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ilcovile

I misteri della sinistra per Michéa e Bordiga

di  Armando Ermini

13901OP944AU30294 600x581In questo numero proponiamo la recensione del bel libro di Jean Claude Michéa, I misteri della sinistra, insieme ad uno scritto di Amadeo Bordiga del 1922. Michéa racconta le tappe storiche della deriva culturale della sinistra e della sua progressiva subordinazione a una visione del mondo, quella borghese, estranea ai motivi ispiratori del socialismo delle origini, che aveva invece forti accenti comunitaristi. Discutendo delle cause di quella deriva, lo studioso francese arriva alla conclusione che il termine sinistra non è piú spendibile per un progetto politico di uscita dal capitalismo liberale.

 Di Amadeo Bordiga, fondatore del PCd’I, proponiamo invece un testo del 1922 sulla massoneria e la sua infiltrazione nel movimento socialista.

Secondo Bordiga — ed è una tesi storiografica curiosamente dimenticata — fu proprio il controllo della massoneria sul movimento operaio che permise di coinvolgerlo, contro i suoi interessi, nell’Union sacrée contro l’Austria, ultimo residuo del Sacro Romano Impero.

Non abbiamo elementi per avvalorare o smentire l’ipotesi bordighiana. Possiamo solo dire che Bordiga in quegli anni poteva vedere questi fenomeni da posizione privilegiata. D’altra parte, l’analisi delle concezioni culturali e antropologiche della sinistra attuale, compresa quella antagonista, non può non rivelarne l’affinità con quelle liberalmassoniche.

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il rasoio di occam

La via normativa al socialismo

Considerazioni sul libro di Axel Honneth “L’idea di socialismo”

di Lucio Cortella

In Aprile “Il Rasoio di Occam” ha pubblicato in anteprima la traduzione della prefazione e dell'introduzione al nuovo libro di Axel Honneth, L'idea di socialismo. Ora, in questo articolo, Lucio Cortella riattraversa la sostanza argomentativa del libro, mettendone in luce i lati problematici. L'articolo è ripreso dal sito, appena inaugurato, della Società Italiana di Teoria Critica

workers self management group at 1971 may day marchNel 1989, alla caduta del muro di Berlino, Jürgen Habermas, scrivendo le sue riflessioni sulla “nachholende Revolution” (la “rivoluzione”, allora in atto in Germania e in tutta l’Europa orientale, il cui significato – secondo Habermas – era quello di rimediare [nachholen] agli errori della ormai consumata esperienza del cosiddetto “socialismo reale”), si chiedeva quale futuro potesse ancora avere un socialismo che rischiava di essere trascinato nel crollo del comunismo sovietico. Secondo il pensatore tedesco dalle ceneri di quell’esperienza poteva ancora essere salvato il nucleo essenziale, vale a dire «l’intuizione normativa di una vita comunitaria non violenta, che consente un’autonomia e un’autorealizzazione individuali non al prezzo ma sulla base della solidarietà e della giustizia». Insomma l’idea di una libertà nella solidarietà, di una libertà non “contro” gli altri ma “assieme agli altri”. Più che un modello di società quest’idea era da considerare – secondo Habermas – un correttivo critico dei nostri rapporti sociali ed economici, uno standard ideale col quale confrontare sperimentalmente i risultati e le conseguenze del capitalismo, «un’autocritica radicale e riformista della società capitalista» che «scomparirà solo insieme all’oggetto della sua critica».

La concezione che Honneth elabora nel suo ultimo libro, L’idea del socialismo. Un sogno necessario, parte da lì, dalla persistenza normativa di quell’ideale socialista.

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ilcomunista

Karl Marx, Zur kritik der politische Ökonomie

di Stefano Garroni

pontrelliL’analisi della merce, come lavoro in doppia forma, di valore d’uso – quale risultato di un lavoro reale o di una attività <produttiva> finalizzata – e di valore di scambio, o tempo lavoro o lavoro sociale indifferenziato, è il risultato critico finale della ricerca quasi secolare dell’economia politica classica, che in Inghilterra inizia con W. Petty, in Francia, con Boisguillebert e si chiude, in Inghilterra, con Ricardo, in Francia con Sismondi. Solo apparentemente la pagina di Marx è chiara: che significa, infatti, lavoro produttivo o finalizzato? Non è questa la caratteristica di ogni lavoro, che non sia un mero passatempo?

In un senso generalissimo, certamente le cose stanno così, ma appunto alla condizione di attenersi ad un senso generalissimo dei termini, dunque, ad un senso impreciso, vago ed in questo senso estraneo ad un linguaggio, che si voglia almeno comprensibile, se non addirittura scientifico.

Ed allora cominciamo a notare che il lavoro, produttore di valore d’uso, è finalizzato a realizzare una situazione di jouissance o di Nutznißung, ovvero di piacere, godimento o utilità. Mentre il lavoro produttore di valore di scambio, sia pure en principe, ha lo scopo, mediante lo scambio, di realizzare profitto – ed alla nozione di profitto, si badi, non appartengono di necessità logica né quella di godimento/jouissance né quella di utilizzabilità immediata/Nutznißung.

Dunque, la distinzione a cui l’economia politica è giunta, appunto, è quella tra lavoro come produttore di jouisance o Nutznißung (lavoro concreto, reale, finalizzato) e lavoro come lavoro sociale indifferenziato[1], il quale, almeno en principe, è produttore di profitto (e, ripeto, nel concetto di profitto né è compreso quello di jouissance, né quello di utilità).Passiamo ora ad un’altra interessante notazione.

