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manifesto

L’alternativa radicale alla globalizzazione

Guido Viale

«Riterritorializzare» i processi economici. Se è stata la globalizzazione a spalancare le porte alla competitività universale, noi dobbiamo pensare e praticare alternative che valorizzino i benefici dell’unificazione del pianeta in un’unica rete di rapporti di interdipendenza e di connettività

27-intervento-viale-mondo-790401Molte delle minacce che incom­bono sul nostro pia­neta – e di cui poco si parla – sono già fatti. Innan­zi­tutto la data che ren­derà irre­ver­si­bile un cam­bia­mento cli­ma­tico radi­cale e deva­stante si avvi­cina. A que­sto vanno aggiunte tutte le altre forme di inqui­na­mento e di deva­sta­zione, sia a livello glo­bale che locale, che lasce­ranno a figli e nipoti un debito ambien­tale ben più gra­voso dei debiti pub­blici su cui poli­tici ed eco­no­mi­sti si strac­ciano le vesti.

Governi e mana­ger hanno per lo più can­cel­lato il pro­blema dalla loro agenda: la green eco­nomy pro­mossa a quei livelli non è un’alternativa al trend in atto, ma una serie scol­le­gata di misure, spesso dan­nose, che ne occu­pano gli inter­stizi. L’Italia, che ha una stra­te­gia ener­ge­tica (Sen) rece­pita dal governo Renzi, ne è un esem­pio: ha impe­gnato cifre astro­no­mi­che nelle fonti rin­no­va­bili a bene­fi­cio quasi solo di grandi spe­cu­la­zioni che deva­stano il ter­ri­to­rio, ma den­tro un piano ener­ge­tico incen­trato su tri­vel­la­zioni e tra­sporto di metano in conto terzi. È una visione miope che distrugge, insieme all’ambiente, anche l’agognata com­pe­ti­ti­vità, e chiude gli occhi di fronte al futuro.

Viviamo ormai da tempo in stato di guerra: l’Italia – ma non è certo un’eccezione – è già impe­gnata con diverse moda­lità, tutte con­trab­ban­date come «mis­sioni di pace», su una decina di fronti.

Ma que­sti inter­venti, che non sono mai guerre dichia­rate, ali­men­tano un mec­ca­ni­smo irre­ver­si­bile: si armano o sosten­gono Stati o fazioni per com­bat­terne altri o altre, che poi si rivol­tano con­tro chi le ha armate in un alter­narsi con­ti­nuo dei fronti che non fa che allar­garli. Dal con­flitto israelo-palestinese alla guerra tra Iraq e Iran, dalla Soma­lia all’ex Jugo­sla­via, dalle due guerre con­tro l’Iraq all’Afghanistan, e poi all’Algeria, alla Libia, alla Siria e di nuovo all’Iraq, e poi in Ucraina, l’esta­blish­ment dell’Occidente ha ormai perso il con­trollo delle forze che ha scatenato.

È dif­fi­cile rico­no­scere coe­renza a scelte (cia­scuna delle quali ha o ha avuto una sua «logica») che messe in fila testi­mo­niano la man­canza di una visione stra­te­gica. Il sof­fo­ca­mento o la dege­ne­ra­zione di molti pro­cessi nati da rivolte popo­lari con­tro mise­ria e dit­ta­ture sono il risul­tato di una man­canza di alter­na­tive alla dif­fu­sione del caos che la «demo­cra­zia occi­den­tale» — ormai iden­ti­fi­cata con il domi­nio feroce dei «mer­cati», cioè con una com­pe­ti­ti­vità uni­ver­sale — non è più in grado di pro­spet­tare e che le forze anta­go­ni­ste non sono ancora capaci di proporre.

