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I vizi e le virtù del determinismo marxiano

di Alessandro Barile*

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 1/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, pp. 58-69, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

unnamed984ec8«Il diciottesimo secolo ha messo in discussione ogni cosa, il diciannovesimo ha il compito di concludere; e conclude con delle realtà; ma realtà che vivono e camminano»

(Balzac, Illusioni perdute, 1837-1843)

Attorno al grande problema dell’oggettività, tanto della realtà quanto dei suoi processi sociali, si è istituito un confronto che ha attraversato tutto il marxismo. Oggi il problema ha perso di rilevanza: il campo del marxismo, di per sé residuale, è profondamente venato di soggettivismo nelle sue proposizioni teoriche, e la militanza pensata tutta all’interno di una prassi politica contingente. Un recente volume di Luigi Vinci1 ci ricorda che così non fu per una lunga epoca del movimento operaio. Da Marx fino (almeno) allo scoppio della Grande guerra — e soprattutto lungo tutta l’esperienza della II Internazionale — la teoria politica della socialdemocrazia costruiva la propria forza organizzativa e narrativa pienamente dentro il campo del determinismo storico. Il famigerato “crollismo” altro non era che la fiducia in processi sociali teleologici: il capitalismo era destinato ad essere superato, a prescindere dall’azione del movimento operaio. È quanto asseriva candidamente un marxista rivoluzionario come Plechanov, laddove indicava come «la sociologia non diventa scienza che nella misura in cui perviene a comprendere la comparsa di fini nell’uomo sociale (“teleologia” sociale) come una conseguenza necessaria del processo sociale, condizionato in ultima istanza dal corso dello sviluppo economico»2.

Il contesto storico appariva chiaro: la II Internazionale origina all’interno di una lunga depressione economica che confermava, addirittura accentuandole, le principali determinazioni marxiane. Tra il 1873 e il 1895 la crisi non rendeva solamente più manifeste le contraddizioni del capitalismo; moltiplicava nel numero e nella coscienza quel proletariato che avrebbe inevitabilmente sostituito la borghesia al potere. La società sembrava destinata a ridurre le proprie specificazioni sociali lasciando sul terreno le sole due classi in lotta: borghesia e proletariato. La prima in ritirata, la seconda in espansione. L’azione organizzata del movimento operaio procedeva abolendo le leggi antisocialiste, costruiva sindacati e, tramite questi, migliorava le condizioni di vita di milioni di lavoratori salariati; parimenti, i primi rappresentanti socialisti venivano eletti nei parlamenti nazionali, acquisivano forza di condizionamento. Lo Stato “repressivo” diveniva anche “interlocutore politico”. La storia sembrava per compiersi, era questione di anni.

A trovare conferma empirica immediata era la legge marxiana alla base di ogni teoria del crollo: la caduta tendenziale del saggio di profitto che, nonostante i fattori di controtendenza messi in campo dal capitale, impediva a questo stesso capitale di rigenerarsi del tutto, riattivando processi di valorizzazione reale in grado non solo di frenare, ma anche di invertire la tendenza catastrofica. In ultima istanza, è in base a questa legge, d’altronde espressione determinata di un percorso storico più complessivo, che poteva e può essere pensata la sostituzione della borghesia con il proletariato, abrogando così la natura classista della società. Come afferma Vinci,

«Che cosa [...] rende praticamente operabile questa sostituzione, poi rende praticamente operabile la forma sociale portata dal proletariato, cioè che cosa rende praticamente operabile il comunismo: appunto l’oggettività contraddittoria e sempre più organicamente critica del processo capitalistico, il fatto cioè, concretamente, che lo sviluppo capitalistico è portatore di una “legge”, quella della caduta del saggio generale del profitto, che tende a recargli crisi sempre più gravi e d’ordine sempre più sistemico, delle quali il proletariato può agevolmente valersi per un’offensiva politica rivoluzionaria»3.

Il marxismo “ortodosso” di Kautsky, collegandosi ad alcune riflessioni dell’ultimo Engels, procederà con lo sciogliere ciò che in Marx (e nello stesso Engels) appariva saldato: l’oggettività del processo storico e la necessità di una soggettivazione proletaria in grado di realizzarlo. Secondo il noto passo marxiano presente nel 18 Brumaio, «gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì in circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione»4. Quello che Marx nega è dunque il concetto di «arbitrarietà», di azione svincolata e indipendente dai fattori che la determinano. Lo studio a ritroso di questi fattori consente a Marx di valutare il processo storico non costruendone una “filosofia”, ma una interpretazione dotata di coerenza intrinseca, secondo Merleau-Ponty:

«Il marxismo non ci dà un’utopia, un avvenire conosciuto anticipatamente, una filosofia della storia. Ma esso decifra i fatti, scopre in essi un senso comune, ottiene così un filo conduttore, senza dispensarci dal ricominciare l’analisi per ogni periodo, ci permette di discernere un orientamento degli eventi»5.

«Noi mostriamo semplicemente al mondo il perché delle sue lotte»6, dirà un giovane Marx in una lettera del 1843. Per il marxismo della II Internazionale, forgiato nell’opera teorica di Kautsky (e Bernstein e Bebel), queste lotte vengono retrocesse a mera tattica (peraltro dipendente dalle superiori strategie della lotta legale-parlamentare), e la «necessità» del socialismo — derivante dalle contraddizioni interne al processo produttivo — veniva tradotta di per sé in «inevitabilità». A che pro accelerare processi che sarebbero comunque avvenuti (e di lì a breve, peraltro)?

Certo in Marx l’organizzazione operaia, per lui decisiva nell’opera di compimento storico, rispondeva ad una tendenza spontanea delle lotte di classe: conducendo ad una progressiva proletarizzazione delle figure sociali, queste avrebbero trovato da sé anche le loro rappresentazioni politiche. Scriverà nella Sacrafamiglia, agli albori della sua collaborazione con Engels, che

«ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna. Non c’è bisogno di spiegare qui che una grande parte del proletariato inglese e francese è già cosciente del suo compito storico e lavora costantemente a portare questa coscienza alla chiarezza completa»7.

Cinque anni più tardi, nel 1850, la riflessione sul fallimento dei moti rivoluzionari del ’48 e lo sviluppo della situazione politica francese porterà Marx a confermare un atteggiamento estremamente “cauto” riguardo al rapporto tra organizzazione politica e lotte di classe:

«È passato il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta di una trasformazione completa delle organizzazioni sociali, ivi devono partecipare le masse stesse; ivi le masse stesse devono già aver compreso di che si tratta, per che cosa danno il loro sangue e la loro vita. Questo ci ha insegnato la storia degli ultimi cinquant’anni. Ma perché le masse comprendano quel che si deve fare è necessario un lavoro lungo e paziente, e questo lavoro è ciò che noi stiamo facendo adesso, e con un successo che spinge gli avversari alla disperazione»8.

Eppure, il comunismo rimaneva sempre, per Marx, «quel movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti». Il caso giocava un suo ruolo, così come un certo azzardo rivoluzionario, sul filo dell’occasione “preparata dalla storia”, come rifletterà, rispondendo a Kugelmann, in seguito alla sconfitta della Comune parigina:

«Sarebbe del resto assai comodo fare la storia universale, se si accettasse battaglia solo alla condizione di un esito infallibilmente favorevole. D’altra parte, questa storia sarebbe di natura assai mistica se le “casualità” non vi avessero parte alcuna. Queste casualità rientrano naturalmente esse stesse nel corso generale dell’evoluzione e vengono a loro volta compensate da altre. Ma l’accelerazione e il rallentamento dipendono molto da queste “casualità” tra cui figura anche il “caso” del carattere delle persone che si trovano da principio alla testa del movimento»9.

In Kautsky e nella socialdemocrazia (tedesca in primo luogo), al contrario, le organizzazioni operaie dovevano accumulare forza, non incidere qualitativamente sul processo complessivo. La violenza veniva così espunta dal novero degli strumenti atti a realizzare il comunismo; e con essa, l’idea del “colpo di mano”, del tentativo insurrezionale, qualsiasi inopinata “accelerazione”. Il risultato sarà quel Programma di Erfurt (1891), adottato dal Partito socialdemocratico tedesco, che stabilirà l’inevitabilità del socialismo e l’azione politica legale (parlamentare, da un lato, e sindacale, dall’altro) come orizzonte politico della II Internazionale:

«La socialdemocrazia è un partito rivoluzionario, ma non un partito che fa la rivoluzione. Noi sappiamo che i nostri obiettivi possono essere raggiunti soltanto attraverso una rivoluzione, ma sappiamo anche che noi non abbiamo il potere di fare questa rivoluzione [...] Non ci viene quindi neppure in mente di voler provocare o preparare la rivoluzione»10.

