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L’immaterialità della moneta e il valore delle emozioni

Christian Marazzi

È importante distinguere tra moneta e denaro, dato che le monete (e le valute) sono oggetti simbolici di qualcosa di più profondo, di quel sistema di crediti e compensazioni che sono il denaro nella sua essenza

Yap kivirahaFelix Martin, storico del denaro, ha scritto un libro stupendo (Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito, Utet, Torino, 2014) in cui parla della scoperta della comunità sull’isola di Yap nel Pacifico da parte di un antropologo, William H. Furness, che all’inizio del Novecento ne studiò usi e costumi, fondamentali per il pensiero di John M. Keynes e persino dell’ultimo Milton Friedman. Questa comunità, mai colonizzata nonostante i vari tentativi di missionari e britannici – i quali morirono nell’impresa – disponeva soltanto di tre beni presenti sull’isola: il merluzzo, il cocco e il cetriolo di mare. È una classica comunità nella quale si poteva ipotizzare il baratto, con poche persone che si scambiano solo tre merci.

Furness scoprì, invece, che la comunità nell’isola di Yap era dotata di un sistema monetario estremamente sofisticato, basato sulla relazione comunitaria degli scambi che avvenivano attraverso una moneta chiamata fei, costituita da enormi ruote di granito con un buco all’interno – ora esposte tra l’altro anche al British Museum – che fungevano da simboli per gli scambi che sottendevano questa unità di conto. La moneta, massimamente materiale, in realtà era massimamente simbolica, del tutto immateriale: non si spostava, ma fungeva da testimone contabile degli scambi che avvenivano sull’isola. Tant’è vero che una famiglia manteneva il suo status di più ricca dell’isola, anche quando tutti i suoi fei fossero affondati in mare durante un trasporto. Materialmente non c’era alcun fei, ma persisteva il ricordo, la consapevolezza che loro fossero ricchi in virtù dei tanti fei accumulati ma perduti per sempre.

«Se i fei di Yap non erano un mezzo di scambio, allora cos’erano? E soprattutto, qual era la moneta di Yap, se non i fei? La risposta a entrambe le domande è notevolmente semplice. La moneta di Yap non erano i fei, ma il sistema sottostante di credito e compensazione di cui aiutavano a tenere traccia. I fei erano soltanto monete simboliche con cui si tenevano i conti» (F. Martin, op. cit., p. 18).

Più in generale, le monete e le valute sono oggetti simbolici utili a documentare il sistema di credito e a espletare il processo di compensazione tra parti contraenti. «Il denaro – scrive sempre Martin – è il sistema di conti e della loro compensazione che la valuta rappresenta» (p. 19). Le banconote moderne sono anch’esse, palesemente, nient’altro che oggetti simbolici. «La stragrande maggioranza del nostro denaro nazionale (circa il 90% negli Stati Uniti, per esempio, e il 97% nel Regno Unito) non ha alcuna esistenza fisica. È costituito unicamente dai saldi dei nostri conti bancari. L’unico apparato tangibile adoperato in quasi tutti i pagamenti monetari di oggi è formato da una tessera di plastica e da un tastierino» (ibidem). E probabilmente, grazie all’Iphone, tra non molto, faremo a meno anche delle tessere di plastica.

È dunque importante distinguere tra moneta e denaro, dato che le monete (e le valute) sono oggetti simbolici di qualcosa di più profondo, di quel sistema di crediti e compensazioni che sono il denaro nella sua essenza.

Sulla distinzione/differenza tra moneta e denaro Maria Grazia Turri ha scritto un libro decisamente intelligente (La distinzione fra moneta e denaro. Ontologia sociale ed economica, Carocci, Roma, 2009).

«La moneta è una delle forme del denaro e nel contempo il denaro è la forma idealizzata della moneta. Il denaro agisce senza essere una cosa fisica e senza essere legato direttamente alla materia, se non come simbolo, avvalorando così il fatto che il denaro ha una natura ideale. La moneta, in quanto segno monetario, ha un volto significante attraverso il quale indica la sua unità computazionale, la sua funzione di mezzo di misura, di pagamento e di scambio, e un volto significato, che è il denaro, che rimanda a un puro concetto di valore equivalente, di merce o di bene potenziale» (M. G. Turri, op. cit., p. 29).

