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Podemos, vince il “populismo di sinistra” di Iglesias

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

congresso podemos 510“Unità, umiltà”. Queste sono le parole che riassumono il congresso di Podemos che ha sancito una vittoria por goleada di Pablo Iglesias. Una nuova lezione per la sinistra nostrana che alla Spagna guarda da sempre con interesse. El coleta – come viene definito Iglesias per la sua caratteristica pettinatura a coda di cavallo - ha trionfato su tutta la linea. Il partito, che ha compiuto tre anni di vita lo scorso mese di gennaio, chiude con l'era del "marketing elettoralistico" e ritorna nelle strade. Lo sguardo è rivolto, come nei primi tempi, ai movimenti e alle istanze sociali con una novità rispetto ad allora, o meglio con una conferma, che fino all’altro ieri non era certa: l'alleanza politica con Izquierda Unida (IU), il tradizionale partito della sinistra iberica.

Iglesias è stato rieletto segretario generale del partito con l’89% dei voti. Non aveva sfidanti, questo è certo, ma il dato parla da sé. E la vittoria riguarda anche tutti gli altri documenti votati a Vistalegre II. Per quanto riguarda il documento politico, la madre di tutte le battaglie, Iglesias ottiene il 56% dei voti. Lo sfidante e numero due del partito Íñigo Errejón si ferma al 33,7%, mentre gli anticapitalisti dell’eurodeputato Miguel Urbán e della líder andalusa Teresa Rodríguez portano a casa il 9%. Simili i risultati anche per quanto riguarda l’elezione del Consejo Ciudadano, il maggior organo del partito: 50,7% per la lista di Iglesias, 33,7% per quella di Errejón e 13,1% per quella degli anticapitalisti. Che si traducono in 37 consiglieri per Iglesias, 27 per Errejón e 2 per gli anticapitalisti, riavvicinatisi a Iglesias dopo essere stati i suoi principali oppositori a Vistalegre I, nell’ottobre del 2014.

Iglesias dispone dunque della maggioranza assoluta, ora deve dimostrare di saperla gestire. E le sfide sono molte, a partire dalle relazioni con i territori in una Spagna da sempre molto diversa: le confluenze, di cui Podemos fa parte, che si sono affermate in Galizia e in Catalogna – ad aprile nascerà il nuovo partito lanciato dalla sindaca di Barcellona Ada Colau – sono praticamente indipendenti e altre federazioni regionali chiedono una maggiore autonomia, dall’Andalusia ai Paesi Baschi. Non sarà facile mantenere Podemos unito e forte per convertirlo, come ha ribadito Iglesias alla fine del congresso, in “quello strumento della maggioranza sociale che spinge verso il cambiamento di cui la Spagna ha bisogno”. L’errejonismo esce sì sconfitto, ma non distrutto. Al contrario: un terzo dei voti non è cosa da poco e rimarrà una voce importante nel futuro prossimo. “È un risultato allo stesso tempo dell’unità e del pluralismo”, come ha sottolineato Errejón. Pluralismo e unità, due parole che sembravano essere scomparse dal lessico politico della sinistra.

Domenica è iniziata dunque una nuova fase per Podemos, nato sull’onda del movimento del 15-M, gli Indignados, per trasformare quella rabbia popolare in strategia politica. "Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società" ha ripetuto, come un mantra, Pablo Iglesias parlando esplicitamente di interventi concreti per alleviare i problemi della gente e di "solidarietà attiva". Iglesias ha convinto proprio per l’apertura alle dinamiche sociali, con l’idea di un partito che non si racchiude nella logica parlamentare e nel gioco di potere. Un dato importante in un paese che esce da un estenuante ciclo elettorale che ha coinvolto Podemos fin dalla nascita: le europee del 2014, le amministrative del maggio 2015, le politiche del dicembre 2015 e quelle del giugno 2016. Dall'altra, però, con questa scelta Iglesias schiaccia il partito su un terreno evidentemente di sinistra. Per la prima volta.

Si vuole tornare a sporcarsi le mani, insomma, provando a radicarsi maggiormente sui territori e costruire forme di mutualismo per supplire alle manchevolezze del Welfare statale. Il malessere sociale è tanto. In Spagna, nonostante la crescita economica sia oltre il 3% da due anni, il ceto medio si restringe ogni mese di più. I dati sono allarmanti: secondo Oxfam Intermon, 13,4 milioni di spagnoli, pari al 29,4% della popolazione, sono a rischio di esclusione sociale, mentre l’1% più benestante ha l’80% della ricchezza. Per avere un dato di confronto, in Italia l’1% detiene “solo” il 14,3% della ricchezza. La Spagna è il secondo paese dell’Unione Europea, superato solo da Cipro, in cui più sono cresciute le disuguaglianze dall’inizio della crisi. “Un’economia al servizio dell’1%”, nelle parole di Oxfam Intermon. E il PSOE, il partito socialista spagnolo, è, secondo Iglesias, parte del problema.

