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maelstrom

Votare non è più democratico?

di Damiano Palano

Le elezioni e la "sindrome da stanchezza democratica". Una critica a David Van Reybrouck dalla rivista Spazio filosofico

Lottery1. Introduzione

Rileggendo oggi Solar Lottery di Philip K. Dick, è quasi scontato riconoscere come già in quel primo romanzo fossero presenti molti dei motivi che avrebbero in seguito contrassegnato la produzione dello scrittore americano. Risulta in effetti evidente sin dalle prime pagine come la sua idea della science-fiction tendesse a fuoriuscire dal perimetro di una letteratura di genere destinata allora prevalentemente a un pubblico di giovani (e giovanissimi) lettori, e come la sua raffigurazione di un remoto futuro fosse in realtà una critica della società americana degli anni Cinquanta. Ma più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, si può forse intravedere in Solar Lottery anche una sorprendente prefigurazione delle società dell’inizio del XXI secolo e dei processi che investono le democrazie occidentali. In quel vecchio romanzo Dick immaginava infatti che le società occidentali avessero adottato il sistema della lotteria non solo per distribuire le merci ma anche per assegnare il potere politico. I governanti non erano dunque scelti dagli elettori e le procedure di voto erano state sostituite dall’estrazione a sorte di un Quizmaster, al quale era affidato un potere sostanzialmente assoluto1. E proprio per questo, se certo la distopia di Dick prefigurava la nascita dell’“azzardo di massa”2, lo scenario allestito nel romanzo può essere letto anche come l’anticipazione – certo estrema – di un ripensamento del ruolo che il momento della scelta elettorale ricopre nelle democrazie contemporanee.

L’insoddisfazione nei confronti del canale elettivo – inteso come criterio qualificante di un assetto democratico – è in effetti cresciuta negli ultimi due decenni, alimentando un fitto dibattito sulla “crisi” e sul “disagio” della democrazia. A partire soprattutto dagli anni Novanta, molti osservatori hanno riconosciuto un paradosso almeno in parte inedito. A fronte di un significativo aumento del numero complessivo delle democrazie nel mondo, hanno iniziato a rilevare un “deterioramento” delle democrazie “mature”. In sostanza, i sistemi politici occidentali continuano a presentare quegli elementi che il dibattito politologico – sulla scorta della vecchia definizione di Joseph A. Schumpeter – non cessa di considerare distintivi di un regime democratico, ossia l’utilizzo di elezioni competitive come strumento per selezionare i leader cui assegnare, per un periodo di tempo limitato, la funzione di governo3. Ma, secondo molte voci, il ricorso alle elezioni non rappresenta più una garanzia di reale democraticità, sia perché la competizione risulta ristretta ad attori politici con piattaforme programmatiche molto simili, sia perché la formazione delle decisioni politiche principali sembra passare da altri canali, sia perché la partecipazione popolare alla vita politica si riduce, approfondendo sempre più il distacco tra cittadini e classe politica4.

Nel suo ultimo libro, Sheldon Wolin definì per esempio la forma di regime vigente negli Stati Uniti come un «totalitarismo rovesciato», un sistema «apparentemente guidato da poteri totalizzanti astratti, e non dal dominio personale», il quale «si alimenta incoraggiando il disimpegno politico più che la mobilitazione di massa», e che «si affida più ai media “privati” che alle istituzioni pubbliche per diffondere la propaganda atta a consolidare la sua versione ufficiale degli eventi»5. Utilizzando immagini forse meno energiche, altri hanno riconosciuto invece i segni di un processo di “de-democratizzazione”6. Nella proposta forse più celebre, Colin Crouch ha identificato inoltre la tendenza dei sistemi politici occidentali ad assumere i tratti della “postdemocrazia”, ossia di una nuova forma di regime, in cui le istituzioni formali della democrazia liberale continuano a esistere, ma il ruolo dei cittadini si limita alla scelta elettorale e in cui le decisioni vengono prese da un ristretto gruppo di attori politici ed economici. Sebbene la “postdemocrazia” continui dunque a presentare gli elementi distintivi della democrazia liberale, e nonostante le elezioni si svolgano regolarmente (e in forma competitiva), «il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi», mentre «la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve»7. Nello senario postdemocratico, dunque, «a parte lo spettacolo della lotta elettorale», «la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici»8. In termini ancora più radicali, anche Michelangelo Bovero ha proposto di riconoscere «un processo di degenerazione che tende a far assumere alla democrazia i connotati di una forma di governo diversa», ossia di una sorta di «autocrazia elettiva», la cui logica di funzionamento risulta solo all’apparenza simile a quella democratica9. E, con una diagnosi altrettanto pessimista, secondo Massimo L. Salvadori i sistemi politici occidentali sono attraversati da trasformazioni tali da mettere in dubbio la loro stessa natura di regimi democratici. Processi come la globalizzazione economica, il restringimento del potere di controllo degli Stati, lo sgretolamento dei partiti di massa avrebbero infatti innescato un progressivo mutamento, segnato dall’ascesa di potenti oligarchie economiche, in grado di manipolare un’opinione pubblica inerte. In questa situazione, l’attributo primario della democrazia – «quello di consentire ai governati di esercitare il potere ultimo sui governati» – tende a dissolversi, proprio perché lo strumento delle elezioni non sembra più in grado di garantire un controllo degli eletti. E proprio per effetto di una simile dinamica, i sistemi occidentali dovrebbero essere definiti non più come democrazie, bensì come «governi a legittimazione popolare passiva»10.

Accanto a questo dibattito, e spesso contestualmente alla formulazione di diagnosi critiche sulla “crisi” della democrazia, sono state avanzate anche proposte di riforma – più o meno radicali – volte a garantire un maggiore controllo sull’attività degli eletti, grazie per esempio a meccanismi di vigilanza nei confronti della classe politica11, oppure a integrare le “tradizionali” forme di partecipazione dei cittadini, mediante gli strumenti della democrazia elettronica, o mediante procedure analoghe a quelle sperimentate nel caso dei “bilanci partecipativi”12. Ed è proprio nell’ambito di questo dibattito che è emersa la proposta di ritornare a utilizzare il vecchio strumento del sorteggio per selezionare giurie di cittadini chiamati a valutare le politiche pubbliche o addirittura a prendere decisioni politicamente rilevanti. In effetti, a partire dagli anni Settanta, in diverse realtà si è fatto ricorso a giurie di cittadini formate grazie all’estrazione a sorte, dapprima negli Usa e nella Rft e in seguito in Danimarca, Regno Unito, Spagna e anche Italia. Inoltre, è stata oggetto di numerose sperimentazioni anche la pratica dei “sondaggi deliberativi”, ideata inizialmente da James Fishkin13. Ed è proprio poggiando su queste esperienze, più o meno di successo, che il giornalista, scrittore e poeta belga David Van Reybrouck ha indirizzato un vero e proprio «J’accuse!» alla democrazia rappresentativa fondata sulle elezioni. In un pamphlet molto fortunato, Contro le elezioni – che non casualmente si apre con la celebre frase del Contratto sociale in cui Rousseau compiangeva il popolo inglese, che riteneva di essere libero, nonostante lo fosse soltanto il giorno delle elezioni – sostiene per esempio che ormai, come recita il sottotitolo italiano del suo testo, «votare non è più democratico», e che una soluzione per superare la crisi in cui versano i sistemi democratici occidentali consisterebbe nel ritorno all’estrazione a sorte come criterio per formare collegi deliberativi14.

L’idea di affidare al caso la designazione dei governanti (o meglio dei legislatori) è stata in realtà avanzata negli ultimi anni – sebbene in termini meno netti – da molte parti, spesso sulla scorta della convinzione che alcuni strumenti di “democrazia deliberativa”, affiancati alle classiche istituzioni rappresentative, possano consentire di rafforzare sia la partecipazione dei cittadini alla vita politica, sia la qualità delle stesse decisioni pubbliche15. Proprio perché in larga parte attinge a questa discussione (e al bagaglio non estesissimo di sperimentazioni sul campo), il pamphlet di Van Reybrouck ha il merito di riproporre in forma sintetica tanto i pregi quanti i limiti di una proposta teorico-politico tutt’altro che irrilevante. Soffermandosi proprio su una discussione del testo di Van Reybrouck, questo articolo si propone di “prendere sul serio” l’affermazione secondo cui «votare non è più democratico», oltre che l’ipotesi secondo cui l’introduzione dell’estrazione a sorte consentirebbe di superare le difficoltà – o addirittura la “crisi” – delle democrazie rappresentative occidentali. In particolare, nelle pagine che seguono sarà considerata l’interpretazione fornita da Van Reybrouck delle diverse cause della “crisi” della democrazia rappresentativa, alla quale il ritorno del sorteggio dovrebbe porre rimedio, e saranno messi in luce alcuni elementi problematici, relativi proprio all’“insufficienza” del canale elettorale nel garantire la democraticità dei sistemi politici occidentali. Saranno dunque prese criticamente in considerazione le argomentazioni che sostengono che il sorteggio dovrebbe consentire di superare, o comunque di ridurre, il combinato disposto di crisi di efficienza e crisi di legittimità che contrassegna i sistemi politici occidentali. L’obiettivo di questo articolo è infatti contrastare l’argomentazione che sorregge la proposta di Van Reybrouck, e dunque mettere in luce come la “crisi” delle democrazie occidentali non scaturisca semplicemente dalla debole legittimazione garantita dal sistema rappresentativo-elettivo.