Poi, certo, Kautsky rimaneva — a parole — un rivoluzionario: in ultima istanza anche per il marxista tedesco era necessario un moto rivoluzionario di ribaltamento: «il rivolgimento sociale al quale miriamo può essere realizzato soltanto attraverso una rivoluzione politica, attraverso la conquista del potere politico da parte del proletariato combattente»11. Ma la china avviata procedeva inevitabilmente a intessere relazioni sempre più stringenti con il riformismo:

«La strategia dello spossamento si differenzia dalla strategia dell’abbattimento solo per il fatto che, a differenza di quest’ultima, essa non tende direttamente alla battaglia decisiva, ma invece la prepara a lungo e l’affronta soltanto quando sa che l’avversario è sufficientemente indebolito. [.] I presupposti di una rivoluzione proletaria vittoriosa possono venir realizzati soltanto in un lungo e faticoso lavoro di pace, nell’instancabile e progressivo lavoro di costruzione»12.

Nasceva così, alle soglie dell’ultimo decennio del XIX secolo, il “marxismo legale”, rapidamente declinato in riformismo tanto in Germania (ad opera del revisionismo bernsteiniano), quanto in Russia (per mano di Struve e Tugan-Baranovski). Di conseguenza, ogni colpo di mano veniva associato alla “provocazione”, ogni accelerazione diveniva sinonimo di estremismo, poi di radicalismo piccolo-borghese, le tentazioni antiparlamentari oggettivamente reazionarie, l’illegalità eventuale una pena capitale contraria agli interessi del proletariato. Ogni azzardo una “fuga in avanti”, e — per ciò stesso — dettato da una «politica della disperazione», come la definiva lo stesso Kautsky, collusa con gli interessi della borghesia. L’immobilismo diveniva dunque la tattica della socialdemocrazia fino allo scoppio della guerra. Il risultato di questa traiettoria è noto: la II Internazionale divenne sempre più associazione di partiti nazionali; le istanze parlamentari presero il sopravvento sulla complessità della politica; gli interessi della nazione si affiancarono alle ragioni sociali della classe operaia; infine, i crediti di guerra stabilirono la convergenza degli interessi tra socialdemocrazia e borghesie nazionali e la fine dell’Internazionale in quanto tale.

Prima di giungere alla catastrofe bellica, però, il marxismo va incontro, secondo il già citato Vinci, ad una sua “crisi epistemologica”: dal 1896 — dopo più di vent’anni di stagnazione — il processo di valorizzazione del capitale riparte, avviando un lungo periodo di crescita economica (e di tendenziale miglioramento delle condizioni di vita dello stesso proletariato), che stresserà la legge marxiana della caduta del saggio di profitto. Tale legge, pur confermandosi, non appare più come “decisiva”, ma una tendenza tra le altre, a cui il capitale reagisce opponendo ad essa una capacità di recupero strutturale in funzione di un’altra legge: l’aumento tendenziale della produttività del lavoro. Sono tali salti esponenziali della produttività a consentire al sistema, nel suo complesso, di stimolare nuovi bisogni, nuove forme di consumo, distruggendo ma anche generando una ricchezza sociale che coinvolge altresì parti importanti di proletariato, avviando quel ciclo di risparmio che sosterrà il capitalismo anche nei suoi momenti critici. Certo, le due guerre mondiali assumono la forma di vera e propria catastrofe. Ma i cicli di espansione e di depressione si altereranno lungo il Novecento, e in maniera sempre meno “catastrofica”. L’impoverimento, pure presente dentro i cicli di contrazione, non tornerà più ai livelli assoluti tali da favorire processi rivoluzionari, almeno in Occidente. Arricchimento e impoverimento relativo consentiranno al sistema, nel suo complesso, di reggere strutturalmente nelle fasi di crisi. L’alternanza di crisi e sviluppo, inoltre, non condurrà alla progressiva proletarizzazione del paesaggio sociale: viceversa, le figure lavorative si moltiplicheranno, e aumenteranno i comportamenti sociali e di consumo. La piccola e media imprenditoria resisterà alla tendenza monopolistica. L’impoverimento, sempre relativo, non condurrà ad una regressione strutturale della domanda sociale, quanto ad un suo andamento ciclico tutto sommato governabile.

Se l’aumento tendenziale della produttività risponda ad un “legge”, è giudizio complesso. La realtà di questo secolo abbondante ci ha confermato che le controtendenze opposte dal capitalismo alle sue “contraddizioni interne” sono risultate decisamente più robuste delle “ineluttabili crisi” che avrebbero dovuto condurre il capitalismo al suo crollo. Il determinismo senza azione consapevole e organizzata del movimento operaio ha dimostrato in più punti la sua inefficacia. I suoi rappresentanti, convinti rapidamente delle ragioni del riformismo, sono stati poi (quasi) tutti cooptati dalla borghesia a gestire la ragion di Stato e le sue necessità produttive. Il riformismo operaio si è ribaltato celermente in riformismo borghese.

Eppure, la lotta al determinismo e l’egemonia del soggetto odierna non sembrano risolvere i limiti in cui è finita l’azione del movimento operaio. La vicenda assume dunque una complessità diversa dalla storia, a suo modo edificante, di chi spazzando via il “rinnegato Kautsky” e il “revisionista Bernstein” (e soprattutto, con loro, il “cane morto” Engels) pensa così di aver fatto i conti con l’oggettivismo e il materialismo storico. La questione, come sempre, appare più articolata.

Alla base del materialismo marxiano è il postulato che la realtà sia conoscibile. Per essere conoscibile, e dunque comprensibile, misurabile e infine reali%pabile, questa realtà non può che essere una. Non ciascuna per ogni soggetto che la osserva, procedimento che conduce — per il Lenin dell Empiriocriticismo — all’inevitabile solipsismo, costruendo così una realtà per ogni soggetto agente. La realtà dev’essere dunque esterna. Per il Lenin in lotta contro le derive “soggettivistiche” del gruppo dirigente bolscevico, infatti,

«se la verità è soltanto una forma ideologica, vuol dire che non può esserci una verità indipendente dal soggetto, dall’umanità, giacché noi, come Bogdanov, non conosciamo altra ideologia all’infuori dell’ideologia umana. [...] Se la verità è una forma dell’esperienza umana, vuol dire che non può esservi una verità indipendente dall’umanità, non può esservi una verità obiettiva. [.] L’esistenza di ciò che è riflesso, indipendentemente da ciò che riflette (o l’indipendenza del mondo esterno dalla coscienza), è il postulato fondamentale del materialismo»13.

Esiste una realtà all’infuori di noi, che noi possiamo osservare e, attraverso il metodo scientifico, svelare, approssimandoci ad essa. Questa realtà ci determina. Esiste prima dell’uomo e continuerà dopo di esso, e l’azione che l’uomo svolge nella storia è in rapporto dialettico con essa. L’uomo è il prodotto della realtà sociale in cui vive. Le sue idee, i suoi comportamenti, le sue azioni, l’insieme delle sue credenze e dei suoi giudizi sono il risultato di una realtà che agisce sull’uomo e lo condiziona. In base a ciò, Il Capitale di Marx è il tentativo di descrivere questa realtà sociale, di misurarla scientificamente, svelandone l’essenza posta dietro all’infinita molteplicità dei fenomeni contingenti. Come ebbe a dire Engels, «il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto, è anzitutto il risultato della visione, da una parte, degli antagonismi di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti, salariati e borg- ghesi; dall’altra, dell’anarchia dominantenella produzione»14. L’osservazione, cioè l’analisi e l’interpretazione di ciò che già esiste, consente al socialismo il suo statuto “scientifico”. È in base a questo procedimento che Marx può illustrare un movimento interno alla società che si presenta come oggettivo, nel senso di determinato a prescindere dalle singole volontà. Secondo il fondatore dell’austromarxismo Max Adler,

«la conoscenza di queste condizioni materiali, l’investigazione scientifica della loro natura e dei loro comuni effetti permette parimenti di riconoscere anche quali compiti l’umanità dovrà necessariamente porsi in questa particolare situazione e quali mezzi essa dovrà adottare per risolverli. Messo così completamente in luce dall’esame scientifico, l’ingranaggio causale della storia si tramuterà direttamente in una teleologia, tuttavia senza alcun pregiudizio del suo compatto concatenamento causale»15.