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conflitti e strategie 2

La Grassa e i dominati

Il meccanico del marxismo

Gianni Petrosillo

index842C’è un giudizio ingeneroso e sommario che, da troppo tempo, aleggia sul pensiero di Gianfranco La Grassa. Quello per cui la sua teoria negherebbe, in maniera eccessivamente sbrigativa e sprezzante, la possibilità ai dominati di essere protagonisti di una trasformazione sociale nel/del sistema capitalistico. Così è anche secondo Augusto Illuminati che riprende, nella postfazione al libro (che vi consiglio) di Piotr Zygulski “La Grassa: il meccanico del marxismo” (Petite Plaisance), un parere del filosofo torinese Costanzo Preve:

“Preve, – dice Illuminati – proprio grazie al suo essenzialismo, coglie però il limite principale del suo interlocutore, 'il totale disprezzo per le azioni dei dominati e il solo ossessivo interesse per le azioni «strategiche» dei dominanti', che in effetti definisce un punto di forza dell’analisi sociale ma anche una radicale estraneità ai movimenti rivoluzionari, privando i dominati di qualsiasi praticabile transmodalità e speranza di riscatto. Non vogliamo rimproverare a La Grassa un limite effettuale di schieramento e tanto meno (come Preve) una debolezza filosofica, ma proprio un difetto di analisi, per il suo escludere il conflitto di classe dalla scena primaria della storia, relegandolo alla combattiva negoziazione tradeunionistica del salario. Non gli imputiamo, alla Preve, una teoria “aleatoria” del socialismo (Althusser aveva ben diversamente declinato tale assunto in favore della rivoluzione e della forma-movimento rispetto ai partiti), ma proprio che, di fatto, il cambiamento del modo di produzione venga escluso nella forma di un rinvio sine die o di una prospettiva catastrofista”.

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filosofiaitaliana

Traiettorie globali nella tradizione politica dell’operaismo

Antonio Negri da «Quaderni Rossi» e «Classe Operaia» a Empire1

di Elia Zaru

pannella rossanda negri1. Gli operaisti e l’operaismo

L’esperienza dell’operaismo italiano è tra le più significative della storia politica e intellettuale dell’Italia repubblicana. Il fatto che nasca all’interno delle turbolente vicende che hanno interessato il movimento operaio dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70 evidenzia la particolarità di quella che è stata definita la differenza italiana2. Secondo Michael Hardt

in Marx’s time revolutionary thought seemed to rely on three axes: German philosophy, English economics and French politics. In our time the axes have shifted so that, if we remain within the same Euro-American framework, revolutionary thinking might be said to draw on French philosophy, U.S. economics and Italian politics3.

L’operaismo costituisce uno dei fondamenti teorici di queste «Italian politics». Il pensiero operaista non può però essere considerato un insieme organico, ma, piuttosto, una coalescenza di esperienze soggettive animate da un desiderio collettivo: partecipare teoreticamente e praticamente al conflitto sociale in atto in Italia tra gli anni ’60 e gli anni ‘70.

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blackblog

Cristoforo Colombo forever?

Per la critica delle attuali teorie della colonizzazione nel contesto del "Collasso della modernizzazione" 

di Roswitha Scholz

39499 La Conquista4In quest'articolo, Roswhita Scholz discute le recenti teorie della colonizzazione nel contesto del "Collasso della modernizzazione". Tali teorie hanno guadagnato slancio nel dibattito interno alla sinistra, almeno a partire dal crollo del 2007/2008. Secondo Klaus Dörre, l'assunto di base, nonostante tutte le differenze di ciascun approccio, è quello per cui il capitalismo ha bisogno di un esterno per poter continuare ad esistere. Assai spesso, si presuppone una "accumulazione primitiva" che si ripete successivamente. Quest'accumulazione non viene considerata limitata ai primordi del capitalismo, ma viene bensì dichiarata essere la legge centrale eterna del capitalismo. Scholz, in questo saggio, contrappone al teorema della colonizzazione, e alle corrispondenti ipotesi di una "accumulazione primitiva" permanente, la dinamica essenziale del capitale come "contraddizione in processo". Per evidenziare le differenze relative alla critica della dissociazione-valore, Scholz si focalizza sui concetti di colonizzazione di Klaus Dörre e di Silvia Federici - preminenti in Germania e non solo - a partire dai quali si può attribuire a Dörre un orientamento più sindacale e a Silvia Federici un orientamento più operaista-femminista. In questo contesto, l'articolo prosegue affrontando anche la dimensione delle attuali guerre civili mondiali, trascurata da Dörre e da Federici.

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irapportidiforza

La roulette della storia*

di Giorgio Gattei e Roberto Sidoli

civilta barbarie1. Critica delle critiche.

