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La fase storica in cui siamo e la nostra strategia politica

di Manolo Monereo

Pubblichiamo un potente articolo del compagno Manolo Monereo, comparso in Spagna col titolo "I dilemmi strategici di Podemos: la speranza come problema politico"

GettyImages 680087506 1160x773La grande sfida di Podemos è stata la sua
pretesa di essere una forza politica con una
volontà di governo e di potere, ma per
consegnarlo al popolo. Per questo Podemos
è l'obiettivo da battere. Ecco perché i poteri
reali —la trama— lo combattono col fuoco
(e l’inchiostro). [In ricordo di Pietro Barcellona]

1- Elementi della situazione spagnola : la crisi del regime rimane aperta

Podemos ha vissuto la sua prima crisi. Si potrebbe dire che siamo di fronte ad una crisi nella crisi. Mi spiego. Quasi nessuno dubita che viviamo un certo tipo di transizione, un cambiamento di regime dello stesso regime verso un altro che si va definendo gradualmente e la cui risultante finale sembra chiara. Si va consolidando una democrazia limitata e non sovrana in cui domina in modo chiaro ed esplicito un'oligarchia finanziaria-aziendale-mediatica, con l'obiettivo di costruire un modello di società basata sulla disuguaglianza, la scomparsa dei diritti sociali, la precarizzazione del modo di vita delle maggioranze sociali la disintegrazione finale del movimento operaio come soggetto politico e sociale. La politica. Sempre al posto di comando grazie al potere statale e con lo Stato, agisce per cambiare regime e modello sociale.

Un altro aspetto della situazione ha a che fare con quella che potremmo chiamare l'autonomia del politico. Se qualcosa sta dimostrando la ricomposizione economica e sociale dei paesi meridionali della Unione europea è che quando la crisi arriva, i poteri economici forti, come ci dice Wolfgang Streeck, si convertono in soggetti attivi —in agenzie— nel subordinare politica e istituzioni ai loro interessi generali. La crisi sempre disvela i poteri reali, anche a costo che questi perdano legittimità, e il problema del potere appare e diventa evidente per una parte sostanziale della popolazione. In Spagna questo è stato vissuto in modo molto chiaro. Si può dire che i poteri, ciò che noi chiamiamo la trama, sono intervenuti sui principali partiti politici e ci hanno provato con Podemos.

«La fase che si apre non sarà caratterizzata dall’ordine, dalla pace e dal cosmopolitismo liberoscambista, bensì dal conflitto, dalla lotta tra le grandi potenze per stabilire le zone di influenza e la ripartizione delle risorse del pianeta e, disgraziatamente, dalla guerra».

La crisi di regime, che in un modo o in un altro si tenta di chiudere, ha molto a che vedere con la necessità di trasformare, cambiare e cooptare i partiti politici fondamentali. Le ultime elezioni hanno chiarito molto il panorama politico ed elettorale. Era chiaro che il partito chiave per assicurare la ricomposizione del regime - che noi chiamiamo restaurazione – era il Partito Popolare e, in particolare, il suo segretario generale, Mariano Rajoy. Questo non è mai stato facile e l'attuale capo del governo ha dovuto lottare duramente per riuscire a diventare l’elemento guida di un progetto politico al servizio dei gruppi economici di potere dominante.

Ciudadanos si è venuto quindi chiarendo. Creato per frenare da destra Podemos, è diventato sempre più un partito di cardine, difensore ad oltranza di posizioni neoliberiste dal discorso politico fortemente polarizzato contro il sovranismo catalano e molto vicino al "costituzionalismo nazionale" che difende il PP. La situazione di Ciudadanos è complicata perché è obbligato a sostenere il PP, il che implica che finisce per legittimare indirettamente un partito fortemente segnato dalla corruzione. Al momento della verità, quando il PP cerca un accordo, preferisce accordarsi sempre con il PSOE. In qualche modo, Mariano Rajoy è costretto a svolgere il ruolo di uomo di stato, cioè, deve affrontare il PSOE e, allo stesso tempo, evitare che quest’ultimo finisca per disintegrarsi o perdere rilevanza elettorale, ciò che avrebbe comportato che Unidos Podemos diventerebbe l'unica forza di opposizione.

