La New Class del neoconservatorismo e la de/legittimazione del capitalismo americano
di Matteo Battistini*
Abstract. Il saggio presenta il dibattito statunitense sulla new class quale categoria politica che ha fatto da perno all’ascesa del neoconservatorismo, alla scrittura pubblica del discorso dei neoconservatori – in particolare Daniel P. Moynihan e Irving Kristol – e alla loro strategia volta ad aggredire le fondamenta scientifiche e politiche dell’ordine liberal del capitalismo americano che fra anni Sessanta e Settanta non trovava più nella middle class la parola pubblica che aveva messo a riposo il conflitto sociale e politico degli anni Trenta alimentando il consenso del secondo dopoguerra. Nel discorso neoconservatore, anche in dialogo con il neoliberalismo, new class individuava un «nemico ideologico» che andava disciplinato in favore del capitalismo ovvero educato al rispetto dell’autorità – della società e del suo fondamento morale, del mercato e delle sue gerarchie – che i movimenti sociali stavano contestando
L’obiettivo del saggio è presentare alcuni lineamenti del dibattito statunitense sulla new class in quanto categoria che ha fatto da perno all’ascesa politica e culturale del neoconservatorismo. Se la letteratura scientifica ha inquadrato la new class nel campo semantico delle scienze sociali per comprendere la trasformazione del capitalismo in senso postindustriale, nella storiografia non ha destato particolare attenzione1. È invece convinzione di chi scrive che costituisca una nozione essenziale del neoconservatorismo e del suo dialogo con il neoliberalismo, in particolare nel discorso pubblico e nell’azione politica di due figure rilevanti del movimento neoconservatore: Daniel P. Moynihan – autore del famoso Report on Negro Family che inaugurava una diffusa e aspra discussione nazionale sul welfare state – e Irving Kristol – l’intellettuale newyorkese formatosi negli anni Trenta nell’ambiente troztskysta e considerato the godfather of neoconservatism2. In questo senso, pur facendo riferimento ad altre importanti firme del discorso neoconservatore come Norman Podhoretz e Michael Novak, il saggio non vuole essere esaustivo, ma intende fornire alcune tracce per future ricerche.
Tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, il riferimento alla new class acquisiva in frequenza e veemenza polemica quello che perdeva in rigore scientifico. Come scrisse Kristol, la new class non costituiva una questione sociologica, bensì politica3. Nel discorso neoconservatore la sua composizione sociale emergeva infatti in modo vago e incerto. Indicava professori universitari e insegnanti, oppure intellettuali, giornalisti e operatori dei media, professionisti, amministratori e colletti bianchi impiegati non soltanto nel pubblico, ma anche nel privato, fino a comprendere tutti coloro che erano in possesso di un college degree. Da un punto di vista politico, il riferimento alla new class offriva invece un’indicazione polemica, precisa e coerente. Aveva un valore strategico nella costruzione e affermazione del movimento conservatore perché forniva un collante che articolava i principali temi del neoconservatorismo: l’analisi critica del welfare state che controllava l’economia e redistribuiva reddito, la battaglia politica contro la parola d’ordine dell’uguaglianza per riaffermare gerarchie e differenze sulla base del merito, l’enfasi ideologica su libertà personale e responsabilità individuale che non tracimava però in quello che Karl Polany aveva definito «fondamentalismo del mercato», neanche in una concezione puramente economica dell’individuo, ma sottolineava invece la sua costituzione morale. New class individuava così un «nemico ideologico» che non andava espulso dall’amministrazione pubblica e dalle burocrazie private, ma andava educato al rispetto delle istituzioni del mercato e del fondamento morale della società, del principio di autorità che i movimenti sociali stavano contestando. In questo senso, la nuova classe era figlia di quella che Lionel Trilling – studioso di letteratura, critico della New Left – aveva negativamente definito adversary culture. Nasceva cioè dalla controcultura degli anni Sessanta che il sociologo Alvin Gouldner indicava positivamente come «cultura del discorso critico»4.
Una cultura giudicata anticapitalista perché indeboliva l’etica del lavoro, antidemocratica ed elitaria per la sua pretesa paternalista di parlare per conto della underclass di minoranze e poveri. In una parola, una cultura unAmerican che – come vedremo – era espressione del declino ideologico della grande classe media che aveva sorretto l’ordine liberal, della sua frantumazione economica e sociale in una working class e lower middle class bianche che andavano mobilitate in una «guerra culturale» per riconquistare l’«anima dell’America»: una guerra civile condotta con altri mezzi attraverso e per il capitalismo5.
1. The New (Middle) Class
La letteratura scientifica ha inquadrato la new class in una lunga storia concettuale transnazionale che comprendeva diverse correnti di pensiero sociale e politico: dalla sociologia francese alla scienza politica italiana che aveva studiato le élite, dall’anarchismo e dal trozkismo che avevano criticato il consolidamento «burocratico» e «autoritario» del regime sovietico al fabianesimo che aveva individuato in intellettuali e tecnici la possibilità di realizzare la «democrazia industriale» per via amministrativa, dalla sociologia tedesca sulla classe media durante Weimar fino alle teorie statunitensi che avevano gettato luce sulla presenza di una «tecnocrazia nascosta» fra le pieghe dello sviluppo del capitalismo6. Non è questo il lungo per approfondire la genealogia scientifica di una new class che fra anni Sessanta e Settanta era al centro anche della letteratura marxista che in essa individuava un nuovo proletariato intellettuale o una burocrazia contro cui lottare7. Per comprendere la nozione neoconservatrice di new class è invece necessario collocarla nel quadro storico dell’ascesa e del declino della middle class quale categoria fondante l’ordine liberal del Novecento americano.