 

2. La “sindrome da stanchezza democratica”

Nel suo volume Contro le elezioni, Van Reybrouck riconosce innanzitutto i sintomi di una duplice crisi, che accomuna tutte le democrazie occidentali. Una “crisi di legittimità” indebolisce il consenso dei cittadini nei confronti delle istituzioni, e segnali di questa situazione sono forniti dall’estendersi dell’area dell’astensione in occasione delle consultazioni elettorali, dall’aumento della volatilità elettorale e dal sensibile calo degli iscritti ai partiti politici. In secondo luogo, la stessa azione delle istituzioni è investita da una speculare “crisi di efficienza”, dovuta a fattori diversi, che contribuiscono però a indebolire la capacità degli esecutivi di fornire risposte rapide ed efficaci a questioni fatalmente sempre più complesse. Anche in questo caso, Van Reybrouck elenca alcuni indicatori della crisi: 1) «le consultazioni per la formazione di un governo durano sempre più a lungo, soprattutto nei paesi guidati da coalizioni complesse»; 2) «i partiti di governo devono subire attacchi sempre più duri»; 3) «l’azione pubblica richiede sempre più tempo» (CLE, pp. 16-17). Dal combinato disposto della crisi di legittimità e della crisi di efficienza prende corpo una «sindrome da stanchezza democratica», contrassegnata dalla convergenza di sfiducia e impotenza:

«la democrazia ha perso a poco a poco tutto il suo mordente, ma nello stesso tempo è diventata curiosamente sempre più rumorosa. Invece di borbottare a voce bassa in un angolo discreto, provando vergogna per la propria impotenza, reso modesto dai limiti del suo raggio d’azione, l’uomo politico di oggi può, o meglio deve, urlare ai quattro venti le sue virtù – le elezioni e i media non gli lasciano scelta – preferibilmente stringendo i pugni, contraendo i muscoli, spalancando la bocca, perché si tratta di una posizione vantaggiosa che dà un’impressione di energia. Almeno così lui crede. Invece di riconoscere con umiltà che i rapporti di potere sono cambiati e di andare alla ricerca di nuove forme di governo che abbiano senso, l’uomo politico è costretto a continuare a giocare al gioco mediatico-elettorale, spesso contro la sua volontà e contro quella del cittadino, che comincia a trovare lo spettacolo un po’ stancante: tutta questa isteria esagerata e artificiale non è in grado di far rinascere la sua fiducia. La crisi dell’efficienza non fa che aggravare la crisi della legittimità» (CLE, p. 20).

Per spiegare da dove derivi la «sindrome da stanchezza democratica», Van Reybrouck scarta alcune delle ipotesi utilizzate nel dibattito politico, e cioè che la responsabilità sia da attribuire: a) all’incapacità e alla corruzione della classe politica (diagnosi del populismo); b) alla complessità delle procedure democratiche, incapaci di assicurare decisioni rapide ed efficaci (diagnosi della tecnocrazia); c) alla democrazia rappresentativa, alle sue strutture e ai suoi rituali, da sostituire con una democrazia diretta o con il controllo dei rappresentanti mediante la partecipazione orizzontale resa possibile dal web (diagnosi della democrazia diretta). La spiegazione della “sindrome” va infatti ritrovata altrove, e cioè non tanto nella democrazia rappresentativa, quanto in una sua variante specifica: «la democrazia rappresentativa elettiva, la democrazia che instaura la rappresentanza popolare tramite le elezioni» (CLE, p. 37). Per effetto di alcune trasformazioni strutturali – la nascita dei partiti politici, l’introduzione del suffragio universale, lo sviluppo di una società civile organizzata, il dominio dei mezzi di comunicazione commerciali all’interno dello spazio pubblico e la comparsa dei social network – il funzionamento della rappresentanza elettiva ha assunto sembianze molto lontane da quelle che i costituenti americani e i rivoluzionari francesi avevano immaginato sul finire del Settecento. E proprio per effetto di questi mutamenti, il ricorso alle elezioni è diventato, al tempo stesso, un fattore di debolezza della legittimità delle istituzioni e la causa dell’inefficienza dell’azione degli esecutivi:

«Sotto l’effetto dell’isteria collettiva dei media commerciali, dei social media e dei partiti politici, la febbre elettorale è diventata permanente, cosa che ha delle gravi conseguenze sul funzionamento della democrazia: l’efficienza soffre a causa dei calcoli elettorali; la legittimità, per la volontà permanente di essere sotto i riflettori. Il sistema elettorale provoca ogni volta la sconfitta cocente del lungo termine e dell’interesse generale di fronte al breve termine e agli interessi dei partiti. In queste circostanze, le elezioni, un tempo concepite per rendere possibile la democrazia, sembrano ormai piuttosto ostacolarla. Diventano una maledizione» (CLE, p. 49).

Come è evidente, l’argomentazione di Van Reybrouck non si limita a riconoscere la duplice crisi di legittimità e di efficienza che mina dall’interno i sistemi democratici occidentali, ma si spinge a riconoscere proprio nelle elezioni la causa principale che innesca – e attorno alla quale si annodano – i diversi processi “degenerativi”, e dunque a sostenere che i principali problemi derivano proprio dal fatto che la democrazia rappresentativa odierna si basa esclusivamente sulle elezioni. In primo luogo, la logica della “campagna permanente” induce i leader politici a pensare alle prossime elezioni, più che all’efficacia della propria attività di governo. Inoltre, la legittimità degli attori politici – esposti costantemente sotto la luce dei riflettori – tende a diventare sempre più fragile. E così una democrazia che si basi “soltanto” sulle elezioni rischia di diventare, al tempo stesso, sempre meno efficiente e sempre meno legittima. «Abbiamo ridotto la democrazia a una democrazia rappresentativa e la democrazia rappresentativa a delle elezioni» (CLE, p. 50), scrive per esempio l’intellettuale belga. E se fino a qualche decennio fa le elezioni erano uno strumento indispensabile, ora la situazione sembra drasticamente cambiata:

«Le elezioni sono il combustibile fossile della politica: una volta stimolavano considerevolmente la democrazia, come il petrolio dinamizzava l’economia, invece oggi si scopre che esse generano problemi giganteschi e nuovi. Se non riflettiamo urgentemente sulla natura del nostro combustibile democratico, una crisi più grave minaccia il nostro sistema. In un’epoca caratterizzata da un disagio economico, un sistema mediatico scatenato e una cultura in piena trasformazione, continuare ad aggrapparsi unicamente alle elezioni significa quasi seppellire deliberatamente la democrazia» (CLE, p. 51).

L’aspetto più controverso del pamphlet di Van Reybrouck consiste probabilmente nella proposta di reintrodurre il sorteggio come criterio per selezionare i rappresentanti politici. Oltre che riprendere in forma stilizzata alcune delle proposte avanzate nel dibattito sulla “democrazia deliberativa”, Van Reyobrouck delinea un’operazione di “riabilitazione” dell’estrazione a sorte – intesa come alternativa alle elezioni – che ha le sue radici principali nella ricostruzione della genesi del governo rappresentativo proposta dal politologo francese Bernand Manin alla metà degli anni Novanta. Nei Principi del governo rappresentativo16, Manin forniva infatti una rilettura che, ridimensionando una serie di luoghi comuni, mostrava come per lungo tempo proprio il sorteggio fosse stato considerato distintivo di un assetto democratico, e come l’abbandono di una simile opzione fosse avvenuta piuttosto improvvisamente sul finire del Settecento, senza una discussione realmente approfondita. Nell’Atene del V e IV secolo a.C., osservava anzi Manin, l’elezione era considerata uno strumento quasi inevitabilmente oligarchico, mentre al contrario l’estrazione a sorte dei magistrati era concepita come l’unico strumento in grado di consentire la legittimità e l’efficacia degli organi politici, perché garantiva una reale rappresentanza della base sociale, impediva la concentrazione del potere in gruppi ristretti e rendeva possibile la partecipazione dei cittadini all’esercizio del potere. Questi stessi motivi favorirono inoltre l’adozione del sorteggio anche in molte repubbliche cittadine italiane, come soprattutto Venezia e Firenze, nelle quali però l’estrazione a sorte si combinava – grazie a soluzioni ingegnosissime e molto complicate – sia con l’esame delle liste degli estraibili da parte di organismi di controllo, sia con l’adozione di meccanismi elettivi. Benché i pregi dell’estrazione a sorte (insieme naturalmente ai limiti) fossero del tutto chiari a pensatori politici del calibro di Harrington, Montesquieu e Rousseau, e nonostante fosse per loro scontato che le elezioni erano uno strumento “strutturalmente” aristocratico, i rivoluzionari della fine del Settecento avevano invece ormai pressoché completamente scartato l’ipotesi del sorteggio come criterio per selezionare i governanti. «Soltanto una generazione dopo lo Spirito delle leggi e il Contratto sociale», scriveva infatti Manin, «l’idea di attribuire funzioni pubbliche per estrazione a sorte era scomparsa senza quasi lasciare traccia», e in effetti «non fu mai presa seriamente in considerazione durante la rivoluzione americana e quella francese»17. In termini ancora più netti, secondo Van Reybrouck, l’oblio in cui venne fatto precipitare il sorteggio è la conseguenza dell’“agorafobia politica” da cui erano affetti gli stessi rivoluzionari americani e francesi, ossia da una paura del popolo che avrebbe circoscritto il ricorso al sorteggio alla procedura di formazione delle giurie popolari18. E proprio una simile distorsione avrebbe di fatto sancito la sostituzione di un’aristocrazia ereditaria con un’aristocrazia liberamente scelta, grazie allo strumento elettorale:

«La Rivoluzione francese, non più di quella americana, non ha cacciato un’aristocrazia per rimpiazzarla con una democrazia: ha cacciato un’aristocrazia ereditaria per sostituirla con un’aristocrazia liberamente scelta. […] Ci si era sbarazzati del sovrano e della nobiltà, le classi popolari erano tenute calme a suon di retorica su la Nazione, il Popolo e la Sovranità, e una nuova alta borghesia prendeva il potere. Non era più legittimata da Dio, dal suolo o dalla nascita, ma da un altro retaggio dell’aristocrazia: le elezioni» (CLE, 77).

