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manifesto

La rivolta del lavoro cognitivo

Marco Bascetta

Forse i media non se ne sono ancora resi conto fino in fondo. Sicuramente il governo, l'opposizione parlamentare e perfino i sindacati sono ben lontani dal percepire quale sia la reale portata di questo movimento. Basterebbe ascoltare, in una qualsiasi delle sue articolazioni, l'assemblea nazionale degli studenti ancora in corso all' Università di Roma per capire che si tratta di una rivolta generale del lavoro cognitivo contro i dispositivi di sfruttamento subiti nei due decenni trascorsi. Contro quella condizione di frammentazione e ricattabilità imposta dall'ideologia e dalla pratica coatta del «capitale umano».  Contro quell'idea gerarchica, piramidale, anacronistica della produzione e trasmissione del sapere che l'abusato termine di «meritocrazia» contiene già nella sua etimologia. Sono, quelle che abbiamo sentito riecheggiare nelle aule della Sapienza, le rivendicazioni e il programma di un soggetto che si sente pienamente forza produttiva e non, come lo si vorrebbe, una clientela chiamata all'acquisto della merce formazione. Si chiedono reddito, risorse, potere di decidere

collettivamente sugli orientamenti, le forme, l'organizzazione del tempo. Si chiede che l'accesso all'istruzione sia dettato dai desideri e dai bisogni dei singoli e non da un patteggiamento tra stato e imprese. Si chiede la soppressione di quella madre di tutte le false promesse e di tutte le vere discriminazioni che è stata la laurea triennale. Tanto sono concreti e circostanziati gli obiettivi del movimento degli studenti, tanto sono generali e rivolti all'intera società i contenuti che veicolano. Dall'equità fiscale, alle pari opportunità, dalla difesa del bene comune contro le strategie di appropriazione che lo minacciano all'autorganizzazione di una sfera pubblica al riparo dalla rapacità del capitale privato come dalle pretese dirigiste dello stato. La coscienza di questa portata generale, orgogliosamente rivendicata, è divenuta senso comune, motivo ispiratore di innumerevoli interventi. L'università è un detonatore, sa di esserlo e forse, nelle stanze del potere, qualcuno sta cominciando ad accorgersene. L'onda si aspetta che molte altre onde la seguano, ingrossando la mareggiata sotto il cielo plumbeo della crisi. Il variegato mondo del lavoro precario, la marea montante dei licenziati e dei cassintegrati, il lavoro autonomo taglieggiato, i soggetti deboli e meno deboli chiamati a pagare i costi della crisi. Sta già accadendo. Ma dall'università parte anche un doppio avvertimento rivolto a quella «cosa» che va sotto il nome di sinistra. Non solo il «non ci rappresentate», gridato venerdì a piena voce sotto l'obelisco di Montecitorio, ma anche una diffida a non pensare nemmeno lontanamente di raccogliere, come suggerisce Napolitano, quella bandiera dell'austerità e dei sacrifici che il Pci degli anni '70 impugnò (opportunamente rievocata da Filippo Ceccarelli su La Repubblica di ieri), rompendo in maniera definitiva con le giovani generazioni e con la comprensione stessa della contemporaneità. «Non pagheremo la vostra crisi» è una parola d'ordine da prendere molto sul serio. È la legittima convinzione che la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale, dal lavoro cognitivo e dall'intelligenza collettiva sia stata espropriata, resa artificiosamente un bene scarso e trasformata, infine, attraverso una mostruosa metamorfosi speculativa, in debito e in componente della crisi finanziaria. Nulla è più odioso agli occhi di questo movimento che la riproposta del «debito d'onore», che subordina a un processo di indebitamento la crescita culturale di una società.
La «casta» dei politici, il sistema dei partiti è solito, di fronte alla crescente impopolarità, giustificare le proprie spese e i propri privilegi, con l'argomento del «costo della democrazia». Orbene, se c'è qualcosa che legittimamente potrebbe definirsi come «costo della democrazia» o addirittura come «costo della civiltà» questo è il sistema della formazione, dalle elementari all'università e oltre. Chiedere agli studenti e alle loro famiglie di pagarselo, sarebbe come chiedere ai politici di pagare i loro incarichi e cioè di tornare all'antica oligarchia censitaria. Perché gli studenti dovrebbero tornare alla vecchia scuola di classe?

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