Entrambi quei trend sono desti­nati a pro­durre un cre­scendo con­ti­nuo di pro­fu­ghi, sia ambien­tali che in fuga da guerre e mise­ria, desti­nati a scon­vol­gere la geo­po­li­tica pla­ne­ta­ria. Già ora, e da anni, paesi come Paki­stan, Siria, Gior­da­nia, Libano, Iraq, Tur­chia, Tuni­sia, sono costretti a ospi­tare milioni di pro­fu­ghi, molti dei quali si river­sano poi — e si river­se­ranno sem­pre più, a milioni e non a decine di migliaia — in Europa. Pen­sare di affron­tare que­sti flussi con poli­ti­che di respin­gi­mento è non solo cri­mi­nale, ma del tutto irrea­li­stico. Ma avere milioni di nuovi arri­vati da «ospi­tare», con cui con­vi­vere per molto tempo o per sem­pre, a cui tro­vare un’occupazione, evi­tando di inne­scare in tutto il paese foco­lai di infe­zione raz­zi­sta (e di reclu­ta­mento per mili­zie del ter­rore) rende addi­rit­tura risi­bili le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di cui dibat­tono i nostri governi, tutte cali­brate sui decimi di punto di Pil. È un dato che dovrebbe in realtà ride­fi­nire in tutta Europa le poli­ti­che rela­tive a scuola, sanità, abi­ta­zione, lavoro e cul­tura: i temi su cui noi stiamo riflet­tendo, mobi­li­tan­doci o cer­cando di lottare.

Molti di quei foco­lai accesi dalle stra­te­gie, o dalla man­canza di stra­te­gia, dell’Occidente nel corso degli ultimi decenni (Ucraina, Medio Oriente e Magh­reb), poi tra­sfor­ma­tisi in incendi, rischiano anche di inter­rom­pere l’approvvigionamento ener­ge­tico dell’economia euro­pea. Le con­se­guenze potreb­bero essere defla­granti sia per la pro­du­zione che per le con­di­zioni di vita e la mobi­lità. Ma anche in que­sto caso la gover­nance euro­pea non va più in là del giorno per giorno.

Di fronte a sce­nari come que­sti si evi­den­zia tutta la mio­pia delle poli­ti­che dell’Unione messe in atto con l’auste­rity, il fiscal com­pact, gli accordi come TTIP e TISA, l’eterna melina sul coor­di­na­mento delle poli­ti­che degli Stati mem­bri. Qui tut­ta­via una stra­te­gia chia­ra­mente per­se­guita c’è: met­tere la finanza pub­blica con le spalle al muro: non per «libe­ra­liz­zare», ma per pri­va­tiz­zare tutto l’esistente: imprese e ser­vizi pub­blici, beni comuni, ter­ri­to­rio, ma anche esi­stenze indi­vi­duali e per­corsi di vita; met­tere con le spalle al muro il lavoro, per pri­varlo di tutti i diritti acqui­siti in due secoli di lotta di classe; instau­rare il domi­nio di una com­pe­ti­ti­vità uni­ver­sale: non, ovvia­mente, tra pari, ma dove i più forti siano liberi di schiac­ciare i più deboli.

Tut­ta­via anche in que­sto caso gli effetti vanno al di là del pre­vi­sto: sono le stesse «teste pen­santi» dell’establishment ad ammet­tere, anno dopo anno, che i risul­tati non sono quelli che si atten­de­vano. Soprat­tutto ora che ven­gono al pet­tine con­tem­po­ra­nea­mente molti di quei nodi: defla­zione, dein­du­stria­liz­za­zione, disoc­cu­pa­zione, dipen­denza ener­ge­tica, guerre senza sbocco, disa­stri cli­ma­tici, pro­fu­ghi. Ma non hanno vere alter­na­tive; e met­tere toppe da una parte — cosa in cui Mario Dra­ghi è mae­stro – non fa che aprire falle da un’altra.

Dun­que un «piano B» non esi­ste. Dob­biamo lavo­rarci noi e que­sto deve essere l’orizzonte poli­tico, e prima ancora cul­tu­rale, di qual­siasi ini­zia­tiva, anche la più minuta, di cui ci occupiamo.