Contro la teoria dell’“effetto di sdoppiamento” si potrebbe però muovere l’obiezione che quell’effetto potrebbe esistere da sempre – e quindi durare per sempre. Non è vero. L’“effetto di sdoppiamento” ha preso ad agire nella storia solo dopo il 9000 a.C. quando, a seguito della “rivoluzione agricola” da un lato e della domesticazione degli animali dall’altro, ci si è assicurati la produzione sistematica e costante di un surplus accumulabile anche in forma privata, e non soltanto comunitaria, ed esso scomparirà in quella fase superiore della produzione sociale, da Marx denominata “comunismo”, in cui «con lo sviluppo omnilaterale degli individui saranno cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza... e la società potrà scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»1. Questo risultato ultimativo, consentendo la piena soddisfazione dei bisogni sociali del genere umano (consumi, tempo libero, cultura e attività ludiche), disseccherà, almeno a livello di massa, la principale fonte d’alimentazione della “linea nera”, ossia la pretesa di gruppo di un’appropriazione “elitaria” di mezzi di produzione, beni di consumo e tempo libero (a meno che il genere umano non si autodistrugga in precedenza per l’impiego delle mostruose armi di sterminio attualmente a disposizione).

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ubure

Maledetto Frammento! (Falce e Robot)

Contro una lettura gradualista (“riformista”) e adialettica (infantile) del pensiero marxiano

Sebastiano Isaia

17nI teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo e del Postcapitalismo hanno frainteso nel modo più clamoroso e infantile possibile la naturale tendenza del Capitale a creare sempre di nuovo occasioni di profitto senza alcun riguardo circa la natura (produttiva o improduttiva) dell’investimento, la quale per il singolo investitore non ha alcun significato, perché, com’è arcinoto (al netto dei soliti miserabili moralismi francescani e sinistrorsi), il profitto non ha né colore né odore. Lo sviluppo capitalistico per un verso ha irrobustito la caduta tendenziale del saggio di profitto industriale, spingendo con ciò stesso una massa sempre più cospicua di capitali a cercar fortuna fuori della sfera della produzione immediata del plusvalore, fondamento reale e concettuale di ogni tipologia di profitto e di rendita; e per altro verso ha generato una tecnoscienza in grado

1. di incrementare il grado di sfruttamento della capacità lavorativa impiegata in ogni sfera di attività (industria, commercio, finanza, servizi) e

2. di rendere l’intera esistenza umana una sola, gigantesca, vivente (e per questo sempre mutevole e plasmabile) occasione per drenare profitti. Un’esistenza interamente mercificata e, per mutuare abbastanza indegnamente il feticista di Treviri, ad alta composizione organica di capitale.

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euronomade

Operai e capitale: 50 anni

di Toni Negri e Mario Tronti

Pubblichiamo qui due contributi ad una giornata di studio su Operai e capitale nel cinquantenario della sua pubblicazione. Il seminario si è tenuto all’Università Paris X Nanterre l’11 giugno 2016. Nella discussione, oltre ad Andrea Cavazzini, Fabrizio Carlino, Yaan Moulier Boutang, Etienne Balibar, Morgane Mertueil, sono intervenuti Toni Negri e con una lettera Mario Tronti. Qui pubblichiamo il testo di Toni Negri e la lettera di Mario Tronti. Indicano due vie di lettura nel corso di un cinquantennio – due vie per interpretare il presente (EN)

potere operaio1973Che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx

di Toni Negri

Nel 1966, nella sua prima edizione, Operai e capitale termina con l’impegno a studiare “che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx” (Operai e capitale, Einaudi, Torino; 1966, p.263). Il postscriptum del 1970 alla seconda edizione di Operai e capitale, analizza la classe operaia nel New Deal e ne descrive le trasformazioni della composizione tecnica (fordismo) e della composizione politica (il sindacalismo ed il riformismo dal New Deal allo Stato del welfare, appunto). Tronti non riconosce tuttavia, per la classe operaia, una differenza strutturale di composizione tecnica e politica fra fordismo e anni ‘70. Non vi è modificazione dei processi lavorativi, taylorismo e keynesismo restano egemoni ed i rapporti politici di classe tuttora dominati dallo Stato-piano. Tra la prima edizione e la seconda di Operai e capitale c’è stato tuttavia il ‘68: a Tronti non sembrava però che fosse avvenuta gran cosa. La classe operaia nel ‘68 e seguenti (in particolare “l’autunno caldo” italiano) è ancora tutta dentro fordismo e New Deal. Affermandolo, Tronti aveva, a mio parere, insieme ragione e torto.

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trad.marxiste

Lavoro digitale e imperialismo

di Christian Fuchs

Tonitza on the verandaÈ trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.

Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni marxiste  dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione formino uno dei settori economici più concentrati; come iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo; come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)

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dialetticaefilosofia

Mitologie e deficit antropologici nel pensiero di Marx e dei marxismi

Roberto Finelli

Janssens Dutch Interior1.    E’ la questione dell’individuazione, della messa in valore della soggettività, rispetto ad una più tradizionale questione sociale, che costituisce oggi, io credo, la linea più durevole e feconda dei movimenti di emancipazione dell’ultimo cinquantennio e la linea di apertura di un possibile futuro in cui le relazioni umane non debbano continuare ad essere mediate e consentite dalla sola mondializzazione delle merci e del capitale. Sulla questione della soggettività, delle sue istanze più esistenziali ed emozionali che non sociali, molto ha avuto a dire e pensare la tradizione più illuminata e rigorosa del femminismo, del pensiero di genere e della differenza, malgrado la resistenza all’ascolto e al confronto praticata al riguardo da molti ambiti dell’emancipazione intellettuale e sociale. Ma, a mio avviso, è soprattutto alle scienze della psicoanalisi nel loro complesso, guardando con maggiore attenzione al freudismo e allo junghismo e con molto maggiore sospetto verso il lacanismo, che siamo debitori di acquisizioni nuove e ulteriori rispetto al tema della costituzione della soggettività personale, in una linea di debito che anche qui spesso non è riconosciuta quanto invece combattuta e marginalizzata. Le scienze psicoanalitiche ci consegnano infatti un arricchimento e una complicazione del concetto di libertà come di quello di società che arricchiscono e nello stesso tempo complicano la già ricca tradizione moderna su questi temi. Libertà ora viene a significare, più che assenza o riduzione da vincoli esterni, limitazione o affrancamento da vincoli interni.