Fin dal progressismo, ma soprattutto fra anni Trenta e Quaranta, alla luce della crisi del capitalismo, la classe media era diventata oggetto di studio fra scienziati sociali che discutevano le conseguenze che la depressione economica determinava sulle figure del lavoro whitecollar: la loro proletarizzazione e il loro allineamento sindacale con la classe operaia, il loro impoverimento e la loro funzione amministrativa all’interno dell’impresa e del nascente Stato sociale del New Deal. Le diverse discipline accademiche non ne tracciarono soltanto il profilo occupazionale e le abitudini di consumo. Rilevarono anche il suo orientamento culturale, politico ed elettorale. La classe media veniva così costruita socialmente e ideologicamente dentro l’orizzonte materiale e simbolico che il conflitto di classe aveva aperto, con l’obiettivo di integrare la piccola proprietà con quanti svolgevano funzioni delegate alla direzione d’impresa (manager, direttori e progettisti), coloro che rientravano nelle fasce basse del lavoro d’ufficio (impiegati e commessi) con quanti erano occupati nelle amministrazioni pubbliche (dirigenti, professionisti e insegnanti) e con chi svolgeva un lavoro manuale. L’operaio qualificato e sindacalizzato che, grazie all’elevato salario, condivideva un livello adeguato di reddito, istruzione e consumo, dunque un comune stile di vita costruito attorno alla famiglia proprietaria di casa nelle aree suburbane bianche, con il maschio breadwinner e la donna responsabile di un’economia domestica centrata sul consumo. Da questa composizione plurale la classe media diventava unum per mezzo della comunicazione pubblica di un ordine simbolico coerente con la cultura politica della nazione aggiornata al liberalism del New Deal. Gli scienziati sociali coinvolti nella formulazione delle politiche pubbliche, impiegati negli istituti di ricerca o nei mezzi di comunicazione di massa, alimentavano un processo di identificazione nella middle class che, periodicamente registrato nelle indagini d’opinione, culminava nel consenso del secondo dopoguerra. Come Daniel Bell scrisse alla fine degli anni Settanta, la classe media aveva definito un «codice di comportamento» ovvero una «ideologia che forniva simboli di riconoscimento» normando in questo modo la società8.
L’ordine liberal costruito politicamente sul «contratto sociale» tacitamente stipulato con il New Deal fra capitale, lavoro organizzato e governo poggiava dunque sulla classe media9. Negli anni Sessanta e Settanta, questo ordine entrava in crisi. Il consenso veniva stracciato per mano innanzitutto del movimento per i diritti civili e del nazionalismo nero che mostravano il confine razziale di una classe media costruita su misura dell’America bianca. Inoltre, una nuova e composita mobilitazione sociale svelava come la classe media fosse costellata di gerarchie e interessi divergenti. Il movimento studentesco rifiutava un sapere funzionale al complesso industrialemilitare, quello pacifista contro la guerra in Vietnam mostrava la natura imperiale del liberalism e quello femminista criticava la posizione delle donne in una società che, mentre le inglobava in numero crescente nel mercato del lavoro con occupazioni inferiori a quelle maschili per mansioni e reddito, le relegava come mogli e madri all’interno della famiglia. Infine, quella che la pubblicistica imprenditoriale definiva una «nuova razza operaia» – costituita per lo più da giovani, non solo bianchi, ma anche neri e donne, più istruiti e benestanti dei genitori – esprimeva un carattere indocile che rigettava la disciplina della fabbrica fordista mettendo in discussione le burocrazie sindacali. Pur svolgendo percorsi diversi, questo insieme di forze convergeva – talvolta esplicitamente, per lo più implicitamente – nella contestazione dell’ordine liberal. Come ammise nel 1967 Zbigniew Brzezinski, si trattava di «una ribellione della classe media contro la società di classe media»10.
Middle class abbandonava così la scena pubblica lasciando un vuoto ideologico che sarebbe stato colmato dalla new class del neoconservatorismo. Durante gli anni Cinquanta, alcune voci critiche – in particolare Charles Wright Mills – avevano denunciato il carattere eterodiretto dei colletti bianchi. Nel decennio successivo, Alvin Gouldner enunciava le contraddizioni che investivano una classe media combattuta fra utile personale e benessere collettivo, libero mercato e Stato sociale. Se la sua sociologia denunciava la «specie di sciarada in cui la gente agisce come se non vi fosse altro che una classe media», nella diagnosi di Erving Goffman l’identificazione nella middle class diventava una «sospetta patologia» che rifletteva le profonde fratture economiche, sociali e culturali che segnavano la società11. Ancora più significativo era il silenzio che calava sulla classe media nell’opera di John K. Galbraith, economista liberal per eccellenza e presidente dal 1967 dell’organizzazione Americans for Democratic Action (ADA) che aveva sostenuto e fornito personale alle amministrazioni Kennedy e Johnson. Alla fine degli anni Cinquanta, in The Affluent Society (1958), Galbraith spiegava che la scienza economica non aveva saputo cogliere la formazione di una new class perché accecata dallo sforzo teorico di considerare il lavoro manuale, professionale e intellettuale come lavoro in generale, per delineare in questo modo una teoria del valore che coniugasse salario e profitto in funzione del continuo incremento del consumo. Il livello di istruzione e il prestigio delle professioni tecniche e scientifiche, più che il denaro, avevano invece animato un «indice di prestigio» che degradava socialmente e separava culturalmente il «lavoro ordinario» dalla «casta» di milioni di individui con istruzione universitaria che erano portatori ed esecutori di una new economy il cui sviluppo non era più misurato sul consumo di merci, bensì sulla conoscenza ovvero sulla fruizione di beni e servizi immateriali12.
