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“La sovranità non è uno scandalo ma neppure un feticcio identitario”

di Alessandro Visalli

pericles funeral oration e1447983565646 1038x567Su Il Manifesto, Loris Caruso scrive un articolo dal titolo e parte dello svolgimento promettente, forse il ghiaccio inizia a sciogliersi, ma lentamente. Il sottotitolo, probabilmente della redazione, resta, invece, completamente ghiacciato:

Sinistre. Egemonia non è stabilirsi sul terreno avversario ma disarticolare il suo discorso. Alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale”.

L’articolo stesso può essere diviso in due parti nettamente separate, nella prima l’autore si pone in via astratta e, ricordando i suoi studi, afferma che il termine ‘sovranità’, come quello di ‘nazione’ non è affatto un abominio impronunciabile. Nella seconda, improvvisamente, si mette dal lato della cittadella assediata della propria comunità elettiva, e promulga una scomunica. Per poterlo fare disegna un avversario di comodo e ne attribuisce la figura a chi più teme[1].

Loris Caruso è un ricercatore alla Scuola Normale Superiore in Sociologia dei fenomeni politici, ed è laureato in Scienze Politiche a Milano, dottorato a Torino, dove nasce nel 1976, autore di “Io ho paura”, e di “Il territorio della politica”, a dicembre 2017 scrive (sempre su Il Manifesto) anche un articolo su “L’anomalia della sinistra italiana” ripreso nella pagina di una delle associazioni oggetto della sua requisitoria, “Senso Comune”. Il ricercatore quarantaduenne, che aveva venti anni al finire degli anni novanta, è piuttosto diverso da me come sensibilità di base, cosa che rende interessante la lettura, ma dal mio punto resta tutto sommato connesso all’assorbimento che molta parte della sinistra occidentale ha compiuto suo malgrado nel clima inospitale del ‘riflusso’[2] e dell’insorgenza del neoliberismo[3], consolidatosi durante i governi di sinistra in Europa e negli USA negli anni novanta.

È sempre molto difficile resistere allo ‘spirito della storia’ che si manifesta in ogni minima espressione dell’ambiente in cui ci si trova a vivere, in particolare quando ci si nasce dentro, ed è tanto difficile che le sinistre radicali, devo dire comprensibilmente, hanno finito per cercare di riclassificare gli stessi materiali con i quali era stata costruita l’egemonia: lo spirito antiautoritario, il sospetto per la politica organizzata, la fiducia nell’azione molecolare e nell’autoprogrammazione, la convinzione che il futuro sia per definizione meglio del passato e che ‘non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua’[4]. Hanno compiuto, cioè, quella stessa operazione che al finire dell’articolo cercherà di indicare per questi tempi “disarticolare il discorso dell’avversario anche portando alcuni dei suoi temi sul proprio terreno simbolico”; ma la disarticolazione non è andata abbastanza in profondità ed ha finito, io credo, per “stabilirsi sul terreno simbolico avversario”.

Questo è un problema, perché se è vero che l’intelligenza aiuta a vedere i limiti del proprio pensiero, capita che l’adesione emotiva al proprio radicamento, soprattutto quando sfidato, renda difficile portare in fondo la necessaria revisione.

Nell’articolo “L’anomalia della sinistra”, Caruso, si pone una domanda dirimente: come è possibile che la sinistra[5] italiana sia diventata la più ininfluente del continente? Più o meno un anno fa Caruso riteneva che la sinistra, ridotta in pratica al solo terreno elettorale, fosse in ‘crisi organica’. E che questa crisi, almeno dalla sconfitta di Rifondazione Comunista nel secondo Governo Prodi[6], fosse determinata proprio dall’aver governato e quindi dalla bruciante distanza tra le aspettative sollevate di cambiamenti “profondi e visibili” e la realtà delle realizzazioni[7]. Sulla base di questa lettura Caruso ritiene quindi che “la crisi non superata della sinistra [radicale] italiana inizia da lì”[8], e da lì si afferma anche la percezione di un’autoreferenza del ceto politico relativo.