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operaviva

Sul divenire culturale del general intellect

Danilo Mariscalco

Pubblichiamo qui un saggio tratto da Vita, politica, rappresentazione. A partire dall’Italian Theory (a cura di P. Maltese e D. Mariscalco), volume appena arrivato in libreria per le edizioni ombre corte

isaiatraspC’è almeno un segmento della cosiddetta Italian Theory, quello che va dalle prime (con)ricerche sulla informazione valorizzante sino alle più recenti esplorazioni del paradigma bioeconomico o capitalismo cognitivo, che ha alimentato e metabolizzato la prassi politica antagonista. È nota, almeno dopo le genealogie offerte da Roberto Esposito e da Dario Gentili, la specificità conflittuale della differenza italiana, la sua capacità – che ne spiegherebbe, almeno in parte, la fortuna internazionale – di indagare i piani della vita, della storia, della politica1 e di fornire, contestualmente, una «ontologia dell’attualità»2. È altresì riconosciuto, come nel caso di Michael Hardt3, o del Negri che ritorna, dopo un ventennio, sul suo Marx oltre Marx4, il debito del pensiero radicale italiano nei confronti delle lotte politiche degli anni Sessanta e Settanta. Ciò che si intende focalizzare in questa occasione argomentativa è, in particolare, la collocazione teorico-pratica del movimento del ’77, sul piano specifico delle sue emergenze culturali e comunicative, all’interno del Radical Thought, dunque nel suo rapporto con la lettura già operaista del general intellect marxiano, in quel caso sostanziata dal fecondo incontro con alcune categorie del post-strutturalismo francese e da una rinnovata analisi critica delle esperienze delle avanguardie artistiche del Novecento, e successivamente posta a fondamento delle ipotesi, formulate dal post-operaismo, sui dispositivi di sussunzione biopolitica, e sulle linee di fragilità, del vigente regime di produzione post-fordista.

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la citta futura

Dalla filosofia della prassi alla concezione materialistica della storia

di Renato Caputo

Proseguendo la nostra introduzione alle opere filosofiche giovanili di Marx, analizziamo in particolare la critica al materialismo naturalistico di Feuerbach, che pure aveva profondamente influenzato la sua presa di distanza critica dall’idealismo della sinistra hegeliana. Il superamento dialettico della filosofia di Feuerbach è alla base dell’elaborazione della filosofia della prassi e del materialismo storico, due aspetti decisivi del marxismo

c79437b55c5c9951dea9dd78facc22a7 LNel 1845 Marx pubblica con Engels La sacra famiglia, inaugurando un sodalizio intellettuale che durerà 40 anni fino alla sua morte. Contro l’idealismo speculativo o lo spiritualismo della sinistra hegeliana, Marx ed Engels si battono per un umanesimo reale. Mentre Hegel, pur muovendo idealisticamente dal pensiero astratto, in molti luoghi della sua filosofia aveva descritto in modo realistico i rapporti fra gli uomini, i giovani hegeliani hanno, secondo Marx ed Engels, finito con il radicalizzare proprio gli aspetti idealistici della filosofia hegeliana.

Sempre nel 1845, costretto a trovare rifugio a Bruxelles, Marx scrive le 11 Tesi su Feuerbach pubblicate postume, in cui prende le distanze dalle conclusioni della riflessione filosofica di quest’ultimo, sostenendo che non è sufficiente individuare nella vita terrena l’origine dell’alienazione religiosa. In effetti, a parere di Marx, se si vuole veramente eliminare quest’ultima occorre trasformare radicalmente quella vita terrena, quella realtà socio-economica che rende necessaria l’evasione degli oppressi in un paradiso artificiale in cui non ci sarà posto per miseria e sfruttamento.

Inoltre Marx sviluppa una critica a Feuerbach dal punto di vista gnoseologico, in quanto quest’ultimo aveva posto come centrale per la conoscenza l’intuizione sensibile di contro al razionalismo della tradizione idealistica, ma non aveva colto l’aspetto realmente essenziale, ovvero l’importanza dell’attività pratica per l’attività teoretica, cosa che invece, sebbene in modo astratto, aveva compreso Hegel.