Il risultato più significativo di questa situazione è la crisi del PSOE. E’ noto che il partito di Felipe González è stato, per molti versi, il partito di regime e il bipartitismo politico il fondamento di esso. Il partito socialista riuscì, per un periodo importante, a far convergere gli interessi dei poteri economici dominanti con un miglioramento del tenore di vita e delle condizioni di lavoro delle strati popolari in senso lato. Questo finì con la crisi del 2008.

Il governo socialista di Zapatero accettò drastici sacrifici e le politiche di austerità imposte dalla Troika, cosa che fu percepita dalla popolazione come una rottura del contratto sociale garantito dalla Costituzione e come un colpo di stato organizzato e diretto dai grandi poteri economici che riuscirono a cooptare la classe politica e mettere lo stato al loro servizio. Il fattore decisivo fu la nascita e lo sviluppo del movimento degli indignados del 15M che rivendicava una vera democrazia, la difesa dei diritti sociali e sindacali e forme alternative per fare e organizzare la politica.

In questo contesto nasce e si sviluppa Podemos.

Il gruppo dirigente socialista – costruito tutto intorno a Pedro Sanchez - provò a muoversi in un Paese che stava cambiando rapidamente, con un triplice obiettivo: ottenere l’appoggio dei poteri economici e mediatici, polarizzarsi fortemente con la destra del PP per indebolire Podemos, e, ove possibile, dividerlo per sottrargli consenso elettorale. Sanchez ha sempre seguito questa linea, non ha mai assecondato i desideri della destra economica e politica di formare un governo di coalizione o di “larghe intese”. I motivi erano evidenti: se il PSOE fosse scomparso come opposizione, l'unico beneficiario sarebbe diventato Podemos e quindi la crisi del regime si sarebbe aggravata. La manovra tattica di Pedro Sánchez si è basata fin dall'inizio nel convincere quelli che comandano realmente che il futuro del regime obbligava a sconfiggere Podemos e che questo non si sarebbe potuto raggiungere senza un partito socialista contrapposto alla destra.

Ciò che è accaduto dopo è già ben noto. Fallimento della alleanza tra PSOE e Ciudadanos, indizione di nuove elezioni e avanzata del PP. Come ho detto prima, le elezioni del 26 Giugno 2016 portavano Mariano Rajoy al centro della ricomposizione del regime. Pedro Sánchez non lo capì e continuò con il vecchio schema senza rendersi conto che né all'interno del partito né fuori erano disposti a rischiare nuove elezioni generali. Si può dire che il PSOE fu pressato dai poteri che alla fine costrinsero alle dimissioni di Pedro Sánchez, dando avvio ad un processo congressuale dall’esito incerto. La cosa più sorprendente è il ritorno di Pedro Sánchez con un discorso ancorato a sinistra e aperto alla cooperazione con Unidos Podemos.

In questo contesto si svolge Vistalegre 2, il congresso di Podemos.Cosa è Podemos? Non è facile da definire. Si tratta di un movimento eterogeneo, in cui convergono, almeno, tre fattori: una grave crisi sociale, una critica di massa alla politica, ai modi di farla ed esercitarla, e una profonda crisi generazionale. Per capire che cosa è Podemos le parole chiave sono processo e progetto. Podemos è un progetto in processo di costruzione. Il punto di partenza fu una durissima contestazione dell’esistente da un punto di vista democratico plebeo. Questo lo si denominò provocatoriamente "populismo di sinistra". Si può dire che Podemos è andato costruendosi - da qui derivano molti dei suoi problemi - sulla base di processi elettorali ricorrenti in cui ha dovuto improvvisare candidati, programmi e struttura organizzativa, il tutto in un contesto caratterizzato da un attacco permanente da parte delle forze di regime che sono ricorsi ad una critica spietata dei loro dirigenti, la sistematica squalifica del progetto e l'uso e l'abuso di fogne di stato.