L’azione del movimento operaio risponde dunque, per il marxismo, a una necessità storica. Non si presenta come inevitabile a prescindere dai soggetti che hanno il compito di attuarla, ma si situa dentro un processo che si trasforma in base a una direzione. Una direzione precisa, per Marx: il percorso che conduce dalla coscienza di classe all’autocoscienza dell’uomo. In questa traiettoria, l’uomo non dispone a suo piacimento, «arbitrariamente», del proprio destino, perché il terreno entro cui colloca la propria azione e il proprio pensiero è già disposto; ciononostante contribuisce ad informarlo:

«Gli uomini non sono liberi signori delle loro forze produttive — che sono la base di tutta la loro storia — perché ogni forza produttiva è una forza acquisita, è il prodotto di un’attività anteriore. Così le forze produttive sono il risultato dell’energia pratica degli uomini, ma questa energia stessa è circoscritta dalle condizioni in cui gli uomini si trovano collocati dalle forze produttive già acquisite, dalla forma sociale che esiste prima di loro, che essi non creano, che è il prodotto della generazione anteriore. Per il semplice fatto che ogni generazione posteriore trova delle forze produttive acquisite dalla generazione precedente, che le servono come materia prima per una nuova produzione, si forma una connessione nella storia degli uomini, si forma una storia dell’umanità [.. .]»16.

Questo percorso è chiaramente soggetto a incidenti, ma non “torna indietro”: l’azione sociale, di cui il capitalismo è il più alto momento di sviluppo transitorio, agisce trasformando continuamente la realtà. La realtà non è stabile e contiene in sé i motivi del suo superamento. Questo è il senso della necessità storica entro cui agisce il proletariato. La coscienza di classe è la consapevolezza del proletariato di situarsi dentro questo percorso, di doverlo realizzare non in base a intendimenti etici o volontà di potenza, ma in connessione con la storia. Una storia che, per Paul Lafargue, si presente apparentemente come

«caotica congerie di eventi, disgiunti dal controllo dell’uomo, che progrediscono e regrediscono, si scontrano e si intrecciano, emergono e scompaiono senza un motivo apparente, e per conseguenza molto spesso si è indotti a concludere che sia impossibile raccoglierli e classificarli per serie, tali da permetterci di scoprire le cause di evoluzione e rivoluzione. Eppure per il marxismo — prosegue Lafargue — la divina provvidenza che dirige le malvagie passioni degli uomini è una diversa versione dell’assioma popolare, l’uomo agisce e Dio lo guida. Che cosa sono questa divina provvidenza del filosofo napoletano [Vico, nda.] e questo dio della saggezza popolare che guidano l’uomo con l’aiuto dei suoi vizi e delle sue preoccupazioni? Il modo di produzione, risponde Marx17».

E dunque, se il cammino della storia si presenta in apparenza come inconsapevole e casuale, ciò è dovuto al fatto che «finora egli non ha raggiunto coscienza delle cause che lo inducono ad agire e guidano le sue azioni»18. Per darsi, tutto questo ha bisogno di essere studiato e di essere conosciuto. Marx ed Engels non escogitano il comunismo studiando il proletariato, ma scoprono il proletariato studiando il capitalismo. Studiando cioè una realtà che esiste e che può essere esaminata, quasi in laboratorio. La scoperta posta alla fine di questo studio è il comunismo. Il segreto del capitalismo è la rivoluzione. L’azione del proletariato è tale non in base ai suoi pensieri e alla sua momentanea (falsa) coscienza di sé che ha nella fase della sua infanzia e adolescenza, ma in base al suo rapporto con la realtà sociale nel suo complesso, al suo ruolo nel capitalismo.

Per questi motivi, schematicamente tracciati, abolendo il determinismo (cosa diversa dal “positivismo”) non rimane che una teoria dei soggetti senza un oggetto comprensibile che li determina. Anzi: ribaltando il ragionamento, l’oggetto di studio viene rinvenuto dalle contingenti volontà dei soggetti, dalla loro “disponibilità alla lotta”, dalle loro istanze etiche. Cambiano al cambiare delle stagioni, di volta in volta identificati con quei soggetti che, temporaneamente, sembrano incarnare un certo spirito dei tempi. O meglio, un certo spirito di rivolta. Di questo passo però il comunismo si tramuta in atto di volontà, in azione consapevole, su di un piano di parità con le azioni contrastanti di altri soggetti, individuali ed organizzati. C’è anche questo, lo abbiamo capito: la lezione leniniana dimostra della fallacia teorica di facili teleologismi impersonali. Lo stesso Lenin che confutava l’estremismo di Bogdanov e Lu- nacarskij nel 1908, pochi anni prima, nel 1902, combatteva il rozzo determinismo del gruppo dirigente del Posdr:

«E soltanto la più grossolana incomprensione del marxismo (o la sua “comprensione” nello spirito dello “struvismo”) poteva far pensare che il sorgere di un movimento operaio spontaneo di massa ci esonerasse dall’obbligo di creare un’organizzazione di rivoluzionari buona come quella della “Zemlja i Volja”. [...] La lotta spontanea del proletariato non diventerà una vera “lotta di classe” finché non sarà guidata da una forte organizzazione di rivoluzionari19».

Ironia della storia, nell’infuocato dibattito suscitato dal Lenin del Che fare? sarà, tra gli altri, Trockij ad incaricarsi di demolire il “giacobinismo” e il “blanquismo” di Lenin20. Lo stesso Trockij che scriverà, nel 1920, parole roventi e acute sul terrorismo:

«Chi di principio ripudia il terrorismo — e cioè ripudia le misure di soppressione e di intimidazione nei confronti della controrivoluzione armata — deve rifiutare ogni idea di dittatura politica della classe operaia e rinnegare la sua dittatura rivoluzionaria. [...] La rivoluzione non richiede “logicamente” il terrorismo, proprio come “logicamente” non richiede un’insurrezione armata. Che profonda banalità! Ma la rivoluzione richiede alla classe rivoluzionaria che essa raggiunga il proprio fine con tutti i mezzi a disposizione e, se necessario con un’insurrezione armata; se richiesto, col terrorismo»21.

Eppure il soggetto senza necessità viene — è venuto — comodamente fatto a pezzi e disciplinato da quel capitale dalle sembianze sempre più “totalizzanti” e sempre meno (auto)contraddittorie. La rivoluzione si fa rivolta esterna al capitale stesso, come tentato di dimostrare da francofortesi e operaisti. Un capitale di cui non conosciamo più la struttura, la sua composizione, i suoi punti di cedimento. Le analisi del capitalismo rimangono ferme alla prima metà del Novecento; il resto non riesce a tramutarsi in scienza organica alle lotte di classe e alla trasformazione. Scienza e ideologia hanno separato i propri destini, i propri uomini e i propri linguaggi. Il risultato è la scissione odierna, in cui ogni discorso politico è tutto interno alle questioni ideologiche, e ogni discorso scientifico immediatamente tecnicizzato e posto al servizio dell’evoluzione tecnologica del capitale. Al contrario, per concludere con le parole di Merleau-Ponty, «la tesi centrale del marxismo [è] l’identità del soggettivo con l’oggettivo»22. Fuori da questa sintesi il marxismo si è presentato, storicamente, in placida attesa del paventato (e sempre imminente) crollo spontaneo del capitalismo; oppure, al lato opposto, come luciferino architetto del destino sociale dell’uomo23. Due capi della sconfitta politica che oggi tormenta le ragioni del marxismo.


* Università “La Sapienza” di Roma

Riferimenti bibliografici
Fetscher, Iring, 1970
Il marxismo, Feltrinelli, Milano.
Lafargue, Paul, 1976
 Il determinismo economico di Marx, Il formichiere, Milano.
Lenin, Vladimir Ilic, 1979
Che fare?, Einaudi, Torino.
Id., 2015
Materialismo ed empiriocriticismo, edizioni Lotta Comunista, Milano.
Marx, Karl, 1962
Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori Riuniti, Roma.
Id., 1977
Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma.
Marx, Karl - Engels, Friedrich, 1945
Scritti filosofici, Edizioni “l’Unità”, Roma.
Iid., 1972
Opere, IV, Editori Riuniti, Roma.
Iid., 1974
Opere, XXV, Editori Riuniti, Roma.
Merleau-Ponty, Maurice, 1978
Umanismo e terrore, Sugarco, Milano.
Plechanov, Georgij Valentinovic, 1947 
Le questioni fondamentali del marxismo, Istituto editoriale italiano, Milano.
Topolsky, Jerzy, 1983
Oltre il determinismo e il volontarismo: la concezione marxiana delprocesso storico, in “Studi storici”, vol. 24, n. 3-4.
Trockij, Lev, 1964
Terrorismo e comunismo, Sugar Editore, Milano.
Vinci, Luigi, 2018
1895-1914 — La prima grande crisi epistemologica del marxismo. La lezione mancata, Punto Rosso, Milano.