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lanatra di vaucan

"Ormai solo il (non) lavoro ci può salvare"

Una lettura del Manifesto contro il lavoro del Gruppo Krisis

di Massimo Maggini

netravail2Il testo che presentiamo è stato scritto poco dopo la piccola odissea della edizione italiana del “Manifesto contro il lavoro“, apparso nel 2003 per i tipi di DeriveApprodi. La pubblicazione di quel libro nel nostro paese non fu così semplice, nonostante l’argomento “accattivante” e gli autori decisamente interessanti, la cui elaborazione trovava già allora ascolto in molte parti del mondo. L’originale era apparso in Germania nel 1999, e la traduzione italiana venne pronta poco dopo, soprattutto grazie a Giancarlo Rossi, ottimo traduttore del testo tedesco. Il mio ruolo in tutta la vicenda fu di impegnarmi a fondo nel reperire l’editore disponibile ad “accollarsene” la pubblicazione italiana: dopo aver bussato per almeno due anni a molte case editrici, grandi o piccole che fossero, la spuntai al secondo giro con DeriveApprodi (perché al primo approccio neanche con loro ero riuscito a cavare un ragno dal buco). Questa casa editrice si mostrò molto interessata a pubblicare il libro, tanto provocatorio quanto denso e prezioso, che così apparve in Italia nel 2003. In questa edizione vennero aggiunti, in più rispetto a quella tedesca, due ottimi articoli, uno di Robert Kurz (La dittatura del tempo astratto) e uno di Norbert Trenkle e ancora Robert Kurz (Il superamento del lavoro), entrambi magnificamente tradotti da Samuele Cerea, ed infine una bella post-fazione di Anselm Jappe (Il gruppo Krisis, la critica del lavoro e il ‘primato civile degli italiani).

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la citta futura

L’attualità della riflessione del giovane Marx

di Renato Caputo

image 1 vectorized 1L’opera di Karl Marx (1818-1873) ha avuto un’eccezionale influenza sulla formazione del mondo contemporaneo, tanto che durante il secolo breve l’accettazione o meno delle sue teorie ha costituito un vero e proprio discrimine in ambito non solo politico, ma più in generale culturale. È stato certamente fra i pensatori più influenti della storia della filosofia, dell’economia, della sociologia, della storiografia e delle scienze politiche. In alcuni Paesi le sue opere sono state pubblicamente bruciate e sono tutt’ora vietate, in altri sono divenute un’ideologia di Stato, al punto d’assurgere al ruolo svolto precedentemente dalla religione. 

Il successo dell’opera marxiana è indissolubilmente legato ai rapporti di forza fra le classi sociali, a dimostrazione di una tesi fondamentali della sua Weltanschauung in cui la teoria è indissolubilmente legata alla prassi: i prodotti del pensiero non possono essere considerati come se fossero a sé stanti, dotati di una storia autonoma, ma sono parte integrante dei rapporti sociali che si sono stabiliti nel corso storico fra gli uomini, profondamente condizionati dagli interessi materiali ed economici. Il sorgere e la fortuna del pensiero di Marx sono legati, dunque, indissolubilmente all’emergere e all’acquisire coscienza di sé come classe del proletariato moderno, ovvero dei lavoratori salariati che per riprodursi sono costretti a vendere come merce la propria capacità di lavoro.

Marx è nato a Treviri (Trier) nella Germania occidentale nel 1818, assegnata dopo il Congresso di Vienna alla Prussia, in una famiglia borghese. Siamo in piena Restaurazione anche se forti sono in questa città universitaria al confine con la Francia le influenze della Rivoluzione francese.

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effimera

Le pillole azzurre del capitale

di Cristina Morini

Una lettura del libro di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale (Ombre Corte, pag. 126, 12 euro)

matrix2L’algoritmo definitivo del futuro, ovvero la produzione di predizioni che ci riguardano distillate da informazioni sulla nostra esistenza raccolte attraverso la rete, sta lì, acquattato nelle varie infomacchine digitali che usiamo. “Saprà tutto quello che siamo riusciti a insegnargli sulla vita umana” rappresentando “uno strumento di introspezione fantastico: uno specchio, uno specchio digitale, uno specchio capace di prendere vita”[1]. Secondo alcuni frontiera del biopotere foucoltiano, si configura come un lavoro invisibile che, utilizzando le determinazioni che vengono dai nostri dati e percorsi online, si propone prossimamente di afferrare i pensieri che abitano gli arcipelaghi preconsci, non ancora affiorati alla consapevolezza in forma di desiderio compiuto o immaginazione: “l’accelerazione infosferica porta, per così dire, l’inconscio alla superficie della relazione sociale contemporanea”[2], seguendo le parole di Franco Berardi. Futuro della macchina che evoca e genera un processo di inveramento delle idee, prova a materializzarle e a indirizzarle commercialmente per trarne profitti e ottenere “individui liberi ma condizionati” (l’accento sta sull’avversativo). Nel frattempo, Kenneth Griffin di Citadel e James Simons di Renaissance Technologies hanno raggiunto l’apice della classifica 2015 dei gestori hedge found proprio utilizzando strategie algoritmiche elaborate dai computer, con guadagni di 1,7 miliardi di dollari ciascuno e rendimenti intorno al 15 per cento.

Così, insomma, scopriamo vivendo che le previsioni sulla redditività e il potere di controllarle sono il vero valore nell’economia finanziarizzata contemporanea: “il valore del capitale immateriale è essenzialmente una finzione borsistica”[3], aveva sottolineato André Gorz.

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contraddizione

Dov'è il comunismo?

