per Trump di una strategia imperiale. È necessario convincere banche e fondi americani a monopolizzare il risparmio mondiale in direzione del debito Usa: per questo bisogna dare alle società americane, possedute da fondi e banche, la certezza del controllo delle risorse del Venezuela, dell’Iran, della Danimarca, della Nigeria e di quante più aree possibili del pianeta. Per questo serve che i vassalli europei e occidentali paghino dazi pesanti, come annunciato il 2 aprile 2025 e ribadito con la crisi danese. Per questo bisogna imporre la tenuta del dollaro come valuta di scambio internazionale, anche con minacce costanti in chiave militare e vere e proprie guerre, per permettere un altrimenti impossibile abbattimento dei tassi d’interesse finalizzati a rendere il debito meno costoso, ma, parimenti, destinati a rendere ancora meno attrattivo l’acquisto dei titoli americani. Del resto, la disperazione strutturale degli Usa emerge anche dalla contraddizione di una bolla finanziaria che sorregge il Pil ma che fa, come detto, concorrenza al debito, non riuscendo in alcun modo a renderlo sostenibile. Alla luce di ciò solo la trasformazione definitiva degli Stati Uniti in un ordinamento imperiale che vampirizza risorse in giro per il mondo e non può permettersi forme di critica internazionale e di dissenso interno rappresenta l’impossibile percorso concepito da Trump per salvare un capitalismo che ha perso la capacità di produrre e quindi di essere credibile secondo i canoni del liberalismo. Quei canoni che, tuttavia, sono stati all’origine del disastro.
Verso un punto di rottura sistemico?
Non si tratta di una fluttuazione passeggera, ma di un’insolvenza strutturale che colpisce il cuore del sistema capitalistico globale. La “corsa verso il fallimento” è guidata da una dinamica di tassi d’interesse che ha stravolto l’architettura finanziaria su cui poggia l’Occidente. I titoli decennali del Tesoro statunitense, un tempo considerati l’asset privo di rischio per eccellenza, pagano ormai rendimenti stellari, che si avvicinano alla soglia critica del 5%. In un’economia globale drogata da oltre un decennio di tassi vicini allo zero o addirittura negativi, questa cifra rappresenta un punto di rottura sistemico. Se un simile rendimento dovesse consolidarsi — e i segnali di mercato indicano che non vi è alcuna intenzione di tornare indietro — il conto degli interessi annui che lo Stato federale deve corrispondere ai suoi creditori salirebbe alla cifra mostruosa di 1.700 miliardi di dollari. Per comprendere la gravità di tale numero, occorre guardarlo in prospettiva comparata: questi 1.700 miliardi rappresentano oggi la voce più alta dell’intero bilancio federale degli Stati Uniti. È una somma che equivale a quasi due volte l’intero budget militare del Pentagono, già di per sé ipertrofico, e che supera di gran lunga gli stanziamenti destinati a pilastri sociali fondamentali come l’istruzione, la sanità e l’assistenza.
L’impero del debito
Siamo di fronte a un “Impero del Debito” che lavora non per produrre sicurezza o benessere, ma per nutrire l’insaziabile appetito dei mercati obbligazionari. Nel 2009, anno successivo allo scoppio della grande crisi dei subprime, la spesa per gli interessi da parte del Tesoro degli Stati Uniti era di 187 miliardi di dollari, pari all’1,3% del Pil Usa. Tale percentuale è rimasta invariata fino al 2021 e nel 2023 ha raggiunto il 2,4%. Oggi la spesa per interessi sul debito degli Stati Uniti ha raggiunto il 5% del Pil, per un totale, come accennato temporaneo, di 1200 miliardi annui con le prospettive appena ricordate; una percentuale enorme che risulta ancora più grave se si considera che circa il 30% della spesa pubblica federale degli Stati Uniti, stimata intorno ai 7300 miliardi di dollari, è coperta da nuovo debito; in tale ottica è utile ricordare che la spesa militare è coperta con nuovo debito per il 31%. Per fare un confronto nel 2015 la spesa federale era coperta dal debito per solo il 12%.
A queste condizioni, in rapido peggioramento, la politica di spesa degli Stati Uniti è sempre più difficoltosa e, senza aumentare il carico fiscale, i tagli sociali saranno ancora più devastanti e le mire imperiali ben poco sostenibili per la stragrande maggioranza degli statunitensi. Il dramma contabile americano, tuttavia, non è solo una questione di entità, ma di velocità. Circa il 30% del debito statunitense scade entro un arco temporale di appena 12-24 mesi. Questa è la “trappola del rifinanziamento”: quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per rimborsare quelli vecchi che arrivano a scadenza, emessi anni fa con tassi prossimi all’1%, è costretto a farlo ai tassi correnti superiori al 4%. È un circolo vizioso che si autoalimenta: più il debito scade, più costa caro riemetterlo; più il deficit aumenta, rendendo necessaria l’emissione di ulteriore debito. In tale ottica, si profila un’ipotesi che solo pochi anni fa sarebbe apparsa come una distopia finanziaria: interessi sul debito che arrivano a rappresentare l’8% del PIL americano, aumentando di altri tre punti rispetto al già enorme 5% attuale. Questa percentuale definisce tecnicamente l’insostenibilità dei conti di quella che, formalmente, rimane la più grande potenza capitalista del pianeta. Come ha dichiarato con una sincerità quasi disarmante Jerome Powell, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale Usa, il debito pubblico americano è ormai su una traiettoria insostenibile. I numeri, del resto, sono espliciti e non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: il totale del debito pubblico e privato supera il 250% del PIL stesso. Le entrate totali (federali, statali e locali), che Trump vorrebbe ulteriormente ridurre con riforme fiscali regressive, non arrivano a coprire nemmeno 5.000 miliardi di dollari, a fronte di impegni finanziari che galoppano verso l’infinito.










































Le guerre del 2026 (Iran, Venezuela) non sono «guerre del petrodollaro» nel senso in cui si intendeva nel 2003. Sono operazioni di gestione del declino controllato di un ordine monetario che, come ogni impero, declina più che crollare.
L'ironia finale è forse questa: ogni bomba che cade per «salvare» il petrodollaro ne accelera un po' di più la fine, perché ricorda al mondo intero che il sistema si basa ormai sulle portaerei, non sulla fiducia. Ed è esattamente il contrario di ciò che servirebbe per mantenerlo.
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