Non bisogna d’altronde sottovalutare la storia di questi “oggetti simbolici” che “aiutavano a tenere traccia” dei crediti e delle compensazioni. Se, a un certo punto della storia del capitalismo, l’oro è stato considerato la moneta per eccellenza, lo è stato in virtù della sua capacità di “tenere traccia” degli scambi di merci a mezzo di banconote che all’oro si riferivano. Il regime del gold standard ha garantito la commensurabilità degli scambi di merci, senza che vi fosse una corrispondenza quantitativa tra il valore delle merci scambiate e la moneta aurea. L’oro monetato è stato l’oggetto simbolico di una fase del capitalismo mercantile in cui le merci si scambiavano, sia all’interno delle nazioni che, soprattutto, tra di esse, in base alla quantità di lavoro in esse contenuto, ma sappiamo dalle crisi ottocentesche quanto poco fosse l’oro in circolazione per poter far fronte alla domanda di “moneta sonante” da parte di chi deteneva moneta cartacea o titoli di vario genere.

La natura del denaro, così ci dice Felix Martin, è sempre stata immateriale, ma allo stesso tempo la comunità umana ha eletto oggetti materiali, monete, per rappresentare simbolicamente questo stesso denaro. Il processo di elezione di un bene materiale – dalla pecora alle conchiglie al sale birmano e, naturalmente, all’oro e all’argento – a rappresentante simbolico del denaro ha comportato nel medesimo tempo la loro esclusione dal mondo delle merci. Il sale birmano, per fungere da moneta, doveva essere reso non più commestibile, così come l’oro, una volta eletto a “merce delle merci”, cessava di essere una merce volgare (non si è mai potuto pagare al mercato con un anello o un orecchino d’oro). Un po’ come nella teoria di René Girard esposta ne La violenza e il sacro (Adelphi, Milano, 1980), la merce eletta a moneta subisce un rito sacrificale, ossia per essere eletta deve essere esclusa, deve essere negata nella sua natura di mera merce. Delle due l’una: o sei merce, o sei moneta.

Per riprendere il sottotitolo del libro di Martin, «quello che il capitalismo non ha capito» e, aggiungerei, anche buona parte dei suoi critici, è che queste merci materiali non sono mai state veramente denaro, ma monete-simbolo storicamente elette/sacrificate dalla comunità umana per svolgere la funzione di rappresentanti del sistema soggiacente di scambi contabili tra beni e servizi.

A questo punto, la domanda da porsi è come mai nel corso dell’ultimo secolo anche la moneta-merce si è demercificata, immaterializzata. «Sarebbe davvero audace il teorico che provasse ad affermare che un paio di microchip e una connessione Wi-Fi sono una merce di scambio» (F. Martin, op. cit., ibidem). Dunque, perché oggi anche la moneta come oggetto simbolico è immateriale?

Per quanto paradossale possa sembrare, la risposta si ritrova nella teoria del denaro di Marx, là dove egli analizza lo scambio tra capitale e forza lavoro. È infatti in questo scambio, così fondamentale nella teoria marxiana, che il denaro è immateriale, nel senso che viene creato ex nihilo. Proprio in Marx, alla faccia di tutti i marxisti ortodossi che da sempre vanno dicendo che il denaro è «equivalente generale» delle merci, cioè una merce la cui funzione è quella di esprimere, attraverso il prezzo, la quantità di lavoro astratto in esse contenuto. Ma questo non è mai stato vero, perché in Marx il denaro è forma del valore, di cui l’equivalente generale è né più né meno che una funzione (tra le altre).