Profitto, plusvalore, guadagno e ricchezza reale

Gianfranco Pala

klimt121È il caso di rammentare sùbito – onde evitare tanti equivoci nati da una lettura troppo affezionatamente ammiratrice di Marx – che lui quando coniò il titolo del futuro iv libro storico del Capitale <“Teorie sul plusvalore”> lo pensò unicamente in quanto rivolto alla ricerca, del tutto tralasciata o ignorata dagli economisti borghesi (classici e volgari), dell’“origine sociale del profitto” —— ovvero del guadagno dell’imprenditore [proprietario privato] capitalista in sèguito allo scambio contro denaro di merci ottenute entro quello specifico modo di produzione. Ma devono essere chiare due questioni, sia che: 1) questa particolare analisi è circoscritta soltanto al modo di produzione e circolazione della merce capitalistica (dove c’è valore e plusvalore); 2) un qualsiasi proprietario privato, in altri modi di produzione (per ora solo precedenti, i <futuri> per la loro significazione sono ineffabili), può trasformare il mero denaro che possiede, in qualsiasi altro oggetto che desideri o trarne eventualmente un vantaggio monetario. Tuttavia unicamente la rappresentazione del capitale in denaro diviene tale solo e soltanto se esso denaro\capitale è funzionalmente legato a comprare come merce la forza-lavoro altrui per valorizzarsi: ma un vantaggioso guadagno monetario [che gli agenti e i contabili del capitale denotano come “profitto” – e per Marx il tasso del profitto ha cause empiriche e forme diverse dal tasso di plusvalore che pure lo determina concettualmente] si può ottenere in tanti modi diversi dall’uso funzionale della forza-lavoro altrui non pagata, cioè dall’aver trasformato quel <denaro in quanto tale> in capitale per far produrre plusvalore mediante pluslavoro.

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la citta futura

La teoria marxiana del valore. Le confutazioni

di Ascanio Bernardeschi

Se si legge Marx con le lenti di Ricardo, la sua teoria appare contraddittoria. Occorre invece avere chiara la sua netta rottura con l'economia classica

382b8d3782570445d756f78552586f35 LLa difficoltà o l'impossibilità di misurare gli oggetti non implica che essi non esistano o che non siano regolati da determinate leggi. Nella meccanica quantistica, per esempio, secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, è impossibile misurare con precisione, nello stesso istante, sia la posizione che la velocità di una particella. Però la teoria di Marx è stata criticata per via della difficoltà di misurare il lavoro sociale necessario a produrre una merce oppure di stabilire a quanto tempo di lavoro semplice corrisponde un'ora di un lavoro complesso, maggiormente specializzato. È agevole rispondere che per Marx è il mercato a stabilire il tempo lavoro necessario a produrre una merce. Se la misura immanente del valore è il tempo di lavoro, quella “fenomenica esterna” è il denaro, quale rappresentante di ricchezza astratta e quindi di un certo tempo di lavoro. È il mercato che verifica se e in che misura il lavoro prestato è lavoro socialmente necessario. Così pure, Marx non si è mai sognato di cercare di risolvere il “puzzle” [1] della riduzione del lavoro complesso a lavoro semplice, limitandosi casomai a indicare come ciò sia possibile in via teorica. Anche nei suoi esempi numerici, ha quasi sempre utilizzato il denaro come misura del valore. La sua teoria non serve a determinare in vitro il valore delle merci, ma a scoprire le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico e metterne a nudo le contraddizioni. Essa deve essere valutata sulla base della sua capacità o meno di raggiungere questo obiettivo e naturalmente sulla base della sua coerenza interna.

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ist onorato damen

Saggio medio del profitto e prezzo di produzione

di Giorgio Paolucci

marx engels2Abbiamo deciso di ripubblicare l’articolo Saggio medio del profitto e prezzo di produzione perché in esso, al di là delle più recenti modificazioni capitalistiche e degli avvenimenti, spesso dolenti, della storia mondiale, l’analisi ivi espressa sulla «formazione del saggio medio di profitto in relazione al processo di formazione dei prezzi» resta più che valida, anzi, diremmo, operante: in primis tale articolo, edito sul numero 5 della IV serie della rivista «Prometeo» (settembre 1981), riproponendo la posizione di Marx con estrema esattezza e puntualità, funge da lettura propedeutica per chiunque volesse tentare una comprensione storica dei fenomeni della «concentrazione dei mezzi di produzione», «del fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto», e di quella che, circa trenta anni fa, era già la «crescente espansione del dominio parassitario del capitale finanziario».

In contrasto con le tesi degli economisti liberali e dei corifei del capitale, i quali volevano utilizzare il terzo libro del Capitale per sminuire la teoria del valore-lavoro, i «rilievi critici» di Marx a Ricardo vengono riproposti in Saggio medio del profitto e prezzo di produzione per ribadire con chiarezza come la «formazione di un saggio del profitto implica che i prezzi delle merci differiscano dai loro valori». Un assunto di primaria importanza se si vuole concepire, con Marx, la realtà economica odierna, in cui la «forza imperialistica», esercitata da ognuno dei vari centri di potere della borghesia mondiale, viene utilizzata al fine di incidere sulla «ripartizione» del «plusvalore complessivo», cioè mondiale.

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sinistra

Marx 1881, il marxismo creativo e i “quattro enigmi” della storia contemporanea

di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio

Un carteggio sull'Effetto di sdoppiamento. In calce a questo scritto le domande rivolte agli autori

marxdisegnocongiornaleCaro Fabio, nel rispondere al tuo scritto – fin troppo generoso nei nostri confronti – vogliamo per il momento concentrarci solo su due distinte tematiche, e cioè:

- Il rapporto tra marxismo e teoria dell’effetto di sdoppiamento, con il derivato primato della sfera politica (Lenin, “Che fare?”, 1902 e sulla successiva polemica contro Trotsky e Bucharin, nel 1920/21);

- Quale sia l’utilità politica, a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 900 a.C. fino a i nostri giorni.