Ma nell’articolo individua anche una radice più profonda e lontana nell’eredità del Pci, e precisamente in quella pulsione a doversi accreditare come forza “affidabile, iper-istituzionale e non pericolosa per le élite” che deriva direttamente dai prodromi della sconfitta del ‘compromesso storico’[9]. Questa pulsione che ha impedito a tutta la cultura uscita dalla vicenda storica comunista di “interpretare le fratture centrali della politica contemporanea, quelle tra alto e basso, esclusi e inclusi, insider e outsider del sistema politico”.

I nuovi progetti di France Insoumise, Podemos, Corbyn, Sanders sono, invece, accomunati da non aver mai governato, tanto meno con Prodi, Monti e Renzi, e di aver “avviato qualcosa di nuovo”.

Cosa propone, quindi, Caruso? In quella occasione di puntare al dopo elezioni (quelle di marzo 2018) cercando di ottenere una visibilità mediatica su nuove figure e una conseguente mobilitazione collettiva. Non indica temi.

Ritorna, peraltro sull’argomento a marzo 2018, sempre su Il Manifesto in “Con il M5S l’Italia ha inventato una nuova forma della politica”. In questo articolo identifica un’opportunità per “gli antiliberisti” dalla disfatta del campo che nomina come “democratico-progressista”.

E designa tre tesi:

  • Che la frattura vecchio/nuovo vale ormai “dieci volte quella destra/sinistra”,
  • Che il successo del M5S ha confermato la circostanza di essere “nella fase storica del campo populista”. Quindi “o si sta in questo campo o non si gioca”.
  • Che “la costruzione del consenso va perseguita in modo quasi scientifico: muovendo dalla conoscenza capillare della società, dei suoi bisogni e delle sue rappresentazioni collettive (lavoro che, per i 5 Stelle, fa la Casaleggio Associati), traducendo le esigenze così individuate in pochissimi messaggi-forza, comunicati con iniziative adeguate ai contenuti (spettacolarizzate? Sì, anche spettacolarizzate)”.
  • Che una forza deve avere un “orizzonte globale” nel quale inserirsi, per il M5S è la democrazia digitale.

Lo spirito del “millennial”[10] Caruso si manifesta qui pienamente nella chiusa di questo articolo, che condivide totalmente con il M5S la narrativa e l’afflato:

“C’è un’analogia storica molto forte tra la fase storica attuale e quella della prima rivoluzione industriale, tra fine ‘700 e metà ‘800, l’epoca in cui la sinistra è nata.

La rivoluzione industriale distrusse la società dell’antico regime e la forma politica della monarchia assoluta. Fu una fase storica «antipolitica», in cui il bersaglio di movimenti e rivoluzioni erano le classi politiche, le autorità pubbliche, la forma stessa dello Stato.

Oggi, analogamente, la «rivoluzione digitale» sta distruggendo la democrazia parlamentare e rappresentativa, una forma politica non più adeguata ai rapporti sociali e alla vita materiale.

La forma di stato e di organizzazione politica che conosciamo non durerà molto.

Il Movimento 5 Stelle ha il suo modello alternativo: una forma politica modellata sul funzionamento e sugli interessi delle grandi imprese digitali.

Chi vuole costruire una forza di emancipazione all’altezza dei tempi deve giocare a questa altezza, ripensare la sua utopia, inventare il proprio modello alternativo, trovare un solo grande elemento simbolico su cui caratterizzarsi e parlare del mondo che può venire, non di quello che finisce”.

Un atteggiamento perfettamente in linea con il progressismo liberale[11].

Temi vaghi, comunque.

I temi emergono invece, ma in negativo, dall’articolo in oggetto, che si avvia designando il dibattito in corso nella sinistra come una ‘guerra di religione’ tra ‘sovranisti contro internazionalisti’, ‘nazionalisti contro cosmopoliti’, ‘rossobruni contro no-borders’. Si tratta di un elenco un poco curioso, personalmente volendo stare al gioco opporrei piuttosto ‘internazionalisti contro cosmopoliti’ (che è una opposizione storica[12]), ‘sovranisti contro no-borders’ (che è più aderente ai termini del conflitto), mentre i ‘nazionalisti’[13] (che andrebbero al più opposti ai ‘globalisti’) ed i ‘rossobruni’[14], come termini propri escludono del tutto l’adesione al campo della sinistra socialista. Naturalmente, data la competenza dello scrittore, la scelta dei vocaboli non è affatto innocente, il calamaio inizia ad essere intinto nel veleno.

