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blackblog

Democraticismo radicale e apologia dei pestaggi democratici di sinistra

di Clément Homs

A proposito dell'affare Alexandre Benella e dell'interpretazione kurziana del rapporto capitalistico in quanto stato di eccezione coagulato

pestaggi4Nei giorni scorsi, le sinistre di tutte le scuole, insieme alla sinistra keynesiana ed alter-capitalista, si sono schierate contro quello che a loro appare come una distorsione manifesta rispetto al capitalismo democratico in salsa Macron, e domandano di essere picchiati, secondo le regole dell'arte democratica, da dei veri professionisti dell'ordine capitalista, e non dai semplici incaricati di una tale missione, nemmeno se vengono incaricati da un presidente. Sembra che la cosa sia seria.

 

1 - Ora, quest'idea della fine del capitalismo democratico sfiora l'opinione pubblica, le lotte e la stampa. Si ha come la sensazione che sembrava che il capitalismo e la democrazia, ancora per qualche anno, sarebbero andati di pari passo, mano nella mano. Ci si ricorda che dopo la caduta del muro, Francis Fukuyama profetizzava che questo capitalismo democratico avrebbe rappresentato niente meno che la «fine della storia». Al giorno d'oggi, perfino la stampa borghese sembra essere rinsavita ed aver archiviato, vergognandosene, questa ideologia apologetica-affermativa, riponendola nell'armadio delle illusioni rottamate. Nella fase della decomposizione del capitalismo, allorché la sovranità si è disintegrata (si veda: Robert Kurz, "La fine della politica"), il rapporto giuridico e contrattuale fra gli Stati non può non sgretolarsi, e la forma moderna del diritto anche all'interno di questi Stati viene rimessa in discussione. Ciò significa che il vero nucleo di violenza e di arbitrio del capitalismo e della sua forma giuridica appare a viso scoperto: lo stato di eccezione diventa permanente. Il potere in carica, nel voler mantenere con tutti i mezzi la validità universale del suo principio di realtà, quindi, non difende più la sua propria forma di diritto, ma viola sistematicamente il suo stesso diritto, che non rappresenta nient'altro che il rapporto formale fra i soggetti moderni nella relazione capitalista.

Nel processo di crisi del capitalismo, si assiste alla perdita oggettiva della sostanza del soggetto del lavoro e del denaro, che comporta la perdita della sostanza del soggetto del Diritto e dello Stato: la cittadinanza si trova ad essere in gran parte "sospesa". Ma è soprattutto nella «fase della sussunzione reale dell'individuo nella forma soggetto moderno» (Lohoff, e Jappe, La società autofaga), che la relazione fra l'interiorizzazione e l'esecuzione delle esigenze sociali - che si impone tanto a sé stessi quanto agli alti - e la perdita della sostanza del soggetto nel neo-stato di eccezione permanente, raffreddano la dura vita dei "portatori" viventi del valore presi nei sentimenti contraddittori di potenza e di impotenza. Diventato allo stesso tempo soggetto economico e soggetto politico - dopo il suo rimodellamento autodisciplinare di tutta una vita, e dopo aver espulso da sé stessi tutto ciò che non ha la forma di un "lavoro" e la forma del “valore” -, l'individuo-sussunto esige ancora di più ciò che gli è dovuto e che non vede più arrivare, e batte rumorosamente le sue piccole mani, con tutta la forza della sua impotenza, sul proprio petto di soggetto della società moderna. Adeguatamente, a partire dagli anni 2000, perfino la stessa denuncia delle «violenze poliziesche» - espressione dell'evidente aumento del vero nucleo di violenza nel cuore della vita moderna - rientra, in maniera non riflessiva, anche presso coloro che sono i peggiori "radicali", sul terreno cittadinista e democratico radicale - secondo quella che è l'espressione usata dalla populista alter-capitalista, Chantal Mouffe - della rivendicazione dello Stato di Diritto e della democrazia. La lotta codificata in maniera soggiacente nell'affermazione della forma soggetto piena ed intera, si svolge in loro nome. Che la politica ridiventi democratica ed al servizio del cittadino, e non a a vantaggioo di alcune cellule dormienti dello «Stato profondo», dei teppisti di estrema destra annidati nell'apparato poliziesco, o della «oligarchia finanziaria». «Lo Stato, quello vero, siamo noi». L'orizzonte della lotta a sinistra contro le «violenze poliziesche», o quello dell'indignazione e della denuncia da parte degli osservatori preoccupati - interiorizzata, come fosse un sol uomo, nel buon senso capitalista e nella stampa borghese, alla ricerca del prossimo «errore della polizia» - rimane quello di uno Stato di diritto non deviato e di una democrazia non formale, bensì reale. In ogni momento, questo genere di critica tronca e feticizzata, può perfino tingersi, a sinistra come a destra, con la nausea populista che afferma il «popolo-demos» produttivo di capitale contro le sole élite funzionali circondate dai piccoli amici dell'ombra presidenziale.