Il congresso di Podemos ha costituito la sua prima crisi generale. Qual era lo sfondo del dibattito? In primo luogo, le differenze di analisi; in secondo luogo, il problema delle relazioni con le forze politiche e mediatiche dominanti; in terzo luogo, la natura stessa della formazione. La durezza del dibattito è stata molto più esterna che interna. Come avevano fatto con il PSOE, i poteri intervenirono attivamente nel dibattito con l'obiettivo esplicito di sconfiggere la linea politica espressa da Pablo Iglesias. Una cosa da considerare è che hanno votato quasi 150 mila persone e che le tesi politiche e il gruppo dirigente ottennero un solido appoggio, insisto, in condizioni molto difficili per il segretario di Podemos.

Che tipo di Podemos esce dal Congresso? Una forza politica democratico-plebea impegnata con le rivendicazioni maggioritarie della cittadinanza, difensore intransigente dei diritti sociali, sindacali e del lavoro da un punto di vista ecologico e di genere, con un chiaro impegno per la democrazia economica, sociale e culturale che garantisca e renda effettiva la sovranità popolare. Al centro di questo progetto c’è quello che abbiamo chiamato un "impulso costituente" in grado di aprire un processo di cambiamento costituzionale verso una Spagna federale che realmente riconosca i diritti delle nazionalità esistenti dentro lo Stato spagnolo, che cambi il funzionamento delle istituzioni di base e sviluppi le libertà fondamentali delle persone. Sullo sfondo, a legare democrazia, sovranità popolare e "questione sociale" come progetto di liberazione del lavoro nel quadro di progetto alternativo di paese.

 

2. Crisi della seconda globalizzazione capitalista: "Situazione populista" e "Momento Polanyi"

Carlo Formenti ha parlato di populismo come una forma di lotta di classe nell'epoca neoliberista. Parafrasando Nancy Fraser, dirò guardando l’altro lato, populismo come forma di lotta di classe nell'epoca post-socialista. Entrambe le cose sono correlate. La vittoria più importante e duratura della controrivoluzione neoliberista è stata quella di aver fatto sparire l'idea del socialismo dalla cultura politica e dal senso comune dei lavoratori. Il vecchio fantasma che si aggirava per l'Europa è scomparso 150 anni dopo con i suoi due postulati decisivi: che il capitalismo era una formazione storicamente determinata, transitoria, e che aveva un’alternativa, il socialismo. Il "populismo di sinistra" occupa uno spazio vuoto: costruire un'alternativa quando l’alternativa di sistema non sembra fattibile o addirittura auspicabile.

Queste discussioni non si spiegherebbero se non partissimo da un punto fondamentale, ovvero la crisi della seconda globalizzazione capitalista. Gli storici concordano sul fatto che tra il 1871 e il 1900 ci fu una prima globalizzazione capitalistica che finì con una sorta di "guerra di 30 anni" [ il periodo che va dalla prima alla fine della seconda guerra mondiale, NdR.]. Oggi siamo alla fine di un ciclo di quel tipo. Oggi come ieri i vecchi dibattiti si ripetono fino al ridicolo. La fase che si apre non sarà caratterizzata dall’ordine, dalla pace e dal cosmopolitismo liberoscambista, bensì dal conflitto, dalla lotta tra le grandi potenze per stabilire le zone di influenza e la ripartizione delle risorse del pianeta e, disgraziatamente, dalla guerra. Schematizzando molto, si potrebbe dire che questa fase storica è caratterizzata da quattro tratti fondamentali: a) ricorrenti crisi economiche e finanziarie; b) una grande transizione geopolitica, già in atto, che sta causando una gigantesca ridistribuzione del potere al livello mondiale; c) un sostanziale peggioramento della crisi ecologica e sociale del pianeta; d) la crisi dell’ "occidentalismo" intesa come la messa in discussione della modernità come l'abbiamo conosciuta, vissuta e ampliata dall’occidente.

In molti sensi, la vittoria di Donald Trump è un segnale, una reazione dalle viscere stesse del capitalismo nord-americano contro una globalizzazione che essi stessi imposero a tutto il mondo e ora intendono lasciarsi alle spalle. La plutocrazia dominante nord- americana si comporta secondo una strategia preventiva precisa: prepararsi per quello che sta arrivando, anticipare e rafforzare il ruolo di nazione imperiale davanti ad un mondo che cambia rapidamente e ridefinisce i rapporti di forza fondamentali.