Caruso chiede comunque di “inserire in questo dibattito un po’ di laicità”, e mi pare più che sensato.

A questo fine si pronuncia in avvio su una serie di condivisibili affermazioni, da una parte:

Il ruolo della Nazione è importante nella tradizione della sinistra, anche e soprattutto quando è riuscita a fare rivoluzioni o governare nazioni. Il concetto moderno di nazione nasce con la Rivoluzione francese e le rivoluzioni democratiche dell’Ottocento. La nazione nasce quindi progressista e democratica. Senza la mobilitazione del ‘popolo’ su base nazionale contro potenze pubbliche e private straniere non ci sarebbero state la rivoluzione russa, quella cinese, quella cubana. Più recentemente non ci sarebbero stati il ciclo della decada ganada in America Latina e il socialismo del XXI secolo di Chavez e Morales”.

Inoltre:

“Probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno la vittoria elettorale di Tsipras in Grecia, dovuta anche alla capacità di Syriza di declinare il proprio ruolo nei termini di un’alleanza popolare contro un’oligarchia neo-colonizzatrice (la Troika) e la sua rappresentanza nazionale (i vecchi partiti), quindi sulla base delle fratture popolare/oligarchico e nazionale/sovranazionale. Lo stesso discorso lo fa Podemos in Spagna, che parla di patria tutti i giorni. Nessuna di queste esperienze ha scisso la sovranità nazionale-popolare dall’internazionalismo e della solidarietà tra i popoli.”

Il punto è che oggi, nelle condizioni odierne, il conflitto tra livello nazionale di governo e livello sovranazionale è, anche per il nostro, obiettivamente al centro dell’agenda. Esso quindi “può essere compreso, declinato e comunicato in molti modi, e solo alcuni di questi sono reazionari”. Data, anzi, la natura del livello sovranazionale, nel quale dominano le forze del capitale, “questo conflitto richiama, nella situazione odierna, quello tra Stato (politica) e mercato”. In altre parole, nella situazione concreta se si sta per lo Stato si possono essere molte cose diverse, ma se si sta per la mondializzazione[15] ci si spende di fatto per il dominio di mercato e capitale sulla politica e la democrazia.

Insomma, sostiene Caruso che:

“Può essere una rivendicazione di riequilibrio di forze tra politica e flussi economico-finanziari, così come tra rapporti sociali e individualismo competitivo. Questo conflitto non può essere giocato aggirando l’unico terreno in cui ad oggi (magari noi nolenti) esiste una politica democratica, quello nazionale. La rivendicazione della sovranità popolare non è uno scandalo per la sinistra, e la sovranità ha una dimensione ancora nazionale.”

Fin qui il testo di Caruso è condivisibile. Come condivisibile era la sua recensione del libro di Domenico Moro “La gabbia dell’Euro”.

Ma da qui prende uno strano scivolamento:

“Dall’altro lato, diverse critiche si possono fare a chi pensa che la nazione, la patria e l’opposizione all’euro e all’Unione europea debbano diventare orizzonti ideali autonomi, valori autosufficienti, fonti di senso per la sinistra”.