Note
1 Vinci 2018.
2 Plechanov 1947, p. 121.
3 Vinci 2018, p. 49.
4 Marx 1977, p. 9.
5 Merleau-Ponty 1978, p. 113.
6 Lettera di Marx a Ruge da Kreuznach, settembre 1843, cit. in FETSCHER 1970, p. 98.
7 Marx-Engels 1972, p. 38.
8 Marx 1962, p. 76.
9 Marx-Engels 1972., p. 202.
10 K. Kautsky, cit. in FETSCHER 1970, p. 194.
11 Ibid.
12 Ivi, pp. 203 e 208.
13 Lenin 2015, pp. 136-137.
14 Marx — Engels 1974 (Antidühring), p. 15.
15 Max Adler, Marxistische Probleme, cit. in FeTscher 1970, p. 119.
16 Lettera di Marx a Annenkov, 28 dicembre 1846, in Marx — Engels 1945, p. 5 sgg.
17 Lafargue 1976, pp. 16 e 31.
18 Ivi, p. 40.
19 Lenin 1979, p. 155.
20 Cfr. L. Trockij, Giacobinismo e socialdemocrazia, cit. ivi, pp. 418-443.
21 Trockij 1964, pp. 32 e 68-69.
22 Merleau-Ponty 1978, p. 140.
23 Cfr. sul punto, e più in generale su tutto il ragionamento, Topolsky 1983, pp. 347358.
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Comments

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Eros Barone
Sunday, 06 December 2020 21:24
Capisco che non è facile lasciar perdere questo “haïssable moi”, al quale si è avvinghiati con la stessa ‘passione triste’ che fa rimanere attaccati come ostriche alle rispettive proprietà catastali, e aprirsi a un mondo più vasto, più vario e più bello, liberandosi da tutte le catene che impediscono alla vita di fiorire e di espandersi. Si tratta di liberarsi, in effetti, da quella catena vischiosa, sporca, costrittiva e opprimente che è (per dirla di nuovo con Kant) il nostro “caro io” e di riconoscersi nel “General Intellekt”, nell’“intelletto universale” di averroistica memoria, in quell’“insieme dei rapporti sociali” che è l’individuo, ossia in quella realtà concreta, operante e pulsante che è la ‘rete’: comunità in atto, ove ha sempre meno senso, nonché la separazione, la stessa distinzione fra ‘io’ e ‘tu’, fra il singolare, il particolare e l’universale, fra chi possiede e chi non possiede, fra chi domina e chi è dominato…fra autori e lettori, fra autori e commentatori. Ancora una volta, non trovo parole migliori di quelle usate dal Marx dei «Grundrisse» per esprimere in un modo empiricamente verificabile e concettualmente rigoroso tale esigenza: «il comunismo come produzione della forma stessa della comunità». Sarà la convinzione che nutro circa l’esistenza e la potenza dell’intelletto attivo di averroistica memoria, sarà il ‘doppio legame’ che mi avvince da anni a questa comunità che mi sembra riduttivo definire come ‘virtuale’, ma alcuni riferimenti introdotti nel corso di questa discussione mi hanno fatto tornare in mente un libro del critico letterario Cesare Garboli, "Pianura proibita". Orbene, in uno dei saggi che compongono questa silloge l’autore si sofferma sull’incidenza che il pensiero di Averroè ha esercitato nella tradizione letteraria del nostro paese, da Guido Cavalcanti a Mario Soldati. Perché aggiungo questo riferimento? Il motivo va ricercato proprio nel valore della fraternità (si legga, per avere un esempio magistrale di come vengano declinati i due temi, strettamente connessi, dell’identità e della fraternità il racconto di Soldati intitolato "La giacca verde"). Ma tale motivo va anche individuato nella tesi filosofica che caratterizza l’‘aristotelismo di sinistra’, di cui Averroè è un esponente di primo piano: una tesi che afferma il carattere universale e plurale di quell’intelletto attivo che, appartenendo al genere umano, è l’unico a godere della prerogativa dell’immortalità, laddove l’intelletto passivo, che è legato ai sensi e coincide con l’anima individuale, è mortale e, quale forma del corpo, perisce con esso. Pertanto, se è vero, per dirla con Fichte (essendo un idealista intelligente sempre migliore di un materialista stupido,come afferma giustamente Lenin), che il concetto di uomo è un concetto di genere e non di individuo, se è vero, per dirla con Marx, che l’essenza umana è l’insieme dei rapporti sociali, è altrettanto vero che, essendo la nostra identità più profonda e più cogente un’identità relazionale, molteplice e collettiva, non vi è discussione scientifica o filosofica, e persino politica, che non sia, al fondo, mossa da un impulso di umana fraternità e non vi è scritto, per dirla, questa volta, con Duerer "che non sia uno strumento attraverso cui la verità è giunta alla luce". E' questa, come ciascuno può comprendere, la ragione profonda per cui ritengo giusto non solo pubblicare i miei articoli in questo sito, ma anche leggere con attenzione i commenti ai vari articoli e prendere parte alle discussioni che suscitano sia gli uni che gli altri.
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Fabio Rontini
Sunday, 06 December 2020 18:08
Accolgo volentieri le puntualizzazioni di Barone: sia Lenin che Pavlov che Engels che Cartesio diedero le risposte più avanzate possibile, per l’epoca in cui si trovarono a vivere, al problema di cui stiamo discutendo; e spero di potermi giovare degli approfondimenti di lettura che ci suggerisce, anche se nell’immediato ne dubito, per mancanza di tempo da dedicare allo studio.
Provo a dare una risposta, personale e succinta, alla domanda che lui pone. Non è sufficiente sostituire un cervello al computer, per uscire dal paradigma individualista-cognitivista, fin quando il cervello stesso viene concepito come una macchina a stadi, o calcolatore di von Neumann; e anche il modello delle reti neurali/IA rimane interno a quel paradigma.
Se ne può uscire, invece, ammettendo che l’encefalo possa essere un calcolatore quantistico, basato quindi su principi completamente diversi. Non più un processore che ricombina rappresentazioni simboliche del mondo esterno, bensì un terminale che si connette ad una realtà più vasta, invisibile ma fisicamente reale ed effettuale. Esiste, e non da ora, una vasta area di ricerca che si occupa di questi argomenti, tra cui le ricerche del noto fisico britannico Penrose sono solo le più conosciute; anche se, bisogna ammettere, in questo ambito, ricerca scientifica rigorosa ma di frontiera, e misticismo psedo-scientifico si trovano pericolosamente vicini.
La questione, dunque, non è se il comportamento umano sia determinato o meno, bensì da cosa esso è, o possa essere, determinato. Che poi è la domanda su che cosa sia la materia. Bene fece Lenin a dare a questa domanda una risposta aperta a successivi sviluppi (“tutto ciò che esiste indipendentemente dalla coscienza soggettiva”). Tuttavia, per limiti a quell’epoca insuperabili, all’atto pratico egli concepì la materia come ciò che è esteso nello spazio e dotato di massa. Ciò porta a ritenere che il comportamento umano sia finalizzato, o determinato, (unicamente, si badi, nessuno intende sostenere che questo fattore non sia determinante) al sostentamento e riproduzione del proprio corpo fisico (l’economia).
L’errore di Cartesio non sarebbe, dunque, nel concepire una mente inestesa e indipendente dal corpo fisico, bensì nell’”individualizzare” la mente stessa e collocarla all’”interno” del corpo fisico stesso. In realtà, così come esiste un unico mondo, esiste anche un'unica mente (che poi è solo un aspetto del mondo stesso) che si “affaccia” sul mondo da porte sensoriali diverse, dando origine al fenomeno della coscienza. Come diceva Einstein l’opinione di essere tutti individui separati e indipendenti non è che un’illusione percettiva.
In questo senso allora, per dirla con Marx, “l’individuo umano è l’essere sociale” cioè è la totalità degli singoli individui che compongono la società, e lo studio della mente umana deve mettere al centro il concetto di relazione, cioè le modalità (linguaggio, apprendimento ecc.) con cui ogni singolo individuo si riconosce nell’altro.
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Giulio Bonali
Sunday, 06 December 2020 16:27
Secondo me Nella dialettica della natura (e in generale nei classici del marxismo) si passa dalla fisica delle particelle, alla chimica, alla biologia, per finire immediatamente a parlare della storia del genere umano, “saltando la psicologia individuale” perché non ritenuta soggettivamente rilevante (per gli intenti d quegli autori), ed inoltre perché, anche per questo motivo, ma forse non solo, contrariamente al caso della storia della società umana, essi non individuavano nelle esperienze singolari o personali degli uomini costanti nomologiche (per quanto da intendersi in senso largo, come meramente “tendenziali” e non matematicamente esprimibili in equazioni) tali da poterne fondare una conoscenza scientifica (per quanto in senso largo: scienza umana e non scienza naturale e men che meno “esatta”); e inoltre perché le leggi tendenziali del comportamento umano sociale nel suo sviluppo storico, che ritennero di poter indagare scientificamente in senso largo, non sono riducibili a vere o presunte “leggi tendenziali del comportamento individuale o personale” (né ad esse sopravvengono o da esse emergono, qualsiasi cosa questi ultimi due concetti possano significare), dato che l’ uomo “nasce sociale” senza passare da un’ inesistente “fase individuale robinsonica” per conseguenza (di tipo riduzionistico o meno) delle quali accadrebbe il suo socializzarsi, attraverso un preteso “contratto” fra individui precedentemente non sociali, alla Hobbs oppure alla Rousseau.
Quindi, sempre secondo il mio modesto parere dissenziente dalle considerazioni di Fabio Rondini (sebbene le trovi interessantissime), anche ammessa l’ esistenza successiva ed attuale di una reale, effettiva scienza psicologica (sia pure in senso largo: scienza umana; cosa sulla quale ho per lo meno grossi dubbi), essa non sarebbe comunque attinente con lo studio scientifico della società umana nel suo divenire storico: Ed infatti credo che le psicologie esistenti, anche ammettendone la scientificità (e già la loro “persistente pluralità” é per lo meno sospetta) costituiscano ognuna una “psicologia universale” astorica, parimenti applicabile a qualsiasi individuo o persona di qualsiasi epoca storica; nel senso che non credo che i “caratteri”, i “tipi di comportamento” individuali, le “personalità” ed anche le loro “patologie” non siano sostanzialmente gli stessi, solo diversamente distribuiti quantitativamente e forse salvo minime, assaiscarsamente significanti variazioni, nell’ Egitto delle dinastie più antiche, nell’ impero romano, nel feudalesimo, nelle società cinesi e in quelle indiane della varie fasi sella storia di quelle civiltà, nelle varie fasi e nelle varie concrete esperienze storiche del capitalismo, e, nella limitata misura in cui si sono date, del socialismo o comunismo nella sua fase inferiore quale sorge sulla base del pregresso capitalismo; nonché nell’ ambito di qualsiasi altra compagine sociale (e infatti le tragedie greche non sono meno attuali di quelle di Shakespeare, né queste meno delle commedie di Eduardo, ecc. trattando tutte -artisticamente- dell’ “universale psicologia umana” -anzi al plurale “universali psicologie umane”- che é -sono- “sempre e dovunque quella -e”; probabilmente solo nelle società senza classi, primordiale e futuribile, é pensabile l’ esistenza di altre psicologie individuali per importanti aspetti diverse).