Questa intuizione venne sviluppata in The New Industrial State (1967) dove Galbraith sottolineava la presenza numericamente rilevante di figure del lavoro intellettuale che, applicando la scienza alla produzione in modo sempre più «pianificato», dirigevano le strutture tecniche e organizzative private e pubbliche. Se l’ascesa delle corporation aveva determinato – come Adolph Berle e Gardiner Means avevano mostrato in The Modern Corporation and Private Property (1932) – la «perdita del controllo dell’impresa da parte del proprietario del capitale», il seguente avanzamento tecnologico sottraeva il monopolio del processo decisionale al manager per attribuirlo a un «organo collettivo» concentrico che andava dal consiglio di amministrazione allo staff dirigenziale dei dipartimenti aziendali, fino a coinvolgere un ampio spettro di figure specializzate (tecnici, progettisti, analisti) che possedevano un livello di «competenza e specializzazione» indispensabile al processo decisionale: «il luogo delle decisioni si sposta nel centro del corpo dei colletti bianchi». Inoltre, poiché faceva della forza lavoro altamente qualificata il «fattore produttivo decisivo», la nuova industria richiedeva «un sistema scolastico altamente sviluppato» e la sua promozione statale. Questa indispensabile azione dello Stato verso l’impresa, insieme alle politiche che negli anni Sessanta ampliavano i programmi di assistenza sociale, consolidava la presenza di un educational and scientific estate – un quinto stato che integrava i processi decisionali delle corporation e dello Stato, soppiantando la funzione di governo del sindacato: era il nuovo stato, non la classe operaia sindacalizzata del New Deal, ad essere azionista del nuovo Stato industriale13.
L’impiego del termine estate era significativo perché lasciava presagire conseguenze sinistre per le tensioni politiche che scaturivano dalla propensione delle figure istruite – specie quelle laureate in scienze umane – di «negare il ruolo del mercato e della massimizzazione del profitto»: «l’espansione e l’influenza delle comunità universitarie sono dovute alla pressione delle esigenze del sistema industriale, ma questo non crea necessariamente un dovere nei confronti di tali esigenze». Galbraith denunciava che «la tendenza della grande impresa […] a diventare parte del complesso amministrativo pubblico» dello Stato poneva «in forma urgente» il problema della libertà perché sacrificava l’individuo e le sue preferenze alla «scopo sociale» del nuovo stato. La sua valutazione politica era però incerta: per un verso non riteneva che la «libertà degli industriali» fosse in pericolo perché intravedeva la «subordinazione» dello Stato alle esigenze dell’impresa, per l’altro, dopo il 1968 il suo stesso ruolo politico di economista liberal veniva messo in discussione dalla radicalizzazione dei movimenti sociali e dal ruolo che studenti, professionisti e intellettuali rivendicavano dentro l’ADA in sostegno della campagna presidenziale di George McGovern14.
La registrazione dell’ascesa della new class non soltanto prendeva atto delle fratture economiche e sociali che impedivano la riproduzione della classe media, ma ne proclamava anche il declino ideologico. Quella che il sociologo Peter L. Berger – vicino al mondo neoconservatore – definiva «rivoluzione capitalista» aveva diviso la classe media «orizzontalmente» secondo il reddito e «verticalmente» fra coloro che erano impiegati nell’industria tradizionale e quanti invece nella «produzione e distribuzione di conoscenza e simboli (symbolic knowledge)» nel mondo della ricerca e della comunicazione pubblica. In questo senso, Daniel Bell, che nel suo studio The Coming of Post Industrial Society (1973) aveva fatto ricorso alla sociologia tedesca sulla classe media di Emil Lederer per opporsi alla letteratura marxista che avanzava la tesi della proletarizzazione del lavoro intellettuale, nel 1979 ammise che i knowledge workers non costituivano una classe capace di mediazione, piuttosto incarnavano e alimentavano le fratture determinate dalla politicizzazione dell’università, delle comunità, della fabbrica e della famiglia: poiché sostenevano le identity politics di razza e genere mentre esprimevano la visione neoliberale che rifiutava qualsiasi mediazione per affidare il rapporto fra individuo e mercato alla «meritocrazia», la nuova classe esacerbava le tendenze razziste e sessiste di una working class e lower middle class bianche che stavano subendo l’iniziativa imprenditoriale volta ad annullare il contratto sociale newdealista. Dentro queste «contraddizioni culturali» che investivano la trasformazione postindustriale della società prendeva avvio il discorso neoconservatore sulla new class15.
2. La «guerra amministrativa»: Daniel P. Moynihan e la New Class
Nel 1964, David T. Bazelon – docente di politiche pubbliche presso la State University of New York – pubblicò Power in America: The Politics of the New Class, uno studio sociologico e psicologico della nuova classe, della sua composizione sociale in technologist intellectuals del settore privato e administrative intellectuals del pubblico, dello stile di vita nelle grandi aree suburbane, della frustrazione di coloro che non riuscivano a realizzare l’«ideale sociale» maturato con la loro istruzione. Il volume innescava il dibattitto neoconservatore perché metteva al centro la questione storica del potere: dalla rivoluzione borghese all’ascesa politica della new class nel Novecento, dal progressismo al New
Deal fino alla nuova frontiera kennediana, l’«arma» per la conquista dello Stato non era più fornita dalla «proprietà del capitale in denaro», bensì dalla «proprietà del capitale in istruzione». Poiché questo processo era il segno che la «fede essenziale» della nazione andava nella direzione dei valuesbeyondmoney, la nuova classe aveva il compito morale e politico di indirizzare il movimento dei neri e dei poveri colorless istituzionalizzandone le pretese di accedere al benessere in una «nuova coalizione politica»16.