- Sulla prima questione, sottolineiamo subito che il primo e finora ignorato precursore della teoria dell’effetto di sdoppiamento è stato Karl Marx, in un suo geniale lavoro del 1881 che semi-marxisti russi quali Plechanov, Axelrod e Vera Zasulich occultarono e nascosero vergognosamente per quasi quattro decenni e che venne invece pubblicato in Unione Sovietica nel 1924.

Infatti all’interno della bozza e stesura provvisoria della sua lettera del marzo 1881 indirizzata a Vera Zasulich, il geniale rivoluzionario tedesco analizzò anche la dinamica generale di sviluppo delle millenarie comuni rurali (la “comune agricola”, nella terminologia usata da Marx), notando tra le altre cose che «come… fase ultima della formazione primitiva della società, la comune agricola… è nello stesso tempo fase di trapasso alla formazione secondaria e, quindi, di trapasso dalla società basata sulla proprietà comune alla società basata sulla proprietà privata.

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blackblog

Si comincia col denaro e si finisce col denaro

di Michael Roberts

Recensione di: Fred Moseley, 'Money and totality', Brill, 2016, pp. 436, £102

money5Negli ultimi due anni, una delle tendenze principali dell'economia mondiale è stata il crollo del prezzo del petrolio sul mercato globale. Da un picco che superava i $100 al barile, il prezzo è crollato fino al di sotto dei $30 e si trova ancora intorno ai $40. La spiegazione di questa caduta del prezzo, come era stato previsto dall'economia ufficiale, è semplice. C'è stato un mutamento nella domanda e nell'offerta di petrolio. Perciò gli economisti ora discutono su quale sia il fattore principale: l'incremento dell'offerta o la diminuzione della domanda.

Ma quest'analisi del prezzo di una merce e di quanto valga a livello della domanda e dell'offerta - come viene insegnato da tutti i libri di testo di economia all'università - nel migliore dei casi è superficiale. C'è una battuta che gira negli ambienti degli investitori finanziari, quando si discute sul perché il prezzo delle azioni di una qualche società sia improvvisamente crollato: "Be', c'erano più venditori che acquirenti" - talmente vero fino ad essere tautologico.

Cos'è che spiega perché un barile di petrolio costa $40 e non $1? Perché 100 graffette costano $1 ed un'automobile costa $20.000? In altre parole, dobbiamo capire cos'è che fa sì che qualcosa sul mercato venga valutato al di là della semplice domanda ed offerta; ci serve una teoria del valore. A partire da questo, possiamo cominciare a spiegare il funzionamento di un'economia capitalista, dove ogni cosa viene prodotta per essere venduta.

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 contraddizione

Il punto di vista della palla

Un mondo trasformabile guardando con meraviglia la realtà sociale

di Gianfranco Pala

“Proprio perché si è rimasti all’oscuro circa la natura della società umana,
ci troviamo ora di fronte alla possibilità di un totale annientamento del pianeta."

[Bertolt Brecht, Scritti teatrali, Einaudi, Torino (1957)]

bansky 3L’enorme differenza specifica marxiana rispetto al feticismo economico che l’ha preceduto – anche quello che si è fondato sull’eccedenza della produzione agricola <materiale nella natura> – sta precisamente, come si preciserà meglio fra poco, nel fatto che gli umani mutano insieme alla natura. Epperò – come dice Bertolt Brecht, qui da assumere in via generale [cfr. Scritti teatrali, Einaudi, Torino 1962 (vol. unico), giacché fu da lui formulato nei suoi riferimenti <particolari> al teatro epico di contro al tradizionale teatro drammatico convenzionale borghese] (per ulteriori considerazioni cfr. il §.5. la dialettica dell’intelligenza generale) – il marxismo della maniera materialistica fu da lui appreso direttamente da Marx e Engels, e si attaglia perfettamente a tutto il mondo reale, ossia al vero e proprio, ma malamente detto, <ambiente> in quanto “condizioni circostanti naturali” nel quale vivevano gli umani. “Questo mondo era senza dubbio già apparso in precedenza, ma non come elemento a sé stante, bensì soltanto nella prospettiva del personaggio centrale”. E codesto personaggio, perciò, assume il carattere dell’individuo – di qui ecco l’<individualismo metodologico> – attorno al quale deve ruotare, in sua escludente funzione, tutto il sistema rappresentato — un <ambiente> illusorio non si può modificare, è statico, morto, giacché l’unica azione vivificante è dell’umano, che opera al posto ma entro il mondo reale. Per l’individuo-che-conta (si pensi al capitalista che decide ogni cosa alle spalle dei produttori) non importa affatto l’oggettività reale ma soltanto ciò che lui soggettivamente percepisce [in una accezione di “percezione”, come si dirà, che non è quella etimologica latina derivata da per e capĕre, ossia “prendere conoscenza”, capire (ma anche materialmente prendere un oggetto, denaro in pagamento, salario o pensione, ecc.)].