Non lascia­moci sco­rag­giare dalla spro­por­zione delle forze e delle risorse: in sin­to­nia con noi ci sono altre migliaia di orga­niz­za­zioni sparse per il mondo (e forse un passo impor­tante per comin­ciare a coor­di­narci a livello euro­peo è stato fatto con la lista L’altra Europa; e non è né il primo né l’unico); e poi, ci sono milioni o miliardi di esseri umani che hanno biso­gno di tro­vare in nuove pra­ti­che e nuove ela­bo­ra­zioni un punto di rife­ri­mento per sot­trarsi a quel «caos pros­simo ven­turo» di cui già sono vit­time. La radi­ca­lità di un movi­mento, di un pro­gramma, di un’organizzazione, cioè la loro capa­cità di misu­rarsi con lo stato di cose in essere, si misura su que­sto sfondo: si tratta di svi­lup­pare a tre­cen­to­ses­santa gradi il con­flitto con il pen­siero unico e con la cul­tura e la pra­tica della com­pe­ti­ti­vità uni­ver­sale e le sue mol­te­plici appli­ca­zioni, per pro­muo­vere al loro posto le con­di­zioni di una con­vi­venza paci­fica, egua­li­ta­ria, demo­cra­tica e soli­dale tra gli umani e con la natura.

È stata la glo­ba­liz­za­zione a spa­lan­care le porte alla com­pe­ti­ti­vità uni­ver­sale. Noi dob­biamo pen­sare e pra­ti­care nell’agire quo­ti­diano alter­na­tive che valo­riz­zino i bene­fici dell’unificazione del pia­neta in un’unica rete di rap­porti di inter­di­pen­denza e di con­net­ti­vità, ma in con­di­zioni che non fac­ciano più dipen­dere la soprav­vi­venza di alcuni dalla morte di altri, il red­dito di alcuni dalla mise­ria altrui, il suc­cesso di un’azienda dalla rovina dei con­cor­renti, il man­te­ni­mento o la «con­qui­sta» di un lavoro dall’espulsione di chi ne resta escluso, la «ric­chezza delle nazioni» (il Pil!) dalla mise­ria delle rispet­tive popolazioni.

Que­ste alter­na­tive ricon­du­cono tutte alla riter­ri­to­ria­liz­za­zione dei pro­cessi eco­no­mici: non al pro­te­zio­ni­smo, che non è più pra­ti­ca­bile; non al con­fino in ambiti eco­no­mici chiusi con il ritorno a valute nazio­nali in com­pe­ti­zione tra loro; non alla fero­cia di iden­tità etni­che e cul­tu­rali fit­ti­zie che ci met­tono in guerra con chiun­que non le con­di­vida; bensì alla pro­mo­zione ovun­que pos­si­bile – e cer­ta­mente non in tutti i campi e per tutti i biso­gni — di rap­porti quanto più stretti, diretti e pro­gram­mati tra pro­dut­tori e con­su­ma­tori di uno stesso ter­ri­to­rio, ridi­men­sio­nando a misura dei ter­ri­tori di rife­ri­mento, ovun­que pos­si­bile, impianti, aziende, reti com­mer­ciali e il loro governo.

La tra­sfe­ri­bi­lità del know-how a livello pla­ne­ta­rio ormai lo con­sente per molti pro­cessi, a par­tire dalla gene­ra­zione ener­ge­tica; il recu­pero dei mate­riali di scarto ci può ren­dere più indi­pen­denti dall’approvvigionamento di mate­rie prime; i ser­vizi pub­blici locali ripor­tati alla loro mis­sione ori­gi­na­ria pos­sono con­net­tere un governo demo­cra­tico e par­te­ci­pato della domanda (di ener­gia, ali­menti, tra­sporto, di gestione del ter­ri­to­rio, di cura delle per­sone, di pro­mo­zione della cul­tura, dell’istruzione, dell’integrazione sociale) con misure di soste­gno all’occupazione, di con­ver­sione eco­lo­gica delle atti­vità pro­dut­tive, di risa­na­mento del ter­ri­to­rio e del costruito. Si può così costruire, den­tro il vil­lag­gio glo­bale creato dalla cir­co­la­zione dell’informazione e dall’interconnessione delle esi­stenze di tutti, le basi mate­riali di una vita di comu­nità ricca di relazioni.

Una strada che è la base irri­nun­cia­bile di un pro­getto poli­tico alter­na­tivo per Europa e per il mondo intero; che va imboc­cata e seguita in ogni situa­zione in forme dif­fe­renti e spe­ci­fi­che; ma tutte insieme pos­sono for­nire dei modelli a chi decide di imboccarla.

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