Quello che interessava gli autori neoconservatori non era tanto questa presa di posizione che delineava la battaglia politica che avrebbe investito il Partito democratico dopo le contestazioni del 1968, quanto l’interrogativo sollevato: questa nuova classe sarebbe stata al vertice di una «gerarchia rigidamente razionale» oppure avrebbe guidato una nuova human democracy? Un simile quesito individuava due prospettive politiche che, mentre per la sinistra radicale e socialista rimanevano alternative17, per il nascente neoconservatorismo erano congiunte. La radicalizzazione della new class alla luce dei movimenti sociali e la sua eventuale istituzionalizzazione nel sistema politico coincidevano con il pericolo di una torsione antidemocratica della politica statunitense. Fra le righe della recensione al volume pubblicata su Commentary emergeva – come aveva annunciato Bazelon in conclusione del volume – il timore di «entrare in un periodo in cui la democrazia formale [sarebbe diventata] sempre più una copertura di una struttura burocratica autoritaria». Bazelon venne invitato ad approfondire questo argomento sulle pagine della rivista. A Washington, spiegava, «migliaia e migliaia di educated people» analizzavano problemi sociali ed elaboravano programmi che rispondevano al «comun denominatore della loro istruzione» ovvero la «pianificazione»: un gesto organizzativo che soffocava la libertà di «competizione». L’ulteriore trasferimento di competenze all’esecutivo che le riforme degli anni Sessanta avevano determinato stabiliva un new style of patronage che consolidava il potere della nuova classe. Veniva così allestita la scena pubblica per una «imminente guerra amministrativa»: una guerra che sarebbe stata combattuta soprattutto da Daniel P. Moynihan sulle colonne di The Public Interest18.
Moynihan, dottorato in storia e docente di scienza politica presso Syracuse University, aveva fatto il suo ingresso nel governo federale con la presidenza Kennedy. Nel 1965, in qualità di sottosegretario del Lavoro, per conto dell’Office of Policy, Planning and Research redasse il Report on Negro Family dove, pur sostenendo che la legislazione sui diritti civili e per il diritto di voto non fosse un rimedio sufficiente dopo secoli di schiavitù e segregazione, sottolineava la responsabilità della famiglia afroamericana e della sua dissolutezza morale per la condizione di povertà ed esclusione che attanagliava la comunità nera. Le critiche liberal che denunciavano il razzismo del report sintetizzato nell’accusa di blaming the victim segnarono lo snodo fondamentale della sua parabola politica, fino al suo ingresso nell’amministrazione Nixon19.
In The Professionalization of Reform (1965) Moynihan spiegava che gli incentivi in favore della formazione tecnica e scientifica – G.I. Bill del 1944 – avevano determinato una straordinaria espansione dell’istruzione superiore e universitaria. La conseguenza sociale non era soltanto quantitativa – circa due terzi dei teenager (il dato scendeva a un terzo computando le minoranze) possedeva un college degree – ma anche e soprattutto qualitativa. Nel diventare tendenzialmente universale, almeno per l’America bianca, l’istruzione poneva in tensione il rapporto istituzionale tra politica, scienza e professioni che, come aveva mostrato Talcott Parsons, caratterizzava la «struttura sociale dell’ordine»20. Secondo Moynihan, gli avvocati non assicuravano soltanto il diritto costituzionale alla difesa in un giusto processo, ma sviluppavano anche una loro «filosofia del diritto» ovvero un modo proprio di amministrare la giustizia. Coloro che erano impiegati nella statistica pubblica elaboravano dati su salario e prezzi in modo da indirizzare la «contrattazione collettiva» e interpretavano dati su povertà e disoccupazione raffigurando una «crescente divaricazione» tra poveri e classe media così da orientare la pianificazione dei servizi sociali. In modo simile, i medici pretendevano di determinare come il servizio sanitario andasse finanziato, erogato e distribuito fra la popolazione, mentre gli assistenti sociali rivendicavano voce in capitolo sulla legislazione sociale: avevano chiesto e ottenuto di inserire nella legge del 1964 sulle opportunità economiche programmi di community organizing che prevedessero la «più alta partecipazione possibile dei poveri», rafforzando in questo modo comunità e organizzazioni etniche che, secondo Moynihan, alimentavano divisioni e tensioni razziali. Queste e altre figure del lavoro scientifico e intellettuale classificate nel censimento federale come professionals e technicians erano oltre nove milioni – ben oltre il numero di manager, funzionari e proprietari che costituivano il vertice della piramide sociale – e godevano sempre più del diritto/privilegio (entitlement) di pianificare le politiche. In questo senso la war on poverty era stata proclamata non «per volere del povero», bensì dei funzionari pubblici.
L’«espansione senza precedenti dei servizi sociali» aveva determinato l’affermazione di un «ampio corpo di professionisti»: una nuova classe non eletta che influenzava le misure legislative e ne sviluppava l’esecuzione in modo autoreferenziale. Il loro interlocutore non era il «lavoro organizzato» come nel New Deal, bensì gli «interessi professionali organizzati». Il pericolo era dunque rappresentato da una «combinazione di illuminismo, risorse e competenze che nel lungo periodo avrebbe condotto, usando le parole di Harold Lasswell, verso una monocracy of power»21.