La scelta compiuta sul finire del Settecento è diventata un perno della concezione occidentale della democrazia e di quello che – secondo Van Reybrouck – non è altro che un vero e proprio “fondamentalismo elettorale”. Per effetto di questa operazione, non solo fu accantonato il sorteggio, ossia «il più democratico di tutti gli strumenti politici»; soprattutto, con una simile scelta dovevano diventare sinonimo di democrazia proprio le elezioni, che «non erano mai state concepite come uno strumento democratico, ma come una procedura che consentiva l’accesso al potere a una nuova aristocrazia non ereditaria» (CLE, p. 77). E guardando all’esperienza degli ultimi due secoli, l’intellettuale belga osserva che la democrazia elettiva «è rimasta indissociabile da un elemento verticale: ha sempre conservato un “alto” e un “basso”, un’autorità e dei subordinati» (CLE, p. 86). La “sindrome da stanchezza democratica” è proprio «una conseguenza perfettamente normale del sistema rappresentativo elettivo» (CLE, p. 86). Ed è invece tornando a scoprire le radici “dimenticate” della democrazia del sorteggio, e recuperando l’opzione abbandonata sul finire del XVIII secolo, che secondo Van Reybrouck diventa possibile rivitalizzare le nostre democrazie.

In realtà Van Reybrouck sostiene l’opportunità di reintrodurre il sistema del sorteggio non tanto per sostituire integralmente gli organi rappresentativi eletti, quanto per affiancare a questi ultimi dei consigli di rappresentanti estratti a sorte. Il riferimento teorico principale cui attinge il pamphlet sono le ipotesi di Fishkin sulla “democrazia deliberativa”, in cui i cittadini non si limitano a votare per dei politici e dunque a delegare loro ogni decisione, ma invece discutono tra loro delle diverse possibili soluzioni, anche grazie al supporto di esperti. Ma a sorreggere la proposta di Van Reybrouck, più ancora che la riflessione teorica, sono le sperimentazioni di sondaggi deliberativi, condotte dallo stesso Fishkin, e altre modalità di democrazia deliberativa sviluppate (seppur non sempre con successo) in Germania, in Danimarca e in Brasile, anche se ai suoi occhi sono significativi soprattutto i casi delle sperimentazioni condotte in Canada, Irlanda, Islanda e Olanda, sia perché si tratta di esperienze recenti, sia perché in tutti questi processi al centro della discussione erano questioni rilevanti di politica nazionale19. Nelle sperimentazioni compiute nella Columbia Britannica, in Ontario e in Olanda, il sorteggio era lo strumento principale per individuare i componenti delle assemblee chiamate a deliberare20. In realtà, in ognuno di questi casi la deliberazione si risolse in un fallimento, perché, se in Olanda l’esperimento fu abbandonato dall’esecutivo dopo la ridefinizione della coalizione di governo, sia nella Columbia Britannica sia in Ontario le proposte elaborate dalle assemblee civiche furono bocciate dagli elettori. E proprio queste esperienze negative inducono Van Reybrouck a riconoscere che alcuni ostacoli limitano l’efficacia dell’azione delle assemblee deliberative formate mediante sorteggio. A spiegare la bocciatura da parte degli elettori dei progetti elaborati sarebbe in particolare il ruolo critico svolto dai partiti e dai media. «La stampa e il mondo politico», osserva l’intellettuale belga, «adottano un atteggiamento spesso alquanto derisorio», e inoltre, se «molti cittadini diffidano dei loro politici», anche «i politici sono altrettanto diffidenti nei confronti dei loro cittadini», mentre la stampa ha un atteggiamento poco positivo nei confronti della democrazia deliberativa perché quest’ultima, a differenza di quella parlamentare, «non è per niente spettacolare e si trasforma difficilmente in racconto» (CLE, p. 103). E anche per questo, la sperimentazione islandese – forse la più nota e fortunata – di fatto ridimensionava le ipotesi più radicali della democrazia deliberativa, dal momento che prevedeva che il forum costituzionale fosse sostanzialmente eletto, che fossero coinvolti elementi della classe politica e infine che i lavori dell’assemblea fossero resi pubblici, in modo da consentire all’opinione pubblica di seguire le dinamiche della discussione ben prima di conoscerne l’esito finale.

A dispetto delle difficoltà incontrate dalle sperimentazioni deliberative, Van Reybrouck ritiene però che sia maturo il momento di operare riforme radicali dei sistemi politici occidentali, e in particolare che sia indispensabile introdurre un sistema “birappresentativo”, costituito per un verso dalla classica logica della rappresentanza e, per l’altro, dal meccanismo dell’estrazione a sorte. «Il ricorso al sorteggio», scrive, «non è un rimedio miracoloso, non è una ricetta ideale, come non lo sono mai state neanche le elezioni, ma può correggere un certo numero di difetti del sistema attuale» (CLE, pp. 123-124). E soprattutto – conclude Van Reybrouck – «è attualmente il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffrono tanti paesi» (CLE, p. 127).

 

3. La “stanchezza democratica” nasce dalle elezioni?

Le argomentazioni sviluppate in Contro le elezioni riprendono per molti versi proposte e suggerimenti avanzati in anni recenti da molte voci, come per esempio quella di Yves Sintomer21. L’ipotesi di ricorrere al sorteggio per selezionare organi deliberativi è in effetti meritevole di seria considerazione. Probabilmente è ancora presto per formulare un bilancio dell’efficacia di queste pratiche e dunque per riflettere sulla praticabilità dell’estensione di queste procedure ad ambiti tematici più significativi e oltre la dimensione locale. L’intento di queste pagine non è però valutare la praticabilità del sorteggio o esaminare – sotto un profilo normativo – la preferibilità di una democrazia deliberativa fondata sull’estrazione a sorte rispetto alla democrazia rappresentativa basata sulle elezioni. D’altronde il pamphlet di Van Reybrouck può essere considerato come il tentativo di riproporre una critica della democrazia parlamentare che ha alle spalle una storia lunga, radici profonde e precedenti illustri. Puntare a mettere in discussione la critica sviluppata da Van Reybrouck significherebbe replicare agli argomenti di tutti quegli autori che da più di due secoli – da prospettive teorico-politico peraltro molto diverse – sostengono per esempio che la democrazia fondata sul sistema rappresentativo-elettivo non è sufficientemente democratica, o che si tratta di una democrazia solo “formale” (e pertanto ben lontana da una “democrazia sostanziale”), o che non è neppure realmente una democrazia, dal momento che consegna il potere nelle mani dei “pochi”, solo all’apparenza al servizio dell’interesse dei “molti” o della totalità del “popolo”22. Senza dunque entrare nel merito della discussione sul valore o sull’auspicabilità del sistema del sorteggio, l’intento perseguito in queste pagine consiste nell’esaminare la spiegazione di quella che viene definita come la “sindrome da stanchezza democratica”, e in particolare nella critica dell’idea – che regge d’altronde l’argomentazione di Van Reybrouck – secondo cui sarebbero proprio le elezioni a innescare la «crisi» in cui versano oggi i sistemi democratici.

Al di là del merito della provocazione, nel pamphlet dell’intellettuale belga non è infatti difficile riconoscere ben più di qualche semplificazione. Alcune di tali semplificazioni sono relative alla stessa ricostruzione della storia della democrazia occidentale, mentre altre riguardano l’individuazione delle cause da cui scaturisce la “stanchezza democratica”. Ma il punto è che proprio queste debolezze inficiano in larga parte le sue stesse argomentazioni. In primo luogo, per quanto concerne le origini della democrazia occidentale, quando ritrova nell’Atene del V e IV secolo il modello di un sistema basato sul sorteggio, Van Reybrouck sottovaluta per esempio il fatto che in realtà conosciamo molto poco di come effettivamente avvenissero le operazioni di estrazione a sorte, e che quei pochi elementi che abbiamo a disposizione non si riferiscono all’Atene di Pericle – a cui invece è legato il nostro immaginario della “democrazia degli antichi” – bensì al secolo successivo23. Ma soprattutto dimentica completamente di considerare come l’adozione dello strumento del sorteggio fosse dettata anche dalla volontà di impedire che fazioni e consorterie (oligarchiche) potessero riuscire a imporsi nell’assemblea, e come anche il ricorso (per quanto occasionale) alle elezioni si svolgesse in modo tale da impedire totalmente che il voto potesse essere influenzato, o manipolato, da schieramenti di parte24. E non si tratta certo di un elemento secondario, anche perché, per molti versi, la critica delle elezioni articolata da Van Reybrouck – ben più che come uno sviluppo delle vecchie posizioni partecipazioniste e consiliariste – può essere considerata come una riformulazione di quella polemica antipartitica, fortemente radicata nella storia occidentale, che ritrova proprio nella presenza dei partiti, nelle loro contrapposizioni, nelle passioni di cui essi si fanno portatori, le cause della rovina delle città e della dissoluzione dell’ordine pubblico25.

In secondo luogo, sempre per quanto concerne le radici storiche, quando Van Reybrouck ricostruisce la genesi della democrazia rappresentativa, trascura quasi del tutto il fatto che le radici istituzionali e dottrinarie del sistema rappresentativo-elettivo affondano nel passato feudale e in particolare nella storia inglese. Seguendo lo schema proposto da Manin, Van Reybrouck di fatto oppone il modello della democrazia ateniese (e quello delle repubbliche cittadine italiane) al modello fondato sulla rappresentanza elettiva elaborato dai rivoluzionari americani e francesi. In questo senso, certo coglie il ruolo fondamentale che ebbero le due rivoluzioni nel ridefinire l’immaginario politico occidentale e nel preparare quella metamorfosi della stessa concezione della democrazia che avrebbe preso forma a partire dalla metà del XIX secolo26. Ma, nella misura in cui attribuisce proprio al dibattito delle rivoluzioni di fine Settecento la scelta a favore dello strumento elettivo, finisce col recidere le più autentiche radici della democrazia rappresentativa: radici che affondano, per un verso, nella graduale trasformazione delle istituzioni rappresentative feudali (che discendono per molti versi dall’istituto del “campo di maggio” e dall’evoluzione dell’obbligo di auxilium et consilium dovuti al sovrano feudale), e, per l’altro, nella genesi della dottrina della rappresentanza politica, scaturita sia dalla dottrina teologica dei corpi mistici, sia dalla dottrina giuridica che, tra il XII e XIII secolo, prende a considerare qualsiasi corporazione nei termini di una persona ficta27. È infatti solo ripercorrendo il tracciato – certo tutt’atro che lineare – di un simile sviluppo che si può comprendere la logica per cui, già prima della svolta rivoluzionaria di fine Settecento, il Parlamento inglese diventa la sede in cui siede fittiziamente l’intera “Nazione”, e in cui ciascun singolo deputato diventa rappresentante non dello sparuto gruppo di elettori che l’hanno designato, bensì dell’intero paese (e dunque, tendenzialmente, il difensore del suo interesse generale).