Ecco, allora, insistere con la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal socialdemocratico – lo storico bipartitismo PP-PSOE che ha governato nella Spagna postfranchista – per lavorare nel campo dell'alternativa. La speranza è che il PSOE, che ad ottobre si è astenuto permettendo a Mariano Rajoy di essere rieletto presidente, faccia la fine del PASOK greco, ovvero un partito polverizzato e cannibalizzato dalla cosiddetta sinistra radicale. Così è stato per la Syriza di Tsipras che tra il 2009 e il 2015 è cresciuta a scapito del PASOK. La Spagna però non è la Grecia e i socialisti iberici, per quanto in una profonda crisi, non è detto che facciano la fine dei cugini ellenici. La struttura del PSOE è ancora solida, soprattutto nel centro-sud del paese, dove, come in Andalusia, governa ininterrottamente dalla fine della dittatura. Ma la defenestrazione, lo scorso mese di ottobre, dell’ex segretario generale Pedro Sánchez, che difendeva il suo “no” a un nuovo governo di Rajoy, ha creato una frattura importante. Il partito si è spaccato a metà. Le basi si sono ribellate criticando anche l’“intoccabile” Felipe González, accusato di tramare nell’ombra a favore della grande coalizione. La nuova direzione provvisoria, guidata dall’asturiano Javier Fernández, ha cercato di guadagnare tempo, posticipando la resa dei conti: a maggio si terranno le primarie e a giugno il congresso. Per ora i candidati sono due: lo stesso Sánchez, che ha iniziato un tour tra i militanti, rivendicando un PSOE di sinistra, e l’ex presidente della Camera nella legislatura fallita dello scorso anno, Patxi López, che cerca di ricucire il partito da una posizione di sinistra moderata. Manca ancora all’appello però la presidentessa regionale andalusa Susana Díaz che da molti è indicata come il cavallo vincente, su cui scommette tutta la vecchia guardia del partito, da Felipe González al redivivo José Luis Rodríguez Zapatero. Se vincesse Díaz, che rappresenta la destra del partito, molti militanti straccerebbero la tessera e non è da escludersi nemmeno una scissione.

Quel che è certo è che la vittoria di Iglesias taglia le gambe a Pedro Sánchez. Non ci sarà la mano tesa di Podemos ai socialisti come avrebbe voluto Errejón. Susana Díaz può tirare un sospiro di sollievo e giocarsi tutte le sue carte per conquistare la tanto ambita segreteria del PSOE. Chi sorride più di tutti è però Rajoy, uscito rafforzato dal congresso del PP che si è tenuto a Madrid questo stesso fine settimana. Il silenzioso Rajoy, attendista da sempre, può gestire il difficile rebus spagnolo da una posizione di forza: un’alternativa di sinistra è ora impensabile. Una maggioranza alternativa, su cui tanto si era scritto solo un anno fa, non esiste. I socialisti si trovano tra l’incudine e il martello: staccare la spina al governo Rajoy e obbligare il paese a nuove elezioni, che si annunciano catastrofiche per un PSOE ai minimi storici, o mantenere in vita la “grande coalizione” sui generis spagnola, appoggiando dall’esterno un governo di destra insieme ai new liberal di Ciudadanos. È quella che gli analisti politici chiamano una situazione loose-loose, in cui si esce sconfitti in tutti i casi. A Rajoy non interessa distruggere il PSOE. Ne ha bisogno. Ma da una posizione di subalternità e di debolezza, come nel caso della SPD per Angela Merkel. Un Podemos forte, che divora i socialisti, sarebbe un incubo anche per i popolari.

Iglesias, nella svolta impressa a Podemos, sembra tornare alle origini: ai modelli della sinistra bolivariana a lui cari, tanto che la sua stessa formazione politica/personale proviene da quell’America Latina capace di contrapporsi alle logiche neoliberiste in nome della giustizia sociale e del buen vivir. Sbagliato, invece, dipingere – banalizzando – lo scontro tra Iglesias e Errejón, utilizzando le categorie destra/sinistra. Errejón ha perso, e di tanto. Ma la sua posizione di mantenere in vita un Podemos trasversale, bramoso di conquistare i voti anche dell'elettorato più moderato, dialogante con i votanti del PSOE, che andasse veramente oltre i recinti della sinistra classica, è lontana dall'essere di "destra". E' stato un confronto nobile, da un punto di vista teorico e strategico, che a tratti è stato reso pubblico. I mass media hanno cercato di mostrare il partito fratturato, addirittura sull’orlo di una scissione, ed Errejón è stato lodato dalla stampa più reazionaria di Madrid, il che dimostra come il Podemos di Iglesias faccia paura. Oltre 150 mila persone hanno votato on line alle primarie per stabilire il segretario di Podemos, un record in termini di partecipazione. Altroché apatia per la politica.