Non è chiaro, non solo con chi se la prenda, ma anche che significa, esattamente, fare di enti come la “Nazione”, idee come “Patria”[16], o posizioni tecnico-politiche come “l’opposizione all’Euro”, degli “orizzonti ideali autonomi”, o dei “valori autosufficienti” e delle “fonti di senso” per la sinistra. Ovvero cosa significhi in questo contesto improvvisamente sfocato essere “autonomo”, per un orizzonte ideale, essere “autosufficiente”, per un valore, ed essere “fonte di senso”, per una posizione politica. “Autonomo”, “autosufficiente” e “fonte di senso”, rispetto a cosa? Rispetto al resto del quadro degli orizzonti ideali, dei valori e delle posizioni politiche sedimentati nell’insediamento sociale storicizzato della sinistra esistente? E, precisamente rispetto a quali orizzonti, valori e posizioni?[17]

Se, come dice, questi temi (a quanto capisco, se opportunamente incorporati nel quadro dei valori, ideali e sensi, tradizionali e quindi se connessi con le identità storiche della sinistra) “non fanno scandalo”, però c’è una condizione rilevante:

“Dire che questi temi non fanno scandalo non significa farli diventare un feticcio o un fondamento identitario, a partire dal quale magari scagliare contro altre sinistre (sociali e politiche) l’accusa di essere elitarie, disinteressate al destino e alle idee del popolo, lontane dal senso comune”.

Quel che teme Caruso mi sembra di intravederlo meglio, giunti a questo punto: che si determini una divaricazione nel corpo di quello che nell’articolo su “L’anomalia della situazione italiana”, con una certa generosa esagerazione, chiamava “una rete estesa di attivismo e militanza, soprattutto giovanile, portatrice di nuove pratiche e identità” e che considerava unica presenza nella sinistra italiana[18].

Anche qui la cosa tocca talmente il nostro da fargli spendere una frase scomposta, che unisce cose ben diverse come “feticcio”[19] o “fondamento identitario”, la seconda non potendo essere considerata in sé negativa da un autore che parla in tutta evidenza da una posizione identitaria che sente sfidata ad una profondità esistenziale.

A questo punto, a sorpresa ma coerentemente con il senso di sfida del testo, salta fuori una nuova categoria o etichetta: i “neo-nazionalisti di sinistra”.

Ai quali viene attribuito un fraintendimento fondamentale: di considerare la gente come ‘di destra’ e dunque che “essere popolari” significhi piegarsi a questa egemonia. Di qui si capirebbe anche meglio l’uso del termine “rossobruni” che cade sopra.

Sulla base di questa posizione, afferma Caruso, i “neo-nazionalisti” attaccano, producendosi in “inaccettabili scivolamenti”, la “sinistra immigrazionalista e buonista”. Inoltre accusano chi “si mobilita per i rifugiati” di essere “foglia di fico del neoliberismo”. Qui cade un riferimento specifico e rancoroso (da chi peraltro nel primo articolo sembrava lamentare che i politici di Rifondazione Comunista avessero subito ostracismo per la loro adesione ai governi Prodi) come “magari dopo aver votato, fino a poco tempo fa, diversi provvedimenti neoliberisti”[20].

Nello scontro tra posizioni identitarie, che indicano molto chiaramente anche progetti politici, Caruso finisce per riprodurre, a ben vedere, lo scontro del tutto razionale, da entrambe le parti, tra Kuzmanovic e la Autain di cui abbiamo parlato in “Scontri in France Insoumise”. Lo scontro, cioè, tra una posizione fortemente identitaria, socialmente ben caratterizzata e radicata in insediamenti identificabili che si sentono assediati, volta alla difesa ed a governare una ritirata, e dall’altra parte una posizione, largamente fraintesa, che cerca di contendere il terreno perduto nei ceti che una volta rappresentavano la base della sinistra socialista. La Autain, come Caruso, guarda e pensa infatti “alla una rete estesa di attivismo e militanza, soprattutto giovanile, portatrice di nuove pratiche e identità”, guarda, cioè, a quel che è rimasto della ‘sinistra’. Invece Kuzmanovic cerca di ritrovare una relazione con i ceti popolari, sottraendoli alla fascinazione della destra.

E’ tanto vero che Caruso, senza avvedersene, difende una trincea identitaria residuale da sostenere, in modo chiarificante, che “alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale. Qualsiasi formazione di sinistra sarà sempre votata in prevalenza da persone di sinistra: non è frustrando i principi di umanità del proprio elettorato che si raccoglie consenso”.