Se la ricostruzione storica che propone appare dunque contrassegnata da limiti prospettici tutt’altro che insignificanti, problemi probabilmente ben più significativi riguardano invece la chiave di lettura che Van Reybrouck adotta per spiegare la “sindrome da stanchezza democratica”. Come si è visto, il suo ragionamento prende infatti le mosse dal rapporto problematico tra legittimità ed efficacia dell’azione di governo. Sotto il profilo della legittimità, segnala una serie di sintomi che testimoniano come la classe politica e i partiti (ma non la democrazia) beneficino di livelli di fiducia sempre più bassi da parte dei cittadini, e come anche per questo la volatilità elettorale sia sempre più elevata negli ultimi vent’anni. Inoltre, la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti della classe politica si combina con la percezione della sempre più evidente incapacità dei governi di dare risposte ai cittadini, ossia con una crisi di efficienza della democrazia. Il discorso dell’intellettuale sembra però aggirare completamente un aspetto ricorrente nel dibattito sulla “crisi” della democrazia, ossia la difficoltà di controllare e regolare i flussi di un mondo globalizzato, perché in effetti Van Reybrouck tende a ricondurre la mancata efficienza della democrazia solo alla classe politica, alla sua frammentazione e ai suoi tentativi di preservare margini di potere, a scapito dell’effettiva capacità di governo. Non si tratta certo di un motivo sconosciuto in Italia, perché Van Reybrouck – in questo davvero influenzato dal contesto politico belga e, più in generale, delle dinamiche di quelle che Arend Lijphart definisce “democrazie consensuali”28 – non fa altro che rispolverare la vecchia polemica contro il “proporzionalismo”, che renderebbe strutturalmente fragili e incapaci di decidere i governi di coalizione. In questo senso, scrive per esempio:

«Ogni sorta di mali, più o meno definiti, indica che diventa sempre più difficile esercitare una gestione attiva. I parlamentari impiegano a volte una quindicina d’anni a votare una legge. I governi fanno sempre più fatica a formarsi, sono spesso meno stabili e, alla fine del loro mandato, sono puniti sempre più severamente dagli elettori. Le elezioni, cui partecipano sempre meno cittadini, costituiscono sempre più spesso un ostacolo all’efficienza» (CLE, p. 16).

Più specificamente, i sintomi che anche in questo caso evoca per sostenere l’idea di una crisi di “efficienza” dei sistemi democratici, sono tutti riconducibili alla frammentazione dei partiti, alla conflittualità interna alla classe politica, alla debolezza dei governanti dinanzi all’opinione pubblica. Come si è visto, gli unici sintomi che Van Reybrouck indica sono la lentezza della formazione degli esecutivi (e, conseguentemente, delle decisioni assunte da governi formati da ampie coalizioni), la pressione esercitata dai media sui governi (con la paralisi di questi ultimi, i quali temono di essere puniti in sede di elezioni per le proprie politiche), la complessità di politiche pubbliche che richiederebbero molto tempo ma che sovente vengono bloccate dal veto di attori locali e nazionali. E il risultato è dunque l’assenza, o comunque la carenza, di reale capacità decisionale da parte dei governi. «L’incapacità di affrontare i problemi strutturali s’accompagna a una sovraesposizione del triviale, incoraggiata da un sistema mediatico che ha perso la testa e che, fedele alle logiche di mercato, preferisce ingigantire conflitti futili piuttosto che analizzare problemi reali, soprattutto in un periodo di calo delle quote di mercato dell’audiovisivo» (CLE, p. 18).

Quando Van Reybrouck si sofferma sul dato della debolezza della classe politica dinanzi alle pressioni provenienti dall’opinione pubblica, dalle indicazioni dei sondaggi e dall’azione dei media, sottolinea una tendenza messa in luce da molti osservatori delle nostre democrazie. In un testo ormai celebre, Pierre Rosanvallon ha per esempio riconosciuto l’origine di una parte delle difficoltà odierne nella dilatazione dello spazio occupato dalla “contro-democrazia”, un’istanza critica e di vigilanza (affidata alla stampa, ai giudici e alla società civile) che contrassegna fin dal suo nascere la democrazia moderna, ma che oggi diventa tanto invadente da ridurre i margini della stessa decisione politica29. In una direzione simile, John Keane ha individuato nella “democrazia del monitoraggio” un’evoluzione della dinamica democratica che tende a esercitare un controllo costante sull’operato dei governi, con l’obiettivo di portarne alla luce le menzogne, gli errori e gli aspetti più negativi, ma che proprio per questo perde il senso della misura e della realtà, avviando così verso il “collasso” il sistema democratico30. Come avviene in queste letture, anche il punto critico del ragionamento di Van Reybrouck non consiste nella segnalazione del clima di disaffezione dei cittadini rispetto alla classe politica e ai partiti: sotto questo profilo, anzi, il quadro della “crisi di legittimità” che lo scrittore belga dipinge non fa altro che restituire – seppur in termini impressionistici – gli elementi di un clima di “disaffezione” che molti ricercatori segnalano da almeno due decenni, nel momento in cui sottolineano la crescente rilevanza del “disallineamento” ideologico tra elettori e partiti, le conseguenze della “mobilitazione cognitiva”, alcuni aspetti della crisi della deferenza nei confronti dell’autorità politica, o lo stesso indebolimento delle tradizioni politiche e dell’identificazione partitica31. Il punto problematico della lettura proposta da Van Reybrouck consiste piuttosto nel fatto che viene individuato proprio nelle elezioni – e nella classe politica da esse selezionata – il fattore capace di spiegare al tempo stesso la crisi di legittimità e la crisi di efficacia. In effetti, il nodo cruciale – dal quale si dipanano le due crisi – è proprio il meccanismo elettivo: per un verso le elezioni selezionano una leadership debole, che è alla ricerca di una riconferma e che è inoltre costantemente indebolita dall’azione di monitoraggio dei media; per l’altro, le divisioni interne alla classe politica eletta, il multipartitismo e la competizione tra aspiranti leader rendono gli esecutivi fragili, scarsamente coesi e incapaci di decidere in tempi rapidi. E, sulla scorta di una simile lettura, diventa logico ritenere che tanto la crisi di legittimità quanto la crisi di efficienza possano essere superate scavalcando il momento elettivo, ossia selezionando i decisori mediante il sorteggio, o comunque affiancando alla classe politica eletta delle assemblee deliberative composte da cittadini estratti a sorte.

Naturalmente la soluzione avanzata da Van Reybrouck può comportare qualche difficoltà di realizzazione, ma le esperienze di “innovazione democratica” condotte dimostrano che i problemi non sono relativi alla formazione delle assemblee deliberative tramite sorteggio o alla scarsa competenza dei cittadini selezionati in questo modo. I problemi principali riguardano invece due dimensioni tutt’altro che secondarie: in primo luogo, la valutazione che l’opinione pubblica, i media e i partiti possono dare delle decisioni prodotte con questa modalità; in secondo luogo il ruolo che i “tecnici” possono avere nell’indirizzare, limitare e comunque influenzare la stessa deliberazione dei cittadini sorteggiati.

Sotto primo il profilo, anche Van Reybrouck riconosce che uno dei limiti delle sperimentazioni più ambiziose consiste proprio nel fatto che l’operato delle assemblee deliberative formate secondo sorteggio è stato spesso bocciato dagli elettori, che tramite referendum hanno respinto le proposte definite lungo un lavoro durato molti mesi. In altre parole, quando il lavoro delle assemblee viene compiuto in una condizione di isolamento dalle pressioni sociali (in termini analoghi a quanto avviene per le giurie popolari, chiamate a decidere sulla colpevolezza o meno degli imputati), allora la reazione dell’opinione pubblica, dei partiti e degli stessi cittadini-elettori tende a essere negativa, con la conseguenza che la proposta elaborata viene spesso respinta (come nella Columbia Britannica e in Ontario) o accantonata (come in Olanda). Una soluzione che consente di alleviare questo rischio consiste invece nella costante pubblicizzazione dei lavori dell’assemblea deliberativa, con la quale si dovrebbe dar conto all’opinione pubblica delle diverse tappe della discussione (e dunque del lento lavoro di definizione della proposta), dando la possibilità al complesso della cittadinanza di intervenire con commenti e suggerimenti. Proprio questa strada – che è di fatto quella adottata in Islanda (dove peraltro il forum costituzionale era sostanzialmente eletto) – dovrebbe in sostanza consentire alle decisioni delle assemblee deliberative di essere più facilmente accettate dalla cittadinanza. Ma evidentemente questa soluzione non può che riproporre quello stesso problema che – secondo Van Reybrouck – limita l’efficienza delle assemblee elette. Una volta che si ammetta la trasparenza delle sedute e che si riconosca la possibilità che ci siano interventi da parte dei cittadini sui comitati deliberativi, non è affatto scontato che i rappresentanti estratti a sorte siano davvero immuni dalle pressioni (legali o anche illegali) cui sono soggetti i rappresentanti eletti. E non è dunque affatto scontato che, per il solo fatto di non puntare a un nuovo mandato, i cittadini sorteggiati debbano rivelarsi davvero meno soggetti all’influenza dei media e impermeabili ai mutevoli umori dell’opinione pubblica (ed è in fondo proprio questa la logica che richiede che le giurie popolari siano il più possibile sottratte al rischio di pressioni, nonostante nessun giurato punti a ottenere un nuovo mandato).