Qui non è rilevante evidenziare l’aspetto biografico, per cui dal 1965 al 1968 Moynihan superava il liberalism per abbracciare l’amministrazione repubblicana: in qualità di segretario esecutivo del Council of Urban Affairs della presidenza Nixon, elaborava il Family Assistance Program che intendeva rimpiazzare l’assistenza sociale con un reddito garantito che avrebbe responsabilizzato il povero e ridimensionato l’influenza politica degli assistenti sociali. Importante è piuttosto la mancata approvazione del programma che conduceva Moynihan ad approfondire la critica del welfare state sollevando due questioni interconnesse – il ruolo dell’università e la funzione delle scienze sociali – che consentivano al discorso neoconservatore di aggredire le fondamenta scientifiche e politiche dell’ordine liberal. Fra il 1970 e il 1972, Moynihan portava la «guerra amministrativa» dentro l’università quale istituzione che riproduceva materialmente e ideologicamente la nuova classe. In una relazione presentata all’America Council of Education e in un articolo pubblicato su The Public Interest, puntava il dito contro il carattere tendenzialmente universale dell’istruzione coniugando l’argomento neoliberale della crisi economica della scuola – per cui maggiori investimenti in termini di salario e risorse non avrebbero comportato incremento di produttività – con il riferimento polemico alla new class: la sua «crescente politicizzazione» nell’università e nelle scuole alimentava una «dominante visione sociale» antagonista (adversary) che riproduceva «appetiti rivoluzionari»22. Per contrastarli, occorreva cambiare la funzione politica delle scienze sociali. Come emergeva nella sua analisi delle politiche johnsoniane e nella sua proposta di reddito garantito – Maximum Feasible Misunderstanding: Community Action in the War of Poverty (1969) e The Politics of a Guaranteed Income (1973) – gli esperti impiegati nell’amministrazione pubblica avrebbero dovuto abbandonare l’ottimismo scientista e l’entusiasmo tecnocratico per abbracciare una concezione limitata – scettica e realista – della scienza sociale: questa non doveva determinare il contenuto delle politiche, ma doveva limitarsi alla misurazione e valutazione del risultato. Lo scienziato sociale doveva in altre parole diventare un «professionista della politica», non più artefice della società, ma arbitro di una politica consapevole del limite che l’azione statale incontrava sulle soglie della società (e del mercato) dove gli individui agivano responsabilmente, ma anche in modo oscuro e imprevedibile. In questo senso, il cattolico di origine irlandese e il neoconservatorismo nel suo complesso recuperavano l’imperativo morale del teologo protestante di origine tedesca Reinhold Niebuhr contro il «moralismo» che segnava l’idealismo sociale, ma elitario della nuova classe: Beware of the Children of Light23!
Moynihan non alimentava il sentimento antintellettualistico proprio della tradizione conservatrice statunitense e della «nuova destra» erede del maccartismo. Se ne sarebbe discostato ancora negli anni Novanta quando, criticando la proposta di riforma sanitaria del Presidente Clinton, in veste di senatore democratico, denunciava come fosse espressione della «monocrazia professionale»24. Sebbene questo sentimento venisse fomentato contro lo «snobismo» e l’«arroganza», la «superiorità morale» e l’«indignazione» che intellettuali e scrittori – come Philip Roth, lo «scrittore per eccellenza della nuova classe» – esprimevano contro il razzismo, il militarismo e il consumismo dell’America bianca, il riferimento polemico alla new class aveva un obiettivo diverso25. Il discorso neoconservatore non era genericamente contro l’élite, ma contro le élites radicalizzate dai movimenti sociali. Non alludeva neanche implicitamente all’estensione della partecipazione democratica. Per quanto fosse strategicamente rivolto alla working class e lower middle class bianche, contribuendo così all’ascesa elettorale dei Middle American Radicals e all’affermazione della nuova maggioranza repubblicana26, era pronunciato per bocca di una parte della nuova classe stessa. L’obiettivo era dunque più ambizioso perché mirava alla conversione della new class ovvero alla predominanza culturale al suo interno di professionisti impegnati in quella che Moynihan definiva «politica della stabilità»: una politica di professionisti contro il disordine sociale che «polarizzava e fratturava la società americana» fino a spingerla sull’«orlo del terrorismo». Una politica da attuare innanzitutto limitando il campo di iniziativa conquistato sul terreno istituzionale dalle scienze sociali del liberalism per «coinvolgere il business in modo molto più metodico e deciso»27.
3. La «guerra civile» per la New Class: il capitalismo militante di Irving Kristol
Moynihan intendeva dunque ripristinare la stabilità dell’ordine sociale ricomponendo per via istituzionale e amministrativa le tensioni che segnavano lo storico rapporto tra politica, scienze sociali e professioni scosso dall’ascesa al potere della nuova classe. In questo senso, la sua attenzione era rivolta primariamente verso lo Stato e la sua amministrazione. Irving Kristol guardava invece alla società concentrando la sua riflessione sulla crisi di legittimazione del capitalismo. Entrambi erano comunque impegnati in una guerra dentro la nuova classe e per una nuova new class. Mentre il primo esaltava i «professionisti della politica» affinché lo Stato favorisse un rinnovato protagonismo del business, il secondo indirizzava il discorso neoconservatore sulla new class verso un più ampio spettro di figure. La nuova classe non agiva soltanto nell’amministrazione pubblica, nelle università e nelle scuole, ma anche negli organi di informazione e comunicazione di massa dove agivano in qualità di symbol specialists per nulla estranei a «tentazioni totalitarie» come avevano mostrato Harold Lasswell e Daniel Lerner nel loro studio sulle élites, persino tra le fila del mondo imprenditoriale, dove coloro che erano preoccupati di essere accusati di minare il benessere del lavoro e dunque della nazione ritenevano di avere una «responsabilità sociale»28. La conversione della nuova classe non doveva dunque essere esclusivamente politica – dentro lo Stato – ma anche sociale. Poiché la contestazione del capitalismo nasceva in società, l’ordine andava ristabilito dall’interno del rapporto sociale: la «guerra amministrativa» doveva in questo senso diventare una «guerra civile» da condurre attraverso e per il business.