Come direbbe Sergio Cesaratto, siamo nel “momento Polanyi”, vale a dire, l'inizio della fase B del doppio movimento che il vecchio socialista cristiano previde. Le società, gli stati e le nazioni cominciano a reagire contro il mercato autoregolato capitalista e il suo tentativo di controllare la vita degli umani determinandone il futuro. Ovunque emerge la necessità - questa è la sostanza della fase B - di protezione, di sicurezza, di controllo sociale sulla paura e la morte. Ovunque ritorna lo stato nazionale come luogo privilegiato del conflitto sociale, contenitore dei processi di democratizzazione e costruzione nazionale popolare. Ovunque abbiamo la crisi di ciò che Nancy Fraser ha definito il "progressismo neo-liberista", che nelle condizioni della UE significa la crisi della socialdemocrazia nelle sue varie versioni. Non è sorprendente che la risultante ultima di tutto questo processo che si sviluppa rapidamente davanti ai nostri occhi è la rinascita dell’estrema destra, dei populismi di destra estremi e di una radicalizzazione della destra. E' la conseguenza politica e organica di una sinistra sociale e culturale senza progetto alternativo, elitista, che disprezza il suo stesso popolo, che ha finito per convertirsi nell'ala cosmopolitica della globalizzazione neoliberista.

«Non v'è nulla di arbitrario nella speranza. E’ costruzione dal reale e dal concreto. Si genera speranza nelle lotte di tutti i giorni, nei fallimenti, nelle piccole vittorie e nel che fare quotidiano. In sostanza, dare un senso alla vita e lottare per ottenerlo. Siamo l'unico animale che deve dare un senso al vivere e lottare per esso. La nostra crisi è crisi di civilizzazione e il pericolo ci perseguita. Il nodo che intreccia la crisi ecologico-sociale con la decadenza economica e la guerra deve essere tagliato. Non possiamo credere, come Hölderlin, che "dove c'è il pericolo cresce ciò che ci salva". No, ci salverà invece un'azione cosciente, una speranza che combini grandi verità materiali che rendano degna la vita delle persone con verità spirituali che danno senso a ciò che facciamo. Comunità, appartenenza, come patria di tutti i giorni e azione collettiva per un mondo abitabile e giusto. Pietro Barcellona ci disse più e più volte: il difetto più grande degli intellettuali è sempre l'élitarismo e il disprezzo per la gente comune».

 

3. Governare nella periferia dell'Unione europea: la strategia dei poteri sociali e la costruzione nazional-popolare

La grande sfida di Podemos è stata, fin dall'inizio, il suo impegno chiaro, la sua pretesa di essere una forza politica con volontà di governo e di potere. Di fatto, il combattimento reale, quello che segna la congiuntura attuale, è la disputa per l'egemonia nella sinistra. Il problema si potrebbe porre così: cosa significa governare in un paese periferico dell'Unione europea egemonizzata dallo Stato tedesco? Da un altro punto di vista: quale potere reale ha la democrazia spagnola per promuovere un progetto politico, sociale ed economico alternativo al neoliberismo dominante nell'UE?

La domanda non è facile e ha molti aspetti. Per iniziare, converrà tenere conto che l'UE è stata il modo in cui la globalizzazione è stata applicata in una parte del nostro continente. Questo non è il luogo per aprire un dibattito approfondito sulla natura dell'UE, del sistema dell'euro e del ruolo della Germania. Basterà indicare che l'Unione europea appare come una forma di dominio politico che gestisce gli interessi generali del capitale, che organizza e dirige le classi dirigenti dei vari paesi e che assicura un tipo specifico di capitalismo che, per brevità, chiamiamo neoliberismo. La chiave è sempre stata quella di espropriare la sovranità monetaria ed economica degli Stati in un doppio processo di "depoliticizzazione" della politica economica e di "naturalizzazione" dell'economia, come Jacques Sapir ha sottolineato molti anni fa. Era il nucleo del progetto difeso da Von Hayek, l'Europa federalizzata che sottrae alla sovranità popolare la politica economica e il controllo sull'economia, imponendo uno Stato minimo alle diverse nazioni e, questo spesso si dimentica, che impedisce la costruzione di Stati Uniti d'Europa, vale a dire uno stato europeo in senso stretto.