Nella mia totale ignoranza (fra il molto altro) della Psicologia della Decisione e degli studi sulla Game Theory di John Nash (ignoranza di cui ovviamente mi guardo bene dal vantarmi! e dalla quale derivano i mie cautele: “forse”, “vero o presunto”, “anche ammesso e non concesso”, ecc.), concordo comunque che le integrazioni nel marxismo, da molti marxisti occidentali tentate, di pezzi di psicologia “borghese” (es. la psicoanalisi freudiana)” sia stato sia stato un fattore non secondario della degenerazione idealistica del marxismo occidentale.

Non credo invece che vi sia un’ autentica scienza psicologica individuale alla base del controllo totalitario della popolazione, attraverso il sistema (apparentemente, N.d.R.) senza scampo della società dello spettacolo (ma potrebbe essere solo in conseguenza inevitabile della mia deprecabile ignoranza in materia).
A me sembra che vi sia invece del semplice buon senso comune applicato, all’ uso monopolistico di fatto dei moderni potentissimi mezzi di informazione (od ovviamente disinformazione, falsificazione ideologica) di massa senza particolari difficoltà o problemi, e dunque senza bisogno di particolare studio scientifico (pensiamo per esempio a un Berlusconi: “ottimo”, difficilmente superabile “tecnologo -o tecnocrate?- dello spettacolo”, comunque un “fuoriclasse in materia”, che non aveva alcuna preparazione accademica o comunque teorica sull’ argomento, ma semplice “fiuto” o “innato savoir faire”, o per dirlo in modo più terra terra astuzia, furbizia).
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Eros Barone
Sunday, 06 December 2020 14:12
In effetti, l’eredità aristotelico-cartesiana traccia, sia nella scienza che nella filosofia, una netta linea di demarcazione tra i fattori materiali e i fattori mentali. Dopodiché, risulta chiaro che secondo questa tradizione i primi sono determinati, laddove i secondi non lo sono. Per rispondere alla critica che Rontini rivolge al Lenin di “Materialismo ed empiriocriticismo”, critica secondo la quale il grande rivoluzionario russo avrebbe un tale debito nei confronti di quella eredità, da precludergli il riconoscimento della crescente e, sembrerebbe, determinante importanza dei fattori mentali nella gestione e riproduzione del sistema capitalistico, vi è da chiarire, per usare una sua metafora, che polemizzando con il soggettivismo bogdanoviano l’esigenza prioritaria di Lenin era quella di curvare il bastone storto nella direzione opposta, facendo quindi valere il criterio di una ‘forte’ oggettività materiale nella conoscenza dei processi sia fisici che psichici, sia naturali che sociali (da qui la valorizzazione della psicologia scientifica su base fisiologica di Pavlov, il quale dal canto suo, può essere opportuno rammentarlo giacché anche il più sprovveduto commentatore ritiene di liquidarlo come un
tardo-positivista, aveva ricevuto nel 1904 il premio Nobel per la medicina e costituiva dunque per Lenin un riferimento autorevole tanto per la linea di ricerca che lo scienziato russo perseguiva con i suoi studi e i suoi esperimenti sul ‘condizionamento’ quanto per il prestigio scientifico che quegli possedeva). Sennonché le argomentazioni contro il determinismo nelle scienze sociali, peraltro già confutate dallo stesso Engels, interpretano il determinismo come se fosse una teoria che afferma la determinazione degli eventi sociali per opera di fattori quali l’economia, l’ambiente geografico, la demografia ecc., e che concepisce tutti i fenomeni mentali come puri e semplici epifenomeni della vita sociale, senza alcun peso sul corso dello sviluppo sociale. In questo caso, come sta avvenendo anche nella presente discussione, il problema del determinismo viene ricondotto ad uno degli aspetti del problema delle relazioni tra la mente e il corpo (il famoso ‘Mind-Body Problem’), cioè alla questione se i processi mentali, le decisioni umane, le motivazioni e le aspirazioni dell’uomo, lo sviluppo della cultura e della conoscenza siano o non siano, a loro volta, determinati. Qui occorre allora chiarire che la concezione dualistica di Cartesio, seppur situata all’interno del “compromesso bellarminianano” imposto alla scienza moderna, ha avuto il merito di porre fine alla subordinazione strumentale del corpo all’anima e di definire una visione per cui il corpo e l’anima sono entrambi sostanze, ma di natura diversa: il corpo esteso e non pensante, l’anima pensante e priva di estensione. La resilienza di questo paradigma spiega il fatto che persino un neurologo portoghese come Antonio Damasio, autore del celebre saggio intitolato “L’errore di Cartesio” (1993), ha dovuto recitare la sua palinodia in una fase successiva, rivedendo o abbandonando tali critiche. È però indubbio che a Cartesio, sia pure con una forzatura interpretativa che in questi ultimi anni la storiografia più avvertita ha corretto, viene fatta risalire l’affermazione, negli ultimi due secoli, del paradigma del meccanicismo sia nelle scienze della natura sia nelle scienze umane; è altresì indubbio che nella seconda metà del Novecento tale paradigma ha conosciuto una ripresa e un’estensione in virtù della ricerca genetica e del modello “mente = computer”. Come è stato giustamente notato, si tratta, ‘inter alia’, di un paradigma fondato sulla separazione tra studio del corpo e studio della mente, da cui è conseguita anche la dicotomia tra le professioni di cura: medici e terapisti che trattano il corpo senza una mente e psicologi e psichiatri che trattano la mente senza un corpo. Procedendo in questa direzione e allargando il discorso al terreno filosofico-scientifico, concordo invece pienamente con Rontini quando questi valorizza il fondamentale contributo dello psicologo sovietico Lev Vygotskij, il quale muove dall’assunto di Marx secondo cui l’essenza individuale della coscienza “è fin dall’inizio un rapporto sociale”, una essenza esterna e diffusa fra gli stessi individui, come è la stessa lingua da essi appresa e parlata, e sviluppa nei suoi scritti un modo completamente diverso di intendere la mente umana, che, con maggiore coerenza delle scienze cognitive e della cosiddetta “grounded cognition”, pone all’origine del processo di individuazione del soggetto umano la nozione (non di mente individuale o di singolo cervello ma) di ‘rapporto sociale’ (cfr., per questa linea di ricerca, sia il testo fondamentale di Vygotskij, "Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche", edizione integrale a cura di L. Mecacci, sia il concetto teorico e strategico di "terzo sistema di segnalazione", ripreso da Lukàcs nella sua "Estetica", testi a cui sono da aggiungere, per chi volesse approfondire questi temi nella direzione di una teoria materialistica della coscienza, il Porsnev di "Psicologia sociale e storia" e, a livello di prima introduzione a tutta questa tematica, il paragrafo concernente "La psicologia sovietica dopo Pavlov" del VI volume della "Storia del pensiero filosofico e scientifico" di Ludovico Geymonat). A tale proposito, il quesito critico che sorge è allora il seguente: fermo restando che l’individualismo cognitivo è il marchio di fabbrica del cognitivismo e che tale individualismo discende dal modello che è alla base delle scienze cognitive, cioè dal modello del calcolatore, si ritiene che sia sufficiente, per rompere con questo approccio, mettere il cervello nel posto che durante i primi tempi era occupato dal computer? La mia impressione è che, anche quando lo sforzo è quello di svincolarsi dal paradigma dell’individualismo cognitivo allargando i confini della mente individuale oppure situando la mente in un corpo, a sua volta immerso in un particolare ambiente, o ancora studiando come le diverse menti entrano in rapporto fra loro – è il caso, per citare una tendenza oggi di moda, dei cosiddetti neuroni specchio -, tale sforzo resti nondimeno privo di conseguenze teoriche rilevanti, poiché non si tratta tanto di ampliare i confini della mente individuale quanto piuttosto di abbandonare il modello che impone l’individualismo cognitivo e che, per usare una nozione coniata da Gaston Bachelard, costituisce un vero e proprio ‘ostacolo epistemologico’ all’ulteriore approfondimento della conoscenza scientifica (Bachelard è da annoverare tra i maggiori filosofi della scienza del Novecento). In altri termini, a mio sommesso avviso, non si tratta di riconoscere che sono importanti anche le relazioni sociali quanto di dedurre tutte le conseguenze metodologiche da due assunti strettamente concatenati: 1) la tesi marxiana per cui l’individuo umano ‘non è un essere sociale’ (anche altri animali lo sono, perfino più dell’uomo: ad esempio, il lupo), ma l’individuo umano ‘è l’essere sociale’; 2) la necessità di porre la nozione di relazione al centro dello studio della mente umana.
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Alfonso
Sunday, 06 December 2020 11:17
Scusate, 'venda' la forza-lavoro, non 'venga'. Ben venga, comunque
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Alfonso
Sunday, 06 December 2020 11:13
Moooolto stimolante il tuo, Fabio Rontini. Provo a dissentire, più nel senso di 'diversi colori' che di differenze. La determinazione in ultima istanza è la vita, la vita immediata : Engels si riferiva all'essere umano, ma potrebbe essere tecnicamente riproducibile. Nash prova, e ne fornisce il linguaggio matematico rigoroso, come sbaglia Adam Smith; Marx aveva smontato sul piano logico la stessa favola, fornendo nello stesso cammino il perchè Adam Smith perseverava in quello che pure appariva evidente (non che i ragionieri del capitale singolo gli abbiano dato molta retta comunque). Husserl : rimettere in gioco la fenomenologia presuppone che il percorso di Hegel non soddisfaceva, e questo è un discorso lungo. Non direi che si possa parlare di apporti : Edelman prova che il cervello funziona per 'mappe' e appare pericolosamente la stessa immagine proposta da Heidegger, ma questo non significa che colui che viene considerato il più grande filosofo del secolo scorso fosse nel vero. Vygotskij, e gli altri, sono d'accordo. Spero Paolo Selmi intervenga, è una miniera [sic!] su questi temi. Ultima cosettina, riguardo quello che la borghesia sa. Innanzitutto, i padroni non riescono più a sapere niente, il mondo è troppo complicato per un singolo cervello borghese, e sottolineo borghese in quanto a meschinità. Il capitale trova sul mercato chi venga una forza-lavoro dotata delle caratteristiche necessarie. E non deve essere perfetta, la conoscenza della psicologia scientifica. Come al solito in questo modo di produzione, è sufficiente che sia anche solo di poco, meglio della tecnica che va a rimpiazzare. In che senso, meglio? Qui Eros mi odierà: ci vogliono i controfattuali. Grazie
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Fabio Rontini
Sunday, 06 December 2020 10:08
Le discussioni che hanno per argomento il determinismo o meno delle vicende umane, nell’ambito del marxismo, mettono in luce il più grave difetto della teoria marxista classica, ovvero l’assenza, in esso di una teoria della mente, di una psicologia. L’assenza di una risposta alla domanda fondamentale: da che cosa è determinato il comportamento umano? Dagli appetiti del corpo? Dalla sete di potere? Dagli ideali etici? Sia nell’antiduhring che nella dialettica della natura l’argomento non è trattato. Nella dialettica della natura, ad esempio, si passa dalla fisica delle particelle, alla chimica, alla biologia, per finire immediatamente a parlare della storia del genere umano, quasi a suggerire che quest’ultima possa essere immediatamente dedotta dalle prime.