La funzione del denaro come mezzo di pagamento immateriale è precisata dalle condizioni d’acquisto della forza lavoro. Quest’ultima è pagata dopo esser stata messa all’opera, e in questo senso l’operaio fa credito al capitalista di una settimana o di un mese. Ma è pagata prima che la merce prodotta sia venduta. In questo senso, il capitale variabile, cioè il salario, è certamente anticipato dal capitalista. Ma è il lavoro simultaneo o futuro che forma il fondo salario che ancora non esiste e col quale viene pagato il suo lavoro anteriore.

In altre parole, il denaro che, come mezzo di pagamento, viene versato alla forza lavoro come salario è creato ex nihilo perché, nel momento in cui viene messo a bilancio secondo il principio della contabilità a doppia entrata, non è ancora merce ma diventerà merce grazie al lavoro vivo della forza lavoro messa all’opera nel processo di produzione. Si tratta di un «buono sulla produzione futura» (l’espressione è di Marx), così che, quando viene versato all’operaio alla fine del mese, è egli stesso che nel frattempo ha creato quel fondo salario (quelle merci-salario) che ancora non esisteva al momento della stipulazione del contratto. Questo accade proprio perché, come Adam Smith aveva intuito prima di Marx, nello scambio tra capitale e lavoro ciò che il capitalista acquista è una merce del tutto particolare, ossia la forza lavoro che, col suo lavoro, produce un valore superiore a quello contenuto nelle merci-salario che l’hanno acquistata.

Quando poi questa somma di denaro creata ex nihilo finisce nelle mani dell’operaio, essa assume la funzione di denaro equivalente generale delle merci, appunto delle merci (salario) che l’operaio acquisterà per la sua riproduzione. Qui sì, nella sfera della circolazione delle merci, la funzione del denaro come equivalente generale, cioè oro in Marx, permette di commisurare le merci che si scambiano tra loro, dato che questi scambi avvengono sulla base della quantità relativa di lavoro astratto in esse contenute. Ciò non toglie (anzi!) che nello scambio tra capitale e lavoro il denaro è creato ex nihilo, è cioè denaro immateriale che diventa merce materiale, quell’oggetto simbolico che già ai tempi di Marx rappresentava quel substrato di relazioni contabili che definivano lo scambio tra capitale e lavoro.

La tesi che si può avanzare è che, a partire dal Novecento, sotto l’incalzare dell’industrializzazione e della generale salarizzazione del lavoro, la dimensione immateriale del denaro, la sua funzione di denaro creato ex nihilo, abbia avuto la meglio sulla dimensione oggettuale del denaro. La moneta oggetto simbolico, l’oro, è divenuta alla fine moneta immateriale, simbolo di un’economia capitalistica in cui il lavoro salariato è diventato talmente centrale per la continuità dell’accumulazione del capitale da non poter essere intralciato dagli intoppi della sfera della circolazione, dalla possibilità cioè di tesaurizzare il denaro con la domanda di moneta sonante che sempre sta in agguato nei momenti di crisi e di panico. Togliere di mezzo l’ultimo riferimento all’oro, come avvenne nell’agosto del 1971, è stato l’atto conclusivo di un lungo processo storico in cui la potenza del lavoro salariato, la sua espansione sociale, ha avuto la meglio su tutti gli altri scambi di merci. A partire da quella data, l’inconvertibilità del denaro in oro ha smaterializzato definitivamente la moneta oggetto, trasformandola in moneta fiduciaria (dollaro, yen, franchi, euro, ecc.) la cui funzione è, da allora, quella di rappresentare simbolicamente, e di governare politicamente, l’immaterialità dello scambio tra capitale e lavoro, la piena salarizzazione del lavoro.

Che poi la moneta fiduciaria non abbia cessato anch’essa di perdere d’importanza rispetto alla moneta scritturale (cioè bancaria), tanto da costituire una percentuale minima rispetto a quest’ultima, non fa che confermare, da una parte la sua natura immateriale e, dall’altra, il persistere della contraddizione tra moneta creata nella sfera della produzione e i problemi legati alla conversione del plusvalore in denaro.


Breve estratto da Che cos’è il plusvalore? di Christian Marazzi pubblicato da Casagrande
Immagine in apertura: Yap stone money at the village of Gachpar on Yap
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