Sotto il secondo profilo, la proposta di Van Reybrouck tende a sottovalutare completamente la possibilità che la deliberazione possa essere indirizzata, influenzata o limitata da vincoli “tecnici”. Naturalmente i teorici della democrazia deliberativa sono tutt’altro che inconsapevoli di questo problema, ma, se per talune questioni (come per esempio quando si discute delle diverse opzioni di smaltimento dei rifiuti, o anche di legge elettorale) è possibile limitare la “tecnica” a un semplice ruolo di supporto, le cose sono quantomeno più complesse quando diventa oggetto di discussione l’attività ordinaria (e dunque l’insieme dei diversi ambiti della vita statale). In questo caso, infatti, il ruolo della “tecnica” diventa molto spesso più invasivo, per la semplice ragione che viene a definire preliminarmente i confini entro i quali le decisioni “politiche” possono essere legittimamente assunte, escludendo invece che esse possano fuoriuscire da questo perimetro. In altre parole, i confini della “politica” (e della decisione politica) vengono stabiliti da una “tecnica” che si presenta non solo come “non politica”, ma addirittura come sottratta per definizione allo stesso confronto politico. Ovviamente sotto le spoglie di una ragione puramente “tecnica”, si può nascondere una volontà politica, ossia una logica di potere che di fatto limita lo spettro delle decisioni democratiche. Questo è invece un aspetto che Van Reybrouck dimentica completamente di considerare. E una simile lacuna è rilevante anche perché conduce a sottovalutare come l’autonomia della classe politica eletta – un’autonomia garantita proprio dalla legittimazione popolare, sancita dalle elezioni – sia stato uno strumento che ha consentito storicamente di limitare, o comunque contrastare, l’autonomia della burocrazia. D’altro canto, è anche la presenza di uno stabile apparato burocratico che modifica radicalmente la prospettiva con cui guardare al sorteggio. Ad Atene, dove quasi tutte le cariche venivano assegnate per sorteggio e per periodi limitati di tempo, di fatto non esisteva una macchina burocratica deputata alla gestione degli affari comuni e formata da personale stipendiato. Ma ovviamente questa non può più essere la nostra prospettiva, ed è davvero ingenuo pensare che quei vincoli “tecnici” che neppure organi legittimati dalla procedura elettorale riescono a rimuovere (o ad aggirare) possano essere superati virtuosamente da organi sorteggiati.

 

4. Le “vecchie” radici di una “nuova” proposta

Al lettore italiano la descrizione che Van Reybrouck fornisce a proposito della crisi di efficienza delle democrazie non può che risultare familiare. Quando imputa la crisi di efficienza alla lentezza della formazione dei governi, alla debolezza di esecutivi sostenuti da eterogenee coalizioni politiche, alla pluralità di veti che costantemente intralciano e indeboliscono le decisioni politiche, Van Reybrouck ripropone in effetti i punti cardine del dibattito sulle radici dell’“ingovernabilità” italiana, condotto tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Quella discussione attingeva in realtà a un più ambizioso dibattito sociologico e politologico, che intendeva per “governabilità” la stessa capacità dei sistemi politici di “governare” la società e di far fronte alle sfide di una realtà sempre più complessa. Il tema era entrato nella discussione teorica e politica nel corso degli anni Settanta, quando elevati livelli di partecipazione e di conflitto sociale si erano combinati con un significativo rallentamento della crescita economica. In questa fase, le democrazie si erano improvvisamente trovate in una condizione di “sovraccarico”, ossia di squilibrio fra le domande provenienti dalla società e le risorse a disposizione dei governi per rispondere a queste attese. Al cuore di molte ipotesi formulate allora era infatti l’idea che le società democratiche occidentali fossero divenute via via più “ingovernabili” e che fossero indirizzate verso una sorta di “bancarotta” provocata da due tendenze complementari: da un lato, l’incremento degli obiettivi perseguiti dai governi risultava sempre più sproporzionato, sia rispetto alla capacità di controllo e decisione delle stesse autorità politiche, sia rispetto alle risorse economiche disponibili; dall’altro, le crescenti richieste provenienti dai diversi settori della società tendevano a superare largamente le capacità di soddisfacimento delle istituzioni, col risultato che il consenso e la stessa legittimità alla base del regime politico venivano intaccati e gradualmente erosi32. Proprio in virtù di queste due dinamiche contestuali, la capacità del sistema politico di “governare” le trasformazioni della società sembrava andare in crisi33.

Nel corso della discussione emersero due spiegazioni principali, che proponevano un’interpretazione diversa di quali fossero le cause dell’“ingovernabilità”. Un primo filone puntava l’attenzione sugli elementi più specificamente politici e culturali, tra cui l’eccesso di partecipazione, l’elevata frammentazione dei partiti, la disgregazione del principio di autorità: in sostanza, l’idea alla base di questa interpretazione era che le domande rivolte al sistema politico fossero cresciute più rapidamente e in modo sproporzionato rispetto alle risorse disponibili34. Un secondo filone puntava invece sugli aspetti strutturali, e intendeva perciò la crisi di governabilità come il riflesso di una più generale crisi di razionalità e di legittimazione, le cui cause andavano rintracciate nelle modalità con cui lo Stato interventista post-bellico aveva tentato di risolvere le contraddizioni strutturali dell’economia nel passaggio al “capitalismo maturo”35. Benché si trovassero spesso distanti in ordine alle previsioni che formulavano, questi due filoni adottavano uno schema analitico in fondo piuttosto simile: di fatto consideravano l’overload come l’effetto dell’interazione fra due diverse dinamiche: da un lato, la partecipazione alla politica da parte dei cittadini, le richieste inviate alle istituzioni di governo, oltre che la fedeltà (latente o manifesta) nei confronti del regime democratico; dall’altro, le risorse a disposizione dei governi per rispondere alle domande formulate dalla società. La differenza stava invece nel peso attribuito a ciascuna delle due diverse dimensioni: il primo filone assegnava un ruolo sostanziale ai mutamenti politici e culturali, che innescavano un aumento della partecipazione politica e delle aspettative, cui le istituzioni non erano in grado di far fronte; il secondo filone tendeva invece a considerare decisive le dinamiche “strutturali”, ossia non solo il rallentamento della crescita economica, ma anche le contraddizioni dello Stato interventista.

Rispetto alle posizioni emerse nella discussione, il dibattito italiano adottò una prospettiva per molti versi piuttosto limitata, che comunque costituiva molto spesso una declinazione specifica della tesi secondo cui l’“ingovernabilità” era causata dall’overload, ossia da una crescita di pressioni, che le istituzioni di governo non erano più in grado di arginare e selezionare adeguatamente. Proprio per questo, mentre venivano scartate le spiegazioni “strutturali” (che riconducevano la crisi alle dinamiche economiche e alle specificità del capitalismo postbellico), le cause dell’inefficienza del sistema politico italiano erano ricondotte alla “degenerazione dei partiti” (o alla “partitocrazia”), alla frammentazione politica prodotta (o alimentata) dal sistema elettorale proporzionale, alle lentezze del bicameralismo paritario e all’instabilità degli esecutivi. Anche se a ciascuno di questi elementi era assegnato un peso più o meno significativo a seconda della specifica posizione adottata, proprio questo insieme di fattori era considerato come la causa dell’inefficienza del sistema politico e soprattutto del suo ritardo nel rispondere alle necessità di una società in mutamento. Una simile lettura era però quasi sempre la premessa di proposte di riforma istituzionale che puntavano a modificare la relazione tra legislativo ed esecutivo (e dunque al rafforzamento di quest’ultimo) e a modificare il sistema elettorale, con l’obiettivo di garantire l’autonomia degli esecutivi dalle pressioni dei partiti e delle loro correnti36.

A molti decenni di distanza, si può oggi riconoscere come entrambe le letture formulate negli anni Settanta cogliessero nodi importanti. La crisi degli anni Settanta aveva davvero alle spalle fattori politici, consistenti tanto nell’aumento della partecipazione politica, quanto nello sviluppo di un ciclo di mobilitazione sociale che si rifletteva anche in una marcata contrazione dei profitti. Inoltre, la crisi aveva anche radici “strutturali”, relative soprattutto all’esaurimento della golden age postbellica. Il tentativo di superare la crisi di “governabilità” è passato d’altronde – nel corso degli ultimi tre decenni – da una ridefinizione complessiva tanto delle componenti “politiche” quanto delle componenti “strutturali” alla base dell’overload. Invece di considerare come la “crisi” contemporanea delle democrazie “mature” affondi le proprie radici proprio in questo lungo processo, e invece di dipanare l’intreccio tra cause “politiche” e cause “strutturali”, Van Reybrouck si limita però a riproporre nella sostanza la medesima diagnosi (o meglio, una versione più limitata e impressionistica) della genesi della crisi di “governabilità” che imputava il ruolo principale all’overload e all’incapacità della classe politica e del sistema dei partiti di “selezionare” le richieste provenienti dalla società e di arginare le pressioni degli elettori e dell’opinione pubblica. E, in modo ancora più specifico, l’intellettuale belga finisce col riproporre la stessa chiave di lettura che contrassegnava gran parte del dibattito italiano. Benché quest’ultimo certo non si spingesse a proporre l’introduzione del sorteggio (ma si limitasse a profilare una riforma elettorale, o il mutamento della forma di governo), la lettura della “crisi” che lo sosteneva era la medesima che si può ravvisare nel pamphlet di Van Reybrouck, perché in entrambi i casi il problema va rinvenuto nel filtro tra società e Stato rappresentato dalle elezioni: sono proprio le elezioni a produrre una classe politica frammentata e con scarsa legittimità, oltre che governi deboli, instabili e inefficienti.