Per Caruso, quindi, “immigrazione”, “sicurezza” e addirittura “Unione Europea” sono temi “non prioritari” per la “maggioranza degli italiani” e sono comunque significanti contendibili. Sono, cioè, “modificabili”.

Peraltro di seguito giustamente afferma che “egemonia non è stabilirsi sul terreno simbolico avversario, ma disarticolare il suo discorso anche portando alcuni dei suoi temi (in questo caso, la ‘difesa del popolo italiano’) sul proprio terreno simbolico”.

Ma usa anche questo giusto concetto per attaccare, ancora una volta, le posizioni che ha comodamente identificato come ‘neo-nazionaliste’. Nella chiusa dirà:

“La sinistra italiana è inefficace da così tanto tempo che sembra convinta che i discorsi che fa allo specchio siano seguiti in mondovisione. Scambia il mondo interno con quello esterno. Non è dicendo “nazione” ogni quarto d’ora che ‘il popolo’ accorrerà a votare una nuova sinistra. I principi politici non sono efficaci se declamati, ma se sono agiti, tradotti in discorsi coerenti e politiche concrete, e se chi li agisce appare credibile e abbastanza forte da supportarli realmente.

Parole come nazione, patria e sovranità non sono quindi uno scandalo per la sinistra, ma non possono costituire un orizzonte di valori. Non sono il socialismo del XXI secolo”.

Indubbiamente, anche su questo passaggio ha ragione: non è dicendo qualsiasi cosa che si potrà recuperare un rapporto perso da decenni con la parte meno protetta della popolazione italiana, con quel ‘popolo’ che una volta non si aveva paura di ascoltare e di guidare (le due cose insieme) e che da decenni si è abbandonato perché rozzo, incolto e un poco disdicevole. Se avverrà sarà solo sulla base di discorsi coerenti e politiche concrete, sul lavoro, sul welfare, sulla spesa pubblica, sul perimetro dell’economico e quello dello Stato, sulla democrazia.

Ma dire che la sovranità democratica “non può costituire un orizzonte di valori”, e che non ha a che fare con il socialismo, francamente, passa il segno.

Se non questa cosa?

Cosa resta di una sinistra non liberale, e non progressista in senso borghese, se si nega il ruolo dello Stato, e quindi il conflitto per determinarlo, e quello della sovranità democratica e costituzionale?

Come scrive Preterossi[21]:

“Lo Stato è democratizzabile, il mercato no. La sovranità non è, in quanto tale e necessariamente, un potere selvaggio come i poteri economici sregolati, tanto che è stata oggetto di appropriazione dal basso ed è potuta diventare il principio fondante della legittimità democratica (cioè una sovranità costituzionale). Anzi, per disciplinare i poteri economici, è necessario proprio tale potere pubblico, orientato a fini sociali. Mentre l’ordine spontaneo del mercato si è confermato una perniciosa illusione. Così, liquidando lo Stato (nazione) si finisce per liquidare anche la democrazia costituzionale. Ovviamente, è chiaro che il potere è anche un rischio, e che deve essere controllato, ma pensare di poterne fare a meno è puerile: tanto più in un’ottica emancipativa, perché solo attraverso un grande artificio politico è possibile spostare i rapporti di forza. Mentre il potere dominante di natura economica si presenta come un “dato”, quasi una forza naturale, e non ha bisogno dell’attivazione di un’energia politica popolare a fini di trasformazione”.

Questo è, alla fine il punto.

I fatti hanno la testa dura.[22]