La rivendicazione di un capitalismo democratico (dove la democrazia sarebbe reale e non formale) è costante nella storia presente e passata della sinistra alter-capitalista che afferma l'ontologia del lavoro insieme a tutte le rimanenti categorie capitalistiche di base, percepite come un dato ontologico insuperabile (lavoro, valore, denaro, merce). La lotta immanente alla società capitalista per la democrazia e per lo Stato di diritto, a partire dal XIX secolo, sarà una delle grandi caratteristiche dei partiti della sinistra, e sarà un importante motore per l'approfondimento e per l'interiorizzazione del capitalismo nel corso della sua fase di ascesa. È in Francia, la critica intra-capitalista della «Repubblica borghese» fatta nel nome di quella «Sociale». In quella sinistra si lasciano riconoscere i primi tratti di quest'ultima sinistra (da qui, la sua attuale nostalgia per quell'epoca) nello Stato capitalista della Provvidenza, emerso nel 1944 con il programma di «democrazia sociale» del CNR [Conseil national de la Résistance], e poi attuata durante l'età d'oro del capitalismo che coincide con il boom fordista del secondo dopoguerra.

Nel corso della costituzione della formazione sociale capitalistica - osserva Robert Kurz - «il problema delle contraddizioni interne e quelle, esterne, del processo necessario all'imposizione, si sono amalgamate in seno al polo "politico" come se fosse un'opposizione destra-sinistra». I partiti politici di questo schema intra-politico, dal momento che trovano i loro contorni definitivi all'interno dei rapporti formali della nuova costituzione feticistica della società moderna, hanno costituito dei «riflessi polari in un sistema di riferimento identico, i cui momenti si erano costituiti in una temporalità differente e in un sistema contraddittorio». L'opposizione destra-sinistra è stata quindi contrassegnata dal «conflitto rispetto alle forme in cui il sistema stesso ha voluto imporsi, e rispetto agli elementi funzionali che voleva mettere in atto». La destra ha dato un'importanza smisurata alla nazione, mentre la democratizzazione e lo Stato sociale diventava una caratteristica metafisica della sinistra. In questo c'era l'opposizione polare fra un momento nazionale ed un momento socialdemocratico all'interno di un medesimo sistema di riferimento identico che doveva essere affermato da entrambe le parti.

 