Ma non si tratta, a mio avviso, di una scelta filosofica intenzionale: la psicologia scientifica, all’epoca di Marx ed Engels non esisteva! E quindi loro non potevano inserirla nel loro sistema filosofico. A meno che non si pensi che i due fossero così geniali da anticipare, da soli, un intera branca della scienza, ancora di là da venire. Se i primi passi della ricerca in questo ambito possono datarsi alla seconda metà dell’800, è solo con l’inizio del ‘900, anche grazie a fondamentali contributi filosofici, come la fenomenologia husserliana, che la psicologia si costituisce come scienza autonoma come la intendiamo oggi. La Psicologia della Decisione, una branca della psicologia che comprende in sé ad es. gli studi sulla Game Theory di John Nash, e che sarebbe di fondamentale importanza conoscere ed integrare nella teoria del marxismo, inizia solo negli anni ’60 del ‘900 con gli studi sulla probabilità soggettiva (sulla stima soggettiva delle probabilità e la sua influenza sul processo decisionale).

L’esistenza di questo “buco” nella teoria ha spinto molti marxisti occidentali, a cercare delle integrazioni con pezzi di psicologia “borghese” (es. la psicoanalisi freudiana), e questo è stato un fattore non secondario della degenerazione idealistica del marxismo occidentale. Uno dei tentativi più seri, e incredibilmente promettente, di fondare un punto di vista autonomo, marxista, proletario, in psicologia, fu certamente la Scuola storico-culturale di Vygotskij e Lurija, dissennatamente liquidato dalla censura politica in epoca staliniana. Quanto Stalin stesso fosse responsabile di quella scelta sciagurata non è dato sapere, ma vi sono elementi per ritenere che quel tipo di censura sulla ricerca scientifica non dipendesse da lui: il senso profondo dello scritto di Stalin sulla linguistica, e la condanna della censura in esso contenuto, potrebbe essere, appunto, questo. E, alla sua morte (di Stalin), e fino all’inizio degli anni ’90 del ‘900, la diffusione delle teorie di Vygotskij, in unione sovietica, continuò ad essere ostacolata.

Il testo di Lenin sul Materialismo, seppure necessario per condannare il soggettivismo bogdanoviano, ha svolto, purtroppo, anche un ruolo nefasto, ponendosi come prototipo di tutte le scomuniche e condanne di idealismo verso ogni tentativo di avanzamento teorico, pure necessario: la Pedologia di Vygotskij fu condannata, appunto, (e su che basi non mi è dato sapere, ma io credo ingiustificatamente) perché in contrasto con la riflessologia sovietica (la psicologia “ufficiale” sovietica, Pavlov sostanzialmente) e quindi con la teoria leniniana del riflesso/rispecchiamento. Ma la riflessologia pavloviana è il grado zero della psicologia, nient’altro che un’applicazione della fisiologia, cioè della biologia. Cioè un qualcosa di enormemente datato, e che già all’epoca della sua nascita non reggeva il confronto con le concezioni scientifiche dei paesi occidentali.