L’esperienza di Syriza insegna molto. Si davano almeno due alternative: eseguire una serie di politiche che, in un modo o nell'altro, fossero funzionali ai parametri prevalenti nell'Unione o uscire dall'Unione e dall'euro con un processo più o meno unitario. Ci sarebbe una terza posizione un po' più complessa, vale a dire, l’attuazione di politiche che avrebbero potuto mettere in discussione il modello neoliberista e che anche, in una forma o in un'altra, avrebbero finito per scontrarsi con i poteri dominanti dell’Unione, innescando una dinamica sociale e politica che avrebbe organizzato i settori popolari in difesa di un governo legittimo con un programma democratico al servizio delle maggioranze e delle classi lavoratrici. La chiave, il vero problema per tutti i paesi del sud della UE è lo stesso, l'UE si configura in ultima ratio, come un ostacolo di dimensioni enormi a cambiamenti politici, sociali ed economici che mettono in discussione il modello neoliberista.

Il modello di integrazione proprio della UE lo si riconosce dal modo come essa si pone davanti all'ipotesi di un governo che dichiara di voler difende i diritti sociali, la democratizzazione dell'economia e la sovranità popolare. L'europeismo delle classi dominanti è qui che ha il suo vero fondamento: assicurare che nessun governo possa sfidare il capitalismo neoliberista e, ciò che è fondamentale, lo Stato tedesco come custode, guardiano dell'Unione europea. Per dirla con più precisione: in epoche precedenti la paura era quella di un colpo di stato militare organizzato dalle forze armate, sotto la supervisione di una NATO guidata dagli Stati Uniti. Oggi il colpo di stato lo compie la Banca Centrale Europea, lo organizza la Troika e lo effettua lo Stato tedesco, sempre, mantenendo le classi dominanti dei diversi Stati come alleati strategici. La Germania fa il lavoro sporco che nessuna borghesia del sud della zona euro potrebbe realizzare da sola, in cambio si garantisce predominio economico e supremazia politica.

Gli obiettivi delle forze popolari e democratiche del sud dell’Unione hanno molto a che fare con i programmi dei Comitati di Liberazione Nazionale e sociale dei movimenti di resistenza al nazifascismo europeo. Occorre ricostruire lo Stato su nuove basi, dotandolo di potere per regolare l'economia, sottomettere i poteri finanziari parassitari e assicurare politiche che garantiscano la piena occupazione, la redistribuzione del reddito e i diritti sociali. C’è da rifondare la democrazia dando nuovo slancio al potere costituente del popolo, con riforme costituzionali che rafforzino il costituzionalismo sociale e che

garantiscano l'efficacia dei diritti fondamentali, che impediscano che ci siano poteri sovraordinati rispetto alla sovranità popolare democraticamente organizzata. Una democrazia, per farla breve, di donne e uomini liberi e uguali impegnati per la giustizia e una relazione armonica con la natura.

Il tempo guadagnato, lo hanno sottolineato con forza W. Streeck e in un certo senso Colin Crouch, è quello che serve per evitare lo scontro tra democrazia così come la conosciamo e il capitalismo realmente esistente. Il capitalismo come problema appare dove meno te lo aspetti, vale a dire, per il peso delle sue proprie contraddizioni e per l’enormità del suo trionfo. Si può dire che il capitalismo ha minato le basi sociali che lo hanno reso possibile e che, ora senza nemici, non tiene specchio dove guardarsi né meccanismi autocorrettivi che lo guidino. Il paradosso è grande e con conseguenze strategiche importanti. Ciò che è fondamentale non può essere trascurato: la questione del nostro tempo, il centro nodale del conflitto, è la contraddizione sempre più forte tra democrazia e capitalismo. Non è la prima volta, ma può essere l'ultima.