In questi ultimi tempi i media hanno massacrato – se non linciato – Podemos, forse proprio per la sua temibile spinta di cambiamento. Un partito anti-establishment che si aggira intorno al 20 per cento dei consensi, con 70 deputati in Parlamento e molto gradito tra gli under 30, le nuove generazioni senza diritti né futuro. Un partito che ha occupato lo stesso spazio politico del M5S qui in Italia: forze anti-Casta che sono riuscite a rompere il bipolarismo. Per questo molti commentatori si sono divertiti, erroneamente, a comparare le due forze.

Se da un punto di vista della fase destruens hanno qualche aspetto assimilabile, nella parte costruens parliamo di due partiti estremamente diversi. Da sempre. Lo stesso Iglesias ha detto di Beppe Grillo: "Va letto nella stessa maniera con cui si è analizzata l’apparizione di Berlusconi nel 1994. Seppur non mi stia particolarmente simpatico, è stato abile politicamente a capire ciò che un altro italiano, tanti anni prima di lui, aveva definito come il “sentire comune d’epoca”: un sentimento generale che è un permanente terreno di disputa tra attori e movimenti politici. Quell’italiano si chiamava Antonio Gramsci".

Ora, dopo la svolta di ieri, siamo ufficialmente alla fine dell'equivoco. Podemos è un partito moderno, ma vicino e figlio, a tutti gli effetti, dei valori della sinistra. Se prima costruiva la sinistra, senza nominarla, ora la nomina, senza paure. È stata questa la sfida di Iglesias, legato più al pensiero di Gramsci, e al concetto di egemonia teorizzato dall’intellettuale e politico sardo, che al pensiero di Ernesto Laclau, a cui si ispira Errejón. Non si rinnega il populismo, un populismo di sinistra, ben diverso da quelli che imperversano da un lato e dall’altro dell’Atlantico, ma lo si rivendica, ancorandolo a una tradizione fatta di movimenti e istanze sociali. Podemos ha al suo interno una maggioranza e una minoranza, fa congressi combattuti e reali (a quando un congresso del M5S?), oltre ad aprirsi all'alleanza con altri partiti, vedi Izquierda Unida. Diverso anche il rapporto coi movimenti, in un terreno di profonda contaminazione. Emblematico il collocamento in Europa: Podemos siede tra le file della sinistra rosso-verde del Gue, il M5S (dopo il recente balletto) ancora nel gruppo degli euroscettici di Farage.

L’approccio a internet è simile negli intenti, ma antitetico nella pratica. In Italia il megafono rappresentato da “beppegrillo.it” è in mano allo stesso Grillo e alla Casaleggio Associati. La partita è falsata in partenza. Lo strumento non è collettivo, ma ha una gestione privatistica. Il gruppo dirigente di Podemos invece ha affidato le chiavi del sito ad una società esterna; le votazioni in certi casi sono state aperte a tutti gli utenti; la registrazione al sito ha un procedimento semplice e non preclude la partecipazione agli iscritti di altri partiti.

Infine, le questioni programmatiche in materia di migrazione o sicurezza. Grillo, in questo, insegue spesso e volentieri la peggior destra (salviniana), Podemos ha ben altre posizioni, difendendo un’Europa aperta e politiche di accoglienza per rifugiati e migranti. Infine, la stessa formazione dei dirigenti: Iglesias e Co. provengono dai movimenti sociali No Global e dai laboratori latino americani. Nel M5S, se pensiamo ad esempio alle origini politiche di Luigi Di Maio, le cose sono ben diverse.

Attenzione, però, a commettere l'errore di assimiliare, e paragonare, Podemos alla sinistra nostrana. Podemos è fuori dai nostri schemi, altro rispetto alle sinistre novecentesche ed ideologiche. Anzi, in questi anni, le sue sperimentazioni teoriche e pratiche sono state processate qui da noi per essere troppe eretiche. Ben lontana dalla nostra sinistra litigiosa e, soprattutto, marginale. Il congresso di Podemos è finito con il Palazzetto di Vistalegre di Madrid che intonava il coro: "Unità, unità". Si profila un ruolo chiave nella direzione anche per lo sconfitto Errejón, che per ora mantiene anche la segreteria politica in attesa del prossimo Consejo Ciudadano, che deciderà in merito. È difficile che rimanga il numero due di Iglesias come ora, ma continuerà probabilmente ad essere il portavoce parlamentare del partito.

Staremo a vedere come finirà la storia di Podemos, se la svolta di Iglesias porterà benefici o meno in termini elettorali ma comunque, per favore, non paragoniamolo più al M5S. Podemos, in Europa, rimane ancora un'anomalia e l'unico caso forse ascrivibile alla voce di "populismo di sinistra". Per qualcuno un ossimoro, per altri la realtà. Almeno quella spagnola.

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