Note
[1] -Piuttosto evidentemente alla non nominata “Patria e Costituzione” di Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre.
[2] - Quasi improvvisamente, in tutto l’occidente, il clima di mobilitazione che portava da decenni le nuove generazioni ad impegnarsi per ‘cambiare il mondo’, a volte ingenuamente, a volte secondo consolidate prospettive ideologiche, è defluito (il cosiddetto “riflusso”), come un’onda che termina la sua spinta. Questo fenomeno, assolutamente percepibile per chi, come me, era presente, è avvenuto tra il 1981-83. C’è quindi una cesura profondissima tra chi si trova ad avere sedici-diciotto anni, la prima socializzazione adulta, tra i loden del ‘movimento’ e chi si trova ad averli nel 1985 e anni seguenti (diciamo fino al 1994, quando in qualche modo una certa mobilitazione politica ‘bastarda’ si ripresenta), tra le Timberland e i Bomber di moda. Dico mobilitazione politica ‘bastarda’, perché le trasmissioni di Rete 4, sotto il Palazzo di Giustizia di Milano, a ben vedere, veicolano solo l’esplosione dell’antipolitica neoliberale incubata nel decennio trascorso e il desiderio di liberazione individuale dalle costrizioni della macchina burocratica, percepita come corrotta. Insieme all’acqua sporca, obiettivamente ingente, si getterà il bambino.
[3] - Che è un processo lungo e complesso, naturalmente, dispiegato nel suo successo esteriore tra la ‘rivoluzione’ conservatrice della Thatcher (1979-1990) e di Reagan (1981-1989), poi consolidato negli anni di Clinton (1993-2001), Blair (1997-2007), Schroder (1998-2005), Mitterrand (1981-1995), Prodi (1996-98, 2006-08).
[4] - Uno dei tratti più caratteristici del progressismo borghese liberale, sin dai suoi esordi, è l’invito pressante alle classi popolari ad abbandonare le proprie mentalità ‘arcaiche’, e le forme di vita e mutuo soccorso implicito che le incarnano, per aprirsi ad un mondo in continua trasformazione e comunque per il meglio. Sostiene questa posizione il concetto implicito di una temporalità lineare irreversibile, mutuata da una visione ingenua della scienza galileiana-newtoniana, che porta invariabilmente a rispondere a qualsiasi accidente storico (come l’esplosione delle ineguaglianze ed il crollo verticale della solidarietà) come fecero Deleuze e Guattari in “L’anti-edipo”, 1972, quando articolano la tesi di un carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio e criticando Samir Amin (cfr. “Lo sviluppo ineguale”, che è pubblicato l’anno successivo) scrivono: “Ma quale via rivoluzionaria, ce n’è forse una? Ritirarsi dal mercato mondiale, come consiglia Samir Amin ai Paesi del Terzo Mondo, in un curioso rinnovamento della ‘soluzione economica’ fascista? Oppure andare in senso contrario? Cioè andare ancora più lontano nel movimento del marcato, della decodificazione e della deterritorializzazione? Forse, infatti, i flussi non sono ancora abbastanza deterritorializzati, abbastanza decodificati, dal punto di vista di una teoria e di una pratica dei flussi ad alto tenore schizofrenico. Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano, ‘accelerare il processo’, come diceva Nietzsche: in verità, su questo capitolo, non abbiamo ancora visto nulla”. Sono, in effetti, passati quarantasei anni e ora abbiamo visto qualcosa.
[5] - Chiaramente in tutto il testo con questa locuzione si designano esclusivamente le ‘sinistre radicali’, ovvero quelle che hanno nel decennio in oggetto proiezione partitica in Rifondazione Comunista e in Sinistra Ecologia Libertà.
[6] - Il riferimento a ‘dieci anni fa’, ovvero al 2007, quando Prodi avvia il suo secondo, breve, mandato, dopo averi vinto le elezioni del 2006, ma con un margine davvero minimo. Il governo Prodi II riceve il sostegno anche della sinistra radicale, ovvero di Rifondazione Comunista, ricevendo per la prima volta dai tempi di De Gasperi III, l’appoggio di tutte le sinistre presenti in Parlamento.
[7] - Il secondo Governo Prodi: promosse una legge sulle coppie omosessuali, una manovra finanziaria, con Padoa Schioppa, capace di aumentare significativamente il surplus (quindi decisamente recessiva), il “pacchetto liberalizzazioni” di Bersani, che accelererà notevolmente il degrado delle classi medie ora molto ben apprezzabile. Il governo cade a seguito dell’uscita del Ministro della Giustizia Clemente Mastella, la cui moglie era stata raggiunta da un’inchiesta.