La nostra impotenza politica attuale dipende, dunque, da qualcosa che la borghesia sa, e che noi non sappiamo (neanche io ritengo di saperlo, a scanso di equivoci, se non per sommi capi), e che, per una serie di cause storiche ancora da accertare, non abbiamo potuto scoprire. Eppure è evidente che il controllo totalitario della popolazione, attraverso il sistema senza scampo della società dello spettacolo, riposa sull’applicazione capillare della psicologia scientifica. Ma i modi e principi sui quali ciò avviene ci sfuggono e ci condannano ad infiniti dibattiti filosofici (basandoci su filosofi di metà ‘800) sul determinismo e sul libero arbitrio. Una situazione tragica!
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Alfonso
Friday, 04 December 2020 23:21
Ringrazio Tonino per la pazienza dimostrata nell'ammettere rivolgersi ad personam. Ho salvato il tuo indirizzo email, Giulio; provo a non abusare della fiducia. Riguardo alla rivoluzione causale, Reichenbach ha una importanza chiave, son d'accordo con Eros. Ah, Eros, essendosi che sono pigro e soffro ancora i postumi dell'etere luminifero che mi hai fatto rivedere, non ti sembra che «la tesi centrale del marxismo [è] l’identità del soggettivo con l’oggettivo» ripresa da Merleau-Ponty sia un po' meschina dialetticamente? Voglio dire, Merleau-Ponty che usa 'identità' in quella maniera. Non vi pare? Grazie
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Eros Barone
Friday, 04 December 2020 20:46
Il succo dell'articolo si può spremere, di là dal supervacaneo e dal meramente esornativo, in questa proposizione: per Marx ed Engels la storia era insieme determinata e irrazionale, e l'intenzione del socialismo è di renderla meno conforme ad entrambe queste caratteristiche. In realtà, come talvolta accade in questo sito, la discussione che si accende fra gli autori dei commenti risulta più interessante dell'articolo che ne fornisce qualche limitato spunto (per tacere del prevalente mutismo degli autori, rotto da rare e sporadiche eccezioni). Mi sia permesso, allora, riproporre una schematizzazione dei modi alternativi di concepire il rapporto tra tempo e causalità, che ritengo possa risultare di qualche utilità al fine di chiarire il significato del determinismo dialettico marx-engelsiano.
Secondo Reichenbach, tempo e causalità sono strettamente connessi e i rapporti di causalità si situano tutti all’interno di un’area ben definita. La combinatoria di quelle che egli chiama biforcazioni congiuntive fornisce una descrizione proprio di quest’area, e comprende quattro casi possibili: biforcazioni chiuse verso il passato e il futuro (rappresentabili come un rombo: <>), aperte verso il passato e il futuro (una clessidra: ><), chiuse verso il futuro e aperte verso il passato (una freccia: >), chiuse verso il passato e aperte verso il futuro (di nuovo una freccia ma in direzione inversa alla precedente: <). Il primo caso, romboidale, rappresenta bene l’universo deterministico assoluto di cui gli Stoici furono i propugnatori e si può riassumere in questa proposizione: “Tutto quello che è, deve essere; e se non dovesse essere, non sarebbe”. Il secondo caso è invece la classica immagine dello spazio-tempo causale formulata (e formalizzata) dalla teoria della relatività, laddove il presente è il punto in cui i due coni della clessidra si oppongono al vertice. In un certo senso, esso definisce lo spazio in cui abita la categoria di ‘possibilità reale’, che, tanto per fare un esempio storico-politico, è il cardine epistemologico della tesi secondo cui era concretamente possibile, non solo in Italia, un esito politico e sociale molto più avanzato di quello che fu raggiunto con la guerra partigiana nel periodo 1944-1947. Il terzo caso è quello del tacchino induttivista di russelliana memoria, il quale, avendo diligentemente osservato che il padrone del pollaio gli portava il mangime tutti i giorni alla stessa ora, ne trasse con indebita inferenza una generalizzazione che, ahimè, fu smentita alla vigilia di Natale quando il padrone entrò nel pollaio per tirare il collo al tacchino induttivista (ogni riferimento alla situazione attuale è puramente casuale). Il quarto caso disegna invece i confini entro cui, generalmente, opera la prassi medica e qualsiasi processo di ricostruzione. Vale la pena di notare che, riferito alla prassi politica, chi ragiona secondo questo biforcazione congiuntiva commette l’errore di invertire l’ordine di successione temporale, considerando il presente alla stregua del passato di un futuro indefinito. È la posizione del riformismo socialdemocratico, di cui Bernstein ha fornito la classica formula con la nota massima che Togliatti e il gruppo dirigente del PCI, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio del dopoguerra hanno fatto propria, fornendone poi, a partire dal 1956, la teoria denominata, come forse qualcuno rammenterà, “via italiana al socialismo”: «Il movimento è tutto, il fine è nulla». Ma, tornando alla questione da cui si son prese le mosse, occorre ribadire, in opposizione al una interpretazione dogmatica del determinismo come quella esemplificata nel primo caso della combinatoria testé illustrata, che se non esistesse alcuna libertà di scelta (o i margini, per quanto ristretti, di tale libertà) perderebbe ogni senso, nell’ottica marxista l’alternativa stessa fra una scelta rivoluzionaria e una scelta riformista. Di fronte allo squallore, alla grettezza e alle menzogne dei “tacchini” induttivisti del riformismo odierno, il quale si caratterizza per la sua completa accettazione dello stato di cose esistente, spiccano invece il valore, la coerenza e il coraggio di “aquile” come Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Leo Jogiches, per i quali la certezza della sconfitta e della morte fu oggetto di una scelta consapevole (un esempio tragico del livello più acuto a cui può giungere il conflitto fra il determinismo e la prassi rivoluzionaria). In ciò vi è davvero qualcosa di grande, la cui luce si riverbera su quel sacrificio. E in questa luce chi milita nel movimento rivoluzionario riconosce l’espressione più alta della coscienza di classe: la engelsiana “lotta contro il destino e contro la borghesia”.
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Giulio Bonali
Friday, 04 December 2020 18:27
Caro compagno Alfonso, sono molto contento di discutere con te, dopo la questione del divismo come importante aspetto dell’ antica ma sempre efficacissima “tecnica di potere del panem et circenses”, anche di queste questioni più impegnative (sulle quali non ho che una preparazione dilettantesca, da mero interesse personale coltivato nel tempo libero, motivato anche da doveri statutari conseguenti alla mia militanza politica passata e presente). Non mi dispiacerebbe -anzi!- farlo in questa sede, se anche altri interverranno, come é auspicabile, ma forse, soprattutto in caso contrario, potrebbe essere più opportuno farlo “privatamente”, anche per rispetto dell’ autore dell’ articolo, e per non sentirmi, anch’ io, troppo a disagio.
Perciò, salutandoti cordialmente, ti comunico, sperando che non sia -come anche il rivolgerci singolarmente ad personam- cosa vietata dalle regole di questo sito Internet (o é un “blog”? O altro ancora? Sono un vecchio, irrecuperabile imbranato telematico), il mio indirizzo elettronico (se é vietato, censuratelo pure, che non mi scandalizzo di certo):