Un punto critico dell’interpretazione della “sindrome da stanchezza democratica” che Van Reybrouck sostiene non può che essere allora il sostanziale disinteresse per le radici “strutturali” della crisi, ossia per quelle tendenze economiche che – pur modificando il volto delle società occidentali nel corso dell’ultimo trentennio – non sembrano avere sostanzialmente trasformato il quadro generale affiorato negli anni Settanta, segnato dal rallentamento della crescita e dalla prepotente spinta alla finanziarizzazione37. Ma un secondo punto critico – e forse persino più problematico – consiste nel fatto che Van Reybrouck, riproponendo in fondo la medesima logica che orientava la discussione sulle cause politiche dell’overload, evita totalmente di confrontarsi con le trasformazioni istituzionali che – in molti sistemi politici occidentali – sono andate nel corso degli ultimi trent’anni a intervenire proprio per rafforzare gli esecutivi. A partire dagli anni Ottanta, la “razionalizzazione” del processo politico è passata effettivamente per la “ridefinizione” dell’intervento dello Stato, per la redistribuzione di alcune funzioni al mercato, per la riduzione della frammentazione politica, per la trasformazione della rappresentanza degli interessi. In linea generale, le misure considerate come indispensabili per superare l’overload hanno comportato interventi sui processi decisionali, volti a razionalizzare l’insieme dell’intervento pubblico e a rafforzare gli esecutivi, sulle dinamiche di aggregazione degli interessi, con l’obiettivo di ridurre la frammentazione politica (per esempio, mediante la riforma dei parlamenti e misure che possano garantire la maggiore coesione interna dei partiti politici), ma anche sullo stesso ambito delle decisioni politiche, con l’obiettivo di ridurre l’autonomia decisionale degli organi elettivi (e soprattutto di obbligarli al rispetto di vincoli nell’erogazione della spesa pubblica). Nel vecchio continente la “razionalizzazione” ha imboccato comunque soprattutto due strade. In primo luogo, si è tradotta in un rafforzamento degli esecutivi, finalizzato sia ad aumentare la capacità di rispondere in tempi rapidi alle sollecitazioni esterne, sia ad irrobustirne l’autonomia nei confronti delle assemblee rappresentative, e questo processo di “presidenzializzazione” è stato tanto marcato da avvicinare i sistemi parlamentari ai sistemi presidenziali (seppur senza un adeguamento delle misure di check and balance)38. In secondo luogo, una “razionalizzazione” ulteriore è stata raggiunta grazie all’introduzione di un formidabile “vincolo esterno”, che, per effetto del Trattato di Maastricht, ha sostanzialmente limitato l’autonomia della classe politica eletta, fissando ben precisi limiti “tecnici” oltre i quali la discrezionalità “politica” non può estendersi. E proprio in questo senso, alla base del processo di integrazione monetaria avviato al principio degli anni Novanta può essere riconosciuto, almeno in parte, l’intento di “de-politicizzare” (o anche “de-democratizzare”) i sistemi politici europei, ossia il tentativo di sottrarre alcune decisioni – principalmente di carattere economico – all’influenza degli elettorati nazionali e dunque alla stessa autonomia delle singole classi politiche39.

Naturalmente la valutazione degli effetti di queste misure di “razionalizzazione” dei sistemi politici occidentali richiederebbe un esame approfondito. Ma, in questa sede, il punto significativo è che Van Reybrouck, oltre a disinteressarsi di tutte le dinamiche “strutturali” che inficiano l’efficienza dei sistemi politici occidentali, sembra completamente trascurare l’impatto delle misure adottate nel corso di un trentennio per irrobustire la “governabilità”. Mentre fa discendere la “stanchezza democratica” dai partiti e dagli effetti perversi delle elezioni, Van Reybrouck sembra infatti dimenticare proprio che, di fatto, negli ultimi trent’anni molti sistemi politici occidentali hanno già sperimentato un ridimensionamento del ruolo delle elezioni, perché l’autonomia degli esecutivi rispetto alle assemblee legislative è stata rafforzata, perché la stessa produzione legislativa è stata spesso assunta dagli esecutivi, perché la funzione di governo è stata oggetto di una marcata “personalizzazione” e perché una serie di vincoli “tecnici” (in qualche caso esterni) è venuta a limitare l’effettiva autonomia operativa della classe politica. Se forse proprio queste dinamiche hanno un peso nella spiegazione della crescita della disaffezione nei confronti della politica e dei suoi attori, è difficile negare che effettivamente – proprio a causa di questa complessiva trasformazione – le nostre democrazie sembrano al tempo stesso, paradossalmente, plebiscitarie e acefale, e cioè fortemente personalizzate eppure contrassegnate da una sostanziale impotenza politica (dovuta al fatto che il potere decisionale risulta vincolato da imperativi “tecnici”, oltre che dalla stessa riduzione della capacità operativa degli Stati)40. Ma, dal momento che non riconosce la portata della “depoliticizzazione” del processo elettorale prodottasi nell’ultimo trentennio, Van Reybrouck non considera neppure gli esiti che le diverse misure di “razionalizzazione”, volte a rafforzare gli esecutivi, hanno innescato. E può così trascurare del tutto l’eventualità che il punto debole del funzionamento delle democrazie – e il cuore da cui origina la “sindrome da stanchezza democratica” – non stia nelle elezioni, ma si nasconda invece altrove.

 

5. Conclusione

Le pagine precedenti hanno fatto oggetto di un esame sintetico le argomentazioni proposte dall’intellettuale belga David Van Reybrouck nel suo Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico, nel quale viene delineato il progetto di introdurre nei sistemi democratici delle assemblee formate da cittadini estratti a sorte, da affiancare alle assemblee elettive. In questo articolo non è stata però considerata in modo specifico l’idea di tornare all’antica pratica del sorteggio, adottata nella democrazia ateniese e in alcune repubbliche cittadine italiane nel corso del Medioevo, e in particolare non sono state prese in considerazione né la praticabilità della proposta né la sua stessa desiderabilità (rispetto al tradizionale sistema rappresentativo elettivo). Più semplicemente, a essere oggetto di discussione è stata la diagnosi da cui Van Reybrouck fa discendere la proposta di reintrodurre il sorteggio: una diagnosi che individua nelle elezioni il fattore di innesco della patologia di cui soffrono le democrazie contemporanee, una “sindrome da stanchezza democratica” contrassegnata da un intreccio di crisi di legittimità e crisi di efficienza.

Un pregio del pamphlet di Van Reybrouck consiste senza dubbio nella capacità di rimettere in discussione un luogo comune che rappresenta le elezioni come lo strumento qualificante della democrazia, e non come uno degli strumenti di cui le democrazie del presente e del passato si sono servite. Al di là dei meriti di questa proficua provocazione intellettuale, a un esame più approfondito il discorso svolto in Contro le elezioni appare segnato da una serie di limiti teorici sostanziali, che contribuiscono a produrre una distorsione deleteria nella prospettiva di analisi dei sistemi politici contemporanei. Innanzitutto, nell’avanzare la proposta del sorteggio come alternativa (o come correttivo) alle elezioni, Van Reybrouck tende a sottostimare il ruolo delle pressioni sulle assemblee deliberative e la rilevanza della “tecnica”. Ma, come si è visto, c’è un aspetto ancora più problematico nella sua discussione. Quando spiega la genesi della “sindrome da stanchezza democratica”, imputandola quasi esclusivamente al ruolo nefasto delle procedure elettorali, trascura completamente il peso che i fattori “strutturali” hanno nel determinare (o comunque nell’alimentare) la crisi di efficienza dei sistemi democratici. Come si è visto, Van Reybrouck ritiene infatti che la crisi di efficienza sia innescata dalla lentezza delle procedure di formazione degli esecutivi, dalla loro scarsa coesione e dalla loro debolezza nei confronti delle pressioni sociali (una debolezza favorita dal fatto che gli eletti puntano di solito alla riconferma e sono pertanto molto resistenti a prendere decisioni che possano avere un costo in termini di consenso elettorale). Una simile prospettiva evidentemente imputa agli organi eletti la scarsa efficienza della democrazia, mentre sembra escludere che nelle difficoltà incontrate dagli esecutivi possano avere un qualche ruolo processi “strutturali”, come per esempio la “crisi fiscale” dello Stato, l’invecchiamento della popolazione, il rallentamento della crescita economica. Per quanto questa sottovalutazione contribuisca a rendere impressionistico il quadro della “sindrome da stanchezza democratica” dipinto da Van Reybrouck, in realtà si tratta di una lettura che affonda le proprie radici in una specifica linea di interpretazione della “crisi della democrazia”. Nonostante la proposta di introdurre il sorteggio dei cittadini sia un elemento almeno in parte nuovo, il tipo di spiegazione della duplice crisi di legittimità e di efficienza che l’intellettuale belga pone alla base del proprio pamphlet non fa che riformulare – seppure in termini stilizzati – lo schema al cuore del dibattito sulla “crisi di governabilità” cresciuto tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Ma, oltre a sottovalutare il peso dei fattori “strutturali” e a concentrarsi esclusivamente (come in molti casi faceva il “vecchio” dibattito sulla “governabilità”) sui correttivi istituzionali capaci di rendere i decisori indipendenti dalle pressioni sociali e dei media, Van Reybrouck dimentica totalmente di esaminare l’insieme delle misure di “razionalizzazione” adottate nel corso dell’ultimo trentennio per rafforzare gli esecutivi e per sottrarre le decisioni alla sfera della competizione politica (e dunque alla pressione degli elettorati e dei media). E proprio dal momento che esclude dal quadro prospettico l’insieme dei fattori “strutturali” che indeboliscono l’efficienza della democrazia, la portata della “razionalizzazione” dei sistemi politici occidentali e la stessa dinamica di “depoliticizzazione” (che ha ridimensionato il ruolo delle elezioni e della classe politica eletta), può anzi riproporre quel vecchio schema interpretativo, che sostanzialmente trova nelle elezioni il punto debole del funzionamento delle democrazie. Ma dato che le basi su cui fonda la proposta di un “ritorno al sorteggio” sono tanto esili, e dal momento che la spiegazione della “sindrome da stanchezza democratica” distorce le reali tendenze che contrassegnano la vita dei sistemi politici occidentali, l’intera operazione compiuta in Contro le elezioni tende ad assomigliare solo a un nuovo episodio della pervicace condanna “antipolitica” delle “parti” che riaffiora costantemente nella storia politica occidentale, o quantomeno a proporre un volto nuovo del vecchio antiparlamentarismo, se non addirittura una versione rinnovata di quell’atteggiamento che Jacques Rancière ha chiamato “odio per la democrazia”41. Perché – per quanto la proposta di ricorrere al sorteggio possa essere rilevante e meritevole di considerazione – la dimensione più rilevante del discorso di Van Reybrouck non può che essere riconosciuta proprio nel messaggio contenuto nel titolo, ossia nella svalutazione dello strumento elettorale e nell’idea secondo cui “votare non più democratico”.


