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Le (vere) ragioni del sì

Perché la riforma costituzionale è necessaria, e pure l'Italicum

di Vincenzo Marineo

Parola del Governo

12 Second Story SunlightAveva le idee chiare chi ha scritto il testo con il quale il Governo ha presentato al Senato, l’8 aprile del 2014, la legge di riforma costituzionale [1].

Ecco come sono state spiegate le ragioni della riforma:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea […] e alle relative stringenti regole di bilancio […]; le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione […], e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche.” [2] Occorre allora “uno sforzo riformatore lungimirante e condiviso, che sappia tenere assieme in modo coerente le riforme costituzionali, elettorali, dei regolamenti parlamentari e i conseguenti ulteriori interventi sul piano istituzionale, regolamentare e amministrativo”. [3]

Ma, si dirà, queste sono solo belle parole. No, bisogna dare atto al Governo che la riforma fa un deciso passo in avanti verso l’adeguamento dell’ordinamento interno alle esigenze della “governance economica europea”, della “internazionalizzazione delle economie” e della “competizione globale”.

Il passo in avanti si rivela tanto più lungo e deciso se consideriamo gli armoniosi effetti che avrà l’intima consonanza della riforma costituzionale con la nuova legge elettorale; consonanza negata nella propaganda, ma apertamente dichiarata nelle parole del Governo.

 

“Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi”

Per renderci conto che il Governo sta operando coerentemente ed efficacemente occorre chiarire quali sono gli ostacoli che si frappongono al compiuto adeguamento ai cambiamenti del sistema economico, ed entrare poi nel merito delle riforme per vedere come tali ostacoli siano stati finalmente rimossi.

Chiunque abbia a cuore le sorti del capitalismo sa che oggi, indipendentemente da quali siano le soluzioni che si ritengono più adatte ed efficaci per la sua sopravvivenza, ci vogliono, come ha detto Raniero La Valle, “poteri spicci e sbrigativi”. [4]

Il senso di tale affermazione è illustrato in uno studio – maggio 2013 – della banca d’affari statunitense J. P. Morgan [5], che individuava i difetti delle Costituzioni dei paesi periferici dell’Unione Monetaria Europea, constatando in esse “una forte influenza socialista”, rintracciabile in queste loro features (“caratteristiche”): “esecutivi deboli, stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti del lavoro; sistemi di costruzione del consenso che incoraggiano il clientelismo politico; il diritto di protestare contro modifiche sgradite dello status quo.” [6]

Queste caratteristiche si sono rivelate dei difetti, perché i governi di Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, stretti dai vincoli delle loro Costituzioni, hanno potuto realizzare solo parzialmente le riforme fiscali ed economiche necessarie.

Nella riforma costituzionale (e, insieme, nell’Italicum) troviamo i provvedimenti che rimediano a molti dei difetti segnalati.

Nel nuovo Senato delle Autonomie è prevedibile che i suoi membri, a causa del doppio incarico, avranno meno tempo dei loro predecessori per dedicarsi all’attività legislativa, e ai lavori di commissione, indispensabili per evitare che le votazioni in aula diventino un “giudizio di dio”, soggetto alla maggioranza del momento.

Resta ancora la Camera dei Deputati, ma lì il “voto a data certa” (nuovo art. 72) consentirà al Governo di regolare opportunamente l’agenda del Parlamento, la cui maggioranza è comunque costituita da esponenti del partito del Presidente del Consiglio.

Con la “clausola di supremazia” (nuovo art. 117) il Governo potrà poi, se lo desidera, scavalcare gli organi rappresentativi regionali e far intervenire la legge statale su materie e funzioni che non sono di competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Inoltre, come previsto dall’Italicum, l’indicazione sulla scheda elettorale del “capo della forza politica” [7] crea una sorta di investitura diretta del Presidente del Consiglio, e il premio di maggioranza rende il conferimento dell’incarico da parte del Presidente della Repubblica una semplice formalità; il Presidente del Consiglio potrà godere di una legittimazione personale e diretta da parte degli elettori (e questo anche se i suoi elettori potranno essere una minoranza nelle urne, trasformata poi in maggioranza di seggi).

La stessa legge elettorale provvede a modificare l’indipendenza degli "organi di controllo”, intervenendo sulle modalità di elezione del Presidente della Repubblica e, a cascata, sulla scelta dei membri della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della Magistratura.

Nel nuovo articolo 117, comma 7, si è infine sentito il bisogno di modificare il precedente testo, che parlava di “tutela della concorrenza”, trasformandolo in “tutela e promozione della concorrenza”. Un piccolo ritocco, che meriterebbe però la sua attenzione.

Sono tutti aspetti qui solo brevemente elencati, ma ampiamente analizzati nel dibattito critico che si è sviluppato intorno alle riforme, spesso con sottolineature diverse, volte anche a evidenziare incongruenze e incoerenze presenti nei testi. Ma gli esiti complessivi sono chiari.

Siamo di fronte a un “processo organico di riforma” che va ben al di là dei (peraltro marginali) risparmi sui costi della politica, della riduzione del numero dei parlamentari, o dell’abolizione del CNEL, ampiamente usati come ragioni-civetta a favore del sì. Nella nuova «architettura istituzionale» si sposta l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo e a sfavore del Parlamento. Lascia interdetti l’ostinazione con la quale ciò viene negato dai sostenitori del sì; non si capisce infatti allora da dove proverrà la promessa maggiore governabilità.