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ilrasoiodioccam

La nuova 'Storia del marxismo' in Italia

di Paolo Favilli

Nella "Storia del marxismo" (Carocci, Roma 2015, 3 voll.) recentemente uscita a cura di Stefano Petrucciani si ripresenta la possibilità di riesaminare la storia del marxismo alla luce del sistema di relazioni che sorregge le sue diverse forme. Entro questo contesto sono almeno due i problemi che vanno posti: quello del rapporto fra riforme e rivoluzione e quello del nesso fra filosofia e marxismo

marx on your mind 001 74676 210x2101) I tre agili volumetti che compongono questa Storia del marxismo, pur inserendosi in una tradizione consolidata e di lungo periodo concernente i modi di fare storia dell’«oggetto» in questione, presentano interessanti spunti di originalità nel panorama complessivo della produzione storica frutto del clima della Marx Renaissance. Ho usato l’espressione produzione storica, ma, come vedremo proseguendo nel discorso, il termine storia, proprio nell’ambito della tradizione cui ho fatto sopra riferimento, necessita di essere meglio precisato. Qual è, però, il peso della dimensione storica nel contesto di quella riflessione generale su Marx ed il marxismo che è stata chiamata Marx Renaissance?

La Marx Renaissance è, indubbiamente, un fenomeno di estrema importanza che oggi ha travalicato anche l’ambito degli studi per diventare, ad esempio, elemento centrale di una delle più importanti manifestazioni artistiche mondiali: la Biennale di Venezia del 2015. Il «cardine» del programma è stato «l'imponente lettura dal vivo dei tre volumi di Das Kapital di Karl Marx. «Porto Marx alla Biennale perché parla di noi oggi», ha detto il curatore della mostra veneziana[1]. La sfera degli studi, la sfera dell’arte, la sfera dell’alta cultura in genere, però, appare separata dai processi di mutamento che interessano lo stato di cose presente.

Il fenomeno della Marx Renaissance comincia a delinearsi pochissimo tempo dopo la proclamata morte del pensatore di Treviri, non casualmente in concomitanza con i primi sinistri scricchiolii delle crisi finanziar-recessive degli anni Novanta.

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sinistra

Contro un facile spirito di assimilazione

Antonio Pagliarone

Danilo Montaldi, “Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1970”, Cooperativa Colibrì 2016. [Via Coti Zelati, 49 – 20037 Paderno Dugnano (Mi), email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.]

14290752 ascoltare il lavoro italia 1961 2011 19 maggio 4Il Centro Luca Rossi ha curato la ripubblicazione del “Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1970” di Danilo Montaldi edita da Quaderni Piacentini nel 1976 che venne stampata in circa quattrocento copie. Ricordo di averne comprata una, ormai relegata in soffitta, proprio quell’anno, quando frequentavo, come tutti i giovani scapigliati di Milano, la libreria Calusca di Primo Moroni in Corso di Porta Ticinese. Primo, che conosceva benissimo le tendenze dei frequentatori, mi indicò il volumetto dalla copertina rossa dicendomi che leggendolo ne sarei stato entusiasta. Aveva ragione. Avevo scoperto l’esistenza di Danilo Montaldi attraverso il necrologio scritto da Sergio Bologna su Primo Maggio nel 1975 in occasione della sua morte piuttosto strana.

Quando finì la bagarre giovanile degli anni 70 decisi di raccogliere gli articoli più interessanti di Danilo Montaldi per farne una raccolta dal titolo Bisogna Sognare (da un suo vecchio articolo apparso su Azione Comunista) e chiesi a Primo Moroni di pubblicarla. Ne fu entusiasta e mi spronò ad andare avanti. Ho passato intere giornate all’Istituto Feltrinelli di Milano come un topo a spulciare giornali e riviste ingiallite per recuperare gli interventi più significativi del vecchio cremonese. Ho accumulato una montagna di fotocopie e mi preparavo ad organizzare il volume quando presi contatto con Arturo Peregalli che mi spronò ulteriormente dandomi un supporto indispensabile al lavoro, che nel frattempo si era arricchito di altri articoli grazie al contributo dell’archivio monumentale di Arturo. Purtroppo Primo Moroni mi informò che l’opera non poteva essere pubblicata dalla Calusca a causa dei soliti problemi di denaro.

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La crisi del valore di scambio

La scienza come forza produttiva, lavoro produttivo e riproduzione capitalista

di Robert Kurz

trouvailles2387Il saggio di Robert Kurz, "La crisi del valore di scambio", che di fatto fonda la Critica del Valore, viene scritto e pubblicato per la prima volta nel 1986, quasi trent'anni fa. In quel saggio, Kurz sosteneva che il sistema produttore di merci si trovava in quella che era la sua crisi finale in quanto, con l'avvento della terza rivoluzione industriale - quella della microelettronica avvenuta a partire dagli anni 1960 - la produzione globale di plusvalore da crescente diventava decrescente.

Secondo Kurz, la rivoluzione dell'informatica e della comunicazione portava con sé un aumento straordinario della produttività del lavoro, dalla quale conseguiva non solo una riduzione significativa del valore globale prodotto, ma anche una riduzione ancora più significativa di plusvalore per unità di ricchezza materiale. Riduzione che non poteva più essere compensata dall'aumento della produzione di merci, ossia dalla crescita della ricchezza materiale.

La tesi era esplosiva: dal momento che il sistema capitalista è mosso dall'accumulazione di capitale, e dal momento che il capitale accumulato non può più essere aumentato in maniera persistente attraverso l'acquisizione di un volume crescente di plusvalore, ecco che allora il sistema, nella sua totalità, entra necessariamente in agonia, pur continuando, tuttavia, a sopravvivere, con conseguenze devastanti per tutti gli esseri viventi.