Nella prima metà degli anni Settanta, con una serie di articoli pubblicati su The Public Interest, rivista da lui stesso fondata insieme a Bell nel 1965, Kristol affrontava la condizione «estremamente precaria» del capitalismo. La voce dei «giovani ribelli» non andava considerata «inarticolata» come facevano le «teorie sociologiche e psicologiche». Sebbene sembrasse frutto di «confusione mentale» e risultasse in nonsense, il suo significato politico era «sufficientemente chiaro»: il rifiuto della «offerta di cittadinanza» che veniva proposta dalle riforme e l’avversione verso la «civilizzazione liberale, individualista e capitalista». I «giovani ribelli» non andavano dunque considerati come dei «folli». Né era utile spiegare loro quanti passi in avanti fossero stati fatti per l’«uguaglianza fra razze» e l’«abolizione della povertà». Il classico argomento del progresso, con la promessa del compimento dell’ideale americano, era inservibile perché ciò che veniva contestato non era il «fallimento dell’America» nel realizzare sé stessa, bensì era rigettata l’America in quanto «ideale». Allo stesso modo, l’«etica tecnocratica» che intendeva «giustificare» il capitalismo sulla base della sua «performance» in termini di «crescita economica» e «innovazione tecnologica» non soltanto era inefficace, ma andava annoverata fra le cause dell’indebolimento dell’«etica borghese» del lavoro e della responsabilità: le istituzioni della «società burocratizzata» erano «impersonali», avevano cioè perso «la connessione con i valori che governano la vita privata della cittadinanza. Non li esemplificano più, non li enfatizzano più, non li sostengono più». La crisi del capitalismo non era quindi «misurabile» economicamente, coincideva invece con lo smarrimento dei valori di «diligenza, rettitudine e sobrietà»29.
Su questa base morale Kristol avviava il dialogo con il neoliberalismo. Sebbene considerasse Hayek – e il suo The Constitution of Liberty (1960) – «il più intelligente difensore del capitalismo», riteneva che per quanto fosse un «superbo meccanismo economico» il libero mercato non avesse «in sé la sua giustificazione». Anche il riferimento alla «libertà personale» finiva per essere un «esercizio scolastico» che terminava in un «attaccamento dogmatico» che non trovava riscontro nell’«uomo comune». A suo modo di vedere, la libertà costituiva un concetto nello stesso tempo sottile e complesso, il cui significato era inscindibile dal contenuto morale e religioso. Poiché il «declino della religione» e la secolarizzazione determinata dall’istruzione scientifica di massa avevano assottigliato la dimensione etica che aveva legittimato storicamente il capitalismo, la sua difesa non poteva avvenire «in termini puramente amorali»30.
Questo era il senso politico del suo intervento al meeting per il venticinquesimo anniversario della Mont Pelerin Society (1972), dove Kristol riconosceva al neoliberalismo di avere vinto la battaglia economica contro collettivismo e pianificazione, ma riteneva che il capitalismo non godesse ancora di una piena rivalsa culturale e politica per via dell’«espropriazione spirituale delle masse della cittadinanza»: se la religione veniva confinata nel privato, se la tradizionale «filosofia morale» era annichilita dall’utilitarismo e dall’edonismo del mercato, se il nazionalismo era messo in discussione nella sua funzione di «obbligazione politica» dal carattere multinazionale che le corporation stavano assumendo, allora le fonti etiche di legittimazione del capitalismo erano esaurite. Per questo, il business doveva farsi carico della «ricostruzione morale della società». Non poteva considerare la controcultura come business as usual, opportunità di mercificazione per rilanciare consumo e profitto. Doveva invece educare e integrare nelle sue fila una new class che, proprio perché cresciuta e maturata nella controcultura dei movimenti, esprimeva un «ideale anticapitalista» e una «cultura antidemocratica» che alimentavano «una repulsione reazionaria contro la modernità» ovvero contro «l’uomo economico»31.
Collocata nel quadro storico della legittimazione del capitalismo, la «guerra civile» per una nuova new class veniva combattuta innanzitutto contro le parole d’ordine di uguaglianza, partecipazione e liberazione che i movimenti avevano imposto nella società e che la nuova classe pretendeva di istituzionalizzare. In About Equality (1972), Kristol accusava economisti e sociologi di aver accolto senza discussione la tesi che John Rawls aveva presentato nella sua Theory of Justice (1971), di aver cioè accettato il principio per cui un ordine sociale è legittimo soltanto riducendo al minimo le disuguaglianze, senza chiarire in che cosa consistesse l’uguaglianza, a quanta redistribuzione di reddito dovesse corrispondere, senza considerare il dato inoppugnabile per cui – come aveva dimostrato Seymour M. Lipset – la società americana era già diventata più egualitaria. L’accusa era di utilizzare acriticamente le «pseudo statistiche» che descrivevano una «oligarchia di ricchi». Questa «fantasia paranoica» era espressione di una ampia classe di laureati e studenti, scienziati e docenti, psicologi e assistenti sociali, medici e avvocati, amministratori e funzionari pubblici, che «guardavano la società in modo profondamento critico», assumendo una «posizione antagonista». La new class era impegnata in una «lotta di classe» contro la «comunità del business»: poiché traduceva le domande di uguaglianza, partecipazione e liberazione che provenivano dalla società in «rivendicazione di autorità» e «brama di potere», il movimento studentesco e afroamericano, ma anche la classe operaia giovane e nera, avanzavano pretese sempre più radicali e militanti. Dinanzi al pericolo che sotto la «bandiera dell’uguaglianza» potessero convergere diverse esperienze di movimento, di fronte al timore che la nuova classe potesse fornire un canale istituzionale di espressione, era necessario perseguire un «completo rovesciamento dell’opinione popolare» facendo leva sulla «fedeltà all’etica borghese» e sulla «resistenza al radicalismo» che caratterizzavano invece le figure qualificate e sindacalizzate del lavoro operaio bianco e le sfere basse del lavoro impiegatizio. Il riferimento non era esclusivamente alla nascente tax rebellion contro un prelievo fiscale considerato oppressivo perché serviva per finanziare le politiche di assistenza verso neri e poveri. Rovesciare l’opinione popolare implicava condurre una rivolta culturale che attivasse le fonti etiche di legittimazione del capitalismo32.