2 - Questa sinistra sub-riflessiva rimane prigioniera di ciò che è impensato dalla dottrina liberale-borghese dello Stato di diritto, dottrina che elude deliberatamente il momento dello stato di eccezione alla base della modernità capitalista a partire dalle sue origini primordiali (si veda: Robert Kurz, "Imperialismo d'esclusione e stato di eccezione"). La sinistra democratica, che nella sua lotta per il riconoscimento in salsa borghese ha generato Axel Honneth o Christine Delphy, afferma positivamente il carattere pieno ed intero della forma soggetto moderna, per la realizzazione reale della democrazia, nella sua forma di coscienza reificata, rimane sempre cieca nei confronti del vero nucleo di violenza e di arbitrio del capitalismo e della sua forma giuridica che appare sempre più a viso scoperto: lo stato d'eccezione. La categoria della «violenza poliziesca» è essa stessa un'espressione della forma della coscienza reificata che continua ad eludere proprio questo momento di «stato di eccezione coagulato» (Robert Kurz) che rappresenta il rapporto sociale capitalista. Gli apologeti della democrazia e dello Stato di diritto, a sinistra come a destra, non hanno mai voluto guardare in faccia la sovranità moderna. Il giurista nazista Carl Schmitt fu il primo a cogliere ciò che la dottrina borghese dello Stato di diritto non voleva vedere: «È sovrano colui che decide lo stato di eccezione». Il quadro costituito dal diritto e da qualsiasi Costituzione può essere venuto al mondo solo per mezzo di una "decisione" fondata, non sulla verità e l'oggettività, ma sulla volontà, l'autorità e, in definitiva, sulla violenza. E questo problema costitutivo, allo stato latente rimane presente nella Costituzione, così come in ogni base giuridica, e può riemergere in maniera manifesta: proprio sotto la forma dello stato di eccezione. Insieme al suo concetto, si tratta dell'abrogazione della Costituzione vista nel suo stesso quadro, quindi dell'apparizione del suo vero fondamento autoritario che consiste in un puro potere decisionale. L'esistenza dello stato d'eccezione nel quadro del diritto in generale, quindi la possibilità di una «dittatura costituzionale», è il prodotto dell'essenza e del nucleo della «sovranità» moderna. Robert Kurz, in "Imperialismo d'esclusione e stato di eccezione", cerca di salvare il salvabile in Giorgio Agamben. Vale a dire, cerca di chiarire il nucleo della logica dispiegata da quest'autore, rimettendo, sto citando, «la testa di un postmodernismo a-storico e superficialmente empirico sui piedi di una critica allargata dell'economia politica».

È solo dal punto di vista della macchina «senza soggetto» della valorizzazione capitalistica, di questo irrazionale «soggetto automatico» (Marx), che la logica della sovranità e dello stato di eccezione, della «vita nuda», del bando e dell'inclusione escludente, assume semplicemente un senso riconoscibile. Ciò che «animalizza» gli esseri umani e li riduce a dei «semplici corpi viventi», non è la falsa ontologia foucaltiana del «potere» (a-storica) o il dominio in quanto tale, ma la costituzione polare specificamente moderna della politica e dell'economia, del lavoro astratto e della macchina statale. È il rapporto del valore incarnato nella forma denaro che diventa un loop esso stesso attraverso il processo di valorizzazione, che costituisce a livello primordiale questo vuoto metafisico, «la forma semplice di una legislazione universale», questa forma kantiana assurda e deprivata di qualsiasi contenuto. Quanto alla sovranità, la volontà generale che pertanto è altrettanto vuota, per Kurz non è nient'altro che il rapporto coercitivo politico di tale forma vuota. E alla fine qual è questo stato di eccezione permanente? È questo complesso d'insieme della valorizzazione astratta e della sovranità che viene in qualche modo sedimentato all'interno della società.

Per Kurz, fino a che la storia dell'ascesa del capitalismo non era stata ancora completata, il problema dello stato di eccezione appariva solamente durante i grandi sconvolgimenti dovuti alla crisi di instaurazione del capitalismo, e quindi come una sorta di contro-principio rispetto alle democrazie del XX secolo. La differenza esteriore fra, da una parte, lo «stato normale» (monarchia costituzionale, repubblica o democrazia) e, dall'altro, lo «stato d'eccezione» (dittatura) ha potuto far sì che nascesse l'illusione ottica che la cosa aveva a che fare con due principi di realtà politica opposta. E all'epoca di Carl Schmitt, lo stato di eccezione si distingueva ancora chiaramente dallo stato giuridico "normale". Questa pseudo-opposizione fra «stato normale» e «stato d'eccezione» permette perciò di nascondere il vero stato delle cose, ossia che non si tratta mai di una sola e medesima sostanza della sovranità che, secondo la congiuntura sociale generale della dinamica capitalista, si mostra nei due stati differenti. Durante il periodo di prosperità relativamente lungo che ha seguito la seconda guerra mondiale, la sovranità nei paesi centrali occidentali sembrò dissolversi completamente nella «normalità» giuridica positivista e liberale; e durante questo periodo in cui lo stato di eccezione si dissolveva, le democrazie si allontanarono ideologicamente dalle dittature della prima metà del XX secolo. Di modo che il problema logico e giuridico cadde nel dimenticatoio. Lo «stato normale» feticista è in qualche modo una sorta di prigione sociale e territoriale allargata in cui gli individui possono circolare liberamente, dove le loro azioni, di regola, non sono immediatamente prescritte, e dove godono di un certo stato giuridico. Quanto allo stato di eccezione, esso in realtà non significa nient'altro che un assoggettamento aggravato, che eccede il grado normale dei membri della società, a delle misure che sfuggono alle loro proprie decisioni. Poiché sotto il dominio della forma feticcio interiorizzata che si manifesta anche all'esterno per mezzo di istituzioni coercitive, delle amministrazioni umane, dei rapporti di dominio, ecc., non ci può ovviamente essere qualcosa come una «libera decisione» da parte dei membri della società. Lo stato di eccezione significa per l'appunto una condensazione, un indurimento ed un aggravamento spinto del dominio al di là del grado «abituale», diventato «normale». Ciò che caratterizza lo stato d'eccezione è una forma specifica di «anormalità» che si accompagna ad un genere specifico di internamento di frazioni della popolazione; del resto, da qui, il termine di «campo». Si tratta, di «sequestri» a monte o al di fuori di ogni rapporto giuridico.