Dobbiamo tornare alla domanda radicale: che cosa significa governare qui e ora? Nella nostra tradizione si è sempre posta una distinzione tra accesso al governo e conquista del potere. Il problema di oggi è, se si vuole, più profondo, più difficile: i governi hanno meno potere, perché non dirigono Stati sovrani, i poteri reali risiedono fondamentalmente nella UE e questa ha meccanismi coercitivi per imporre ad ogni Stato l’attuazione di politiche economiche neoliberiste. Per dirla in altro modo, l'unica opzione che offre l'Unione europea è quella di scegliere la forma più adeguata per applicare la sue ricette neoliberiste, e questo sempre sotto la supervisione della Commissione e sotto la minaccia di sanzioni.

Molti anni fa, nel pieno del dibattito sul Programma Comune francese, l'economista S. Ch Kolm disse che quando la sinistra arrivava al governo finiva sempre per dover scegliere tra perire o tradire; perire, per la sua incapacità di condurre una sana politica economica; tradire, per rinunciare ad una parte sostanziale del suo programma, o per inadeguatezza rispetto all’esistente o per la forza dei poteri dominanti. Ma in questa Unione europea, la Grecia di Syriza sembra essere diversa: tradire e perire. Nell'Unione europea si dà una politica e una sola, tutto il resto sono sogni ad occhi aperti e diverse modi di ingannarsi.

Il problema rimane quindi il potere. Un governo democratico deve accumulare potere, creare ed organizzare potere contro la troika; deve fare passi intelligenti e coraggiosi che gli diano più autonomia macroeconomica; deve definire una serie di proposte sociali possibili, volte ad aumentare il potere dei lavoratori e dei sindacati; organizzare una fiscalità realmente progressiva e lottare contro la frode e l'elusione; intervenire sulla povertà con strumenti efficaci e rapidi come il reddito o il lavoro garantito; creare le condizioni per un nuovo modello di sviluppo sociale ed ecologicamente sostenibile. La chiave è unire programma e costituzione dei soggetti politico-sociali. La dialettica soggetto-programma è essenziale. Il conflitto deve essere lo strumento, il mezzo che permetta di organizzare poteri sociali e il programma, il dispositivo che genera le condizioni per l’egemonia. Programma-soggetti-poteri sociali che definiscano un progetto nazional-popolare capace di sfidare il potere ad un’oligarchia finanziaria egoista, parassitaria e senza progetto di Paese.

 

4. Alleanze, programma, partito: “volere è potere”

Non si da altra possibilità, si debbono fare tre cose in una volta, con più difficoltà: l'accelerazione del tempo, dei tempi politici e elettorali. Oggi Unidos Podemos rappresenta la più ampia alleanza elettorale dalla fine della seconda Repubblica —Podemos, Izquierda Unida, le Mareas galiziane e En Comun-Podem— con 71 deputati e 21 senatori, una significativa forza parlamentare impari dato il nostro sistema elettorale ingiusto e sleale. Cosa c'è dietro? I due principali problemi dalla cui risoluzione dipenderà in gran parte la soluzione dei dilemmi politici del paese: la "questione sociale e di classe" e la "questione nazionale", vale a dire, le rivendicazioni sociali e le esigenze nazionali per un nuovo progetto di Paese, per un nuovo tipo di Stato e un nuovo modello sociale più giusto ed egualitario. Tutto questo nel bel mezzo di una crisi estremamente grave del progetto della Ue.

Le alleanze sono sempre complesse, molto di più nel nostro caso quando esprimono fratture nazionali che cercano di costruire un nuovo Stato. L'alternativa federale è una vecchia aspirazione e sempre rinviata, che richiede riforme costituzionali molto profonde. La definizione del demos, quella del soggetto costituente stesso è problematica in sé e richiede mediazioni politiche complicate. Il fattore decisivo è la necessità di un programma comune che annodi il sociale ed il nazionale in un nuovo progetto Paese che recuperi la sovranità dello Stato per attuare politiche che assicurino un lavoro dignitoso, diritti sociali fondamentali per tutti e lo sviluppo del nostro debole Stato sociale. Quando parliamo di programma, come prima è stato indicato, si fa riferimento a un insieme di idee-forza coerentemente articolate, comprensibili dalla maggioranza, capaci di trasformare il senso comune e diventare una convinzione per cui si può combattere e impegnarsi.