Questo obiettivo veniva messo a fuoco nella seconda metà del decennio, nonostante la sconfitta della new politics democratica alle presidenziali del 1972 mostrasse il crescente distacco tra new class e classe operaia. Con riferimento alla politica di controllo di prezzi e salari dell’amministrazione Nixon, sebbene avesse sostenuto pubblicamente la sua rielezione33, Kristol denunciava come le figure della nuova classe impiegate nel pubblico portassero avanti con il «plauso dei media» una «agenda nascosta» per un sistema economico «così rigidamente regolamentato» da «rimuovere le basilari decisioni economiche dal mercato». Puntava inoltre il dito contro la «graduale usurpazione dell’autorità manageriale» segnalando la responsabilità delle stesse corporation. Quando il Commitee on Economic Development – organizzazione che riuniva dirigenti d’impresa, costituita nel 1942 per indirizzare l’economia di guerra nel quadro del contratto sociale newdealista – dichiarava che era compito del manager «bilanciare gli interessi … di dipendenti, clienti, azionisti e governo», mostrava che le corporation non agivano più come «proprietà privata», ma come «istituzioni semipubbliche». Poiché questa subordinazione dell’impresa allo Stato minacciava la democrazia americana e la libertà individuale, il business era chiamato ad agire in prima linea per rovesciare in suo favore il rapporto sociale – e istituzionale – con la new class. Era tempo che il capitalismo diventasse militante34.
Questo appello alla militanza venne lanciato sulle pagine del quotidiano per eccellenza del capitalismo americano, il Wall Street Journal, che il 19 maggio del 1975 pubblicò un breve ma incisivo articolo attribuendo alla questione del potere della nuova classe una risonanza pubblica fino a quel momento senza precedenti. In Business and the “new class”, Kristol denunciava l’aspro «clima di ostilità» verso il business che aleggiava nel governo di Washington, negli organi di informazione e comunicazione, nelle università. Un clima conseguente alla formazione di una «generazione di giovani» che, per via dell’istruzione ricevuta, non conoscevano il mondo del lavoro e fantasticavano un mondo senza lavoro. Un clima alimentato dal «docente medio del college» – di storia, sociologia, letteratura, scienza politica, perfino economia – che preferiva la «fantasia alla realtà»: la fantasia dell’industria farmaceutica che negava le cure, delle multinazionali che facevano la politica estera americana, del business che accoglieva con entusiasmo la depressione perché creava un esercito di riserva da cui reclutare forza lavoro «docile». Queste erano alcune delle fantasie di una nuova classe che Kristol giudicava comunque «indispensabile» nella società postindustriale, sebbene «sproporzionatamente potente», insieme «ambiziosa» e «frustrata». Per questo, non era sufficiente – per quanto fosse necessario – fare appello alla «libertà individuale» degli statunitensi e alla loro «profonda sfiducia» verso il governo. Poiché la nuova classe intendeva mobilitare la società attraverso i temi dell’ambientalismo, della protezione del consumatore e della pianificazione attribuendo al governo il potere di «politicizzare il processo decisionale economico», occorreva avviare la sua «assimilazione». Questo era il «lungo e gravoso business» che attendeva il capitalismo: una «immensa impresa educativa» che implicava prioritariamente la rieducazione della «comunità del business» e dei suoi manager, un compito ancora più arduo che vedeva il militante Kristol impegnato in prima persona35.
4. A Capitalist Manifesto
Il ruolo di idéologue che Kristol svolse presso l’American Enterprise Institute contribuendo alla sua affermazione come principale think tank neoconservatore, oppure nel progetto di Collegiate Network che finanziava giornali indipendenti nei campus universitari, borse di studio e tirocini in importanti testate nazionali, era parte integrante della strategia comunicativa che il milieu intellettuale neoconservatore metteva in atto per rieducare innanzitutto il business. Nel 1978 William E. Simon – segretario del Tesoro dell’amministrazione Nixon e Ford, fondatore insieme a Kristol del Collegiate Network – pubblicò A Time For Truth, pamphlet dove denunciava le responsabilità di dirigenti d’impresa e manager che, dal New Deal in avanti, avevano rinunciato all’ideale della «libera impresa» adeguando la loro azione economica alla filosofia della «pianificazione» della nuova classe. Contro questo, la «comunità del business» avrebbe dovuto avviare progetti di public education attraverso i mass media, finanziando le università che concordavano contenuti di insegnamento e ricerca, investendo denaro in institutional advertising ovvero pubblicità che reclamizzavano non le merci, ma i valori d’impresa. La «mobilitazione massiccia e senza precedenti delle risorse morali, intellettuali e finanziarie» avrebbe portato alla formazione di una counterintelligentsia in grado di scalfire il «monopolio ideologico» della nuova classe36. Nello stesso anno, per conto dell’American Enterprise Institute, Michael Novak diede alle stampe The American Vision dove presentava la visione di una «lotta di classe» che il business non poteva più condurre esclusivamente sul terreno della produzione, ma anche sul palcoscenico pubblico, scientifico e culturale, imposto dalla nuova classe al potere. In questo senso, dirigenti e manager avrebbero dovuto dotare le imprese non soltanto di un «gruppo di studiosi» interni, ma anche di una «rete di intellettuali» esterni, a cui affidare la mansione aziendale di elaborare e diffondere un discorso pubblico che rigettasse le «accuse ideologiche» di «alienazione» ed «eterodirezione» della società, per proporre una «visione del mondo» alternativa che rivendicasse allo spirito d’impresa il valore dell’associazionismo e della cooperazione, quello della mobilità sociale e dell’uguaglianza delle opportunità. Questo era il «manifesto del capitalismo» chiamato a rinnovare il «destino manifesto» della civilizzazione liberale che l’America aveva incarnato37.