[8] - Dal tentativo di riformismo forte, incapsulato e neutralizzato dai vincoli di sistema del governo.
[9] - Ovvero dall’esito del biennio 1976-78, che abbiamo cercato di descrivere in “Sacrifici senza contropartite”.
[10] - Con questo termine, o “generazione Y” si intende chi è nato tra i primi anni ottanta e gli anni duemila, in effetti il nostro la manca di pochi anni. Si tratta di una generazione influenzata dalla emergenza dell’informatica di consumo (1979-94), da internet (dal 1994), la comunicazione mobile di grande diffusione (dal 1995), il grande entusiasmo per l’innovazione tecnica, il senso di vivere in tempi di accelerazione ed eccitazione, l’espansione della prima mondializzazione, con la panopilia di prodotti di largo consumo sempre più largamente disponibili ed economici, a partire dagli ultimi anni ottanta il tramonto del dualismo che aveva strutturato il mondo della generazione precedente, costringendo ognuno a pensarsi in una scelta tra modelli alternativi ed irriducibili.
[11] - Vedi nota 4. Si può anche riflettere sulla 13° tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin: “la teoria socialdemocratica, e più ancora la prassi, era determinata da un concetto di progresso che non si atteneva alla realtà, ma presentava un’istanza dogmatica. Il progresso, come si delineava nel pensiero dei socialdemocratici, era, innanzitutto un progresso dell’umanità stessa (e non solo delle sue capacità e conoscenze). Era, in secondo luogo, un progresso interminabile (corrispondente ad una perfettibilità infinita dell’umanità). Ed era, in terzo luogo, essenzialmente incessante (tale da percorrere spontaneamente una linea retta o spirale). Ciascuno di questi predicati è controverso, e da ciascuno potrebbe prendere le mosse la critica. Ma essa, se si vuol fare sul serio, deve risalire oltre questi predicati e rivolgersi a qualcosa di comune a essi tutti. La concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto. La critica dell’idea di questo processo deve costituire la base della critica dell’idea del progresso come tale”. Il tempo della storia, invece, non è il tempo astratto e vuoto della valorizzazione, ovvero il tempo in ultima analisi del capitale che, trascinando davanti a sé lo sviluppo tecnologico in direzione della massima autovalorizzazione e continuamente dissolvendo gli ostacoli, si produce attraverso di esso; ma è il tempo, dice nella 14° tesi, “quello pieno di ‘attualità’”. Ovvero è il tempo di ciò che si fa attuale (ad esempio la Roma antica durante la rivoluzione francese per Robespierre). Si arriva a dire che (15° tesi) “la coscienza di far saltare il continuum della storia è propria delle classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione”, infatti dalla “selva del passato”, nell’area in cui comanda la ‘classe dominante’ (diremmo in cui si esercita la sua egemonia che la fa dominante), il balzo di tigre che attualizza un ‘passato’, rendendolo nuovamente presente, fa sì che si possa restare “signore delle proprie forze” (In “Angelus novus”, p.83 e seg.). Emerge la concezione di una sorta di tempo granulare e discontinuo, in cui l’atto che costituisce potere (e quindi valore) diventa la scelta di cosa considerare contemporaneo, cosa attuale. Un tempo, quindi, politico. Per alcuni autori che portano, o hanno portato avanti questa critica, si legga Jean-Claude Michéa (ad esempio qui) e Christopher Lasch (qui).
[12] - Si veda, ad esempio, il discorso di Lelio Basso alla ratifica dello Statuto del Consiglio d’Europa, il 13 luglio 1949, o, sempre di Basso “Consensi e riserve sul federalismo”, del giugno 1973.
[13] - Si definisce “nazionalista” non la difesa della capacità di autodeterminarsi di una nazione sovrana, democratica e costituzionale, ma una esaltazione di un concetto di “nazione”, antecedente alla costruzione statuale ed alle procedure costitutive democratiche, quindi trascendente gli individui normalmente in ossequio ad una visione autoritaria e conservatrice che sbocca e trova logica espressione nella volontà di affermarsi verso l’esterno. Sono espressione di una posizione nazionalista in Francia politici come Barrès, Marraus, Daudet, ed in Italia all’inizio del secolo successivo con Corradini, che poi confluì nel PNF.