 

Chi deve votare per il sì?

Il sì al referendum del 4 dicembre, anche quello di chi crede di votare per la riduzione dei costi della politica, punta alla fine a uno scopo univoco: la nuova architettura istituzionale. Chi e come la userà non si sa (e qualche dubbio sull’Italicum affiora infatti anche nel PD), ma nelle intenzioni di chi la sta realizzando essa serve a potere consolidare un progetto di soluzione della crisi che non mette in discussione il percorso di questa Unione Europea, né, più in generale, la visione di uno Stato che si limita a regolare, assecondandolo, il presunto naturale funzionamento dei mercati.

Le riforme delle istituzioni sono necessarie per potere fare le altre riforme, a farle sino in fondo, per proseguire senza difficoltà sulla via già intrapresa con l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, con il Jobs Act, con la riforma delle pensioni, con la “buona scuola”, cui occorrerà far seguire la privatizzazione della sanità, dei servizi pubblici, vendite di beni demaniali, e quant’altro sarà necessario.

Chi reputa tutto ciò una cosa buona, dovrebbe convintamente votare sì. Il sì viene presentato come un voto per il cambiamento, ma è esattamente un voto per potere continuare sulla strada intrapresa già da prima che l’attuale governo fosse in carica, e per l’accettazione del sentiero di sottosviluppo lungo il quale l’attuale governo sta cercando di guidare, senza troppi scossoni, l’Italia.

Ambiguo è invece il no. Berlusconi e Brunetta fanno propaganda per il no, ma propongono in cambio una loro riforma, veramente sgangherata, che comprende il dimezzamento del numero dei parlamentari e l’introduzione del vincolo di mandato [8]. Anche Monti voterà no (ma lo farà da liberista) perché, così dice, non gli piace il modo in cui Renzi sta raccogliendo il consenso intorno al suo progetto [9]; probabilmente sta scommettendo sulla vittoria del no, nella speranza di potersi eventualmente presentare di nuovo, in qualche modo, sulla scena politica.

È chiaro che tutti i no sono benvenuti, ma dopo il voto occorrerà tenere presente il significato di ciascuno di essi.

Una vittoria del sì stabilizzerebbe, come dicevamo, un progetto per l’Italia, quello dell’attuale governo, e metterebbe il paese su un piano inclinato di cui è difficile vedere la fine: se, come è prevedibile, la crisi si aggraverà, un governo dotato di ampi poteri ma senza una sostanziale rappresentatività si troverà a fronteggiare un crescente malessere sociale. Queste riforme diminuiranno la legittimazione e la rappresentatività delle istituzioni, togliendo responsabilità al cittadino tra una elezione e l’altra, riducendo il ruolo dei corpi intermedi, incanalando l’insoddisfazione e la protesta da un lato verso sterili populismi e dall’altro verso forme radicali, di destra o di sinistra. Queste ultime richiederanno una maggiore dose di autorità, di fermezza, la pretesa governabilità richiederà più governabilità.

Ma, al di là dei singoli aspetti che abbiamo considerato e delle loro conseguenze, la stessa iniziativa della riforma costituzionale è, in sé, politicamente significativa; l’averla proposta adesso, a un Parlamento (eletto con una legge poi dichiarata incostituzionale) che si sapeva già essere profondamente diviso, in un paese altrettanto diviso (niente di più lontano insomma da uno “spirito costituente” simile a quello del ’48), non è stato, come a volte si ritiene, né sconsiderato né innocente.

Le incompatibilità tra la Costituzione e i Trattati europei sono sostanziali; una su tutte: mentre la Costituzione pone al centro il lavoro, la “governance economica europea”, quella di cui parla Renzi e che è fissata nei Trattati, ha invece come obiettivo primario il controllo dell’inflazione.

La Costituzione è quindi già nei suoi principi una difesa contro le pretese egemoniche degli organismi istituzionali – l’UE e l’Euro – che stanno realizzando il nuovo ordine capitalistico; ma essa è ancor prima il fondamento condiviso della coscienza collettiva di far parte di un unico organismo istituzionale entro il quale ha senso parlare di diritti, è un elemento essenziale del “patriottismo costituzionale”. Ora, comunque vada, vincano i sì o vincano i no, la Costituzione verrà indebolita proprio in questa sua funzione: resterà la Costituzione non degli italiani, ma di una parte degli italiani, e verrà meno la sua funzione di riferimento indiscusso e indiscutibile per la resistenza alla governance europea e al nuovo ordine globale. Qui siamo al di là delle (vere) ragioni del sì; siamo alle ragioni della stessa proposizione della riforma. Il danno, in questo senso, è già fatto.

Si tratta, ormai, di difendere lo spazio della democrazia, dentro il quale poter continuare a esercitare il conflitto sociale.


Note
[1] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/302471.pdf
[2] ivi, pag. 2
[3] ivi, pag. 3
[4] http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/09/la-verita-sul-referendum.html
[5] https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf
[6] ivi, pag. 12
[7] Art. 14-bis – 1. Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica.
[8] Vedi il sito http://www.comitatoperilno.it/; da non confondere con il comitato per il no promosso dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, e presieduto da Alessandro Pace, il cui sito è all’indirizzo http://www.referendumcostituzionale.online/
[9] Intervista a Monti del 18 ottobre 2016: http://www.corriere.it/politica/16_ottobre_18/mario-monti-perche-votero-no-referendum-costituzionale-8546db02-94b6-11e6-97ea-135c48b91681.shtml
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