Comunque concordo in pieno con la tua critica dell’ idealismo in quanto eminente espressione di soggettivismo lontanissimo dalla realtà oggettiva (materiale) e dunque del tutto inefficace praticamente, “buono” -si fa per dire- solo come oppiaceo, cioé come cura meramente “sintomatica” e comunque di per lo meno assai dubbio successo anche in tal senso, e non come reale terapia “eziologica” del dolorosissimo (salvo che per le minoranze privilegiate al potere) stato di cose presente; a cominciare dall’ idealismo più ampiamente celebrato, quello di Hegel (peraltro criticamente apprezzato, nella consapevolezza dei suoi evidenti limiti, anche dai fondatori del socialismo scientifico e obiettivamente costituente la componente principale di quella che Lenin considerava una delle “tre fonti e tre parti integranti” del marxismo).
Per me (e innanzitutto, mi sembra di poter dire, per l’ autore di questo articolo, di me ben più autorevole), il problema, facilissimo da enunciarsi, terribilmente complicato e difficile da affrontarsi, é quello di evitare di cadere, nella preoccupazione di evitare giustamente l’ idealismo e il soggettivismo, nell’ errore opposto del determinismo storico assoluto, ignorando completamente il pur importantissimo aspetto soggettivo (ben reale, per quanto relativo, limitato) delle lotte di classe come motore della storia.
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Alfonso
Friday, 04 December 2020 12:26
Caro Giulio, vorrei tanto dialogare con te riguardo le problematiche che poni. Mi sento a disagio a farlo in coda a questo articolo di Barile, che provo a non toccare. Magari di striscio mi scappa qualcosa. Comunque, c'era un certo Hegel, che Marx, Bruno Bauer, Stirner, Feuerbach, poi Engels, Kierkegaard, e prima di loro Schelling e Fichte, conoscevano bene. Hegel aveva risolto brillantemente da dove dovesse cominciare la scienza delle scienze, e insieme oggetto e soggetto, e nel cammino metodo e movimento. Garantito da Hegel stesso, e dallo Stato prussiano corrispondente [anche in senso postale], potevi stare tranquillo : non importa la vita di merda che potessi trovarti a percorrere, il pensiero ci pensava, e nessuno poteva sottrartelo. Altro che morfina, le endorfine [ma Hegel non lo sapeva] erano imbattibili. Quindi, Feuerbach prima Marx ed Engels poi, ma anche Stirner e tutti gli altri, si pongono il problema che se disgraziatamente tutti applicassero Hegel, sarebbe estremamente difficile distrarre un qualunque poveraccio dalla contemplazione del proprio ombelico. Poi vennero gli operai artigiani, che riconobbero che tutto quello che contava lo producevano loro, che va bene pensarsela e godersela quando qualcun altro ti prepara da mangiare. Occorreva trovare qualcosa che rimpiazzasse questa unica magia del pensiero e che comunque ne avesse tutte le caratteristiche. Che la Storia fosse giunta al suo culmine...quasi. Insomma, se disgiungi soggettivo e oggettivo, e vai a convincere un idealista, sei nei guai : quello comanda un profondo stato di benessere, e spostarsi dall'isola dei lotofagi non ci pensa [sic!] assolutamente [sic!] Puoi trovare un sostituto [sic!] alla merce come forma elementare della ricchezza nelle società dove domina il modo capitalistico di produzione, e puoi trovare qualcuno che ne sia (non della merce, quello lo conosciamo) il portatore nella sua persona e nella sua personificazione sociale, ma siccome nel frattempo quella merce deambulante ha messo in campo tutta la sua forza vitale e ha raggiunto la dimensione non di una testa ma di mille teste, non la filosofia classica ma il movimento operaio, e poi ha sviluppato la 'forma finalmente scoperta' della dittatura del proletariato, superarlo a un grado inferiore di organizzazione della materia come sarebbe un singolo individuo che osserva (soggetto esterno) a prudente distanza il suo oggetto di studio, e lascia trapelare che non esiste altro grado di organizzazione della materia oltre al suo, per quale ragione dovrebbe importare al resto del mondo? Grazie
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Giulio Bonali
Friday, 04 December 2020 11:06
Il problema é quello se fra determinismo e soggettivismo “tertium datur” o meno.”
Cioé se si possano considerare condizionamenti relativi, non assoluti ma comunque oggettivi, ineludibili volontaristicamente (o per meglio dire: velleitariamente) nell’ agire umano. Anche a livello individuale, personale ma soprattutto a livello sociale, nella lotta di classe e nella dinamica dello sviluppo delle forze produttive e del succedersi dei rapporti di produzione.
Se cioé sull’ “impianto generale” del divenire fisico-biologico (la “storia naturale”) sostanzialmente deterministico (per lo meno in un senso “debole”, probabilistico-statistico a livello “micorscopico” -meccanica quantistica- ma da intendersi in senso sostanzialmente “forte” a livello “macroscopico”, almeno apparentemente assai più rilevante e decisivo in proposito: fisica classica e relativistica, biologica), sia coerentemente “innestabile” come un suo peculiare sviluppo non contraddittorio, “compatibile con tutto il resto”, una “storia umana” non inderogabilmente costretta a “seguire binari rigidi e ineluttabili” nel suo sviluppo. E nemmeno "informe", non strutturata, insignificante, secondo il biblico "nihil sub sole novum", o magari aperta a una pretesa onnipotenza piuttosto "superomistica" che "prometeica").
Mi sembra infatti definitivamente assodato da gran tempo che l’ esperienza ormai plurisecolare delle lotte di classe nel capitalismo imponga inappellabilmente di considerare empiricamente falsificata qualsiasi concezione deterministica della transizione al socialismo-comunismo.
A mio modesto parere può tuttavia rimanere esposta al vaglio di ulteriori verifiche-falsificazioni empiriche una concezione non deterministica assoluta (o intesa in senso forte) del materialismo storico, e tuttavia tale da superare un preteso carattere puramente e semplicemente indeterministico (in senso altrettanto assoluto o forte) della storia umana.
Già “ab origine”, nel Manifesto del 1948, i fondatori del socialismo scientifico erano consapevoli della possibilità che l’ esito di ogni fase della lotta di classe potesse essere, in alternativa all’ instaurazione rivoluzionaria di “superiori” rapporti di produzione, “la rovina comune delle classi in lotta”, anche se per almeno un secolo quasi tutti hanno inteso questa ipotesi quasi come una sorta di precisazione pignola e un po’ pedante, come la consapevolezza che esistono anche rarissime “eccezioni che confermano la regola”).
Credo non sia falsificato (e dunque da sottoporre ulteriormente a verifica sperimentale nella prassi) un materialismo storico correttamente inteso, che considera la storia umana come oggettivamente condizionata ma non in senso assoluto bensì relativo, così da porre come non necessaria ma solo possibile l’ acquisizione della necessaria (relativamente ai loro scopi o "compiti storici") acquisizione di un’ adeguata coscienza di classe, poi socialista, poi egemonica da parte dei meramente potenziali e non fatalmente certi “becchini del capitalismo”.
Il socialismo può essere considerato una potenzialità oggettiva, non una necessità ineludibile e nemmeno il preteso possibile risultato di un atto di volontà incondizionata (o per così dire di “libero arbitrio collettivo”), in quanto nella storia umana non si danno né una ineludibile di successione di “tappe” predeterminate, né una assoluta libertà di scelte priva di condizionamenti estrinseci, ma invece di volta in volta sia aprono “ventagli limitati”, oggettivamente, di determinate possibili direzioni alternative di sviluppo, nell’ abito dei quali l’ attuarsi di una delle molteplici ma non illimitate potenzialità esistenti dipende da quelle possibili scelte soggettive che di fatto prevalgono rispetto ad altre anch’ esse possibili (essendo il prevalere delle une o delle altre in qualche misura aleatorio, non precedibile e “dominabile” di fatto dalle volontà umane coscienti, in qualche altra misura oggettivamente determinato e dunque conoscibile e praticamente impiegabile a scopi umani coscienti, sia pur limitatamente).

E tuttavia, per questa ancora possibile verifica empirica, “il tempo stringe”.
Perché al livello ormai raggiunto delle forze produttive (e inevitabilmente anche distruttive, per lo meno in potenza: in generale “trasformative”), i rapporti di produzione dominanti, oggettivamente imponendo la ricerca del massimo profitto possibile a breve termine e a qualsiasi costo a unità produttive di beni e servizi (che di fatto necessariamente non sono mai integralmente “immateriali”) indipendenti le une dalle altre e in reciproca concorrenza, pongono all’ ordine del giorno la distruzione (come somma di ineludibili “effetti collaterali non voluti”) delle necessarie condizioni fisiche, chimiche e biologiche della sopravvivenza umana (come diceva Sebastiano Timpanaro, la estinzione “prematura e di sua propria mano” dell’ umanità”); si tratterebbe semplicemente della concreta “declinazione attuale” del principio generale astratto della possibile “rovina comune delle classi in lotta”. Un evento “fatale” che solo una tempestiva sovversione rivoluzionaria di questi rapporti di produzione oggettivamente superati (inadeguati allo scopo della sopravvivenza della specie umana) potrebbe consentire (e non: necessariamente consentirà!) di evitare attraverso una possibile (e non: certamente necessaria!) pianificazione complessiva “oculata e prudente” dell’ impiego (necessariamente limitato quantitativamente), nelle produzioni e consumi umani, delle (limitate) risorse naturali realmente disponibili.
E questo credo imponga la revisione critica di un concetto fondamentale del materialismo storico come quello di “sviluppo delle forze produttive” (il materialismo storico, essendo una scienza, sia pure “umana” e non “naturale”, richiede “fisiologicamente” un continuo confronto con -ed adeguamento a- la realtà come empiricamente constatabile).
Malgrado geniali “embrionali barlumi” di consapevolezza del problema, i classici del socialismo scientifico, che si sono sempre ben guardati dal considerarsi profeti ma erano invece grandissimi scienziati, sia pure “umani” e non “naturali”, come chiunque altro ai tempi loro (a mio parere anche Malthus, a ben considerare le cose) non avevano e di fatto non potevano avere coscienza dei limiti delle risorse naturali realisticamente a disposizione dell’ umanità (intese correttamente nella loro oggettività e non fantascientificamente; o magari ideologicamente, secondo l’ ideologia positivistica e scientistica confacente ai rapporti di produzione capitalistici).
Per questo intesero lo sviluppo dei rapporti di produzione come illimitato anche quantitativamente, mentre oggi (e da almeno una sessantina di anni) é a tutti evidente che questo non é oggettivamente possibile; e che tentare velleitariamente di realizzarlo porterà inevitabilmente all’ estinzione dell’ uomo, oltre a quello, di già ampiamente in atto, di tante altre specie animali e vegetali.
Dunque, come nel campo delle scienze naturali la relatività einsteiniana ha imposto una correzione di concetti “classici” galileiani-newtoniani come quelli di “simultaneità di eventi”, di “azione a distanza” o di “velocità” (che non può più essere considerata come potenzialmente illimitata ma ha nella misura di quella della radiazione elettromagnetica nel vuoto un limite oggettivamente insuperabile), così nella scienza umana materialistica storica i dati empirici oggi del tutto evidenti impongono di correggere in qualche misura il concetto di “sviluppo delle forze produttive” come era concepito dai classici; e cioé una sua “declinazione piuttosto qualitativa che quantitativa”: un potenzialmente illimitato miglioramento e progresso della civiltà, delle condizioni umane di vita intese come cultura, conoscenze, arti, etica, estetica, perfezionamento mentale e corporeo (sport) nell’ ambito di una ineludibile limitazione quantitativa delle trasformazioni della natura (del suo “dominio” correttamente inteso, secondo le splendide parole di Engels nel “Ruolo avuto dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia)”, e dunque della quantità di produzioni e consumi di beni e servizi.
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