[14] - “Rossobruno” è un termine polemico praticamente vuoto. In esso secondo i punti di vista e gli angoli visuali possono ritrovarsi Gramsci come Pasolini, Gentile come Bombacci, Proudhon, Guevara, probabilmente Jean-Claude Michéa, certamente il vecchio Costanzo Preve, o, scendendo moltissimo, Diego Fusaro. C’è dentro troppo per avere senso.
[15] - Rinvio a questo post.
[16] - Sul quale si veda, per l’estrema articolazione e declinazione del concetto, sia pure particolarmente concentrato sul caso francese, Silvio Lanaro, “Patria. Circumnavigazione di un’idea controversa”, Marsilio, 1996.
[17] - Se si intende che la difesa dell’autodeterminazione della nazione democratica e costituzionale, il riconoscimento del valore del patriottismo costituzionale, la critica del potere disciplinante e inibente la lotta politica e l’espressione della lotta di classe del progetto europeo realmente esistente e del suo strumento primario, l’Euro, sia da connettere organicamente con la critica della capacità di prendere parte nella lotta tra chi domina e si appropria della ricchezza e della vita e di chi è dominato, ovvero sfruttato e costretto da rapporti sociali che sono preordinati a raccogliere il surplus prodotto, allora siamo d’accordo. Le tre dimensioni di critica citate sono incorporate nella più generale critica della struttura di una società organizzata per creare ed estrarre, in una sola mossa, il surplus grazie alla gestione privata ed irrazionale dei mezzi di produzione. La contraddizione essenziale, della quale la nazione è arena, e se democratica e costituzionale arena contendibile, è che la privatizzazione dei mezzi di produzione, ovvero il loro impiego per fini e logiche meramente private, determina lo scontro tra l’obiettivo di massimizzare il rendimento, quindi il profitto, e la finalità dell’umanità nel suo insieme a vivere, godendo dei beni della natura e della tecnica. Il progetto realmente esistente europeo, che tra le altre cose sistematicamente delegittima e cerca di inibire il patriottismo costituzionale, che vede giustamente come minaccia, è finalizzato ad esaltare il principio sociale d’ordine della competizione. Tramite questa si estende lo sfruttamento degli uomini e della natura.
[18] - Priva al contrario di leader credibili, di mobilitazione collettiva e dello sfondo di una crisi politica ed economico-sociale (che nel frattempo è esplosa).
[19]Feticcio” è in una religione animistica un oggetto di culto venerato e dotato di qualche ‘mana’ o ‘spirito’. Un ottimo esempio è il denaro per noi. Dire che alcuni ‘temi’ (ovvero, secondo l’elenco, orizzonti, valori e fonti di senso) sono ‘feticci’ significa più o meno che si teme questi possano essere attribuiti di forza di per sé, come attributi propri.
[20] - Qui il riferimento è a Stefano Fassina, e dunque all’associazione Patria e Costituzione.
[21] - Cfr Geminello Preterossi, “Chi ha paura del patriottismo costituzionale?
[22] - “La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro”, Antonio Gramsci.
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Comments   

#1 Francesco Zucconi 2018-11-03 01:01
Ottimo articolo; d'altra parte il rapporto
"socialismo" e "stato nazionale" è un problema
irrisolto della sinistra.
Il problema si pose in modo tragico nel 1914
e poi nel primo dopoguerra 1919-1922.
Si pose con "la svolta di Salerno",
e avrebbe potuto essere risolto nella prassi
se Aldo Moro non fosse stato ucciso.
Dopo di allora la sinistra ha eluso il problema e
sperato che l'adesione all'euro le permettesse di
archiviarlo per sempre.
Questo è stato un errore veramente grave e
che ci ha condotto all'attuale impotenza.
La Democrazia è, al momento, garantita
dall'esistenza dello Stato nazionale; fuori dallo
Stato Nazionale... comandano gli hedge funds
et similia...
Quote

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