Sebbene non si possa attribuire la controffensiva culturale e politica del business contro il movimento operaio e i movimenti sociali esclusivamente al neoconservatorismo e al suo dialogo con il neoliberalismo, comunque il suo impatto fu rilevante: nella pubblicazione di volumi e saggi, nel finanziamento di campagne pubblicitarie e mediatiche, nell’attivare una stretta collaborazione tra business, università e fondazioni private, in generale nello sforzo pubblico che dirigenti e manager compirono per influenzare valori e ideali della nuova classe. Nella seconda metà degli anni Settanta, Mobil Oil finanziava l’Hudson
Institute per la pubblicazione di una serie di position paper contro le politiche pubbliche di regolamentazione, la International Telephone and Telegraph stanziava fondi per la pubblicazione di volumi sull’economia americana, fra i quali il collettaneo edito da BruceBriggs sulla America’s Educated Elite. Fra il 1975 e il 1976 le corporation stanziarono circa 240 milioni di dollari in «pubblicità pubblica», non finalizzata alla reclamizzazione di beni di consumo. Negli stessi anni furono istituite Chair of Free Enterprise presso molte università tra cui Cornell, Columbia e Wisconsin. Nel 1978, il Council for Financial Aid to Education stimava in circa cento i programmi che legavano le corporation ai college: la Association of Private Enterprise Education fu fondata con l’obiettivo di favorirne lo sviluppo. In questo senso, se pur non priva di precedenti perché affondava le sue radici nell’opposizione imprenditoriale al New Deal e nel boulwarism degli anni Cinquanta38, comunque la rinnovata militanza del business sul finire degli anni Settanta assumeva un inedito carattere sistemico, organizzato attorno al duplice obiettivo sociale e politico indicato dal neoconservatorismo: legare la nuova classe alla società del capitalismo e trasformare i «professionisti della politica» in agenti pubblici del capitale. L’attivismo economico, sociale e culturale del business negava praticamente l’ipotesi teorica e politica degli scienziati sociali e degli intellettuali – come Gouldner – che ancora alla fine del decennio ritenevano che nonostante il carattere elitario la nuova classe costituisse la «forza più progressista della società moderna e il vettore di qualunque possibile emancipazione umana nell’immediato futuro».
In World Economic Development (1979), delineando le nuove coordinate globali del capitalismo americano, il fondatore dell’Hudson Institute (1961), Herman Kahn registrava in questo senso un primo fondamentale mutamento culturale e politico in questa direzione: la nuova classe non appariva più «fanatica», ma positivamente rivolta verso il mercato. Se nella seconda metà degli anni Sessanta almeno una parte della «comunità del business» aveva sottovalutato la delegittimazione del capitalismo, nel corso degli anni Settanta il neoconservatorismo diventava popolare fra dirigenti e manager che trovavano nella categoria politica – e nel discorso politico – della new class un fondamentale strumento di analisi e azione. Come scrisse l’economista studioso dell’etica aziendale, David Vogel, in un articolo dal titolo significativo Clear as Kristol, Business’s “New Class” Struggle (1979), la «dottrina della nuova classe» stava avendo successo perché rendeva il business consapevole del fatto che fosse nuovamente possibile coniugare interesse d’impresa e interesse pubblico ovvero riconciliare capitalismo, Stato e società attraverso una guerra civile – amministrativa e culturale – contro la nuova classe e per una nuova new class. Il capitalismo americano aveva così trovato per un verso il villain contro il quale unificare l’America bianca per riaffermare la propria supremazia in una società fratturata lungo linee di classe e razza, per l’altro il soggetto storico al quale affidare – una volta educato al valore morale, oltre che economico, del mercato – la direzione politica e scientifica dello Stato americano nella globalizzazione dell’ultimo quarto del secolo scorso. Nell’ottobre del 1982, il nuovo presidente della National Association of Manufactures, Hames B. Henderson, poteva quindi proclamare senza paura di smentita che le imprese erano tornate ad esercitare una legittima autorità sociale e politica nel mondo accademico, nel governo e nel sindacato: «il business e la nazione americana tutta [potevano nuovamente raggiungere] le altezze adeguate al sogno nazionale»39.
In conclusione, i lineamenti storici del dibattito sulla nuova classe che abbiamo tracciato non mostrano soltanto il declino ideologico della classe media, l’impossibilità per la new politics democratica degli anni Settanta di ripensarla quale soggetto che aveva sostenuto l’ordine liberal del secondo dopoguerra. Kristol considerava l’identificazione nella middle class della «stragrande maggioranza» degli statunitensi – e soprattutto del lavoro bluecollar – una questione «artefatta», smascherata dall’ascesa al potere della nuova classe. Il neoconservatorismo privava la new middle class delle scienze sociali del liberalism del riferimento consensuale middle per indicare una élite che, sebbene fosse culturalmente contrapposta all’America bianca, era assimilabile al capitalismo attraverso una «filosofia pubblica» che riportasse il mercato al suo fondamento etico. Neoconservatorismo e neoliberalismo divennero in questo senso egemoni in ragione del loro dialogo40. La ricostruzione storica e concettuale della nuova classe del neoconservatorismo suggerisce anche – ma questa è una ricerca ancora da svolgere – di rintracciare nella categoria new class l’origine di un’altra parola del dibattito pubblico e politico – globalist – che contraddistingue l’attuale ascesa della altright statunitense contro le élite politiche ed economiche della globalizzazione: attraverso le «guerre culturali» degli anni Ottanta e Novanta, una nuova destra nasceva in alternativa al milieu intellettuale neoconservatore, contro la sua cultura politica considerata elitaria e manageriale, separata e lontana da un popolo americano che veniva – e viene ancora oggi sempre più – raffigurato come comunità cristiana, razzialmente connotata e patriarcalmente determinata41.










































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