Nello stato di eccezione, questo status giuridico inscritto nello «stato normale» viene globalmente «sospeso», la maggior parte degli atti vengono prescritti in maniera immediata mentre - cito Kurz - «per una certa frazione della popolazione, lo spazio della prigione si riduce in qualche modo fino alla loro stessa pelle. Si vengono a trovare in uno spazio sociale separato, colpiti dall'esclusione, dove persino la loro volontà è ridotta, damata per mezzo della forma feticcio, e i loro bisogni elementari, perfino la loro esistenza fisica, non hanno più corso, in uno spazio dove tutte le relazioni di dominio "normali", regolate e relativizzate in una maniera o nell'altra, vengono abolite a favore di un assoggettamento assoluto. In questo spazio di eccezione, gli individui sono disaccoppiati rispetto a qualsiasi altro legame sociale e personale, letteralmente ridotti alla "vita nuda" e facile. Non sono altro che delle "braccia" al servizio del re divino, del comandante in capo, del principe, al di là di ogni attività propria, per quanto possa essere legata al dominio».

 

3 - Ora, se Schmitt svela questa spiacevole verità dell'intrico fra stato di eccezione e stato normale, che non vuole essere visto soprattutto dalla sinistra democraticista radicale e dal pensiero liberale borghese dello Stato di diritto, questo non lo fa per pervenire ad una critica emancipatrice della cittadinanza e della forma del diritto che la sottende, ma solo per, al contrario, in quanto pienamente giurista nazista, amare questo stato di eccezione, renderlo una posizione ontologica, prendere le parti di questa decisione autoritaria, di questo potere decisionale puro. Per Schmitt, lo stato di eccezione è la vera esistenza positiva della società che realizzerà Hitler, la comunità della lotta esistenziale della nazione mitizzata nella sanguinosa arena internazionale.

In opposizione a Schmitt, per Robert Kurz, una critica radicale emancipatrice deve rompere con la democrazia e con la dottrina dello Stato del diritto liberale proprio per la ragione che, in queste forme, si viene a coagulare un rapporto di violenza sociale autoritaria che diventa manifesto nello stato di eccezione. La «critica» dello stato di eccezione non dev'essere positiva ed affermativa come nel nazista Schmitt, ma negativa ed emancipatrice, anche al di là della sovranità moderna, e quindi al di là della sfera funzionale politico-statale che è costituita nella forma della vita sociale capitalistica, in una complementare ostilità, ed in un'autonomia che è solo apparente, con la sfera funzionale dell'economia d'impresa.

Se vuole uscire dalla sua impotenza malinconica e passare all'offensiva, la sinistra dovrà fare uno sforzo considerevole per poter diventare riflessiva, ritornando alla pratica teorica rigorosa ed esigente. I suoi software marxisti tradizionali, keynesiani come la sua interiorizzazione della dottrina liberale borghese dello Stato di diritto, oggi sono altrettanti ostacoli reali - espressioni della «forma della coscienza reificata» (Adorno) - alla possibilità di andare oltre la semplice gestione immanente delle contraddizioni del sistema a cui la sinistra ci ha abituato, anche quando pretende di essere "critica" e "rivoluzionaria".


Pubblicato il 20/7/2018 -

Fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme
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