"Volere è potere" è un vecchio adagio castigliano che significa che quando le persone s’impegnano per idee o progetti possono cambiare la realtà. Fondamentale è l'azione collettiva, l'organizzazione, la creazione di comunità, di appartenenza, di identità intorno ad un nuovo progetto collettivo. Nelle nostre società c'è sempre un deficit di soggettività. La rassegnazione e la passività rovinano tutto. Lo stesso discorso sulla corruzione è ambivalente. Da un lato, spinge all’indignazione contro il controllo esercitato dai poteri forti sulla politica fino a corromperla; d'altra parte, il fenomeno invita alla passività, il discorso che tutti sono uguali, che non c'è salvezza nella politica e che ognuno deve fare i conti con i propri guai provando a liberarsi individualmente. I poteri continuano nella loro vecchia strategia del ritorno alla democrazia censitaria espellendo le persone dalla politica.

Partito, programma e alleanze vanno riscattate nella loro originalità come una proposta democratico-plebea che cerca di unire, organizzare e dare un senso di appartenenza ad un nuovo blocco storico-culturale attorno ad un progetto politico di liberazione sociale. Ora, come sempre, un progetto chiaro, trasparente, intelligibile, comprensibile agito collettivamente e, questo è vitale, pubblicamente esemplare. La virtù repubblicana è sempre stata quella della difesa dell’etica pubblica che non ci considera angeli in un mondo imperfetto, ma uomini e donne liberi che credono che la politica ha un fondamento morale, incompatibile con la corruzione, con l'uso privato di beni pubblici, con i privilegi economici e sociali che non hanno nulla a che fare con l'esercizio di un servizio alla comunità. In breve, scegliere la migliore tradizione del movimento democratico-socialista, che incorporava nella vita pubblica gli umiliati e gli sfruttati, dando loro una voce e diritti e che tendeva a socializzare la vita pubblica. La chiave è sempre stata un impegno politico e di classe forte; organizzarsi e agire collettivamente; fare la grande politica per cambiare il mondo dalle fondamenta, per costruire una società giusta, egualitaria, libera dallo sfruttamento e dal dominio.

Per il partito Podemos ciò è molto difficile. Esso deve costruirsi nel bel mezzo di un'alleanza di cui è la spina dorsale e organizza; definire la struttura organizzativa tra scadenze elettorali e immaginando e inventando quadri e direzioni in battaglie politiche molto dure, a volte drammatiche. Essere partito senza cadere nel partitismo fazioso e vuoto, costruirsi dal basso senza allontanarsi da elettori e alleati; farsi nel conflitto sociale senza settarismo e aprire nuovi spazi più difficili e complessi. Ci sono tre problemi che richiedono un’attenzione immediata: a) i circoli (organizzazione di base), il loro funzionamento e il loro inserimento nel territorio, con un occhio alle elezioni locali che saranno decisive; b) la formazione rapida e sistematica di centinaia di quadri politici e amministratori pubblici; c) consolidare una squadra dirigente autorevole, capace, plurale e unita.

 

5. Epilogo. La speranza come problema

Non v'è nulla di arbitrario nella speranza. E’ costruzione dal reale e dal concreto. Si genera speranza nelle lotte di tutti i giorni,nei fallimenti, nelle piccole vittorie e nel che fare quotidiano. In sostanza, dare un senso alla vita e lottare per ottenerlo. Siamo l'unico animale che deve dare un senso al vivere e lottare per esso. La nostra crisi è crisi di civilizzazione e il pericolo ci perseguita. Il nodo che intreccia la crisi ecologico-sociale con la decadenza economica e la guerra deve essere tagliato. Non possiamo credere, come Hölderlin, che "dove c'è il pericolo cresce ciò che ci salva". No, ci salverà invece un'azione cosciente, una speranza che combini grandi verità materiali che rendano degna la vita delle persone con verità spirituali che danno senso a ciò che facciamo. Comunità, appartenenza, come patria di tutti i giorni e azione collettiva per un mondo abitabile e giusto. Pietro Barcellona ci disse più e più volte: il difetto più grande degli intellettuali è sempre l'elitarismo e il disprezzo per la gente comune.


* Fonte: Rebelion
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE
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