Note
1 Dopo aver attraversato gravissime crisi di sovrapproduzione, le società occidentali avevano infatti introdotto – come criterio per distribuire i prodotti – proprio il caso, o meglio il ricorso a giochi a premi. In altre parole, scriveva Dick, «se le persone non erano in grado di acquistare i prodotti costosi, potevano almeno vincerli» (P. DICK, Lotteria dello spazio [1955], trad. it. D. Gallo, Fanucci, Roma 2012, p. 35). Ma nel 2203 immaginato da Dick i giochi basati sul caso erano diventati addirittura lo strumento per assegnare il potere politico: «Gradualmente, con il procedere degli anni, i beni materiali che venivano distribuiti attraverso il sistema dei Quiz si tradussero in premi immateriali, con un valore infinitamente maggiore: il potere e il prestigio. E in cima al sistema dei premi si trovava la posizione più esaltante, quella di chi dispensava il potere stesso: il Quizmaster. E da questa posizione si dirigeva il sistema stesso dei Quiz» (ibidem, p. 36).
2 Cfr. per esempio N. DOW SCHÜLL, Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza, trad. it. I. Sorrentino, Sossella, Roma 2015, e M. DOTTI-M. ESPOSITO (a cura di), Ludocrazia. Un lessico dell’azzardo di massa, ObarraO, Milano 2016.
3 Cfr. J.A. SCHUMPETER, Capitalismo, socialismo e democrazia (1954), trad. it. E. Zuffi, Etas, Milano 1994.
4 Cfr. per esempio M. BOVERO, Contro il governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2000; A. BURGIO, Senza democrazia. Per un’analisi della crisi, Derive Approdi, Roma 2009; R. CHARVIN, Vers la post-democratie?, Le temps de cerises, Pantin 2006; C. GALLI, Il disagio della democrazia, Einaudi, Torino 2011; A. MASTROPAOLO, La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Torino 2011; G. NEVOLA, Il malessere della democrazia contemporanea e la sfida dell’“incantesimo democratico”, in “Il Politico”, LXXII (1/2007), pp. 165-199; D. PALANO, La democrazia senza qualità. Le “promesse non mantenute” della teoria democratica, Mimesis, Milano 2015; V. PAZÉ, Cittadini senza politica. Politica senza cittadini, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2016; S. PETRUCCIANI, Democrazia, Einaudi, Torino 2015; S.J. PHARR-R.D. PUTNAM (a cura di), Disaffected Democracy. What’s Troubling the Trilateral Countries?, Princeton University Press, Princeton NJ 2000; P. ROSANVALLON, La politica nell’età della sfiducia (2006), trad. it. A. Bresolin, Città Aperta, Roma 2009.
5 S. WOLIN, Democrazia S.p.A. Stati Uniti: una vocazione totalitaria? (2008), trad. it. F. Saulini, Fazi, Roma 2011, p. 65.
6 Cfr. per esempio W. BROWN, American Nightmare. Neoliberalism, Neoconservatism, and De-Democratization, in “Political Theory”, 6 (2006), pp. 690-714; ID., Oggi siamo tutti democratici…, in G. AGAMBEN ET AL., In che stato è la democrazia?, Nottetempo, Roma 2010, pp. 71-93; C. TILLY, La democrazia (2007), trad. it. A. Locatelli, Il Mulino, Bologna 2009.
7 C. CROUCH, Postdemocrazia, trad. it. C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 6.
Ibidem, ivi. Il termine “postdemocrazia” è stato peraltro utilizzato con significati non sempre coincidenti: cfr. per esempio C. FORMENTI, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Cortina, Milano 2008; J. RANCIÈRE, Il disaccordo. Politica e filosofia (1995), trad. it. B. Magni, Meltemi, Roma 2007; ID., L’odio per la democrazia (2005), trad. it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2007. L’idea di una “postdemocrazia” era stata peraltro sviluppata, alla fine degli anni Settanta, anche da V. HÁVEL, Il potere dei senza potere (1978), trad. it. G. Hasche, Roma, Castelvecchi 2013.
9 M. BOVERO, Democrazia al crepuscolo?, in M. BOVERO-V. PAZÉ (a cura di), La democrazia in nove lezioni, Laterza, Roma-Bari 2010, p. 12.
10 Cfr. in particolare M.L. SALVADORI, Democrazie senza democrazia, Laterza, Roma-Bari 2009; ID., Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà, Donzelli, Roma 2015.
11 Una proposta di introdurre meccanismi di “sorveglianza”, in qualche modo simili a quelli previsti dall’istituzione romana dei tribuni della plebe, è stata formulata per esempio da E.R. PAPA, L’altra faccia della democrazia. Per una democrazia della sorveglianza, Piero Lacaita Editore, Manduria 2012; ID., Che cos’è la democrazia?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014.
12 Cfr. G. ALLEGRETTI, L’insegnamento di Porto Alegre. Autoprogettualità come paradigma urbano, Alinea, Firenze 2003, T. GENRO-U. DE SOUZA, Il Bilancio partecipativo. L’esperienza di Porto Alegre, La Ginestra, Limbiate 2002.
13 Cfr. J.S. FISHKIN, La nostra voce. Opinione pubblica & democrazia, una proposta (1995), trad. it. C. Basso Milanesi, Marsilio, Venezia 2003; ID., When The People Speak. Deliberative Democracy and Public Consultation, Oxford University Press, Oxford 2009.
14 D. VAN REYBROUCK, Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico, trad. it. M. Pinamonti, Feltrinelli, Milano 2015. L’edizione originale del libro è apparsa, con il titolo Tegen Verkiezingen, presso l’editore De Bezige Bij di Amsterdam nel 2013. Di seguito, i riferimenti a questo volume saranno indicati nel testo con le iniziali CLE, seguite dal numero di pagina a cui le citazioni rimandano.
15 Per una ricostruzione del dibattito, cfr. A. FLORIDIA, La democrazia deliberativa. Teorie, processi, sistemi, Carocci, Roma 2012, e ID., Un’idea deliberativa della democrazia. Genealogia e principi, Il Mulino, Bologna 2017.
16 Cfr. B. MANIN, Principi del governo rappresentativo (1997), trad. it. V. Ottonelli, Il Mulino, Bologna 2010.
17 Ibidem, p. 89
18 Come scrive Van Reybrouck, di fatto sintetizzando le conclusioni di Manin: «Quello che colpisce negli scritti rivoluzionati americani e francesi, non è tanto che non potessero applicare il sorteggio, ma semplicemente che non lo volevano, e non solo per ragioni pratiche. Non hanno mai dato l’impressione di voler fare il benché minimo sforzo in tal senso. Nessuno di loro si è lamentato dell’impossibilità di mettere in pratica questo sistema. Il sorteggio era forse fuori portata, ma ai loro occhi non era certamente auspicabile. Questo era dovuto alla loro concezione della democrazia» (CLE, p. 69).
19 Nella Columbia Britannica (Canada) nel 2004 fu assegnato un mandato vincolante a un’Assemblea civica sulla riforma elettorale; in Olanda nel 2006 fu organizzato un Forum civico sul sistema elettorale (senza mandato vincolante); in Ontario (Canada) tra il 2006 e il 2007 fu assegnato a un’Assemblea il compito di elaborare una riforma elettorale (da sottoporre a referendum); in Islanda tra il 2010 e il 2012 un’Assemblea ebbe il compito di redigere la nuova Carta costituzionale (da confermare tramite referendum); in Irlanda nel 2013 venne assegnato il compito di elaborare 8 articoli costituzionali (che il Parlamento avrebbe dovuto in seguito convalidare).
20 Nei casi di Columbia Britannica, Ontario e Olanda, la selezione era avvenuta in tre fasi: 1) estrazione di un campione casuale di cittadini dalle liste elettorali; 2) autoselezione da parte dei sorteggiati; 3) formazione, sempre tramite sorteggio, dell’assemblea, con criteri di proporzionalità rispetto a età, sesso e altri criteri.
21 Cfr. per esempio Y. SINTOMER, Il potere al popolo. Giurie cittadine, sorteggio e democrazia partecipativa (2009), trad. it. D. Frontini, Dedalo, Bari 2009. Sulla ripresa del sorteggio, si veda anche V. PAZÉ. In nome del popolo. Il problema democratico, Laterza, Roma-Bari 2011.
22 Sulla storia dell’idea di democrazia, si vedano, per esempio, L. CANFORA, Democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, Roma-Bari 2004; W. CONZE ET AL.Democrazia (1975), trad. it. F. D’Amicis e P. Barbersino, Marsilio, Venezia 1993; J. DUNN (a cura di), La democrazia. Storia di un’idea politica dal VI secolo a.C. a oggi (1992), trad. it. L. Piatti e A. Marra, Marsilio, Venezia 1995; E. GREBLO, Democrazia, Il Mulino, Bologna 1999; D. HELD, Modelli di democrazia (1987), trad. it. U. Livini, Il Mulino, Bologna 1989; D. MUSTI, Demokratia. Origini di un’idea, Laterza, Roma-Bari 1997; M.L. SALVADORI, Democrazia, ed. cit.
23 Cfr. per esempio M.H. HANSEN, The Athenian Democracy in the Age of Demosthenes. Structure, Principles and Ideology, Blackwell, Oxford 1991; J.H. OBER, Mass and Elite in Democracy Athens. Rhetoric, Ideology, and the Power of the People, Princeton University Press, Princeton NJ 1989; R.B. SINCLAIR, Democracy and Participation in Athens, Cambridge University Press, Cambridge 1988; B.S. STRAUSS, Athens after the Peloponnesian War. Class, Faction and Policy 403-386 BC, Croom Helm, London-Sidney 1986.
24 Cfr. C. BEARZOT, Gruppi di opposizione organizzata e manipolazione del voto nell’Atene democratica, in M. SORDI (a cura di), Fazioni e congiure nel mondo antico, Vita e Pensiero, Milano 1999, pp. 265-307.
25 Per una ricostruzione di questa lunga polemica, cfr. D. PALANO, Partito, Il Mulino, Bologna 2013.
26 Per una efficace e stimolante ricostruzione di questi passaggi sono comunque rilevanti i lavori di P. ROSANVALLON, La rivoluzione dell’uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia (1992), trad. it. A. Michler, Anabasi, Milano 1994; ID., Il popolo introvabile. Storia della rappresentanza democratica in Francia (1998), trad. it. A. De Ritis, Il Mulino, Bologna 2005.
27 Per una storia della dottrina della rappresentanza politica, cfr. per esempio B. ACCARINO, Rappresentanza, Il Mulino, Bologna 1999; G. DUSO, La rappresentanza politica. Genesi e crisi del concetto, Franco Angeli, Milano 2003; D. FISICHELLA (a cura di), La rappresentanza politica, Giuffrè, Milano 1983; H. HOFMANN, Rappresentanza-rappresentanzione. Parola e concetto dall’antichità all’Ottocento (1974), trad. it. C. Tommasi, Giuffrè, Milano 2007; G. MIGLIO, Le trasformazioni del concetto di rappresentanza, in AA.VV., La rappresentanza politica (1985), in ID., Le regolarità della politica, Giuffrè, Milano 1988, vol. II, pp. 971-997; H.F. PITKIN, The Concept of Representation, University of California Press, Berkeley 1967.
28 Cfr. A. LIJPHART, Le democrazie contemporanee (1999), trad. it. M.T. Brancaccio, Il Mulino, Bologna 2014.
29 Cfr. P. ROSANVALLON, La politica nell’età della sfiducia, ed. cit., ma anche ID., La legittimità democratica. Imparzialità, riflessività, prossimità (2008), trad. it. F. Domenicali, Rosenberg & Sellier, Torino 2015.
30 Cfr. J. KEANE, Life and Death of Democracy, Simon & Schuster, New York 2009.
31 Cfr. per esempio I. BIEZEN-P. MAIR-T. POGUNTKE, Going, going, … gone? The decline of party membership in contemporary Europe, in “European Journal of Political Research”, 51 (1/2012), pp. 24-56; I. VAN BIEZEN-T. POGUNTKE, The decline of membership -based politics, in “Party Politics”, 2 (2014), pp. 205-216; J. DALTON-S. WELDON, L’immagine pubblica dei partiti politici: un male necessario?, in “Rivista Italiana di Scienza Politica”, 3 (2004), pp. 379-404; IDD., Partisanship and Party System Institutionalization, in “Party Politics”, 2 (2007), pp. 179-196; P. IGNAZI, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, Laterza, Roma- Bari 2012; D. PALANO, La democrazia senza partiti, Vita e Pensiero, Milano 2015.
32 Cfr., per esempio, A. ARDIGÒ, Crisi di governabilità e mondi vitali, Cappelli, Bologna 1980; M.J. CROZIER-S.P. HUNTINGTON-J. WATANUKI, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale (1975), trad. it. V. Messana, Franco Angeli, Milano 1977; C. DONOLO-F. FICHERA (a cura di), Il governo debole, De Donato, Bari 1982; F. HIRSCH, I limiti sociali allo sviluppo (1978), trad. it. L. Aleotti, Bompiani, Milano 1981; A. WOLFE, I confini della legittimazione. Le contraddizioni politiche del capitalismo contemporaneo (1977), trad. it. A. Poli, De Donato, Bari 1981.
33 Cfr. C. DONOLO, Ingovernabilità, in “Laboratorio politico”, 1 (1/1981), pp. 93-108, in particolare p. 94.
34 Cfr. ad esempio R. ROSE, Risorse dei governi e sovraccarico di domande, trad. it. M. Balducci, in “Rivista Italiana di Scienza Politica”, 5 (2/1975), poi in G. URBANI (a cura di), Sindacati e politica nella società postindustriale, Il Mulino, Bologna 1976, pp. 189-230; ID. (a cura di), Challenge to Governance. Studies in Overloaded Polities, Sage, Beverly Hills-London 1980; ID., L’espansione della sfera pubblica (1984), trad. it. C. Rossetti, Il Mulino, Bologna 1988.
35 Tra gli interventi proposti nel corso del dibattito, possono essere segnalati, tra gli altri, R. EBBINGHAUSEN (a cura di), Bürgerliche Staat und politische Legitimation, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1976; G. GOZZI (a cura di), Le trasformazioni dello Stato. Tendenze del dibattito in Germania e in Usa, Firenze, La Nuova Italia 1980; J. HABERMAS, La crisi della razionalità nel capitalismo maturo (1973), trad. it. G. Backhaus, Laterza, Roma-Bari 1975; W.D. NARR-C. OFFE (a cura di), Wohlfahrtsstaat und Massenloyalität, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1975; C. OFFE, Lo Stato nel capitalismo maturo, trad. it. R. Schmidt e D. Zolo, Etas, Milano 1977; J. O’CONNOR, La crisi fiscale dello Stato (1973), trad. it. V. Grisoli, Einaudi, Torino 1977.
36 Cfr. per esempio G. AMATO, Una Repubblica da riformare. Il dibattito sulle istituzioni in Italia dal 1975 a oggi, Il Mulino, Bologna 1980; P. ARMAROLI, L’introvabile governabilità. Le strategie istituzionali dei partiti dalla costituente alla commissione Bozzi, Cedam, Padova 1986; S. CASSESE, Esiste un governo in Italia?, Officina, Roma 1980; G. DI PALMA, Sopravvivere senza governare, Il Mulino, Bologna 1978; F. CAVAZZA-S. GRABAURD (a cura di), Il caso italiano, Garzanti, Milano 1974; L. GRAZIANO-S. TARROW (a cura di), La crisi italiana, Einaudi, Torino 1979; G. PASQUINO, Crisi dei partiti e governabilità, Il Mulino, Bologna 1980; ID., Degenerazioni dei partiti e riforme istituzionali, Laterza, Roma-Bari 1982; ID., Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale, Laterza, Roma-Bari 1985; ID., Alla ricerca dello scettro perduto. Democrazia, sovranità, riforme, Il Mulino, Bologna 1990. Una ricostruzione di questa discussione è stata offerta di recente da N. URBINATI-D. RAGAZZONI, La vera Seconda Repubblica. L’ideologia e la macchina, Cortina, Milano 2016. Per molti versi, proprio le argomentazioni svolte tra gli anni Settanta e Ottanta furono riprese, nel corso del dibattito pubblico precedente il referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016, da quanti sostenevano il progetto di riforma sottoposto al giudizio degli elettori: per una critica, cfr. M. DOGLIANI, Costituzione e antipolitica. Il Parlamento alla prova delle riforme, Ediesse, Roma 2016, e C. GALLI, Riforma costituzionale: le ragioni del No, Laterza, Roma-Bari 2016.
37 Su questi aspetti, cfr. per esempio D. PALANO, Capitalismo, crisi, democrazia. Appunti sulla “distruzione creatrice” contemporanea, in A. SIMONCINI (a cura di), Una rivoluzione dall’alto. A partire dalla crisi globale, Mimesis, Milano 2012, pp. 269-307.
38 Cfr. S. FABBRINI, Addomesticare il Principe. Perché i leader contano e come controllarli, Marsilio, Venezia 2011 e A. MASTROPAOLO-L. VERZICHELLI, Il Parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee, Laterza, Roma-Bari 2006.
39 Cfr. per letture differenti di questa logica, P. DARDOT-C. LAVAL, Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberalista (2016), trad. it. I. Bussoni, DeriveApprodi, Roma 2016; P. MAIR, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti (2013), trad. it. G. L. Carlino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016; W. STREECK, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (2012), trad. it. B. Anceschi, Feltrinelli, Milano 2013. Un simile processo non ha infatti semplicemente a che vedere con la rinuncia alla sovranità da parte degli Stati nazionali, perché piuttosto appare connesso alle modalità con cui il trasferimento di alcuni poteri a livello sovranazionale si è verificato. Come ha osservato a questo proposito Emidio Diodato, queste implicazioni erano ben chiare all’allora ministro Guido Carli, impegnato nelle trattative che avrebbero condotto a Maastricht: «Solo riducendo la sovranità democratica, l’unione monetaria di Maastricht avrebbe potuto vincolare i paesi europei, e soprattutto l’Italia a performance politiche idonee alla competizione globale. […] Maastricht fu quindi una scelta politica, prima che tecnica ed economica, e il Trattato sulla stabilità del 2 marzo 2012 ne ha dato piena conferma» (E. DIODATO, Il vincolo esterno. Le ragioni della debolezza italiana, Mimesis, Milano 2014, pp. 102-103).
40 F. TUCCARI, Plebiscitaria ma soprattutto acefala. La democrazia nell’era post-democratica, in “il Mulino”, 6 (2014), pp. 881-895.
41 J. RANCIÈRE, L’odio per la democrazia, ed. cit.
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